Amedeide: Poema eroico

CANTO II.

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ARGOMENTO.

_Mentre Folco, onde far Rodi secura, Rincora i suoi Fedeli, Angelo eletto, Che d'Argomedo ha presa la figura, In cheto AMEDEO guida ermo ricetto; Ma poi ch'ode colui tale ventura, L'esercito rassegna a se soggetto: Visita Trasideo la sposa, e veste La trapunta da lei candida veste._

I

E già per entro il mar l'onde serene E d'Aquilon piacevole aura gode Il battel d'AMEDEO sì, che l'arene Scerne, e su Rodi i fier tumulti Egli ode; Come del lungo corso al fin perviene L'Angel, che del viaggio era custode, L'umida sabbia con la prora fende; E sul lito AMEDEO fervido scende.

II

Ma forma presa l'invisibil messo Di canut'uom, verso il guerrier cammina, E quasi romitel fattogli presso Salutando umilmente a lui s'inchina: Ben quì sia giunto il Cavalier concesso Contra Ottoman da la Bontà divina; O Signor, lungamente io quì t'aspetto; E con dolcezza l'accogliea, ciò detto.

III

Rispose il grande Eroe: meco per certo Nunzio trattò del gran Monarca eterno, Ch'a Rodi andassi; ma che 'l varco aperto Esser colà mi deggia io non discerno; Fra cotante armi d'Ottoman coperto Fia 'l calle mio? prendi ogni risco a scherno: L'Angelo giunge; e come l'alte imprese Han da fornirsi, il ti farò palese.

IV

Or vienne, o Franco; ed ei nel dir non stassi, Ma move innanzi le vestigia pronte, E per via dura di scoscesi sassi Sagliono lenti di Filermo il monte. Su l'erto giogo con distorti passi Vite s'inalza, ed adombrava un fonte Qual di cristal; ma per l'alpestra riva Oscura a gl'occhi altrui grotta s'apriva.

V

Ermo soggiorno; colà dentro il piede Portano a ricercar giusto riposo. Di costa ad AMEDEO l'Angelo siede, E lo sguardo fisò, come pensoso; Poi così cominciò: Prencipe erede Di mille Scettri, onde Torin famoso D'ogni vera virtute ascende in cima, E l'alma Italia alto valor sublima,

VI

Il giudicio di Dio, ch'a l'uom s'asconde, Oh quanto è eccelso! Al divin Seggio intorno Girasi orror di tenebre profonde, E lume tal, ch'a gli occhi altrui fa scorno; Sua voluntate è mar, che non ha sponde; Però de' rai de l'umiltate adorno Con silenzio adorando ognun s'acqueti: Nè cerchiam la cagion dei gran decreti.

VII

L'orgoglioso Ottoman, che i fieri Sciti, Usi d'intorno errar, siccome fere, Seco ha raccolti, e sì gli scorge arditi, Che maneggiano invitti, armi e bandiere, A pena d'Asia ha soggiogati i liti, Che ne l'Europa vuol guidar sue schiere, Palme cercando in esecrabil modi; Ed or minaccia, e dà battaglia a Rodi.

VIII

Ad essa in guerreggiar fallìa speranza Per lo suo scampo; ma gentil pietade Preghiera porse a l'eternal possanza, Che la coprisse da l'avverse spade. La Gran Bontà, che tutti preghi avanza, Consente a' Rodïan più lunga etade Per fare emenda di lor vita indegna, E vuol, che 'l campo Turco oggi si spegna.

IX

A sì nobile pregio il Ciel destina La tua virtù; tu volgerai dolenti I Turchi in fuga; a la crudel ruina Tu sottrarrai le Rodïane genti; Ma ferma in Ciel la volontà divina, Che quì pugnando i giorni tuoi sian spenti, E che Signor d'insuperabil spada Sopra i nemici, vincitor tu cada.

X

Sul fin de le parole affisa il guardo, Che d'almi rai divinamente splende Verso il guerriero; ed AMEDEO non tardo In brevi detti la risposta rende: I decreti celesti io non ritardo; Qualunque indugio i miei desiri offende: Veggasi in questo dì Rodi difesa; E la mia vita altieramente è spesa.

XI

Tace, e ne gli occhi gli si legge espresso, Che già travaglia nei maggior perigli Col gran pensier. Giunge l'etereo Messo: Oh come da lodar son tuoi consigli; Oltra il servire a Dio nulla è concesso In questa valle de gli umani esigli, Di bene a l'uom: fumo gli scettri, e gli ori; I veri onor son nei Divini onori.

XII

E se tanto quà giù suole ammirarsi De' tuoi Grandi Avi l'immortal virtute, Per te non fieno i vanti al mondo scarsi, Nè mai le lingue a la tua gloria mute; Or senti me: fra' Turchi vinti, e sparsi Tu fatti sordo al lor pregar salute; Di querele e di duol, per la battaglia, Vuolsi così nel Ciel, nulla ti caglia.

XIII

E, perchè l'armi tue dure tempeste Dianzi sparsero in grembo a l'Oceàno, Non moverai, che Messaggier celeste Novella spada non ti ponga in mano. La giù su quelle piaggie atre e funeste Il mortal guardo scorgerà, se 'n vano Spera in popoli armati umano ardire, Quando del sommo Dio risveglia l'ire.

XIV

Più non diss'ei; ma sorridendo sorse Del basso seggio, e disparendo a volo Scosse le penne luminose, e corse Sovra il seren de lo stellante polo. Ch'era messo del Ciel tosto s'accorse Il Re sublime, onde su l'ermo suolo L'inchina umìle, e disïando aspetta L'ora dal Cielo a sue fatiche eletta.

XV

Intanto al Re de' Cavalier, che 'n petto Portan candida Croce, erano avanti, Umidi gli occhi, e da l'interno affetto Cosparsi di mestizia atti, e sembianti Alcimedonte, e Timodemo; eletto Di lor ciascun da' Rodïan tremanti Per le miserie estreme omai vicine, De l'aspra guerra a ripregare il fine.

XVI

In lui speranza avean, perchè non meno Ognor clemente si mostrò, che forte; Già ne la bella Francia, almo terreno, Provenza il crebbe in riguardevol sorte; Ma così fatto zel rinchiuse in seno, Che sprezzò terre, e rifiutò consorte, E lontano da' suoi viver sostenne, Ed a sacrarsi Cavalier sen venne.

XVII

Infra lor gli anni giovenili spese Trattando l'armi; e su spalmati legni Tale apparì ne le più gravi imprese, Che de' nemici sbigottiva i regni; In ogni opra d'onor cotanto ascese, Che da tergo lasciossi anco i più degni, E per maniera tal sua gloria crebbe Che l'imperio di tutti a regger ebbe.

XVIII

Mentre regnò con disarmata mano Il nobil scettro al popol suo fu caro, Ed ora in guerreggiar l'aspro Ottomano Con virtù non minor veste l'acciaro; Conforto dunque non sperando in vano Da l'uomo eccelso i Rodïan, mandaro, Perch'egli a la città scampo non neghi In tal tempo, messaggi a porger preghi.

XIX

Essi di sangue, e di ricchezza altieri, E scaltri a pien per la virtù de gli anni Avean nel tempo rio fissi i pensieri A far men gravi de la patria i danni; Timodemo dicea: tuoi gran guerrieri, Signor, non fia chi di viltà condanni; Anzi del chiaro e lor sì nobil vanto Eterna fama ha da stancar suo canto.

XX

Ha quì tratte Ottoman squadre infinite, Chiuse le vie del mar, cinte le mura, E tra ceppi, tra fiamme, e tra ferite Minaccia fa d'ogni crudel ventura. E pur con l'alme, e con le fronti ardite Tengono infino ad or Rodi secura, Incontra morte coraggiosi e franchi, E per vegghiare, e travagliar non stanchi.

XXI

Ma senza aita a che cotanto ardire? Cadremo al fine; or tu consiglia il core, E del barbaro fier contempra l'ire; E sottranne con patti al suo furore: Se nel risco presente, oltra il morire, Di maggior mal non ci turbasse orrore, Voce non aprirei; ma quali schermi Avran le donne e i pargoletti infermi?

XXII

Ah che di sozze abominevol voglie Rapina fian: quì la rugosa fronte Gemendo abbassa in su le palme, e scioglie Giù da le ciglia lagrimando un fonte. Mentre il vince così forza di doglie A favellar comincia Alcimedonte, Non senza affanno; e sì dolor lo strinse, Ch'a mezzo il favellar gemiti spinse.

XXIII

Miseri noi! cui sole alba non mena, Nè chiude a sera in occidente il giorno, Che non ci si minacci aspra catena, Che duri oltraggi non ci sian dintorno; E nostra vita gir di pena in pena, Far su le scure tombe atro soggiorno, Stillar gli occhi, piangendo i cari ancisi, E depor sul ferètro i crin recisi.

XXIV

Su ciò volgendo il cor chi fia possente In petto non raccor somma pietade? Ma quanto più sarà Rodi dolente Posta in balìa de le nemiche spade? Non daranne Ottoman ne l'ira ardente Esempio d'ineffabil crudeltade? Non sfogherassi con furori immensi? Che ciò si vieti a tua virtù conviensi.

XXV

Pensa a la nostra Fe': caro e diletto Sempre fu vostro imperio a nostre schiere; Ed or non ci pentiam: tranne dal petto Alta necessità queste preghiere. A questi detti serenò l'aspetto E mostrò Folco le sembianze altiere; Ma, serbando nel cor la tema ascosta, Cotale a' messaggier diede risposta.

XXVI

Fedeli, io mossi da Provenza allora, Che 'l mento ombra di pel non mi copriva; E fin oggi con voi fatto ho dimora, De la mia vita omai presso la riva: Non mento io, no; fin che vivrommi ancora, Meco di voi fia la memoria viva. Rodi preposi al mio terren natio; Come da me porrassi unqua in oblio?

XXVII

Mentre in tal forma il gran Baron consiglia, Angel scelto di Rodi a la difesa, La crespa fronte, e le canute ciglia E d'Argodemo ogni sembianza ha presa; Al guardo di costui, gran meraviglia! Spazio alcuno in mirar non fa contesa; Ma dove di ciascun perde la vista, La sua più forza, e più possanza acquista.

XXVIII

Quinci è ben noto; or di sì fatto aspetto L'Angelo si colora; indi apparìa Là, dove Folco nel real suo tetto De' suoi l'affanno, e le preghiere udìa; Dicegli: d'Ottomano anzi il cospetto Pur ora il campo a schiera a schiera uscìa; Certo novello orgoglio oggi il commove, De gli aspri assalti a ritentar le prove.

XXIX

Ma non temete; di vigor ripiene L'alme vostre fiammeggino: vicino Oggimai veggo farsi a queste arene Incontra Turchi un Cavalier divino; Per salute di noi ratto sen viene, Trascorrendo di mar lungo cammino, Il gran guerrier, che di supremo alloro La Dora adorna, e la Città del Toro.

XXX

Sul fin de le parole ei si disveste De l'altrui volto, ed invisibil torna; Ma nel suo disparir, lume celeste Via più, che 'l sole i regj alberghi adorna; Qual se gran lampo tra più ree tempeste Balena in antro, ove pastor soggiorna, A quei fochi divin tremagli in seno L'anima rozza, e di timor vien meno.

XXXI

Tal Folco in pria di se medesmo tolto Immobilmente stassi; indi ravviva Dio ringraziando, la letizia in volto, E verso i messaggier le labbra apriva: Se per scampo di noi, lunge non molto Move il Grande AMEDEO da questa riva, Sieno forti le destre, e i cori ardenti, E di scitico stral non si paventi.

XXXII

Non che sottrarci da fortuna acerba Con sì forte guerrier non siam bastanti; Ma sentirà nostre armi Asia superba; Ma tra catene lasceremla in pianti; Qual Savoia ne' suoi virtù riserba, Come di quel gran sangue ergansi i vanti, È noto, ed ove in mar Febo s'asconde, Ed ove il carro d'or tragge da l'onde.

XXXIII

Voi la fuor di ragion presa paura Ammorzate in altrui con nobil voci, Mentre le torri, e l'assalite mura Assegno in guardia a Cavalier feroci. Tale in sembianza a rimirar secura Folco parlava; i Rodïan veloci Poi ch'inchinato e reverito l'hanno, Van per scemare ai cittadin l'affanno.

XXXIV

Ma succinto di spada, altier sen giva Il vecchio Folco con breve asta in mano; Ed eccitando i Duci ei pria veniva Là, v'era in guardia il buon Velasco Ispano. Questi correndo il mar di riva in riva Alzò ricchi trofei per l'oceano; E fra gli Iberi suoi molto s'avanza, A cui Folco dicea lieto in sembianza:

XXXV

Viensene al fine, e del soccorso giunge Fama non vana; a' nostri casi indegni Mosse, o Fernando, ed è da noi non lunge Il buon Signor de' Savoiardi regni; Tu, se di vero onor cura ti punge, L'anima infiamma d'animosi sdegni Nei novi assalti; e questo debil muro Fa contra l'armi d'Ottoman securo,

XXXVI

Or ch'ei n'infesta. Le pensose ciglia Volge Fernando al suo Sovran Signore Posatamente, ed a risponder piglia Sponendo altier ciò ch'a lui detta il core: Quel, che tuo nobil senno or mi consiglia, Non manco il mi consiglia il proprio onore; A sua voglia AMEDEO vegna, e non vegna; Quì non giammai cadrà la nostra insegna.

XXXVII

Lieto lodalo Folco, e quindi i passi Rivolge, ed affrettando il piede antico Vien, dove tra' Francesi armato stassi, Lor cara scorta, l'animoso Enrico; Or, che per questi rüinosi sassi Vuoi di novo assalirne il fier nemico, Che pensi tu? sul combattuto calle Costringerassi a rivoltar le spalle?

XXXVIII

Tanto sangue fin quì, tanto in battaglia Sparso da noi sudor, tanto ardimento, Oggi con esso te cotanto vaglia, Che non ti prenda d'Ottoman spavento. Risponde Enrico: de la morte assaglia Spavento un core a le vili opre intento; Io m'adornai di questa Croce il petto, Perchè di bella gloria ebbi diletto.

XXXIX

Così disse egli. Folco oltre cammina Là, dove, pregio del suo Tebro eterno, II giovine Giordan, progenie Orsina, De l'Italica lingua have il governo; Sue guancie eran qual rosa mattutina, Che d'ostro ride a lo sparir del verno, E splende un lume altier negli occhi suoi, Onde sono usi fiammeggiar gli Eroi.

XL

Ver lui Folco diceva: esser puoi certo, Ch'ogni forte guerrier quinci a mille anni Invidïando il nostro nobil merto Avrà desir di sì lodati affanni; E s'a' vostri Romani il varco aperto Fu de la gloria in soggiogar tiranni, In soffrir pene, in disprezzar perigli, Deh non sian di viltà nostri consigli.

XLI

E quei risponde: io prontamente attendo Le vestigia seguir de gli avi altieri; Siasi Ottoman quanto mai fosse orrendo, Non fia, che 'n Dio fidando, unqua io disperi. Folco sì forte la risposta udendo, Verso una porta allor calca i sentieri, Onde poteano entrare armi d'aita, Ed onde far contra i nemici uscita.

XLII

Per quella aspra stagion fido custode L'animoso Lancastro ivi s'elesse, Che sorto da la culla, in su le prode Del bel Tamigi le vestigia impresse; Chiaro per gli avi; ma superba lode Acquistò, di sua man con l'opre istesse Tra' ferri or sotto caldi, or sotto geli Stancando il fianco, ed imbiancando i peli.

XLIII

A costui Folco favellò: le mura Già tutte aperte, e da gli assalti offese, Parte pregando ho già lasciate in cura Ed a l'Ispano, ed al valor Francese; Parte non men di lor farà secura Il valor de l'Italiche difese. I duci io vidi; e coraggioso e forte Trovai ciascuno a vilipender morte.

XLIV

Lancastro, alberghi d'oro, alta ricchezza, Qual sommo ben non ogni spirto ammira, Ed anco in van scettro real si prezza; Sì miseria sovente in basso il tira; Ma tra rischi di morte oprar fortezza, Vincer la rabbia de' nemici, e l'ira, E consacrarsi a Dio ciascuno onora; Ciò dentro il tuo gran cor faccia dimora.

XLV

Rispose: e qual posso incontrar fatica, Quale oggi sarà stral, che mi percota, O qual m'assalirà spada nemica, Ch'altra in guerra simìl non mi sia nota? Io da l'etate acerba a questa antica, O per prossima piaggia, o per remota, Ed in terra, ed in mar vibrate ho l'armi: Signor, studio soverchio è 'l rifrancarmi.

XLVI

Mentre così dicea, volge animoso Lo sguardo acceso di terribil lume, E su l'elmo scotea cimier pomposo Di fregi d'oro, e di purpuree piume; Sembra fra' suoi seguaci olmo frondoso, Che trema i verdi rami in ripa al fiume Sotto Aquilon. Folco godea, che 'l vede Fiero cotanto; indi moveva il piede.

XLVII

E venne in mezzo a la città. Raccolto Fra' termini, che 'l duce ivi prescrisse, Stava gran stuolo in lucide arme avvolto Per gir colà, dove chiamarsi udisse. Folco ivi giunto, fe' sereno il volto, Ed ivi i passi raffrenando, disse, Verso color, che con silenzio attenti Coglieano il suon degli aspettati accenti:

XLVIII

Che ratto in corso a noi difender mova Campion di fama, e di virtute altiero, Mentre l'aspro Ottoman forze rinnova, E schiera turbe ad assalirne, è vero; Dunque in tale stagion sia nostra prova Mostrar petto robusto, animo fiero, E con armata man cercar vittoria, O con nobile morte impetrar gloria.

XLIX

Così disse egli: un coraggioso ardore In quelle squadre stimolava i petti; Ed aprendo le labbra Ottario, fuore Sospinse altier cotal risposta ai detti: Diane assalto Ottoman, ch'al suo furore Questi miei fidi a la difesa eletti I varchi chiuderan del rotto muro; In vece loro alzo la destra, e 'l giuro.

L

Gli occhi aperse costui là dove il Reno Per sì famosa via lava Costanza, Molti anni in guerra esperto, e quinci il freno Di quelle armate torme ebbe in possanza. Folco al parlar di lealtà ripieno Accrebbe dentro il cor nova speranza; Poscia i vestigi invìa dentro la reggia, Ch'altri cercando ivi trovarlo deggia.

LI

E già, lasciando in ciel gli spazj oscuri, Chiudeasi il Sol ne le marine Ibere, Quando per nova guardia i fier tamburi Chiamando van le rassegnate schiere; E con sembianti a rimirar securi Avvolto in armi a meraviglia altiere, Da le cui folte gemme un lume usciva, Come di stelle, Trasideo sen giva.

LII

A costui di sue grazie il cielo avaro, Ben largo fu; diegli real beltate, Sì che sul fior di gioventute è chiaro Sovra ogni duce infra le squadre armate: Avea di Lesbo il regno; e i suoi regnaro Per la Tessaglia a le stagioni andate, E ne l'orecchie altrui fama spargea, Che da l'inclito Achille ei discendea.

LIII

Quinci a l'orror de le battaglie volto Non tralignò; pien di vigore il petto, Fortissimo di man, sul piè disciolto Non avea, fuor che d'armi, altro diletto; Ma pur d'Amore entro la rete involto All'imperio di lui si fe' soggetto, E grave piaga volentier sofferse, Ch'ammirabile donna in cor gli aperse.

LIV

Ella per l'Asia intorno era famosa, Non pure in patria, ed appellossi Egina, D'Argesto nata, e de la grande Ermosa. Suoi nobil pregi ogni superbia inchina; E beltà Rodi nominar non osa, Ch'a la beltà di lei vada vicina, Nè forza di tesor le venìa meno, Anzi d'ampie castella aveva il freno.

LV

Felice a pien; per Trasideo bramata Già da' suoi genitor gli si promise; Ma venne il Turco, e la stagione armata Celebrare Imenei non gli permise. Questa beltà fervidamente amata Ei per mirar alquanto in via si mise, Dando a gli sguardi suoi, che tempo corto Avean di rimirarla, alcun conforto.

LVI

Dunque volgendo al caro albergo i passi Per varchi chiusi a le straniere genti, Ampia sala trovò, per onde vassi In loggia aperta a lo spirar dei venti: Quì con la vecchia madre Egina stassi Splendida in gonna di tessuti argenti, E con l'eburnee mani ordiva rete Di fila aurate, e di cerulee sete.

LVII

Ma come il volto amato ebbe davanti In repentino oblìo sparse i lavori, Ed agitata ella cangiò sembianti Accesa il volto di più bei rossori; Nè meno in Trasideo; stile d'amanti; Si destaro nel sen geli ed ardori, Chè nell'istesso punto or rosso, or bianco Interrotti sospir trasse dal fianco.

LVIII

Ver lui, che contra lei s'era rivolto, Si move Ermosa, e con desir l'abbraccia, Ed indi afflitta gli diceva: ascolto D'armi orribile suon che 'l cor m'agghiaccia; Deh chi sarà nel ciel, che quinci tolto L'aspro Ottoman, così dolente il faccia, Come gli empi furor del duro Scita Empiono di dolor la nostra vita?

LIX

Provin, provino, oh Dio! de' nostri affanni Il gran martir nei proprj lor perigli, Ed al peso sentir de' nostri danni Dannati sian lor genitori, e figli; Ma te la gioventù de' fervidi anni, O speme del mio cor, sì non consigli, Che dietro un nome lusinghier di gloria, Di te stesso, e di noi perda memoria.

LX

Quando lucente, e di metal guernito T'avanzerai ne le battaglie orrende Rammenta, Trasideo soverchio ardito, Di chi piangendo i tuoi ritorni attende. Sì parla, e giù dal volto scolorito Calda pioggia di lagrime discende; Ma non scemando in Trasideo l'ardire, Verso le donne amate ei prese a dire:

LXI

Guarderà su nel ciel questa mia vita, Qual per l'addietro, alta Pietà divina; Vuolsi sperar: non lusinghiera aita D'uno Italico Eroe fassi vicina. Con questi detti a confortarsi invita L'anima bella de l'afflitta Egina; Ma per conforto in van forma ogni detto: Cotanto affanno le conturba il petto.

LXII

Ella ver Trasideo rivolge alquanto Le vaghe ciglia, indi le affisa in terra, E ne' begli occhi le lampeggia il pianto, Cui per estrema forza il varco serra; Poi dimessa dicea: vivrem mai tanto, Che giunga il fin de l'odïata guerra? Sì che d'avverse trombe al crudo orrore Non ci si scota palpitando il core?

LXIII

Che più spero dolente? o che non spero? E che dirti degg'io? corri in battaglia; Tu de la patria, e tu di noi guerriero Posar non dei, quando Ottoman n'assaglia. Quì Trasideo non tacque: il tempo è fiero; Con torbido furor Marte travaglia Nostre speranze; e per trovar salute È da provarsi in arme ogni virtute.

LXIV

Che fia non so; ben ho fermato in mente Anzi fra duri acciar correre a morte, Che del crudo Ottoman l'iniqua gente Vincitrice mirar dentro a le porte, Troverò requie infra le turbe spente: Voi, quale aspetti miserabil sorte, Eleggo non pensar; tormento immenso Troppo suolmi assalir, s'unqua ci penso.

LXV

Cotal rivolto a le miserie incerte, Egli dicea d'ogni speranza in forse. Ella avendo a' sospir le labbra aperte Dal nobil cor tale risposta porse: Che per lo sangue mio fosser sofferte Viltati indegne il Sole unqua non scorse, Nè soffrirò, che per innanzi ei scorga, Ch'a vil catena queste braccia io porga.

LXVI

Diasi Rodi al furor d'aspri nemici, Chiudano in porto i vincitor le vele; Me già non mireran Frigi, e Cilici Portare urne da fonti, e tesser tele. Per tal modo schernìa l'ore infelici Tra le minaccia d'Ottoman crudele La vergine superba; in rimirarla Alto agitato Trasideo non parla.

LXVII

Ed ella fa recar candida vesta, Che lungo studio di Meonia gente Fra gangetiche perle avea contesta, Giungendo a varia seta oro lucente. Era quivi a mirar, ch'empio funesta L'onde spumanti del Troian torrente Con ampio sangue, e che sdegnoso ancide Le Dardanie falangi il gran Pelide.

LXVIII

Mirasi poi da gran furor sospinto, Che de l'estrema tomba il dono ei nega, E sovra lui, che gli ha l'amico estinto, Del terribile cor l'ira dispiega; I piè trafigge al Cavalier già vinto, E tra le rote del gran carro il lega: Tre volte intorno a le muraglia ei gira De i patrii alberghi, e seco dietro il tira.

LXIX

I superbi destrier volve e rivolve, Il freno allenta ed implacabil fiede; Ettor s'adombra d'una orribil polve, E da l'alte sue torri Ecuba il vede. Di sì nobile spoglia il busto involve Al Cavalier, cui se medesma diede; E soggiungea: quì ti sia specchio il vanto, Onde il gran sangue tuo splende cotanto.

LXX

Sì disse alteramente; indi il sereno Volto alquanto turbò, nè più ragiona. Trasideo colmo di gran fiamma il seno L'amatissima vergine abbandona; Diparte, e pur tiensi cotanto a freno Contra il dovuto ardir, ch'indi lo sprona, Ch'ad ogni passo indietro ei si raggira, E le bellezze abbandonate mira.

LXXI

Così sen va: poi che le scale ha scese, E son de la sua donna i rai disparsi, Al domestico albergo i passi stese, Ed entra stanza, ove ha per uso armarsi; Sceglie ivi scudo, luminoso arnese, Ch'a fochi di Damasco ei fe' temprarsi; E pronto a Rodi procurar soccorso, Ov'era il grande Orsin, drizzava il corso.

FINE DEL II. CANTO.

ANNOTAZIONI

AL CANTO II.

Il _Contenuto_ del canto 2.º

«Nel canto II. il gran Maestro intende che Amedeo viene a soccorrerlo; egli parla co' duci di tutte le nazioni de' Cavalieri; e Trasideo visita Egina sua Sposa innanzi che andare alla muraglia a combattere.»

Argomento del Peschiulli al canto 2.º dell'Amedeide minore:

De l'ombroso Filermo infra gli orrori Spada immortal l'Eroe d'Italia aspetta; Affida il Rodian ne' suoi timori Angelo, e Folco i Duci a l'armi alletta. Va Trasideo da gli amorosi ardori Sospinto a visitar la sua diletta; Et ha ricamo in dono, ove Pelide, Gloria d'ago guerriero, Ettore ancide.

Osservazioni critiche del Cav. Onorato d'Urfé al canto 2.º dell'Amedeide maggiore.

St. 2. «Cette seconde vision de l'Ange est superflue, parce que par la premiere il pouvoit faire la mesme chose.»

St. 5 e 29. «Quand l'Ange et l'Ange Custode parle du pays d'Amedee, l'un le nomme Turin, et l'autre ny ajoute que la Dora. Il me semble que c'est faire tort a la grandeur de son Heros, qui avoit des grandes provinces et des grands fleuves, et mesmes des costes de la mer; de sorte qu'il fallait nommer plutost les Allobroges ou la Savoye, le Pau (_Po_) et la mer ligustique, que non pas une vile (_ville_) de Turin et un petit ruisseau comme est la Dora.» Questa osservazione è contraria al costume di tutti i Poeti, die sono usi di nominare la città capitale, e il fiume, grande o piccolo, che la bagna. Così fece ultimamente il Manzoni, che nel 5 _maggio_ nominò l'umile Manzanares, non l'Ebro, nè il Tago. E la Savoja non è dimenticata dal Chiabrera; perchè nella st. 32 di questo canto, si legge

Qual Savoja ne' suoi virtù riserba,

ed appresso, st. 35.

Il buon Signor de' Savojardi regni.

St. 39 «Il dit que l'Orsino etoit chef de la langue italienne et le descrit jeune: cela est contro les statuts de l'ordre de ces chevaliers, parce que telles charges ne se donnent que par ancienneté, et cette ancienneté ne se peut avoir qu'avec l'age.»

Variante del canto 2.º

_Amedeide magg._ st. 7 L'orgoglioso Ottoman. _...... min. ivi_ Orgoglioso Ottoman.