# Amedeide: Poema eroico

## CANTO XVII.

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ARGOMENTO.

_Rompe le fila de' cristiani armati, Ed opre Ottoman fa d'alto valore; De' Saracini stan le Furie a' lati, E van crescendo a' colpi lor vigore, Nè minor prova i cavalier crociati Fanno dell'armi nel marziale ardore; Chè Folco, e Astor Baglione in varj modi Vanno allori cogliendo a pro di Rodi._

I

Già spento il campo, o per fuggir disciolto Stato saria; ma ne la sorte rea Che 'n ritonda battaglia ei fosse volto Il saggio Folco comandato avea; In cotal guisa raggirando il volto Con lunghissime picche ei difendea Per la vittoria a l'inimico i varchi, Esposto solo al tempestar de gli archi.

II

Tre fiate Ottoman con man ferrata Di fulgida asta il corridor sospinge, E tre fiate quella selva armata D'acutissimo ferro il risospinge; Quivi Aletto di rabbia arsa infocata Pure al soccorso d'Ottoman s'accinge, I metalli sì folti ella dirada, Ed egli corse ed occupò la strada.

II

Allenta il freno, e su le turbe spente Del rapido destrier punge la pancia, Ed al guardo de' popoli fremente Mostra la punta de l'orribil lancia; Ora de' Rodian tronca la gente, Or d'Italia, or di Spagna, ora di Francia, E pieno il cor d'inestinguibile ira Cento braccia a lor morte ei si disira.

IV

Nato in Narbona il buon Danese ancide Piagato in fronte, indi Gusmano atterra; L'ampia Siviglia il crebbe; ei gli recide Le ciglia e gli occhi in tetro orror gli serra; Grison, cui par Sebeto unqua non vide In maneggiar corsieri incliti in guerra, Lacerato le fauci anco trabocca, E sangue e denti gli cadean di bocca.

V

A l'Anguisciola altier rifulse in vano Il biondo crin per impetrar salute, Nè per Baldi fermar l'orrida mano Le lunghissime chiome omai canute; Scannati entrambo insanguinaro il piano. Sospirò di colui l'alta virtute Piacenza in riva il Po, l'ermo Appennino Pianse costui là, 've s'estolle Urbino.

VI

E gridava Ottomano: ite, mal nati, Ove celebra Amor dolci imenei; Ite sparsi di fior, d'ambra odorati, A giocar canne, a passeggiar tornei; Non son per vostra man brandi affilati, Nè sanguinosi acciar; vostri trofei Sono in danza apparir con chiome attorte; Quì conviensi incontrar piaghe di morte.

VII

Così gridando in su l'arcion sen vola Riarsa di furor l'alma sdegnosa, E ne la man, che tante vite invola, L'acerbissima lancia unqua non posa; Tratta appena egli l'ha da l'altrui gola, Che 'n fondo a l'altrui petto ei l'ha nascosa; E su monti d'estinti e di feriti Saltando il buon destrier spande i nitriti.

VIII

Crolla gli orridi crini e i passi volve Con guardi accesi calpestando intorno Sì ch'omai carco di sanguigna polve Le gemme oscura, onde fiammeggia adorno; Godene Aletto, e di fulgor l'involve Torbidamente, e seco fa soggiorno Fremendo, urlando, e diffondendo a' venti, Suono infernal di spaventosi accenti.

IX

Etna s'avvampa da la tomba oscura Sembrò 'l rimbombo che dal mostro usciva, Mugghionne il monte, ne tremar le mura, Scossesi il suol de la marina riva; Quì palpitante di percossa dura Agaffino sul suol già si moriva, Molle e tinto di sangue e petto e chiome, Pregio non scuro de' Solari al nome.

X

Nacque in Piemonte, e presso il Po, là dove Volve non grande ancor la nobile onda, Comandava a Moretta, onde non move Vaga di sì bel pian Cerere bionda; Ma disioso d'onorate prove Si tolse a l'ozio de la patria sponda A ciò che fra' mortali oblio nol copra, E comprò gloria con mirabile opra.

XI

Magnanimo garzon l'angoscia vinse De l'aspre piaghe, e raccogliendo in seno I fuggitivi spirti un'asta strinse Col vigor de la man, che venia meno, Ottoman passa, ed ei l'acciar sospinse Nel ventre al corridor; pon sul terreno Tosto le piante il fier tiranno e rugge, Ma dal buon vincitor l'alma sen fugge.

XII

Scorse la prova di virtù ben chiara E di memoria singolar ben degna Ercole Pio, che la gentil Ferrara Diede di Rodi a la sacrata insegna: Ed onde meglio a guerreggiar s'impara? O chi valor più vivamente insegna? Volto al fiero Guglielmo ei sì favella, Che Modenese de Rangon s'appella.

XIII

Ed ei: se morto omai fece ritorno A' duri assalti, ed illustrò sua fede, Qual non sarà per noi picciolo scorno Ove da' rischi si ritiri il piede? Oh d'un sì fatto ardir mio nome adorno Vada volando a la paterna sede, Sì che talor membrando armi e furori Con meraviglia il cittadin m'onori.

XIV

Sì dice; e sparso d'ardimento il ciglio Contra l'empio nemico il petto accende, Lento non più che volator smeriglio Che su drappel d'alodolette scende; Nè meno ogni altro nel mortal periglio Porge a vicenda i belli essempi e prende: Anzi a la patria procacciando aiuto Timassarco movea benchè canuto.

XV

Ben del vecchione altier l'aspro sembiante Seco ha stranio terror, ma le ferite Non san poscia onorar la man tremante, Ch'aria piagando se ne van smarrite; Pur fermando in sul suol salde le piante Solleva giù dal cor parole ardite, E dice ad un ch'a lui vicino è fermo, Ed era lume del real Palermo:

XVI

Fu Valguarnera, ei con faretra al tergo Arco tendea, che formidabil suona, E spingea stral, cui non reggeva usbergo; A costui Timassarco alto ragiona: Se la virtù, c'ha nel tuo core albergo Felicità di stral non abbandona, Sì che trabocchi il gran nemico a terra, È tua la palma di sì nobil guerra.

XVII

Che dunque badi? e quei risponde ardito: Tre dardi ho spinti i più crudeli e fieri, Ma fu da tutti il mio pensier tradito; Di questo quarto non so ben, che io speri; Così dicendo fa volar spedito Quadrel non vile infra maestri arcieri; Ei ratto andava ad Ottoman nel petto Ma s'interpose e traviollo Aletto.

XVIII

In quel momento formidabil voci L'orride squadre d'Acheronte alzaro, E dal soccorso lor fatti feroci I Turchi al fine il Rodian sforzaro; Per l'abbattute picche entrar veloci Lasciando gli archi, ed impugnar l'acciaro Con forte man de le ritorte spade, E piagando correan per varie strade.

XIX

Alto crollando de le piume sparte I gran cimier su la velata testa Bostange, Alcasto, e 'l non minor Giassarte D'uccider mai, mai di ferir non resta; E quinci appar di sanguinoso Marte Più crudele sembianza e più funesta, Di ferri scossi più terribil suono Più minacciar, più dimandar perdono.

XX

Tra' ferri intanto, e ne l'incendio fiero De i cor sdegnosi, e tra i superbi accenti In quella parte, ove più Folco altiero Co' suoi contrasta a le nemiche genti, Ragionava Georgo al crudo Alcmero: Io veggio i Turchi in guerreggiare ardenti Per modo tal, che la vittoria in breve Per l'eccelso Ottoman sperar si deve.

XXI

Esposti al ferro ed al furor de l'ire Ecco sul campo i Rodïan son sparsi Senza riparo; omai fuga, o morire, E cosa altra di lor non può sperarsi; E non senza ragion: soverchio ardire Sì poco stuolo incontra tanti armarsi, Ben de i duci nel cor virtù s'avanza, Ma che? tutto non può mortai possanza.

XXII

Però se prova ne lusinga il core, Onde nostra memoria in pregio saglia, Quì con la spada in man non perdiam l'ore, Che se ne corre a fin l'aspra battaglia; Co' proprj Turchi, singolare onore, Alcasto fier noi peregrini agguaglia Sotto l'insegne, e d'Ottoman l'altezza Non scarsamente i nostri nomi apprezza.

XXIII

Di cotesto arco, ove leggiadro ingegno Non poco smalto in adornarlo spese, Ei di sua propria man ti fece degno; A me di questa spada ei fu cortese; Su questi detti ad irritar lo sdegno De i cavalier ne le guerriere imprese Colà Bostange trascorrea veloce, Ed in verso quei duo sciolse la voce:

XXIV

Per tutto infra le squadre omai festante Al ciel de la vittoria il grido ascende, E quì di fuggitivi hassi sembiante? Qual entro a' vostri cor viltà s'accende? Chè non volgete a ben fuggir le piante Se le ferite a voi sembrano orrende? L'altissimo Ottoman stendardi spiega Per chi sua vita a la virtù non nega.

XXV

Udendo Alcmero il ragionar pungente, Di disdegno turbò l'aspra presenza, E rispondea: cosa rivolgi in mente? E qual di favellar pigli licenza? Serba tai modi per la vulgar gente, Perchè con esso me poi farne senza, Che da lontano a guerreggiar mi mena Mio libero voler su questa arena.

XXVI

Io nacqui in Libia, ove cocente arsura Di fortissimo sol percola i liti, E corsi i campi, e non mi fean paura Ira di tigri, o di leon ruggiti; Nè di là vegno a la milizia dura Perchè ricchezza d'Ottoman m'inviti; Oro di duce alcun non può comprarmi, Onor m'appaga ed ei m'invoglia a l'armi.

XXVII

E quì forse d'Anteo la gloria intesa, E che di lui grido immortai ridica? Eccelso lottator, la cui contesa Già fu d'Alcide non umil fatica? Di sì gran stirpe mia famiglia è scesa; Ed io non macchio la memoria antica: Col ferro in pugno ad ogni incontro io basto; E se son tal racconterallo Alcasto.

XXVIII

Sì parla il Moro e mira il Turco in volto; Ed ei de l'ire sue fattosi accorto Dicea: qual d'uom che si disdegni, ascolto Le voci tue, ma ti disdegni a torto; Che dove il capitan fra 'l popol folto A l'opre militar porge conforto, Non fa vergogna altrui, s'aspro ragiona, Anzi co' biasmi a la vittoria sprona.

XXIX

Godo, che lo splendor d'alto legnaggio Sì come affermi a la virtù ti tiri; Ora al pregio de' tuoi non fare oltraggio, Ma fa, ch'al sommo de la gloria aspiri; Favellato fia quì segue il viaggio, E nel campo Ottoman sveglia i desiri De la vittoria in ogni cor guerriero; Parla in tanto Georgo al forte Alcmero:

XXX

Mira di quì poco lontan, là dove Con le mie dita a gli occhi tuoi fo segno; Mira il canuto Cavalier, ch'altrove Non fu per noi veduto anco il più degno; L'alto sembiante e l'armi sue son prove, Ch'egli ha di Rodi in suo governo il regno, Ed argomento ne fa certo ancora Il drappel dei guerrier, che sì l'onora.

XXXI

Tendi ben l'arco e su la corda incocca La freccia più mortale impiagatrice, Chè se per tua faretra egli trabocca Farai con un sol colpo Asia felice. Come a Georgo riserrar la bocca Alcmer discerne, ei la riapre e dice Rivolgendo le ciglia al ciel superno Inverso di Maccon, nume d'inferno:

XXXII

Se la percossa, che nel petto invio Al Re di Rodi, per cammin non erra, Ma fatta ubbidiente al desir mio Trapassandogli il cor morto l'afferra, Maccone, a te tutte le spoglie, ed io Per te dirommi fortunato in guerra, Appenderotti la faretra e l'arco, Ora del tuo favor non m'esser parco.

XXXIII

Tacque, e per gaudio gli sfavilla il guardo, E giù nel petto il cor gli si commove, E lo strale più reo sceglie non tardo, E n'arma l'arco a le bramate prove; E perch'a morte ei vada, il crudo dardo Piantar nel cavalier guarda ben dove; Poi la piaga volar per l'aria lassa, Ma dal guerrier da lunge ella trapassa.

XXXIV

Sfodra la scimitarra, indi si scaglia Rapido inverso Folco; ei lo rimira, Ed incontrato per la via gli taglia La fierissima man che l'arco tira; Nè però dà riposo a la battaglia, Ma gli squarcia i polmoni, ond'ei respira, Alcmer feroce in fra le pene estreme Verso Georgo così parla e freme:

XXXV

Ah che de la mia vita il tempo è corso, E di me la memoria mi tormenta; Però squarciami il cor, dammi soccorso Contra la morte ch'a venirne è lenta. Allor Georgo: ed a che dir sei corso? Parti ragion, che tai parole io senta, Ch'offenda te, che te di vita io privi? Io, ch'amo il viver mio perchè tu vivi.

XXXVI

Rinfranca l'alma; le ferite dure Condurransi a salute, anco sperarsi Ben lece onor ne le stagion future; Chè non è biasmo un cavalier piagarsi. Alcmer crucciato e con sembianze oscure Altamente gridava: in chi fidarsi Deve oggi l'uom, s'egli trabocca in fondo? Ah che qua giuso è tutto froda il mondo.

XXXVII

Non ho più scampo alcun, meco dimora Non può far l'alma, ed io riprego in vano; E perch'afflitto e con angustie io mora Ecco mi nega un mio fedel sua mano; Orsù rimanti e non m'udir, ch'or, ora Verrammi a quì scannar ferro cristiano; E sotto i colpi lor mi vedrai steso, E non estinto sol, ma vilipeso.

XXXVIII

Se pur verrammi tal miseria, attendi Che da l'ombra infernal spirto sdegnoso Deggia apparirti, e con sembianti orrendi Mai, nè notte, nè dì, darti riposo. Georgo rispondea: chiaro comprendi Se de le pene tue vivo doglioso, E se tolto da te la vita ho cara, Da questa mia percossa oggi l'impara.

XXXIX

Nè pose fine al dir, che dentro al seno La cruda spada per lo core immerse In fino a l'ultimo else, e sul terreno Di caldo sangue un largo fiume aperse; Ed indi a poco infievolito a pieno Alcmer d'ombra mortal si ricoperse; Nè su quel punto si faceano altrove Con ferro atroce meno orribil prove.

XL

Era pugnando il fier Baglione intanto Fra i turchi acciar di sua salute incerto, Il cimier scosso, traforato il manto E l'ampio scudo in cento lochi aperto; Ma barbaro guerrier non ebbe vanto Che 'l nobil volto di pallor coperto Men minacciasse col terribil guardo, O fosse il brando ad impiagar più tardo.

XLI

Crudo al popolo avverso, e a i duci loro Apparìa di Perugia il novo Marte, Quando a lui non lontan giunse Medoro, D'onorato Imeneo nato a Giassarte; Egli del pel, ch'esser dovea fin'oro, Non mostrava le labbra anco cosparte, Che visto avea d'april l'aura serena Destare i fior diciotto volte a pena.

XLII

Ebbe per madre Aspasia; ed ella nacque Del ricco Erimedonte, alto Signore La, 've 'l monte Sigeo bagnano l'acque, Cui fama dier l'Agamenonie prore; Quivi nato a Medoro altro non piacque, Salvo foreste e boschereccio orrore, Ed ivi al fier cinghial tessere aguati, E di molossi fier sentir latrati.

XLIII

Spesso al garzon contra le belve errante Mostrato fu ne la montagna Idea L'antica valle, ove di bel sembiante Il pregio diessi a l'Acidalia Dea; E spesso rimirò l'ombrose piante Ove il nome d'Enon Pari scrivea, Ed ove colma il cor di rei tormenti Ella pianse la fè dispersa a i venti.

XLIV

Ma sì fatte d'umor memorie antiche Dentro il seno del tempo anco ben chiare, Benchè per uso a gioventute amiche, Al giovinetto cor poco eran care; Ben, se mai giunse ne le piaggie apriche Ove Scamandro se ne corre al mare, Ei chiedeo, come ardesse, ed in qual loco L'armata argiva per l'Ettoreo foco;

XLV

Spiò, volgendo in petto alti pensieri De l'altiere battaglie al suono inteso Ove, mirabil preda i gran destrieri Tolse Diomede e diè la morte a Beso; Ove di Licia tra' miglior guerrieri In terra Sarpedon giacque disteso, E dove da Nettun si fece audace Scampo de' Greci il Telamonio Aiace.

XLVI

Fra tai vaghezze in essercizj duri Gli anni afforzava de l'inferma etate, Quando il grande Ottoman trombe e tamburi Fe' passeggiar per le provincie armate; Quì reggendo ei, come ciascun procuri Terger le spade e le saette alate, E gli scudi indorar, fra tante squadre Armarsi volle, e seguitare il padre.

XLVII

Ned ei glielo contese; anzi bramoso, Ch'egli per tempo di valor s'adorni, Diello in guardia a guerrier, che glorioso Tra bei sudori ha trapassati i giorni; Coimbro ei s'appellò, tra monti ascoso Ei facea riposando i suoi soggiorni, Già canuto le chiome, e per Giassarte, Come buon servo, ridonossi a Marte.

XLVIII

A' cenni di costui le piante volve Medor, nè de la morte avea spavento; Ma tra gli scossi acciar sparso di polve Oggi più che giammai mostra ardimento: Entro giubba di seta il busto involve Sciamito azzurro, ove serpeggia argento Ogni parte trapunta in fino al lembo Di gemme colte a l'Eritreo nel grembo.

XLIX

Sotto vago cimier ch'alto risplende Per piume, onde airon videsi alato, La fronte giovenile orna e difende Sopra le chiome d'or feltro dorato; Giù da cinto di smalti il brando pende Ed ha ne la sinistra arco lunato, E la faretra gli sonava al tergo, D'acuti strali singolare albergo.

L

Dentro sì ricca pompa egli s'avanza Correndo fier tra l'affannate genti; Di leon giovinetto avea sembianza Non molto esperto a disbranare armenti, Ma che sentendo ognor più gran possanza Crescer ne l'unghie e ne gli orribil denti, Vagheggiando i gran velli aspro minaccia, E va tra' boschi a riprovarsi in caccia.

LI

Tal fu Medoro, e nel Baglion guardando, Assaltarlo da presso ebbe desire, E già stringea ferocemente il brando Quando Coimbro intepidì quelle ire: Lascia, diss'ei, tanta vaghezza in bando, Che per tua man questo è soverchio ardire, Spesso in guerra a morir la gloria alletta; Non l'appressar, ma di lontan saetta.

LII

Ed egli ascolta, e non ascolta in vano, Che tendea l'arco e non moveva il passo. Astorre il vide, ed inchinò la mano Verso il terreno, e sollevonne un sasso, Un sasso tal, ch'altri levar dal piano Male oserebbe e non venirne lasso, E l'alto cavalier tal se ne affanna Qual farebbe in lanciar tronco di canna.

LIII

Vola la rupe e per lo voto calle Ronza feroce, e tutta l'aria scote, E nel corso bramato ella non falle, Che 'n mezzo al petto del garzon percote: Ei crolla e sul terren batte le spalle, E di freddo pallor tinge le gote, E vicino a morir singhiozza sangue, E cade l'arco da la man che langue.

LIV

Forte al suo traboccar Coimbro stride; E su quel punto ecco Giassarte apparse, E su la piaggia riversato il vide, Ed alto di pietate incendio l'arse; Se la forza del duol quì non l'ancide, Dic'ei, mediche man non gli sian scarse; Coimbro, a la tua fede oggi ne caglia; Chè me chiama a pugnar l'aspra battaglia.

LV

Posto quì fine al dir stringe la spada Ricoprendo d'oblio la propria pena, Ed eccitando i suoi prende la strada Ove furor contra il Baglione il mena; Toro sembrò, ch'arso d'amor sen vada Con adirato piè spargendo arena, Quando il corno arrotando empio si sdegna, Ed inverso il rival move l'insegna.

LVI

E di sì torbida ira il cor bolliva Sotto il caldo del dì, ch'ei non sofferse I fregi, onde la fronte alto guerniva, Ma via scagliolli infra le turbe avverse; Allor fiero da gli occhi incendio usciva, E le chiome sul collo ivan disperse, E soffio d'aura ne venia coprendo In parte il volto e più faceasi orrendo.

LVII

Gridava alto il Baglion: gente diletta, Chi stringe il brando? o chi la picca afferra? Questa è battaglia sacra, oggi n'aspetta Gloria nel ciel, se non vittoria in terra. Per questi detti infra Cristian s'alletta Novello ardire e s'inaspria la guerra; Ma d'altra parte divenendo atroce, Più che non suol, Giassarte alza la voce:

LVIII

Domaste l'Asia, ed i superbi regi Condannaste a soffrir dura catena? Coglieste là di tante palme i pregi Per dissiparli quì su questa arena, O d'Orïente vincitori egregi, Ove viltate, ove timor vi mena? Non vi cal d'Ottoman? così dicea, E quinci orrenda la battaglia ardea.

FINE DEL CANTO XVII.

ANNOTAZIONI

AL CANTO XVII.

Il Poeta diede a questo canto l'argomento che siegue: «Nel XVII si narra la battaglia fra Ottomano e' Rodiani, mentre Amedeo era contra Turchi in riva al mare.»

La prima censura del cav. d'Urfè cade sopra un punto di tattica militare. Perciocchè vedendo Folco, Gran Mastro di Rodi, che i suoi erano per trovarsi disciolti e costretti a fuggire, ordinò che formassero un cerchio, ossia una _battaglia ritonda_, e che mostrando il volto rispingessero colle picche l'assalto de' nemici. È facile il vedere, che la _battaglia ritonda_ si assomiglia (mutata la figura) al _bataillon carré_ de' tattici moderni. Ora sentiamo l'osservazione del critico: «il dit que Foulques avait fait un bataillon de touttes ses gens tout entourné de piques et en rond, de telle sorte que rien ne le pouvoit offancer que les fleches: et touttes fois il dit qu'Ottoman a cheval en tue un grand nombre. Il samble qu'il y aye en cela de la contradiction.» Ma veramente il poeta attribuisce ad Aletto l'aver aperto quella selva di picche per dar luogo ad Ottomano d'entrare nel battaglione ritondo, e fare scempio de' Cristiani; cossicchè non vi ha errore d'arte militare.

Aggiunge l'Urfè non essere costume del Gran Signore de' Turchi l'entrare in battaglia, salvo il caso che v'abbia pericolo d'una grande sconfitta; e che perciò non doveva il Poeta far combattere Ottomano in uno scontro, dove non era periglio sì grande. Parmi che il censore sia troppo severo: a' poeti si debbono dare consigli e precetti, non porre le pastoje.

Sottigliezza, non verità, ravviso nell'altra censura del cav. d'Urfè; dove riprende il Chiabrera per aver fatto che una saetta indirizzata da Valguarnera ad Ottomano, fosse traviata per cura d'Aletto (st. 17):

«....... fa volar spedito Quadrel non vile infra maestri arcieri; Ei ratto andava ad Ottoman nel petto; Ma s'interpose e traviollo Aletto.»

Ciò non è possibile, dice l'Urfè, per non avere il Demonio cotal possanza; e se il Poeta intendeva imitare Omero, dovea ricordare che nel Greco sono Dei che fanno di sì fatti portenti, non sono demoni. Ma secondo la volgar credenza sull'arte magica, uno spirito infernale poteva operare cose troppo maggiori che non è il deviare una saetta dalla mira cui l'indirizza l'arciere.

Con migliore avvedimento scrive il Censore le parole seguenti: «Le discours d'Alcmar et de Giorgo est trop long et le poete fait quee Giorgo se tue sans raison, car ne voyant point son ami encores mort, il devoit le porter en lieu, ou il le peut faire panser, et s'il mouroit il luy eust esté alors plus permis de se tuer pour la perte de son amy, ou pour le suivre.» Non perciò approvo che Georgo potesse uccidersi per seguitare il suo amico; ma, come già dissi, l'Urfè era scrittore di Romanzi, e la virtù romanzesca non è la verace.

L'ultima censura non mi piace, dando colpa al poeta di ciò, onde altri dovrebbe lodarlo; stantechè accennando il Chiabrera la patria e la casa de' guerrieri si spianava la via ad onorare città e famiglie. »Alors qu'il nomme quelqu'un, il dit d'ou il est et quel il est et commant venu en ce lieu, ce qui interromt infiniment le discours; c'est pourquoy si ce n'est pour un ou deux dans tout un livre, les poetes ont accoutumé d'en dire fort peu en leur propre personne, mais la font dire par d'autres, ou aux revues generalles ou en quelque autre occasion.

