# Amedeide: Poema eroico

## CANTO XIV.

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ARGOMENTO.

_Reina a Coleo, i suoi guida Anacarsi, In favor d'Ottomano, all'alta impresa: Quì fatta amante osò di vezzi armarsi, E al core d'AMEDEO far dolce offesa; Ma le lusinghe e i vezzi furon scarsi, E al core d'AMEDEO fece difesa L'alma grazia del Dio che lo seconda; Però la stolta si affondò nell'onda._

I

Mentre più sempre a le terribil prove Vibrando l'armi il gran Guerrier s'accende, Ognor d'anime turche un nembo piove Giù ne l'abisso intra le fiamme orrende. Sì fatto strazio a riguardar commove Tutto l'inferno, e meraviglia il prende; E Tesifone ria chiaro argomenta Mal d'Ottoman per quella turba spenta.

II

Dice il demon: corsi già son duo mesi Che forte a Rodi si guerreggia intorno, E de' Turchi fra noi veggio discesi Più che 'n tutti quei tempi in questo giorno; Or da qual asta i Cristian difesi Son colà su, ch'ad Ottoman fan scorno Sì feramente? ed han la man sì forte Che le falangi sue traggono a morte?

III

Dunque fia ver, come diceva Aletto, Ch'a prò di Rodi il Correttor superno Aggia per la vittoria un duce eletto? E costui fa de' Turchi un tal governo? Vederlo io vuò; quinci riarsa il petto E gonfia di furor lascia l'inferno, E vien de l'aria a contristare il lume, E sopra Rodi al fin ferma le piume.

IV

Vede colà, nè senza sdegno il vede, Del sangue turco rosseggiare il piano, E che tremando rivolgeva il piede Da l'invitto AMEDEO ciascun lontano; Ella n'arrabbia, ed a tentar si diede Come quel scempio ella non vegga in vano; Ed ecco da vicin visto le venne Piegarsi in porto più velate antenne.

V

Eran dodici prore, altieri legni, Tutte di smalti variate e d'ori, In cui vegghiando più famosi ingegni Impressero d'avorio almi lavori; Quivi di Colco abbandonati i regni Son mille scelti infra guerrier migliori Che a fatica di Marte usino armarsi, E la Reina lor detta Anacarsi.

VI

Costei già di Caffà tra le foreste Si spose a morte; ivi salvò la vita Perchè da l'unghie de le belve infeste, Mirabil cosa a dir, fu reverita; Questa salute sua grazia celeste Si reputò, come ella fu sentita; E parto tanto singolar nutrire In cor di nobile uom sorse desire.

VII

Quinci cresceasi, e con paterna cura Ne la città; ma non rivolse a pena Dieci anni il Sol, ch'ella a ciascun si fura, E tra solinghi boschi il viver mena, Tutta gioconda ivi le membra indura Sotto freddo rigor d'aria serena, E sempre che da l'alto il mondo accese La gran lampa di Febo in gioco il prese.

VIII

Era suo studio travagliare in corso Per silvestre cammin cerva leggiera E cerviero atterrare, e piagare orso, Terror de' boschi, non fallace arciera; E de l'orride spoglie ornava il dorso, E quasi di trofeo ne giva altiera, Nè men per l'ampie valli era possente A soggiogar notando ogni torrente.

IX

Per tal modo se stessa ella consiglia Passar nascosta la fiorita etate; Ma s'alcun la mirò, che meraviglia In raccontar di lei l'alma beltate! Di quì mossa la Fama un volo piglia E narra l'eccellenze altrui celate, E tanto de la donna i pregi spande, Che varco le s'aperse a venir grande.

X

A' popoli di Colco il fren reggea Autumedon ne le stagioni istesse, E per moglie al figliuol, che solo avea, Donna cotanto celebrata elesse; Dunque fra l'erme balze in che vivea Spedì messaggi e suo desiro espresse. Tosto Anacarsi a quel pregar s'inclina, Colpa stimando il non si far reina:

XI

Pronta mettesi in strada, e quando omai Era al seggio real lunge non molto Udì, come del Sol perdendo i rai Il promesso consorte era sepolto; Non sbigottissi, anzi sforzando i guai Del vecchio Autumedon s'offerse al volto; Ed ei vistala tal fece disegno Di dirla erede, e di lasciarle il regno.

XII

Nè fu pentito; ebbe Anacarsi in mano Quinci lo scettro, e con sì gran valore Il resse poi, che sofferirlo strano Non parve a Colco, anzi gli parve onore. Di sua real virtù presso e lontano Si sparse grido, e n'infiammaro il core D'ardentissimo amor principi e regi; Ma si voltò di castitate a i pregi.

XIII

Sdegnò compagni, e solitario letto Era suo voto; i giusti altrui pensieri Onorar con mercede ebbe diletto, E mostrava al malvagio atti severi; Sovente armava di corazza il petto, Ed ergeva su l'elmo alti cimieri, E tra le squadre de' nemici sparte Vibrò vittoriosa asta di Marte.

XIV

Sì fatta donna a navigar si mosse Per approdar la Rodïana foce Sì perchè brama il fiero cor commosse Di farsi nota ad Ottoman feroce, Sì che le piaggie sue spesso percosse La gente altiera da la bianca Croce, La qual veggendo a le vendette esposta, Di profondarla in duol s'era disposta.

XV

Però da' suoi guerrier tolta ogni posa, Scender li fea su l'arenosa riva. Ed ecco che fremente, impetuosa La perversa Tesifone appariva; Da la forma de' manti, onde è pomposa, E da le note, che formarla udiva, Che vien nemica a' Cristian comprende, Onde umane sembianze il mostro prende.

XVI

E così le dicea: Regia donzella, Che d'ogni sommo Re vinci la gloria, Se quì tu vieni a sanguinar quadrella, Oh quale al mondo lascerai memoria! Già su la gente di Macon rubella Ottien quasi Ottoman piena vittoria, Mostrando suo valor sotto le mura, Ma lungo il mare i Turchi hanno sventura.

XVII

Quivi un solo guerrier può tanto avanti, Che nostri stuoli ha dissipati e sparsi; Se tu domi costui, sovra i tuoi vanti Non ha certo Ottoman di che vantarsi. Rasserena i magnanimi sembianti Di novello splendor l'alta Anacarsi, E fa le ciglia di più rai gioconde Quasi a lieta novella, indi risponde:

XVIII

Perchè l'amore, ed il valor sia chiaro, De' quali armata a ritrovar vi vegno, Da tua bocca sentir non ho discaro De la gente diletta il rischio indegno. Quì pose fine al dir, poi ch'Aldemaro A lei venisse con la man fe' segno; Uom già canuto, tra' guerrieri uffici Esperto, e primo infra i reali amici.

XIX

A lui dicea: fa ch'a marciar si metta La gente d'armi, ed a me venga appresso; Io me ne vo colà dove m'affretta Questo buon messaggier del campo oppresso. Ciò detto s'arma di faretra eletta Fra cento d'oro; ed era l'oro impresso Di scintillanti stelle in ciel notturno; Carca poscia la man de l'arco eburno.

XX

Cingesi spada, ed ivi appar scolpito Cinghial, che i curvi denti empie di spume; Ma su l'elmo d'acciar, d'oro guernito, Scotesi verso il ciel bosco di piume; Ella in gonna succinta, al piè spedito Noia non fa; Termodonteo costume, Gonna, ove abbaglia altrui porpora coa, E gemme nate di rugiada Eoa.

XXI

Tal sen va ratta ove il demon la scorge; Tigre parea, che belle macchie adorna, A' Libici pastor temenza porge S'a far strage d'armento unque ritorna. Ma non però sì vaga in ciel risorge L'alba tra varii fior quando s'aggiorna, Ch'a pregi di costei non ceda molto, Tanta bellezza le fiorisce in volto.

XXII

Dicea la Furia a lusingarle il core: Certamente del cielo alto messaggio Quì de i perigli misurando l'ore Ha prescritti gli spazj al tuo viaggio; Chè 'n mezzo l'armi a dimostrar valore Non ha il popolo nostro oggi coraggio, E ne la mente sua viltà ricopre Del tempo andato le lodevoli opre.

XXIII

Pur col primo apparir di tua sembianza L'afflitto cor gli si farà giocondo; E qual nemico orgoglio? e qual possanza Incontro a te non rimarrassi al fondo? O de' fedeli tuoi salda speranza, Di chi nascesti, onde venisti al mondo? Ma ne richieggio in van, chiaro si vede Ch'alcun nume celeste a noi ti diede.

XXIV

Favellando così, poco lontano Fecesi al campo, ove confuse insieme Fuga prendeano, e da la nobil mano Poco le turbe di salvarsi han speme; Nube di polve sollevar dal piano, E percotere il ciel querele estreme Vede Anacarsi, e ne l'ignobil guerra Aste, ed insegne ricoprir la terra.

XXV

Quinci parte nel cor s'infiamma d'ira, Parte al popolo vil porge ardimento, E lo conforta e lo minaccia; e mira Alfin, ch'ogni opra va dispersa al vento. Però ne' gran tumulti il ciglio gira Se trova il Duce, onde quel campo è spento, E mentre in varia parte affanna il guardo, Pon su la cocca immedicabil dardo.

XXVI

Era a veder, quale è cercando il lito Libico arcier d'aspro leone in caccia, Che se l'orrida belva alza ruggito Tra' cari armenti, il pastorel n'agghiaccia, Ed ei feroce, e ne i perigli ardito D'insolito vigor sparge la faccia, E sfavilla per gli occhi e corre al varco, E disposto al ferir contorce l'arco.

XXVII

Sì la vergine orrenda in varia strada Cercando il duce le vestigia volve Fin che vien, dove il campo apre e dirada Il fortissimo Eroe tra sangue e polve: Ella mira il vibrar de l'aurea spada, Come de l'altrui vita i nodi solve, Come sparge terror; quinci ripiena Di stupor non usato i colpi affrena.

XXVIII

E poscia in riguardar quale alto ascende Fulgor da l'elmo, e da lo scudo, e quale Vivace lampo di bellezza splende Di lui nel volto a gli immortali eguale, Isconosciuto affetto il cor le prende E di nova pietà forza l'assale, Nè par, che senza universal disdegno Spegnersi possa un cavalier sì degno.

XXIX

Così dentro commossa empie la mente Dianzi feroce d'un pensier novello, Quasi altra da se stessa; indi repente Disarma l'arco del mortal quadrello, E placando le ciglia, il raggio ardente De lo sguardo guerrier torna più bello; E tale al grande Eroe fassi vicina, E con regia alterezza a lui s'inchina.

XXX

Rivolto de la donna al gran sembiante Mansueto AMEDEO prende a mirarla, E sprezza il campo che fuggia tremante, Togliendo il corso al piè, per ascoltarla; Ma la bella Anacarsi in quello istante Sciogliendo voce Italica gli parla, Che da Ligura gente infra 'l paese Già di Caffà quello idioma apprese.

XXXI

Dice: signor, ben crederò, che sorga Gran meraviglia nel tuo nobil petto Quando improvviso avvien, ch'oggi tu scorga Donna infra le battaglie al tuo cospetto, Ed avverrà, che via maggior ne porga Il mio pensier, come da me fia detto; Ma fra grandi è ragion, che 'l mondo veggia Cose trattarsi, onde stupir sen deggia.

XXXII

Or di me narrerò: come sia nata, E di che sangue è la notizia oscura, Tuttavia splendo a sommo seggio alzata Figliuola di virtute e di ventura; Mio regno è Colco, e di mia destra armata Con altrui pianto la memoria dura Là per la Scizia, e non cadrà per certo Fin che di guerra non s'invidii al merlo.

XXXIII

Di colà mossi, ed a venir fui presta Ad Ottoman, per travagliar con l'armi L'altiera gente al suo gran scettro infesta, E sì forte signor quinci obbligarmi; Ma tal prodezza in te si manifesta, Che 'l pregio d'Ottomano un sogno parmi, E senza il suo poter la mia possanza Sollevar fino al ciel prendo speranza.

XXXIV

Che s'a' miei regni legge dar non schivi, Ed a me stessa, ove non fia, che 'n terra De' nostri nomi lo splendore arrivi? E di nostre armi lo spavento in guerra? Ove il sol cade, ed ove sorge, quivi Indarno ogni nemico il varco serra, Ch'abbatterassi; e fra' lamenti sparsi Rimireransi nostre insegne alzarsi.

XXXV

Nè come cosa vil per te si spregi Ciò, che da me supponsi al tuo volere; Credi, che me ne fer ben mille Regi Arsi da desiderio alte preghiere, Ed io le rifiutai; titoli egregi, E di vero valor corone altiere Ho fin quì ricercato; or che le trovo, Con alma accesa inverso lor mi movo.

XXXVI

Così diss'ella: e folgoreggia viva Fiamma da gli occhi suoi mentre li gira Verso il campione; ed il campion, ch'udiva Sì fatta offerta, in se medesmo ammira, E ben fermato di non trarre a riva Quella opera d'amor, ch'ella desira, Pensando va, come cortese neghi A la donna il piacer di che fa preghi.

XXXVII

Onde così parlò: felice appieno Il grembo di colei, ch'a noi ti diede, Qualunque è stata; e non felice meno La patria terra, ove fermasti il piede; Quale veggio splendor? quale sereno Che del bel di là su ne può far fede? E quale oggi beltà splende fra noi Non vista pria, nè da vedersi poi?

XXXVIII

E s'a ciascuno il tuo valor sovrasta, E durar teco in arme altri non vale Cingendo il brando; o s'abbassando l'asta Su spumante destrier non trovi eguale, Meraviglia non è; chè non contrasta, Ad immortal virtù forza mortale; Ed a vergine tal darsi vittoria È per l'uom vinto incomparabil gloria.

XXXIX

Di quì certo a ragion sommi guerrieri, Ed hanno incliti Re l'animo acceso; E come no? donna, tuoi pregi altieri Vincono d'ogni donna il pregio inteso; Ma non convien, che tanto bene io speri Da sì forte cagion viemmi conteso; E dolermen dovrei, ma che? non lice Farsi per ogni via quà giù felice.

XL

Io meco ho sposa, e me la diede Amore, E di più figli la mia reggia è lieta; Che si pareggi al tuo non ha valore, Ma non per tanto i miei desiri acqueta; Altra sposarne, o dare ad altra il core, Il Dio grande, ch'adoro il mi divieta; Ed ei de' falli altrui piglia vendetta, Però mi scusa, e mie ragioni accetta.

XLI

La vergine real, come orgogliosa, E da ciascuno ad ammirarsi avvezza, Quando meno il pensò, quasi vil cosa, Sentendo disprezzar la sua bellezza, Vassene fuor di se; pensa sdegnosa Vendicarsi di lui, che la disprezza, Pensa preghiera rinnovare ardente, Ma d'ogni suo pensiero indi si pente.

XLII

Così confusa nè può far parola, Nè sa tacere, onde s'arrabbia e strugge; Alfine a gli occhi d'AMEDEO s'invola, E di lui vergognando ella sen fugge; Cerca piaggie romite, e quando è sola Versa dolor, come leon che rugge, E dal colmo veggendosi caduta De l'alte glorie sue, vita rifiuta.

XLIII

Dunque, dicea, fra' Rodïan fian conte Tante mie colpe? ed avverrà ch'uom dica Le mie preghiere? e le ripulse e l'onte? E mi predicheran come impudica? Colui non pur solleverà la fronte Per l'atterrata gente a lui nemica, Ch'a se medesmo crescerà gli onori Per miei derisi, e vilipesi amori?

XLIV

Pera quel giorno, ch'a venir quì presi; E se pure a tal fin la reggia altiera Trasportarmi dovea, quando v'ascesi Per altrui don, pera quel giorno, pera; Così porto terror? questi paesi Domo così? così pugno guerriera? Oh bel trofeo, che vana, e che lasciva Oggi m'innalzo in su la patria riva!

XLV

Deh che pregai? deh che rivolsi in mente? Che mi cosparse di veneno il petto? Forse fu lui, che da la volgar gente Fra tante meraviglie Amor vien detto? S'è così fatto Amor veracemente, Ei fu di tigre, e di leon concetto, E da perversi mostri ebbe governo, E bevè per suo latte onda d'inferno.

XLVI

Or che farò? se 'n Colco unqua ritorno, Da quei Regi il mio biasmo ecco cantarsi; Se nel Regno di Rodi io fo soggiorno, Pur oggi i falli miei vi fian cosparsi, Ed udralli Ottoman; cotanto scorno Non è da sofferir per Anacarsi; E se contra il desir stata è mal forte, Emenda farne le convien con morte.

XLVII

Ma perchè m'abbandono? a che non stringo La spada, e volgo il piè su quelle arene? Chè non trovo quell'empio? chè non tingo, Chè non lavo la man ne le sue vene? Misera me, che i miei furor lusingo; Giacciasi estinto, or quale onor men viene? Ella si vendicò, diran le genti, De' suoi non accettati abbracciamenti.

XLVIII

No, no; tutt'altro è in van; solo il morire A tanto affanno, a tanto obbrobrio avanza, Sì freme, e fra l'asprissimo martire Omai di forsennata avea sembianza, Indi con forte piè prende a salire Rupe deserta, che di belve è stanza, Le cui sublimi e solitarie sponde Del mar spumante percotevan l'onde.

XLIX

Quì sta pensosa; e così grida al fine: Deh perchè di Caffà le selve ombrose Già mi salvaro e quelle balze alpine? Ed in quel folto orror le fere ascose Chè non fero di me strane rapine, Allor che la mia vita ivi s'espose? E de le membra con orribil strazio Loro digiun non rimiraron sazio?

L

Ma non è tempo omai da più gir presso A sì fatti pensier; le mie giornate A fin son giunte, o morte, io mi t'appresso, Raccogli tu le membra egre, affannate, E se nume è là giù, cui sia commesso D'un'anima dolente aver pietate, Voglia d'un prego sol farmi contenta, Ed è celarmi altrui poi che io sia spenta.

LI

O luce, o sol, che per le vie supreme Corri tra' rai, d'ogni occhio almo desio; O scettri, onde gioir tanta ebbi speme, O reggia, o Colco, ecco io vi dico addio; Queste, ch'io fo son le parole estreme, Ch'omai fia ne gli abissi il parlar mio. Sì disse, e traboccossi; il mare aperse Con un grave rimbombo, e si sommerse.

LII

Erano intanto a guerreggiar feroci Fatti al grande AMEDEO poco lontano Gli esserciti di Colco, e più veloci Sempre Aldemaro gli scorgea sul piano, E Tesifone ria con nobil voci Pur si manifestava in volto umano, E lor fierezza a mantener più viva Su la morta Reina ella mentiva.

LIII

Così dicea: deh rinforzate i passi, Guerrier di Colco, in duro tempo apparsi Rodi a domar, chè sbigottiti e lassi I Turchi per lo campo omai son sparsi: È ver ch'a fronte, e coraggiosa stassi Contra il fiero AMEDEO l'alta Anacarsi, È certo ver, ma non è buon consiglio Lasciar sua vita in sì mortal periglio.

LIV

Così dicendo stimolava i petti; E non men per la via forte Aldemaro Al parlar del demon giunge suoi detti: Popol di Colco in guerreggiar ben chiaro, Sarà mestier, che voce d'uom v'affretti In questo tempo a maneggiar l'acciaro? In questo tempo, ove crudel battaglia De l'inclita Reina il cor travaglia?

LV

A queste note i cavalieri armati Movean per la campagna i piè leggieri, Qual per i colli, o per gli aperti prati Su rapide orme se ne van levreri, Quando con strida, o dando il corno a i fiati, Gli spinge per salvatici sentieri L'ingordo cacciator, ch'avvampa d'ira Per lieve cerva che fuggir si mira,

LVI

Tal vien quel stuol, ma da lo stuol converso De' Turchi in fuga egli è per via percosso Sì fieramente, che da pria disperso E fu seco a fuggir poscia commosso; Acqua di fiume rassembrò, che verso Il mar sen va tutto agitato e grosso, Da cui sospinta indietro, al fin spumosa Ristagna in grembo di campagna erbosa.

LVII

Ma d'AMEDEO via più sfavilla il core, E più divampa di disdegno in faccia, E circondato da divin fulgore Più con orride voci altrui minaccia; Sembra leon, che per selvaggio orrore, Secco le fauci, va ruggendo in caccia, O tuono, ch'arde inaccessibile alpe, O mar, ch'atroce inonda Abila e Calpe.

LVIII

Infocata Tesifone discerne Omai di Rodi la vittoria, e dice: Ecco l'umane, ecco le forze inferne Uscite indarno; or che tentar più lice? Ma se con l'armi onnipotenti, eterne AMEDEO sorge a trionfar felice, Perchè mirarlo? è meglio andar fra' rei Là giù dove io pur anco alzo trofei.

LIX

Ciò detto ella ritorna ai campi ardenti De la profonda region funesta; Ivi più cruda ognor l'alme dolenti Un punto sol di tormentar non resta; Ma tuttavia fra le nemiche genti Essercita AMEDEO la spada infesta, Ed elle in fondo di mortale affanno Null'altro omai, salvo fuggir non sanno.

FINE DEL CANTO XIV.

ANNOTAZIONI

AL CANTO XIV.

L'argomento postovi dal Chiabrera dice così: «Nel XIV viene a soccorso d'Ottomano Anacarsi reina di Colco; ed essa rifiutata in amore da AMEDEO, si annega.»

Nulla si ha nel MS. del cavaliere d'Urfè, che si possa riferire a questo canto XIV.

