Amedeide: Poema eroico

CANTO XV.

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ARGOMENTO.

_Ovunque il suo valore lo trasporta Segue AMEDEO la fuggitiva gente, E in campo e in mar strage infinita apporta. A lui che nuota in sul destrier, repente Megera turba il mar, ma lo conforta, E 'l tragge al lido, dal celeste oriente Sceso MAURIZIO il Santo, della chiara Sua stirpe ei poi l'eccelse glorie impara._

I

Giungono alfin del mar sonante in riva, E pur fuggendo gli inimici sdegni Verso l'armata a nuoto altri sen giva Gittando l'armi con vili atti indegni; Ed allor da le navi ecco appariva Pronto soccorso di più lievi legni Dal Demon mossi, e verso loro ardente Caccia AMEDEO la sbigottita gente.

II

Egli a Tomandro d'Ismael figliuolo Sì percote la fronte a sommo il naso, Ch'ambe due le pupille in fiero duolo Furo condotte in repentino occaso, E quel meschin sul sanguinoso suolo Con la misera vita orbo rimaso Forte gridava, e per gli estremi uffici Chiamava a nome i combattuti amici.

III

Ma diceva AMEDEO: costì rimanti, Che la consorte non porrassi intorno Per la vittoria tua pompa di manti, Nè fregierà di treccie il crine adorno; Poscia spirando ardir da i fier sembianti Col sanguinoso acciar trascorre intorno Quasi procella di rio vento, e d'onda Su per le spiche de la messe bionda.

IV

Quinci a Techel, ch'a minacciar s'accinge, La spada volge in ver la bocca; ei stride, Ma la spada adirata gli rispinge Le strida ne la gola, indi l'ancide. Ad Alcanzo la manca, ond'egli stringe L'arco, ch'armava di quadrel, recide; Sì che morta ella casca in sul sentiero, Ed in van duolsi lo storpiato arciero.

V

Poscia in mezzo a la plebe il brando gira, Ed aspre piaghe rinovella e scempi, E dove i meno sbigottiti ei mira Dà con la spada di fortezza essempi; Come procella, quando il ciel s'adira, Le biade abbatte in sul terren de gli empi, Che del gran Dio le leggi hanno in dispregio, Tal rassembrava il cavaliero egregio.

VI

Incontra Ariovisto ei move in guerra; E quei si ferma in minaccioso aspetto, E d'un morto guerrier la picca afferra, E l'aspra punta gli presenta al petto; Da sì feroce ardir, che nel cor serra, Fu tosto il duce a giudicar costretto Ch'era ben prode, onde colpir nol lassa, Ma spezzando la picca il cor gli passa.

VII

Ei crolla; ed Azamor la man gli porge A sostentarlo, e pur trabocca al piano; Ond'ei si volge ad AMEDEO, che scorge Sì minacciar con la terribil mano: Cotanto nel tuo cor d'orgoglio sorge, Che 'l voler d'Ottoman speri far vano; Non sai, come ogni Turco il sangue spanda Pronto a la morte, ove il signor comanda?

VIII

A l'ignoto parlar non dà risposta Il gran Campion; ma nel pugnar non stanco L'acerba spada al temerario ha posta, Che schermir non la sa, nel lato manco; Passa il ferro mortal tra costa e costa Vago di sangue, ed Azamor vien bianco, E la luce del sol perdono gli occhi, Ed in terra a cader piega i ginocchi.

IX

Sul caldo umor, che la ferita piove, Tutto si bagna, e nel morir si scuote: Tal veggiam traboccar quercia di Giove, Che con bipenne il villanel percote; Ei del carro talor con travi nove Vuol ristorar le fracassate rote, E taglia il piè di pianta aspra, selvaggia, Ed ella ingombra in sul cader la piaggia.

X

Come toro superbo in riva amena, Ove fu duce di mugghianti armenti Sbranato da leon, con larga vena Riversa sul terren caldi torrenti, Tal colui sanguinoso in su l'arena Macchia presso al morir l'arme lucenti; A lui volge AMEDEO ben ratto il dorso, E contra i rei nemici affretta il corso.

XI

Impiaga Soliman d'ampia ferita; Dal ferro ebbe bambin scampo felice, Chè per medica man venne a la vita, Sì male il partoria la genitrice; Ma quì sul colmo de l'età fiorita A lui scampo simil sperar non lice, Che trafitto le coste ei casca a terra; Contra gli altri AMEDEO si move in guerra.

XII

Indi lunge fuggia Rossan non molto, Che fra' Cilici, ove facea soggiorno, Sempre di duo begli occhi, e d'un bel volto, Servo d'Amore, ebbe la fiamma intorno. E quì tra l'armi in bianca seta involto D'oro fiammeggia, e di begli ostri adorno, E pur pomposo d'apparir s'ingegna, Sì come a' suoi seguaci Amore insegna.

XIII

Mentre questi a fuggir veloce attende, Ver lui col ferro il gran Guerrier si volve, E 'l piè quando per l'aria egli il sospende, Fagli cader su la minuta polve; Ei sì storpiato in sul terren si stende Sangue versando, e giù del cor dissolve Lunghi sospiri, e tre fiate chiama Ariaden, cui di gran tempo egli ama.

XIV

E quel fedel, che da vicino il sente, Dietro la voce, che 'l chiamò sen viene, E dove il rimirò languir dolente Porgea la man per medicar sue pene; Ma quei: s'ho nel mio mal saggia la mente, Nulla di viver più m'avanza spene, Sì ne la piaga, e nel martir sofferto Scorgo segnal, che di morir fa certo.

XV

Tu, se riponi entro i Cilici il piede, Trova la bella donna, al cui bel foco Con sì fatta possanza Amor mi diede, Ch'ardere tormentando ebbi per gioco; Dille, ch'io mi morii, ma che mia fede Meco se ne verrà per ciascun loco, Nè prenda a lagrimar sovra il mio stato, Sol, ch'ella in cor mi serbi, io son beato.

XVI

Sì rivolto a colei, ch'era suo sole, Cresce il martir de la giornata avversa; E l'altro al caro suon de le parole Rivi di pianto per lo sen rinversa; In tanto par, che di terror sen vole Anzi al fier braccio d'AMEDEO dispersa Ogni barbara insegna; ed ei calcando Va tronchi e morti, e non dà posa al brando.

XVII

Quivi tra' fuggitivi errava altiero Con forti gridi, e con non fievol mano Atanagildo in armi aspro guerriero, E che del grande Araspe era germano; Costui sedea sul tergo a gran destriero Sauro di manto, il manco piè balzano, Ferrigno d'unghia, e come stral veloce, E fea sentirsi con terribil voce:

XVIII

Poi che virtute in voi così vien manco, Indarno anco a fuggir siete sì presti; Per Dio non sarà cor, non sarà fianco, Ch'a piè nol mi trafigga, e nol calpesti; Mirate me, se di timor son bianco? Or non fia di voi tutti un, che s'arresti? Sì dicea fra le turbe al mar vicine, Ed incontra AMEDEO si scaglia al fine.

XIX

Lunga zagaglia, che dorata splende, Scuote per l'aria, e violento sprona; Con lo scudo AMEDEO se ne difende, Ch'a le fiere percosse alto risuona, Poscia l'appressa, e su la tempia il fende, Nè, benchè a morte crolli, ei l'abbandona, Ma gli trafora il fianco, e l'alta spada Non cessa insanguinar fin che non cada.

XX

Poi che disteso il vede, e su l'arena Vede, ch'ognun nel mar cerca soccorso, Suoi spirti il vincitor punto non frena, Ma del voto destrier salta sul dorso, E spingesi fra lor; vasta balena, Che per lungo digiun s'avvolge in corso Ne l'immenso Ocean, fa minor scempi, Che d'AMEDEO la forza infra quegli empi.

XXI

Indomito la man, feroce il brando, Fra lampi d'ira fulminoso il ciglio Trascorre intorno su l'arcion notando L'armi, e le membra a riguardar vermiglio, Fracassa i remi, e ne le prore urtando Non lascia alma fuggir senza periglio; E già per entro il mar vedeansi absorti E ferri e spoglie, ed impiagati e morti.

XXII

Qual, se chiudendo in sen ghiaccio rifeo Cui condensa ad ognor l'aspro Boote Con esso Arturo ad infestar l'Egeo Borea le piume formidabil scote; O quale ad atterrar novo Tifeo Fulmine piomba da l'eteree rote, Tal, d'orribili rai sparso l'aspetto, Ei colma a' Turchi di spavento il petto.

XXIII

Allor, posti in oblio gli usati orgogli, Sospirano infelici i lor più cari, E fuor che d'alti pianti, e di cordogli Non han contra la morte altri ripari; A quei flebili accenti arene e scogli S'accordan scossi da sanguigni acciari, E percossi da lunge, in voci meste, Rispondono ululando antri e foreste.

XXIV

Ivi è Megera, e rimirando stride, Ed alto grida il mostro a' suoi converso: S'AMEDEO non si fuga, o non s'ancide, Certo è l'imperio d'Ottoman disperso, O forti, o dell'inferno anime fide, Deh per vostro valor piombi sommerso, E sul cielo, e sul mare or che 'l vedete Col destrier navigar, turbo movete.

XXV

Allor per l'aria, e dell'Egeo sul regno L'alme scacciate al sommo Dio rubelle Tal, che de l'uso uman passano il segno, Sollevano d'intorno aspre procelle; Già mugghia il mar, già d'implacabil sdegno La negra onda spumante alza a le stelle, Già s'addensano i nembi, e già dal volto De l'aureo sole ogni splendor s'è tolto.

XXVI

Rompe dal chiuso de le nubi oscure Alto spavento, un minaccioso ardore; E di tuoni un rimbombo, alte paure, Accresce i mugghi del marin furore; Fra quei flutti AMEDEO, poco sicure Già sentendo le forze al corridore, Tralascia il freno, e da la sella vota Scagliasi in grembo al fier Nettuno, e nota.

XXVII

I salsi umori, onde la fronte è molle, Scuote, e le piume, onde ha la chioma aspersa Crollando il capo, e quanto può l'estolle, E soffia incontra la procella avversa; Così nel mar, che freme irato e bolle, A le rive la vista ei tien conversa, E con le man robuste, e con le piante Facea contrasto a l'Ocean spumante.

XXVIII

Pur nel risco mortal volse la mente A l'alta aita del celeste regno, E MAURIZIO appellò, come possente A ricovrarlo dal periglio indegno; O gran MAURIZIO, le mie membra spente Dunque fian schermo del marin disdegno? Nè tra piaghe d'onor, qual cavaliero, Ma mi morrò, come vulgar nocchiero?

XXIX

Vaglia teco mia fè, vagliano i voti, Ch'a tua somma bontate i miei sacraro. Così pregava il gran Campion, nè voti Preda de la tempesta i preghi andaro; Chiaro di pregi eterni in Ciel ben noti, Ove più di be' rai l'Olimpo è chiaro, Stava MAURIZIO, e d'ogni intorno avea Chiara non men la legion Tebea.

XXX

Per quegli eterni alberghi alma infinita Pace godeva, e ne beava il core, Premio di quel, che ne la mortal vita Fra l'empie man seppe soffrir dolore. Ma ratto a quel pregar per via spedita Trasvola inestimabile fulgore, E de l'eterno Re s'inchina al piede, E sovra i suoi desir grazia gli chiede.

XXXI

Poscia dal tranquillissimo sereno De gli almi alberghi a l'Ocean discende, Per tal sembianza ch'augellin via meno Verso i sicuri nidi a volar prende; Qual vola in un momento aureo baleno, Se de l'oscure nubi il grembo fende, Tal ei volò su i tempestosi flutti E ne trasse AMEDEO su i lidi asciutti.

XXXII

E così gli dicea: nobil Campione, Che 'n paesi stranier, tra ferri avversi Portando a' Rodïan belle corone, Hai lor nemici in fuga omai conversi, Se 'n periglio mortal d'aspra tenzone Da la fronte il sudor largo rinversi, Se forte anela il sen, non te ne caglia, Che fia trionfo tuo questa battaglia.

XXXIII

Io messaggio del Ciel, per cui contendi, Oggi quì mi rivelo a tuo conforto; Dammi l'orecchio, e ben disposto attendi A tutto ciò, che favellando apporto: È ver, che del gran sangue, onde discendi, Infra mortali non ti pregi a torto, Di verace valor prencipi altieri, E fra regie virtù scettri primieri.

XXXIV

Ma per lo corso de' passati tempi Essi con più fulgor non fur mai chiari, Che quando con tesoro ersero tempi, O pur con arme difendeano altari; Godi ascoltando, e così fatti essempi Al tuo nobile cor giungano cari, Ed a seguir i gran cursor da presso Con la memoria lor sferza te stesso.

XXXV

Che da' Germani errando il bon BERALDO, BERALDO eccelso, e vostro ceppo antico, Non men che le man pronte, il petto caldo Avesse in armi per l'Imperio amico; Che contra il suo poter non fosse saldo In contrasto di guerra alcun nemico, E ch'al suo giogo i mansueti spirti Corresser di bon grado io non vuò dirti.

XXXVI

Ben ti dirò, che dove armato e forte Del fier Piemonte l'orgogliose schiere In val di Moriana ei trasse a morte, Ed il sangue ondeggiò presso Cerdiere, Non trascorse d'onor le strade torte, Gran trofei sollevando al suo potere, Anzi macchine alzò d'illustri marmi, Ove a Dio si spargesse incensi e carmi.

XXXVII

Nè per la bella via correndo l'orme L'alme de i successor furon men pronte; Che 'l secondo AMEDEO ruppe le torme, E pose in fuga di Gebenna il conte, E poi di sacri alberghi altiere forme Ei del Tamiso fe' mirar sul monte, Ove devoto il peregrino inchina De le stelle, e del ciel l'alta Reina.

XXXVIII

Fu chi d'Ambrun per lo pastor sacrato Già discacciò l'occupator Delfino; E di Sion il rubellante stato Ritornò de la Chiesa al fren divino; Posso nomar chi di bella asta armato Argine fessi al corso Saracino, E da la patria s'affannò ben lunge; Chè l'uom trasvola, ove pietate il punge.

XXXIX

Degg'io parlar de la sacrata Terra Che da piedi infedeli or si calpesta? Nè di lei rimembranza in cor si serra? Nè spirto di Cristian per lei si desta? Freme Occidente, ed a disfarsi in guerra Sorgon gli scettri, e l'uno e l'altro infesta, È di fallace onor ciascuno ingordo, Ed al divin cieco diventa e sordo.

XL

Grande stupor; ma di sì vil sciocchezza Non fur per ogni etate infermi i cori, Ch'Europa un tempo a nobili armi avvezza Sgombrò Gerusalem d'ombre e d'orrori; Alme, che peregrine ebber vaghezza La fronte ornarsi di celesti allori, Onde via più, che per altrui non s'usa, Per loro udrassi incomparabil musa.

XLI

Or fra quei sommi duci, onde l'oltraggio De la patria di Dio non fu sofferto, Quale aquila su l'ali, al gran viaggio Cinto di spada se ne corse UBERTO; Quasi in notturno ciel di stella un raggio De gli anni infra l'orror splenda suo merto, E si dilati, e si sollevi come Sul gran Libano cedro, il suo bel nome.

XLII

Ma segui me con la memoria, e mira Quando in alta discordia il Vaticano Sospirò sì, che men nocchier sospira Sotto avverso aquilon per l'Oceano; Allor di Pietro il sommo seggio in ira Fu visto al quarto Enrico, empio germano, Che versando nel cor dolcezze false, De la legge di Dio poco gli calse.

XLIII

Ei non sen vide mai tanto raccolto, Che molto più non dispergesse argento, Sì che precipitando a freno sciolto De l'or sacerdotale ebbe talento, De la man largo, e de la mente stolto Al manto Imperial non fu contento; Sprezzò le chiavi eterne, e fece offesa A la tanto di Dio diletta Chiesa.

XLIV

Le feroci superbie al Cielo avverse Ben compianse di Roma il gran Pastore, E con mel di parole il crudo asperse, Ma via più sempre s'innasprì quel core; Finalmente a giustizia il varco aperse, Ed infiammato di superno ardore Armò la destra, e fe' volarne i tuoni, Stanco di preghi e d'offerir perdoni.

XLV

Sotto i fulmini sacri umil pensiero Fece Germania, e scolorì sembianti, Ed alzò gridi, e diè consiglio al fiero Di fine imporre a quegli error cotanti; Ei sazio d'empietà prese il sentiero Per adorar col bacio i piedi santi, E lasciata da parte ogni sua possa, Sen venne al buon Gregorio entro a Canossa.

XLVI

Quivi per nova via strano veneno Sorse d'inferno, onde bolleano i petti, Sì ch'allentando a le querele il freno Di novo udiansi germogliar sospetti; Ma del vostro AMEDEO non venne meno L'ardor de l'opre, ed il fervor de i detti, Sì che valse a ritrar dal calle oblico Per drittissima strada il fiero Enrico.

XLVII

Egli dicea, come del Tebro in riva Il vicario di Dio ferma sua sede, E che per ciascuna alma indi deriva Certo tenor di non fallibil fede; Come da sue vestigia altri partiva, Poneva in via di precipizio il piede; E come a tanta maestà piegarsi Era l'arte qua giù d'alto levarsi.

XLVIII

Ben può, dicea, talor nembo d'inferno Tra l'onde sollevar tempesta oscura, Ma la nave di Pietro ha tal governo Che dal rompersi in scoglio ella è sicura; Con queste note de l'orgoglio interno Spogliar l'anima incauta egli procura, E con tanto di forza i preghi porse, Che l'ingannato de l'error s'accorse.

XLIX

Quinci fu di letizia alma, infinita, Poco sperata il Vaticano adorno, Ed aurea pace di qua giù sbandita Ver la greggia di Dio fece ritorno; Quinci furo suoi paschi erba fiorita, Ch'apriva rugiadosa a' colli intorno, E trasvolò per l'aria aura lucente, E sen corse di manna ogni torrente.

L

Sì fatto apparve intra virtù sublimi Il sangue tuo: dietro sì belle scorte Sul calcato sentier vestigia imprimi, Che del ciel giungerai dentro le porte; Servire a Dio sieno i pensier tuoi primi, Poi fatti caro a la superna corte; I Santi inverso voi tengono i guardi Per lo vostro soccorso unqua non tardi.

LI

Io son MAURIZIO; infra le torme ancise Tu me pregasti, io tue preghiere intesi; Ricorsi al Rege eterno, ed ei commise Che fossero tuoi giorni oggi difesi. Sì disse al gran Campione, indi sorrise Tra' chiari rai di caritate accesi, Quasi de le sue glorie ei lieto fosse; Poscia novellamente a parlar mosse:

LII

Su questa umida arena in van s'arresta Tua spada omai; tutta la turba è spenta; Mira, che su la riva atra e funesta, S'altri non cade morto, almen paventa; Ma per andar dove Ottoman tempesta, Tue membra lasse il piede egro sostenta Debilemente; or fin ch'a te non torno, Quì non t'incresca far breve soggiorno.

FINE DEL CANTO XV.

ANNOTAZIONI

AL CANTO XV.

«Nel XV Amedeo perseguitando i Turchi che s'imbarcavano, è per annegarsi in mare; Santo Maurizio il libera dal pericolo.» Quest'è l'argomento postovi dall'Autore.

Nella st. 15 l'ediz. prima legge:

Tu se riponi entro Cilici il piede;

Ma l'ediz. 2.ª ci da una miglior lezione, o almeno più chiara:

Tu, se riponi entro i Cilici il piede.

Vuol dire _nella Cilicia_.

Maravigliose prove ci narra il Poeta, st. 1--20, del valore di Amedeo, il quale urta l'oste nemica, e la sospinge verso il mare a cercarvi riparo nelle navi: ma il cav. d'Urfè non sa darsi pace di tante prodezze: »Quand il dit qu'Amedee luy seul poursuit et chasse tant de milliers d'hommes, ne samble til point qu'il se moque du lecteur?»

Amedeo vedendo fuggire que' vili »del vôto destrier salta sul dorso» spingesi fra loro nel mare, e fa scempio de' nemici. E questo ancora spiace al nostro Censore. »Et quand il le fait entrer a cheval dans la mer et poursuivre les barques, ne le represante il pas sans jugement?»

L'inferno, a procacciare scampo a' Maomettani, desta in mare una orribile procella; ed Amedeo, abbandonato il cavallo, e postosi a nuoto, invoca nel pericolo estremo il favore di S. Maurizio (st. 28). Ed il Critico molto severamente ne rimbrotta il Poeta: «Et quand il le fait plaindre et lamanter de peur de se noyer, ne le fait il pas faible et perdu de courage? mais quelle action de courage et de prudence lui attribuet il?» Il critico era scrittore di romanzi; e in questo genere di libri non vi ha virtù naturale nè eroica; ma tutto è tolto dalla immaginazione e spinto agli estremi. Il qual difetto parmi di ravvisare in questo tratto della sua censura; perciocchè sarebbe stupidezza, non valore, il non sentir dispiacere di morirsi per naufragio. Il Chiabrera si ricordava dell'Eneide lib. I, non delle virtù romanzesche.

S. Maurizio ascolta la preghiera del Duca; discende a consolarlo; e gli narra le glorie de' principi di Savoja di lui predecessori. Il cav. d'Urfè con più di ragione condanna questa parte del poema; adducendone tre motivi; che i fatti degli antenati non dovevano essere ignoti ad Amedeo; che non v'ha ragione di far palesare da persona venuta dal Cielo le cose scritte nella memoria degli uomini; che non era quello il momento di trattenere Amedeo ad udire il racconto di S. Maurizio.