CANTO X.
ARGOMENTO.
_Prende le forme di Licasta, e muove Così la Furia di Sultana al letto; Onde ella di distor faccia sue prove Dal desio di pugnar il Re diletto. Prega essa; ma pregar nulla ha che giove, Nè ardore ammorza nel guerriero petto. La Furia allor da le tartaree grotte I figli tragge dell'eterna notte._
I
Ma carco d'armi il natural riposo Schifa ne l'ombra taciturna, e bruna Ottoman fiero, e su quel dì pensoso A se davanti i sommi Duci aduna; Ivi con guardo turbido, focoso Da prima voce non esprime alcuna; Poi con sembianza tal, ch'a rimirarla Porgea spavento, apre la bocca, e parla.
II
Senza che sporlo favellando io tenti Creder per voi si po, che quì v'aspetto Per alto sublimar vostri ardimenti, E la virtù, che vi sfavilla in petto; Ah cani, ah cervi a sola fuga intenti; Anco il piè vi conduce al mio cospetto? Tornate a me così sconfitti in guerra? Oltre, vil schiavi, ad abitar sotterra.
III
Degnati in campo al più sublime onore, Scelti fra tanti a dilatar l'Impero, Dovevate fuggir colmi d'orrore Non per altre arme, che d'un sol guerriero? Or sì come dal mar l'alba vien fuore Pur di ratto fuggir fate pensiero, Perchè di gente tal possa vantarmi, Eterna infamia del mestier de l'armi?
IV
Tal minacciava; e da la fronte oscura Per gli occhi fiamma sfavillava intorno, Gelidi i capitan d'alta paura A le tende ciascun fa suo ritorno; Quivi, presaga di più rea ventura, La vinta plebe al trapassato giorno Volgea la mente, e tra' più rei martiri Bestemmia d'Ottoman gli empi desiri.
V
Non è chi terga elmi sanguigni, o studi Ne l'ampio vallo disfrenar destrieri; L'aste vedresti, e gl'ingemmati scudi In folta polve, e i ricchi arnesi altieri; Erra fremendo orrida Aletto, e crudi Giù ne l'alma infernal nudre pensieri, Gli aspidi vibra in su la fronte atroce, Ed ivi errando se ne va veloce.
VI
Ella, che sa quanto languisce, e quanto Ne le vene Ottoman chiude d'ardore, Creder non vuol, che di Sultana al pianto Non pieghi alfine intenerito il core. Dunque sen vola; e su per l'aria intanto Lascia il sembiante, e l'infernal terrore, Fassi Licasta, ch'a Sultana in culla Diè la mammella, e la nudrì fanciulla.
VII
La nobil donna lagrimava, e mesta Sola traeva guai sul regio letto, E de l'interno duol nube funesta Turbava l'aria del sereno aspetto; La manca mano ha sotto l'aurea testa, La destra in su l'avorio del bel petto; Sì stava, di gran mal quasi indivina, Quando il rio mostro da vicin l'inchina.
VIII
E dice: abbandonata quì dimori, Ed apri al pianto, ed a' sospir le porte, Ma schernendo Ottoman gli altrui timori Contra il grande AMEDEO s'appresta a morte; Certo, che fra le piaghe, e fra i dolori Andranne al ciel re coraggioso, e forte, Specchio ad altrui de la virtute umana; Ma pensa tu, che fia di te, Sultana.
IX
Tolta dal regno a dispietate genti Cotanto offese, e vincitrici in mano, Onde a' tuoi duri oltraggi, onde a' tormenti Sperar mercè potrai se non invano? Dunque non versar quì pianti e lamenti, Anzi lavane i piedi ad Ottomano Inginocchiata, e fa che posta ei miri La beltà, ch'egli adora, in gran martiri.
X
Al così favellar doglia profonda D'alto gelo a Sultana empie le vene; Indi si scote; e su l'eburnea sponda L'afflitta guancia con le man sostiene: Oh per me, disse alfine, ora gioconda, Se come a far m'accinsi, uscia di pene Col ferro allor che 'l genitor mio sparse L'alma canuta, e che la patria s'arse.
XI
Che quel dì mi togliesse a scempio indegno, Ch'Ottoman di mio mal prendesse cura, Acerbo fu d'alcun demon disdegno, Che quì mi serba a più crudel ventura; Ch'ei torni in Asia tuttavia m'ingegno Per comune salute, ed ei s'indura, E sprezza quanto il ciel chiaro predice Per ambedue d'atroce, e d'infelice.
XII
Tu di', ch'io pianga, e che l'angoscia io versi, Ch'io mi strugga dolente al suo cospetto; Oh non del mio dolor tutto il cospersi? Non mi vide egli a se morir sul petto? Omai preveggo i Rodian perversi De le miserie mie farsi diletto; Certo è così, ma schernirogli almeno O con coltello, o con mortal veneno.
XIII
Cotal diss'ella, e giù dal fianco svelte Sospiri ardenti; e per lo sen le scende Caldo ruscel di lagrime novelle; Allora il mostro a così dir le prende: Reina, anco dal cielo, e da le stelle S'armato è di prudenza uom si difende; Rinova i preghi; a la tua nobil vita Giugne soccorso d'immortale aita.
XIV
Indi per foschi nembi, atro sentiero, La simulata imagine sen vola, Come per soffio d'aquilon leggiero Ratto a lo sguardo altrui nube s'invola; Ma la donna real, ch'entro 'l pensiero De la finta nudrice ha la parola, Speme avvivando, si rinfranca, e move A far co' preghi suoi l'ultime prove.
XV
Lascia le piume, ed abbandona ogni arte. Onde con pompa sue bellezze onori; Nulla su' manti suoi gemma comparte, Nulla s'asperge di soavi odori; Le belle chiome al vento ivano sparte Argomento a mirar d'alti dolori; Nè del bel collo al puro latte intorno Giransi perle, onde fiammeggi adorno.
XVI
Così veloce ad Ottoman sen riede, E col bel guardo di mestizia pieno Fiso il rimira, e gli si getta al piede, E vinta di dolor quasi vien meno: Egli in foco sen va come la vede, L'alza da terra, e la si stringe al seno, E stan gemendo, e palpitando alquanto; Sultana alfine apre le porte al pianto;
XVII
Percote il petto, e con la man dolente Le bende straccia, indi le chiome aurate, Poi con singulti fece udire ardente, Il suono afflitto de le voci amate: Ne l'empio risco, e nel gran mal presente Deh risorga, Ottoman, l'alta pietate, Che nel petto real da prima sorse Mirando me di me medesma in forse.
XVIII
Volgiti addietro, e ti rammenta il giorno, Che Lidia in guerra soggiogata ardea, Allor ch'a' vinti si girava intorno Tra sangue e foco ogni miseria rea, Io per tor la mia vita a scempio, a scorno Quel giorno a morte volentier correa, Stringea la spada, e già feriami il petto, Quando il ciel ti condusse al mio cospetto.
XIX
Vittorioso intra gli acciar funesti Movevi intento a le nemiche offese, Ma non prima lo sguardo in me volgesti, Che di mio stato alta pietà t'accese; Corresti, e l'arme di mia man traesti, Prendesti meco a favellar cortese, Comandando a ciascun, che 'n ogni loco Cessasse il sangue, e s'affrenasse il foco.
XX
Poco alfin ti sembrò, che scampo avesse La serva tua da miserabil morte, Che 'l tuo nobile cor tosto m'elesse, Infinita mercè, per sua consorte; Indi per l'Asia a le reine istesse Beata apparvi, e s'ammirò mia sorte, Che nel corso degli anni un picciol punto Non fosse il fianco mio dal tuo disgiunto.
XXI
Io ne le liete, io ne le sorti avverse Sempre in terra ed in mar fra le tue schiere; La bella asta real per me si terse; Adornossi il cimier di piume altiere; E se nel corpo tuo piaga s'aperse Le labbra mie la ti baciar primiere, E sempre, che 'n sudor tornasti avvolto Fur queste man che t'asciugaro il volto.
XXII
Or lassa ove t'offesi? ove cotanti Error commisi, che da me lontano Rivolgi il cor sì, che mi struggo in pianti Te pur pregando, e mi distruggo invano? Forse tra scogli, e turbini sonanti Ti produsse, Ottoman, l'empio Oceano? Ch'a te non cal, che fra i Latin schernita Tragga in dolor la miserabil vita?
XXIII
Quì tra lunghi sospir china l'adorno Suo guardo a terra moribonda, e geme; Ed egli arso d'amore, arso di scorno, Tra molli pianti inesorabil freme; E grida: a te dure catene intorno? Tu n'andrai serva a le miserie estreme? Sultana d'Ottoman tanto temesti? Unqua voce sì ria formar potesti?
XXIV
Certo, ch'infra Latin porrai le piante, Ma colà giù fra lor ti vo' reina; Vogl'io, ch'a' cenni tuoi cangi sembiante, E corra Italia tributaria inchina; Roma fra sette colli arsa, fumante De gli eserciti tuoi farò rapina, Ed in lei marmi sacrerotti eterni; Cotali avrai per me catene e scherni.
XXV
Quì tacque; ed ella con sembianza oscura Per grave duolo a così dir riprese: Mentr'io timida il cor su tua ventura Dianzi piangea, dal cielo ombra discese, Ch'a' tuoi guerrier battaglia avversa e dura, E duro fin de l'animose imprese, Ed a gli assalti tuoi pianto predisse, Se quinci il campo tuo lunge non gisse.
XXVI
Che possa l'asta d'Ottoman fe' chiaro Asia, dicea, dove ei fermò l'impero, Ove, se regi le provincie armaro, Per loro morte ei più divenne altiero; Or sotto Rodi egli cadrà; riparo Altro non è, che rimutar pensiero; Corri, Sultana, a dipartirsi il prega; Miseri voi, se 'l tuo pregar nol piega.
XXVII
Così dicendo se n'andò co' venti, E rivolando al ciel subito sparse, Ed io son quì; tu le minacce senti, Senti, che d'alto messaggier m'apparse: Or che farai? deh se gli strali ardenti Più stanti al fianco, e se l'incendio, ch'arse Per me tuo core, or più t'avvampa il petto, Al celeste voler non far disdetto.
XXVIII
Mira, ch'a pianger teco oggi non vegno Per leggiera cagion con tante pene; Piango la vita tua, piango il tuo regno, Piango ogni mio conforto, ogni mio bene: Onde, se non da te, scampo, e sostegno? Onde refugio alcun sperar conviene? Ove ho da riparar? quale speranza In tanti mali a la mia vita avanza?
XXIX
Padre non ho, ch'antivedendo i danni Di vita uscì, tanto dolore il vinse Per tue battaglie; e sul fiorir de gli anni Tre miei fratelli la tua spada estinse; La madre oppressa per cotanti affanni Al nobil collo un duro laccio avvinse; Gli amici o che dispersi, o che sotterra Pur mandommegli allor forza di guerra.
XXX
Oh fra tante miserie alfin beata, Se 'ntra le fiamme de la patria, vinta, Battuta, vilipesa, incatenata Come nemica era a morir sospinta: Fossi, misera me, foss'io non nata, Foss'io tra fasce ne la culla estinta, Se 'l pianto scherni onde ti lavo i piedi, E se del cielo a messaggier non credi,
XXXI
Ove torci la fronte? ove i sembianti? Il carissimo sguardo ove raggiri? Quì non son mostri; inginocchiata avanti Hai Sultana, che sparge alti sospiri. Diceva ancor, ma lo sgorgar de i pianti Tra singulti interrotto, e tra sospiri Il vigor tolse; e sì l'angoscia crebbe Ch'ella a più favellar forza non ebbe.
XXXII
Irta le chiome, pallida, gelata Palpitando riman tra viva e morta; Sovra aureo letto di sudor bagnata Stuol di vergini serve indi la porta; Ma per lei da martir tanto agitata Il feroce Ottoman si disconforta E si contrista sì, che non ha posa Ne le gran fiamme sue l'alma amorosa.
XXXIII
Scuotesi tutto; e l'empio duol del core Per mille guise gli apparisce in volto; Pietà di lei, suo natural furore Il turban sì, che di se stesso è tolto; Poi che di guerra, e che pensier d'amore L'ha lungamente alfin volto, e rivolto, Tragge un sospiro, e con la destra segna Ch'Ebrain sì diletto a lui sen vegna.
XXXIV
Corre il buon servo, ed al tiranno avante S'atterra; ei l'alza, e la sinistra pone Sul caro tergo; indi in real sembiante Incomincia con lui grave sermone: Sultana, come donna, e come amante, Ha de' sospetti suoi molta cagione, Ma perch'al suo voler pronto m'inchini Aggiunge segni, e messaggier divini.
XXXV
Turbami, che da se lunge non spinga De l'acerbo mio fin tanti sospetti; Ch'ella per suo cordoglio il mal si finga, E che mia morte, e mia miseria aspetti; Duolmi che 'n van tanto dolor la stringa; Ma debbo dar de' miei nemici a i petti Le spalle in guerra? e s'a pugnar mi chiede Giusta cagion, volgere in fuga il piede?
XXXVI
Fia, che l'Asia di me tanta viltate, O pur l'Europa, cui minaccio, intenda? Varchi, Ebraino, a la futura etate Arte miglior, che d'Ottoman s'apprenda; Uscirò, pugnerò; mia feritate Mia destra, il nome mio m'armi e difenda; Contra ogni cavalier non son possente? Or ciò che prendo a favellar pon mente.
XXXVII
Quanta nel petto mio fiamma dimora Per l'altiera beltà, ch'Amor m'offerse Quando Sultana appena vista ancora Con l'afflitta sembianza il cor m'aperse, Io non dirò: tu meco fosti, allora Nulla del caso mio ti si coperse; Ben per altra cagion dirti potrei Non furo ardor da pareggiarsi a' miei.
XXXVIII
Ed or che presso le fatiche estreme O vincere, o morir m'accingo in armi, Non mi turba la morte, o ciò che insieme Sul punto del morir possa incontrarmi; Solamente, o fedel, per me si teme Che de l'alta beltà possa spogliarmi Troppo avversa battaglia; e solo ho cura Dopo il mio fin de la costei ventura.
XXXIX
Che fia di me, se giù per l'ombra inferna Fra re guerrieri ed amorosi accolto Udrò, ch'altri ne goda, o pur che scherna Con indegni servigi il suo bel volto? Ah colà tra gli abissi atra caverna Mi s'apra innanzi, e d'ogni orror più folto Tutto m'involga, e non ritrovi via, Per impiagarmi il cor, fama sì ria.
LX
Che per la morte mia d'ogni mio bene Alcuno altro amator faccia rapina? O per onta di me d'aspre catene Gravi perversa man la mia reina? Ella goda qua suso aure serene Fin ch'io godo del ciel l'aura divina; S'incontra il mio valor miseria indegna Ovunque son per gir meco sen vegna.
XLI
Tanto vogl'io, tanto Ebrain richiede Per estremo conforto a' casi duri L'antico tuo signor; s'ami la fede, Fa, che ben cauto i miei desir procuri; Non ingombri tuo cor vana mercede; Pronto disponti a ciò; vuo' che tu giuri, Che s'io rimango ne la pugna oppresso, Sultana per tua man verrammi appresso.
XLII
Sì disse: e di dolor grave i sembianti Fiso lo sguardo in Ebrain volgea; L'antico servo se n'andava in pianti, E con singulti al suo signor dicea: Non sorga giorno di dolor cotanti; Ma se pur ne verrà stagion sì rea, Di questo tuo desir vivi sicuro; Mio solo Re, per ogni fe' tel giuro.
XLIII
Quì tacque: ed Ottoman, come dolente, Torna a le piume, e ne l'orribil guerra I duci estinti rivolgendo in mente In tra duri pensier gli occhi non serra: Così molto vegghiò; pur finalmente Sonno lo sforza lusingando, ed erra Per lo petto agitato alma quiete, Ch'ogni aspra cura gli sommerge in Lete.
XLIV
Ma breve fu, che non biondeggia ancora Dentro l'orror, che tutto il ciel coperse, Cinta di rose la novella aurora, Ch'egli si scosse, e le palpebre aperse; E pur si volve, e col pensier dimora Su per le squadre in guerreggiar disperse, E del fin de la guerra omai dubbioso Rigira in mille parti il cor pensoso.
XLV
Che dee far egli? alto campion contende Sì, che Rodi atterrar non è speranza; Se quinci ne i suoi regni a tornar prende, Quel suo ritorno ha di fuggir sembianza; Fra se diceva: or l'universo attende Quanto mia forza in arme oltra s'avanza, E se col mio furor son van gli schermi, E nel più nobil corso udrà cadermi?
XLVI
Sparsa è la fama; ed omai l'Asia crede, Che per me giaccia il Rodiano oppresso, E colà porterò repente il piede Di mie vergogne messaggiero io stesso? Facciami il ciel d'altra memoria erede; Questa io rifiuto: ad AMEDEO concesso Sia fornir contra me tutti i desiri, Ma ch'io volga le spalle, unqua nol miri.
XLVII
In cotal guisa favellando ei veste D'usata pompa il regio busto, e guarda Che chiude l'alba ancor l'uscio celeste, E d'ira par, che per l'indugio egli arda; Torna a le piume, e pur le ciglia ha deste, Onde tra quei riposi ei più non tarda; Va per le tende, e perturbato in faccia Con interrotto suon duolsi e minaccia.
XLVIII
Obbrobrio d'Asia, a la stagione eletta Per la vittoria ogni guerrier paventa? Meglio era lor..... ma di costui vendetta Prima farò, che i Rodian sostenta: Oh se questo arco incontra lui saetta! Oh se con cento piaghe aspro il tormenta! E se lupo a le tane esca sel porti? Sì forsennando avvien ch'ei si conforti.
XLIX
Ma dal rabbioso cor voci spietate Spargeva Aletto, e sì terribil freme, Che da la fronte, e da le ciglia irate Fiamma rinversa, e rio veneno insieme; Spento Ottoman, spente sue squadre armate Quì rimiro oggi mai, spenta ogni speme, E che si possa far, quinci m'adiro, Per opra nostra a suo favor, non miro.
L
L'aer qua giù contra i furori inferni Tutto è ripien di messaggier celesti, E dal colmo del ciel fulmini eterni, Dianzi il vedemmo, a rimbombar son presti: O noi nati a soffrir tormenti e scherni! Ella nel così dir par che tempesti, Sì d'atra spuma ambe le labbra asperge, E 'n furor novo il rio demon s'immerge.
LI
Di tanti suoi desir non ben sicuro Volge in un sol pensier cose infinite; Al fin va, dove al ciel stellante e puro Asfaltide diffonde alta mefite; Quinci si scaglia più che l'ombre oscuro Per l'ombre oscure a la città di Dite, E batte in quegli orror non mai sereni L'ali infette di serpi e di veneni.
LII
Varca Cocito ed Acheronte immondo, Varca di Stige i gorghi atri e bollenti, E s'innabissa al Tartaro profondo Tra fier rimbombi de le fiamme ardenti: D'Erebo quivi è tenebroso il fondo; Stanza eterna di pianti e di tormenti; Quivi al fin scorge de' tartarei chiostri L'aspro rettor tra formidabil mostri.
LIII
Per l'ima tomba al sommo Olimpo avversa, Ove giammai pietà non segna l'orme, Fremea su l'empia turba arsa e sommersa Orrendo, immenso, tenebroso, informe; Versa ardor da mille occhi, ardore ei versa Da mille petti in mille orribil forme, E da ben mille bocche orribil tuona; A lui s'inchina Aletto, indi ragiona:
LIV
O de gli orrendi e tenebrosi imperi Arbitro incontrastabile, sovrano, Io de l'ardir de' Rodïan guerrieri A te quì scendo messaggier non vano; Non vinti, no, che coraggiosi, altieri Danno assalto di morte ad Ottomano Insuperbiti: ognun minaccia e freme, E di salute, e di vittoria han speme.
LV
Di lor presso ch'estinti alta speranza Giunse AMEDEO, che di Savoia in fronte Porta corona, e di sua gran possanza Van mille prove glorïose e conte; Pur io su Rodi a l'infernale usanza Volea rinovellar tormenti ed onte, E farla campo a falciator di biada, E vibrasse AMEDEO l'asta e la spada:
LVI
Se non che duci eccelsi, eccelse schiere A' Turchi incontro armi superne han prese, E fan volar da le stellanti sfere Nembi sonanti di saette accese; Non han cotanto i miei furor potere Sì che di tutto il Ciel stanchi l'offese, Ma se tu la grand'alma empi di sdegno, E gridi a l'arme, io pur ne bramo il segno.
LVII
Sì dice Aletto; e l'infernal tiranno L'unghie affocate in se rivolve, e i denti, E con atroce, alto anelar d'affanno Cosparge intorno opache nubi ardenti; Cotal divien, che 'n rimirar ne tranno Novo, immenso dolor l'alme dolenti; Ed egli impria per formidabil rabbia A pena infuriato apre le labbia:
LVIII
Diffonde poscia minaccioso, orrendo Fragor, che turba l'ampia valle inferna, Che fa tremare il Tartaro tremendo, Che scuote i campi de la notte eterna; Prorompe al fin sulfureggiando, ardendo In vasti accenti la procella interna, E sgorga fuor l'irrefrenabil ira; Colmo d'orrore ogni demonio il mira.
LIX
Dunque, diss'ei, ne l'alto Olimpo ardente Valsi a tentar l'inaccessibil sorte, Ed or caduco ardir di mortal gente Su l'ima terra a contrastarmi è forte? Io poi d'orrore, io poi d'ardor possente? Io de l'inferno re? re de la morte? Che re? che 'nferno? io non mi scorgo intorno Altro, che sprezzo obbrobrioso e scorno:
LX
Essi re lui, che va superbo in terra D'eterna aver sul Vatican sua sede, Che trionfa di noi, ch'a noi fa guerra, Che rompe il corso a le tartaree prede, Ei le porte del ciel serra e disserra, Sacransi l'orme, ove egli imprime il piede, Noi detti rei, detti essecrabil mostri; Non regni, no; son vil sepolcri i nostri.
LXI
Se sostenga AMEDEO forza divina, O nol sostenga, oggi a pensar non vegno; Ma poi, ch'al pescador Rodi s'inchina, Ardo ver lei d'aspro immortal disdegno; E s'orrenda tentarsi alta ruina, Scuoter de l'onde, e de la terra il regno, Al fin s'è forza traboccarsi al fondo Per lei domar, traboccherovvi il mondo.
LXII
Ma non tanto sudor, non tanto affanno Convien, che Rodi in soggiogar mi prenda, Che per recarle addosso ultimo danno Con cotanto di sforzo oggi io contenda; A terra sparse le sue torri andranno, V'andranno, e Pier s'ei sa, se le difenda; Or tu d'anime inferne arma uno stuolo E contra lei te ne ritorna a volo.
LXIII
Quinci le squadre a straziar più pronte, E qual s'agita più larva sdegnosa, Aletto aduna di Cocito al fonte Rapidamente; e di venen spumosa, E d'accesi serpenti irta la fronte Gonfiale con sue strida; indi non posa, Ma con rimbombo d'odiose voci Prende a cercar quelle provincie atroci.
LXIV
Piomba là, 've tra fiamme, alta riviera Sulfureo spuma il Flegetonte eterno, E trova armata infuriar Megera Tra' più rei mostri, e tormentar l'inferno: O tra spirti feroci aspra guerriera, Le dice, incontro al regnator superno, O pronta sempre a traversar la strada, Onde in cielo a bearsi alma non vada;
LXV
Tu pur di ferri, e di ceraste intorte Flagelli intorno a l'infocate arene; Ma quanti quì de la tartarea corte Ministri son, rinnovator di pene? In tanto a novo scempio, a nova morte Sorgon lassù fra lor l'armi terrene, Nè pria porrà nel mar Febo la chioma, Che n'andrà Rodi o vincitrice, o doma.
LXVI
Qual per noi danno unqua maggior, quali onte, Che s'a' Turchi de l'Asia il fren si tolle? O che se mai del Vaticano il monte Suo nome in Asia, e la sua legge estolle? Diceva ancor, ma di Megera in fronte De gli atri abissi il rio venen ribolle, E la dura alma, a l'universo infesta, In fra turbini d'ira alto tempesta.
LXVII
E s'affretta a gridar: fin che ne l'alto Le stelle, ove pugnammo, in giro andranno, L'armi e le forze, onde l'inferno esalto Mai sempre infeste al Vatican saranno: Gonfi, gonfi le trombe; al fiero assalto L'insegne spieghi il Rodïan tiranno: Questo infra i giorni tenebrosi, acerbi Vogl'io, che Rodi eternamente il serbi.
LXVIII
Ella nel così dir batte le piume, E con l'empia compagna il volo stende, E là sen van dove de l'arso fiume Su l'aspra riva ogni demon l'attende; Ivi con strida a l'infernal costume Alto commove le falangi orrende, E de la rabbia, onde hanno gonfio il petto, Lor cresce il foco imperversando Aletto.
LXIX
Sì provveduta a l'infernal soggiorno Rivolge il tergo bestemmiando, e fiera Fa contra Rodi a guerreggiar ritorno La Furia rapidissima, leggiera; A pena ella apparia, che 'l volto adorno De l'auree stelle, e tutto il ciel s'annera, Tanto de gli atri abissi a lei van dietro Puzzo ed orror caliginoso e tetro.
FINE DEL X CANTO.
ANNOTAZIONI
AL CANTO X.
L'argomento dell'Autore dice così: «Nel X Sultana prega Ottomano a lasciare l'impresa di Rodi: Aletto ritorna all'inferno, e mena squadre di diavoli per soccorrere i Turchi.»
Due sono le censure del Cavaliere d'Urfè sul canto X. La prima è una ripetizione di quella dianzi riportata appiè del IX: «Ce chant est aussy tout plein d'esprits; et je ne say pourquoy Aletto qui fait ranforcer le combat et l'assaut contre Rhody, fait ce qu'elle peut pour persuader la Sultane de faire partir Ottoman et laisser le siège: il samble, qu'il y ayt de la contradiction.» Non v'ha contraddizione di sorta. Al trionfo de' Turchi o conveniva che Rodi fosse espugnata, o che Ottomano si ritirasse prima che una di lui sconfitta potesse rendere più gloriosi e più forti i Cristiani. Aletto perciò adopera due mezzi, che pajono l'un l'altro contrarj; ma che tendono pure ad un fine medesimo; ch'è quello o di espugnar Rodi, dovesse pure andarvi la vita di Ottomano, o di farlo risolvere a ritirarsi avanti che fosse vinto con danno e vergogna de' Musulmani.
L'altra critica annotazione dell'Urfè può dar motivo di risa al nostro secolo; ma era cosa molto seria nei tempi del Chiabrera: «L'Auteur dit que Sangario estoit magicien; et touttefois touttes les choses qu'il lui attribue en descrivant cet homme ne sont que celles d'un sorcier, qui est de gresler, faire la tempeste et l'orage, faire mal au bestail et samblables: et il faut noter qu'il y a grande differance du sorcier au magicien, car le magicien fait ses sortileges avec art, et le sorcier ne fait que les maux que le Diable luy donne a faire, et par des choses les quelles luy mesme n'entend pas.» Nel secolo XVIII il Tartarotti con un libro pieno di erudite citazioni si sforzò di difendere altra cosa essere l'arte magica, ed altra la stregheria; negando questa, e quell'altra ammettendo. Contro a questo libro del Tartarotti pubblicò il Marchese Maffei due operette, _l'Arte magica dileguata, e l'Arte magica distrutta_; ed avendo il Tartarotti, e con lui molti altri scrittori, combattuto in difesa della Magia, pubblicò finalmente l'_Arte magica annichilata_. Noi rimettiamo i dilettanti di stregherie e di magiche frodi a' libri degli autori citati; aggiungendo solamente che la stregheria ammessa così seriamente dal cav. d'Urfè, è negata dall'Ab. Tartarotti, che ammette solamente la magia. Così che a difesa del Chiabrera dovrem dire ch'egli un secolo prima del Tartarotti pensò doversi attribuire alla magia tutte le operazioni che altri ripartivano tra la magia e la stregheria.
N.B. Nella st. 8 di questo canto X ambedue l'edizioni hanno--ma schermendo Ottoman ec.--Noi abbiamo stampato _schernendo_, sembrandone che così richiedesse il contesto. Alla st. 13 dove l'ediz. prima legge _trova le piume_, la seconda ha invece _torna a le piume_.