# Amedeide: Poema eroico

## CANTO XIII.

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ARGOMENTO.

_Ancide l'invincibile AMEDEO Turacan, e le schiere a lui soggette; Da Belïàl consolasi Asmodeo, E van cercando alle a fuggir costrette Turbe uno scampo; denso turbo e reo Di polve contro alle Cristiane elette Genti spingean; ma Dio dall'alto mira, Ed il turbo infernal già più non spira._

I

Nel fier tumulto Turacan s'accorse Al gran cimier, che d'ogni intorno alluma Ove AMEDEO travaglia in armi; e sorse Tale ira in lui, che da le labbra ei spuma; E troppo osando colà giù sen corse Con quel desio, ch'altrui le piante impiuma, E fra gran gemme egli apparia nel campo Quale in nubilo ciel fulgido lampo.

II

La pompa e l'ira onde a pugnar si mosse Ratto al grande AMEDEO fisse in pensiero, Che pur de i Turchi il gran tiranno ei fosse: E contra andogli oltra ogni creder fiero. Turacano da lunge aspro 'l percosse, Che molto al corso rimanea sentiero Quando fece volar terribil ferro, Onde in punta s'armava asta di cerro.

III

L'asta sen vola a voto; ei s'appresenta, Nè sol l'aspetto d'AMEDEO sostiene, Anzi assalto gli dà, ma indarno il tenta, Sì forte con la spada egli il previene; Piagalo ne la gola, e non s'allenta, Che dentro il petto gli secò le vene, Ond'egli traboccò gonfio di rabbia, E diè di morso a la nemica sabbia.

IV

Infra i seguaci a vendicar lui pronti, Corsevi squadra di valore altiera, Usa già fra le selve, usa fra i monti Orribil farsi ad ogni orribil fera; In vece d'elmo ad inasprir le fronti Portano teschio di crudel pantera, E de la varia spoglia intorno cinti Fra gli altri risplendean quasi dipinti.

V

Giù dal profondo cor ciascun sospira, Batte la fronte lagrimoso e geme, Ma pur dove cader pallido il mira Infuriato Mustafà ne freme: Veggia mendici, a lor medesmi in ira, I figli, e serva di lussurie estreme La moglie, ei grida, da digiun costretta Chi del caro signor non fa vendetta.

VI

Cotal dicendo alza la spada, e crudo AMEDEO strigne; ei che 'l furor discerne Al ferir, che ne vien porge lo scudo, Così l'offesa, e la minaccia scherne; Ma dove quel selvaggio il corpo ha nudo Caccia l'acciaro entro le parti interne, E prima il ventre, e poi le reni impiaga; Quei cade, e 'l campo di suo sangue allaga.

VII

Ma la spada AMEDEO fatta vermiglia Ver gli altri volse, ed a Rustan percote L'orrida testa, intra l'irsute ciglia Cala il tepido ferro oltra le gote; Lungo singhiozzo e sanguinoso il piglia; Vassene a terra; ivi le gambe ei scote, E fatto in sul morir tutto di gelo Con gli occhi cerca, e non ritrova il cielo.

VIII

Allor per gran dolor quasi rabbioso: Celebino empio, ah rio Macon, dicea; Non Dio, ma se pur Dio, Dio neghittoso, Saziati appien di nostra angoscia rea; Il ferro intanto di ferir bramoso Verso la fronte al gran guerrier scendea Folgoreggiando; ma su l'elmo al fine Non resse in penetrar tempre divine.

IX

In mille scheggie se ne va qual vetro. Spigne allora AMEDEO l'armata mano; E quei dal cor, come ei la trasse indietro, Rivi di sangue disgorgò lontano; Freddo a toccarsi, a rimirarsi tetro Caddeo repente, e fe' sonare il piano Qual alto pin, ch'al fulminar trabocchi, E morte oscura gli volò ne gli occhi.

X

In sì forte tumulto oltre si spigne Sinan da Tarfe già canuto in guerra, Cresciuto in su le ripe, onde si strigne Ermo, che ricco d'or sì nobile erra; AMEDEO con lo scudo il risospigne Feroce urtando, e quei trabocca in terra; Ivi AMEDEO l'impiaga, ove è diviso L'un ciglio e l'altro, e quei rimansi anciso.

XI

Giunge Chendemo; ei già felice albergo Faceva in Tarso ove pescar solea, Poscia bramoso d'or vestendo usbergo In se provò, s'avara voglia è rea; Ratto per l'alta man trafitto il tergo Ei ferma il piè, che sì leggier correa; Ma nol fermava il vincitor, che forte Caraman fere, e lo conduce a morte.

XII

Allunga il braccio, e la temuta spada Interna fier ne la sinistra tempia, E spezza l'osso, e per sanguina strada Va nel cerebro, e tutto il cranio scempia; Forza è, che l'infelice a terra cada E del nemico i desiderj adempia; Or quì freme Megera, e 'n fier furore Rugge di rabbia e infellonisce il core.

XIII

Sferza ogni petto infuriando, e fiede De' Turchi a dentro il cor, fiamma infernale Sparge e strider che le procelle eccede Gridando in suono a' fieri tuoni eguale: Un sol nemico, ognun di voi sel vede, Una spada soletta oggi v'assale, Nè s'ardisce per voi, salvo fuggire? E d'innalzar più gli occhi avrete ardire?

XIV

Mille minacce allor, mille rivolte Son piaghe incontro al gran guerrier, ma vane Molte ne fa l'elmo divino, molte Lo scudo invitto a le percosse umane, Molte da gli archi e da la mira tolte L'Angel faceva indi volar lontane, Molte non manco che per l'aria scerne Con destri salti il cavalier ne scherne.

XV

Sì da gli strali e da le spade aita Cercano indarno, e 'n trascorrendo il piano Col gran ferro divin toglie di vita Olfan, Zulemo, Beregir, Giorano, Giaffer, Pirgo, Azamor; quinci smarrita Fugge la turba la terribil mano, E fatta al suono de le trombe sorda, Nè di fè, nè d'onor non si ricorda.

XVI

Qual s'orba tigre a le caucasee sponde Le gregge affronta, o là vicino al Gange Empia col morso, empia con l'unghie immonde Mille gole apre e mille fianchi frange; Rimugghiano le selve alte e profonde A l'atro scempio e 'l pastorel ne piange; Sangue intanto funesta ampio la terra, Tal feroce AMEDEO s'inaspra in guerra.

XVII

Sparso intorno di lampi e di fulgori Vibra ne i petti altrui l'arme lucenti, Crudo a mirar, come leon, che fuori Dal chiuso vien de i lacerati armenti; Versa dai torbidi occhi aspri furori, Divampa, freme, alto dibatte i denti, E de la vita il don contende e niega, E tronca le man giunte, onde altri il prega.

XVIII

Quinci di Turacan su quello instante Mal sommersa in terror fugge ogni schiera; E quando ad altro oprar non è bastante, Lor fassi scorta inverso il mar Megera; Mettesi in mente quella turba errante Por su le navi, e sì camparla spera; Ma non per tanto con volubil piede A non molti AMEDEO fuggir concede.

XIX

Aspro in valore ed in furor s'avanza, Nè punto allenta la mortal battaglia, Anzi di tuono ardente a la sembianza Vince l'anima altrui pria che l'assaglia, Tal soggiogando in guerra ogni possanza Fende le lucide armi, i corpi taglia, Infrange l'ossa, e d'atro sangue involto Calca de gli atterrati il petto e 'l volto.

XX

Sì dietro a i vinti egli sen corre a volo Pure a le piaghe, ed a gli strazj intento. Ivi fra tanti insanguinava il suolo Usucassano impallidito e spento; E sovra lui, come sommerso in duolo, Innalzava un demon strano lamento, Lamento tal, quale a demon conviene, E bestemmiando inacerbia sue pene.

XXI

Scorgelo un altro de lo stuolo inferno, E gridava ver lui con guardi irati: Asmodeo sì possente, or che discerno? Ove lasci sepolti i pregi usati? Fassi in guerra di Turchi aspro governo, E tu quì piangi neghittoso e guati? Nè per salute lor svegli l'ingegno? Ora è ciò prova d'infernal disdegno?

XXII

Io, benchè indarno procurar vittoria Oggi mai possa d'Ottomano a l'armi, Vuò tal de l'opre mie lasciar memoria, Che Lucifero almen deggia lodarmi, Gli risponde Asmodeo; s'odi l'istoria Ond'io contristo il cor, non che biasmarmi, Anzi compiangerai, s'oggi quì piango, Di sì caro desir privo rimango.

XXIII

Quì tacque, e dicea poi: di gemme e d'ori Fa ben superba in Caria i suoi soggiorni Carme, ch'accende co' begli occhi i cori, Nè men gli accende co' sembianti adorni; Costei fra le delizie e fra gli amori Trasse de la sua vita i primi giorni, E sormontando a la più salda etate, Sempre fu liberal di sua beltate.

XXIV

Di tutto ciò ch'a medicare il volto Per arte femminile ha maggior vanti Ella ebbe il fior ne le sue man raccolto, Piacevole esca per novelli amanti; Nè di ciò ben contenta, il pensier volto Le vidi ad opre de gli occulti incanti, E quivi io me l'offersi, ed in più modi Fei serva sua bellezza a le mie frodi.

XXV

Ove ella disiommi, al primo detto De gli scongiuri suoi pronto volai, E poi dentro aureo anel quasi costretto Or le diedi risposta, or le parlai; Per modo alfin la soggiogai, che 'l petto Senza incendio d'amor non fu giammai, Ed invogliata di desir perversi Entro un mar di lascivia io la sommersi.

XXVI

Volsersi gli anni, ed al natio paese Un suo figliastro ritornò d'essiglio, Forte in campo d'amor ne le contese, Vivace il guardo, il volto avea vermiglio; Veder d'ambedue lor l'anime accese A me sembrava non vulgar consiglio; Lei mossi, ed a lui contra ella s'accinse, E lusingando finalmente il vinse.

XXVII

Mentre gioconda e consolata appieno Volgea la vita in dilettevol sorte, Grave spavento contristolle il seno Oltraggiando ad ogn'or tanto il consorte; Ma breve fu, ch'ella temprò veneno, E glielo porse, e lo condusse a morte; Femmina al mondo d'ardimenti egregi E degna che fra noi sempre si pregi.

XXVIII

Posta in sua libertà via più s'accende, E salvo che diletti, altro non pensa; Infra giochi, e fra danze il giorno spende, E fra vin generosi a nobil mensa, Ma l'ore che nel ciel Febo non splende Fra delizie più care ella dispensa; Sì fatte leggi io prescriveva a Carme, Quando Ottoman sonò la tromba a l'arme.

XXIX

Sotto l'insegne del signor feroce La fiera gioventù mosse le piante, Nè fra 'l comune ardor manco veloce Volle mostrarsi di costei l'amante; Ella percossa di cordoglio atroce Sparse caldi sospir, cangiò sembiante, Stracciò le chiome d'or con dura mano, Fece preghi e lamenti, e tutto in vano.

XXX

Poichè piegar non valse i rei pensieri Troppo ostinati a la crudel partita, Mi scongiurò, che tra' Rodian guerrieri Prendessi a guardia così nobil vita; Io gliene diedi fè. Duci, nocchieri Godono il vento ch'a partire invita; Giungesi in Rodi, e quì fra tanti ancisi Vivo lo conservai, come promisi.

XXXI

Ma poco dianzi, quasi ria tempesta, AMEDEO forte a nostri danni è sorto, E per entro la strage atra e funesta Il mio fedel, come tu vedi, è morto. Non mi dannar s'io fremo; in questa testa Per me si perde non leggier conforto, Così pronto e veloce ei trascorrea Ad ogni atrocità, quando il movea.

XXXII

E forse lei, che di costui fia priva Incontra me s'infiammerà di sdegno, E de' consigli miei venuta schiva Ad opre oneste volgerà l'ingegno: Ah pera il dì, che su la Rodia riva Ottoman venne a dilatar suo regno, Sì dicea con parole aspre e dogliose A Belial; ma Belial rispose:

XXXIII

E che sento io? che di tua bocca ascolto? Quale è tuo cor, chè sì trascorre ed erra? Devesi altri turbar poco, nè molto Quando un guerreggiator trabocca in guerra? Il tuo fedel, che da la vita è tolto, Pur nostro servo ne riman sotterra Sposto a le fiamme eterne ed a i martiri; Or non son questi alfin nostri desiri?

XXXIV

Carme tosto saprà torsi ai tormenti, E nudrendo nel cor novella arsura Diverrà vaga d'amator viventi Schernendo di costui la sepoltura; In van teco vaneggi, in van paventi, L'impudicizia sua troppo è secura; Se co' stimoli tuoi punto la desti, Farai caderla in più malvagi incesti.

XXXV

Or le memorie lor copri d'obblio; Ed incontro al valor de i campi avversi Aggiungi i tuoi furori al furor mio A pro de' Turchi, che sen van dispersi. Megera di salvarli ebbe disio, E verso l'Oceano hagli conversi; Ma per la fuga lor, come si vede, L'orribile AMEDEO non ferma il piede.

XXXVI

Su, movi, e dispieghiamo ali leggiere Là 've stan d'Ottoman legni infiniti, Ed a raccor le fuggitive schiere Lievi battelli raduniamo a i liti. Così sen vanno; in tanto aste e bandiere, Torme di cavalier spenti e feriti Cadean sul piano, e si vedeano in corso Molti destrier senza rettor sul dorso.

XXXVII

Più nulla tromba con la voce orrenda L'aria dintorno altieramente scuote; E perchè de le turbe il cor s'accenda Gli aspri tamburi nulla man percote. Gridano i duci; ma non è ch'attenda Alcun guerriero a l'animose note; I cor tremanti, impalliditi i volti, E son tutti a la fuga i piè rivolti.

XXXVIII

In questo punto, ch'a la turca gente Di sua salute ogni sentier si toglie, Scorge Megera, e giù nel cor dolente Più sdegno cresce, e più furor raccoglie; Per le spumose labbra un mugghio ardente Dal petto arrabbiatissimo discioglie, E da lo sguardo spaventoso e fosco Schizzano gli occhi immedicabil tosco.

XXXIX

Ponsi le mani in su la testa e forte Straccia le serpi, che rigonfie ed empie Fischiano d'ira; ed in più groppi attorte Armano il crin de l'infocate tempie; Pensa de' Turchi a divietar la morte, Ma non ben de' pensieri alcun s'adempie; Fra tanti rifiutati al fin solo uno Al fierissimo cor sembra opportuno.

XL

Ella sul campo, ove l'eccelse prove Son d'AMEDEO, tutto di nebbia involve, E sveglia vento procelloso e move In contra il gran Campion nembi di polve; Qual se per giogo alpin grandina e piove, E l'aria in neve aspro aquilon risolve, Vinto per via da la brumal tempesta, Chiudendo gli occhi, il peregrin s'arresta.

XLI

In tal modo il guerrier ferma le piante Intenebrato da la sparsa arena, E da le tante piaghe e da le tante Morti la destra, ed il fier brando affrena; Ma la furia infernal cangiò sembiante, E stretta intorno a se l'aria serena, Quasi di corpo uman si ricoperse, E quale è Megapente, altrui s'offerse.

XLII

Costui sul Gange in India ebbe gran pregi, E di bugiarda santità fu chiaro E sen fuggì, perch'annunziando a' regi La lor malvagità, forte l'odiaro; Quinci trattò di Ponto i duci egregi, Ed a la fine in Caria ebbe riparo, Donde movendo le velate antenne Con gli esserciti a Rodi egli sen venne.

XLIII

Quì fatto singolar d'alto sapere, Le glorie sue presso ciascun son note; Costui simiglia il mostro, e tra le schiere Del morto Turacan trova il nipote; Giovin superbo, che le chiome ha nere, E che di negro pelo empie le gote, E ch'orgoglioso, e che soverchio osando Non tende l'arco, e non si cinge il brando.

XLIV

Sol fra le turbe e fra l'orror di Marte Con fulgida bipenne entra in battaglia, Che parte punge orribilmente, parte Con sottil filo orribilmente taglia; Sparso il ferro è di fregi e tale è l'arte Che d'altre arme il lavor non gli s'agguaglia; Era il manico avorio, e 'n varj modi Ben stelleggiato di dorati chiodi.

XLV

A sì fatto guerrier fassi d'appresso L'atra Megera, e gli dicea: Tirinto, In questo giorno da l'infamia oppresso Il nostro pregio rimarrassi estinto. Io mi credea, che 'l Rodïan concesso A noi fosse oggi incatenato e vinto, E con le turbe lor spente e mal vive Saldare il danno de le patrie rive.

XLVI

Ma noi fuggiamo, e femminil spavento N'empie le vene, e tutto il cor n'agghiaccia; Or dove dileguò nostro ardimento? Non abbiam spirto in sen? non abbiam braccia? Mira la forza de l'orribil vento, Ch'al nemico crudel percote in faccia, È soccorso del ciel; stringiam la spada, Ed apriamo a vittoria omai la strada.

XLVII

Così gli disse, e rinfrescogli in petto La rimembranza de l'usato ardire, Onde il prese di guerra alto diletto, E d'acerba vendetta ebbe disire. Già tutto sparso di furor l'aspetto Dentro le ciglia ha le minacce e l'ire, Gonfio di lena il fianco, il piè non tardo, E 'l polso de le man via più gagliardo.

XLVIII

Per cotal guisa indomito, focoso Verso Tersandro a lui vicin favella, Tersandro d'Atalanta amato sposo, Al già fier Turacan sola sorella; Quel, che da gli occhi nostri or s'è nascoso L'indiano Megapente in van s'appella; Egli è messaggio sovrauman, chè tali Non si movono andando i piè mortali.

XLIX

Ed io repente a le sue voci acceso Sentomi franco, ed ho guerriero il core, E l'usato vigor non m'è conteso, Anzi a la destra mia cresce il valore. Gli risponde Tersandro: hai ben compreso; Anch'io di me medesmo or son maggiore, Ho le piante leggiere, il braccio ho saldo, E via più che l'usato il petto è caldo.

L

Proviamci a l'armi, e d'acquistar si tenti L'alta vittoria ad Ottoman dovuta; Non disperiam, che tra l'armate genti De la guerra il tenor spesso si muta. Udendo il cavalier sì fatti accenti, Nessun periglio di morir rifiuta, Vago de l'opre e de gli essempi altieri, Cotanto arde Megera i suoi pensieri.

LI

Ed ella vola, e suoi veneni spande Fra le turbe oggimai senza possanza, Che rivolte a fuggir per varie bande, Solo han posta ne i piè la lor speranza; Ciascun la spada d'AMEDEO sì grande, Ciascun volge in pensier l'alta sembianza De l'orribile Eroe, quando li trova Il mostro inferno, e rinfrancargli prova.

LII

Parla a Cefiso, a Foroneo ragiona, Agita Trasimede, agita Eurota; Gente, che di valor porta corona, E che del duce morto era devota: Deh come è, che virtù sì n'abbandona? Come è, che 'l nostro acciar più non percota? Squadra di premi e d'ogni onor ben degna, De le vostre minacce or vi sovvegna.

LIII

Quando di Caria si sciogliean le sarte, Rodi a le vostre destre era vil guerra, Per le labbra di voi le voci sparte Volean d'Europa soggiogar la terra; Italia, Roma, il popolo di Marte, Ciò, che da' sette colli entro si serra Allor si riponeva in fiamme e 'n pianti, Ed ora in lungo obblio son posti i vanti?

LIV

Perchè non sento quì l'altiere voci, E non rimiro le sembianze istesse? Rimembrate quei dì tanto feroci; Io dimando ora a voi vostre promesse. Per questi gridi divenute atroci Le turbe dianzi da viltate oppresse Stringonsi vivamente a le lor scorte, Da se sgombrando il vil pensier di morte.

LV

Qual fieri lupi entro selvaggia sponda, In cui fer scempio di lanoso armento, Sen vanno addrappellati, ove bella onda Spande con mormorio fonte d'argento; Orribil vista! d'atro sangue gronda L'ingorda bocca, e ne rosseggia il mento, Ardono gli occhi, e l'arator lontano Guarda tremante; egli bestemmia in vano.

LVI

Cotal moveano, e con sembianze orrende Ciascun per gli occhi sfavillava d'ira; Ma dal gran seggio, ove immortai risplende Il sempiterno Creator sel mira, Nè pria col cenno a comandarlo prende, Che il turbo inferno più quà giù non spira, E sul mosso terren posa l'arena, E l'aria per lo ciel fassi serena.

LVII

Ed ecco in alto un fiammeggiar profondo Correa di tuoni orribile infinito; Traggo al rimbombo l'Ocean dal fondo De gli antri spaziosi ampio muggito; Tutto si scuote il ciel, si scuote il mondo, Si scuote infra gli abissi il gran Cocito; Ed orrendo AMEDEO spegne e minaccia Il campo avverso, e ne la fuga il caccia.

FINE DEL CANTO XIII.

ANNOTAZIONI

AL CANTO XIII.

«Nel XIII. si continua di narrare la battaglia.» In queste pochissime parole strinse il Chiabrera l'argomento del Canto.

Il cavaliere d'Urfè nota in primo luogo, che non doveva il Poeta far combattere i due eserciti, quanto si stendono quasi due canti--sans qu'Amedee y soit.--Questo difetto sarà stato nel MS; ma non è nella stampa; dove il verso 3 della st. I ci rappresenta _Amedeo_ che si _travaglia in armi_; e nella st. 5 il veggiamo ferire a morte uno de' turchi più. valenti, nominato _Mustafà_. Che anzi il critico stesso, dimenticando ciò che dianzi avea detto, ripete l'osservazione già fatta ne' canti precedenti «que tous les combats d'Amedee sont commancez et finis d'un seul coup» Se non che allora così scrisse generalmente di tutti gli scontri d'un guerriero contro dell'altro; e qui rinnova la querela in modo speciale per Amedeo. A dire il vero, non può negarsi che i singolari combattimenti descritti dal Tasso con tanta varietà di avvolgimenti e di ferite, non sieno spettacolo più bello e più gradito che non i colpi mortali del Duca di Savoja; ma si potrebbe dire non meno, che l'Autore della Gerusalemme trasportò in Palestina e tra' combattenti le finte pugne delle giostre che vedeva in Ferrara alla corte degli Estensi.

Assai ragionevole mi sembra un'altra obbiezione del critico; ed è quella che cade sopra le stanze 20. 21. e seg.: »Le discours d'Asmodee est (leg. _et_) de Belial seroit plus propre d'estre omis, parce qu'il ne sert de rien au poeme et sinon a faire parler des demons, qui ne sont que trop ordinaires en cet oeuvre, et mesmes qu'ils ne doivent iamais estre represantez que pour chose entierement necessaire.»

