Part 8
— Oh Maurizio — esclamò la signora Anna alquanto risentita, e facendo atto di alzarsi in piedi — basta di ciò. Voi sapete quanta libertà abbiate in questa casa, e come io vi consideri più che di famiglia: ma ogni confidenza ha un limite, e io non posso concedervi queste supposizioni sul conto di Evelina. Sermoneggiate me quanto vi piace, ma lasciate stare quell'angiolo.
— Via, non siate cattiva — rispose il vispo vecchietto, tenendo la signora Anna pel lembo dell'abito e non permettendole di muoversi dalla seggiola. — Rispetto la vostra tenerezza di nonna, e non vi dirò per questa sera nulla più sul conto di Evelina. Ma senza insistere sul caso speciale, vi ripeto che degli angeli ne ho visti perder l'ali parecchi, e molte virtù naufragare, e molte altre salvarsi per un accidente; che so io! per un soffio di vento o per un raggio di sole.
— Che cosa c'entrano il vento ed il sole?
— Oh se c'entrano! — soggiunse il signor Maurizio, stropicciandosi le mani — volete proprio che ve la racconti la storia d'un raggio di sole?
La signora Anna sorrise, die' una rapida occhiata all'orologio che stava sulla _consolle_ e segnava le dieci e mezzo, e poi, voltasi al suo interlocutore: — Avete una voglia matta — rispose — di narrare una delle vostre storielle che sono assai più numerose de' giorni dell'anno. Posso concedervi tre quarti d'ora. Ma patti prima, mio caro. Voi avete l'abitudine delle impertinenze, e io non ne voglio; avete certi frizzi di cattivo genere, e io non amo sentirli; onde, o voi state nei termini, o andate a raccontare le vostre frottole al caffè od al casino.
— Accetto le condizioni. E anzi perchè non vi sia il caso che io le dimentichi, vi prego ogni volta ch'io stessi per uscire di strada, di richiamarmi all'ordine come se voi foste il presidente di un'assemblea. — Si guardò attorno, e, adocchiato sul tavolino un paio di forbici, le sospinse fino alla signora Anna, dicendole: — Questo sarà il vostro campanello. Quando voi alzerete queste forbici, capirò che bisogna ch'io renda più castigate le mie espressioni.
— Siete pure il gran fanciullone — sclamò la signora Anna. — Ora parlate.
— Adagino, adagino. Ho pur io una condizione da imporvi.
— Sentiamola un po'.
— Che quando io serbi quei modi di gentiluomo che mi prescrivete, voi mi lascerete andare sino al fondo della mia storia, anche se per avventura si trattasse di cosa che vi fosse già nota.
— O come potrebbe essere?
— Chi sa? Non è poi impossibile che l'abbiate udita a raccontare da qualchedun altro.
— E in questo caso voi vi sta a cuore di farne la seconda edizione?
— Mi sta.
— Ebbene, sia pure come vi aggrada.
— Ho la vostra parola?
— Ma sì, ma sì: vi occorre altro?
— Datemi la mano?
— Dio buono! Quante formalità! Si direbbe che voleste iniziarmi a qualche loggia massonica. Eccovi la mano.
La signora Anna porse al Dardi una manina che l'età non aveva nè troppo dimagrata nè troppo ingrassata; una manina giovine, se si potesse usare questa frase, tanto ne erano ben tornite le forme, e morbide e delicate le tinte, e pieni di una nervosa irritabilità i movimenti. Il lepido vecchio parve molto compiacersi di quella stretta, e poich'ebbe tenuta per alcuni secondi nella sua destra la destra della signora Anna si soffiò due volte il naso, e si raschiò la gola come chi si accinge a una perorazione accademica. Ella intanto, da avveduta massaia, accendeva la macchina del tè, dicendo scherzosamente:
— Perchè non accada ch'io pigli sonno durante la vostra chiacchierata, mi preparo a bevere una seconda tazza.
— Questa disgrazia non accadrà, maligna che siete, me ne fo mallevadore. E comincio. Vi avviso però che quello ch'io faccio è il racconto d'un racconto. Un amico a cui la faccenda è toccata, me la narrò in tutti i suoi particolari. È una storia vera, capite?
— Oh che bella verità, passata per due filtri; quello dell'amico e il vostro!
— La storia rimonta a poco meno di quarant'anni addietro — continuò il signor Dardi senza preoccuparsi dell'interruzione. — Il mio amico che ora è vecchio come me.... e come voi, era allora giovane e bello com'ero io.... e come eravate voi in quel tempo.
— Questo non ha che fare.
— Egli aveva da poco finito i suoi studi all'università lasciandovi fama d'ingegno piuttosto vivace che peregrino, di coltura piuttosto varia che profonda. Comunque sia, in un tempo nel quale alle università si studiava pochissimo, egli poteva ragionevolmente passare tra i giovani più valenti, e quelli ch'erano tali davvero lo accoglievano a braccia aperte nei loro crocchi ove il suo buon umore costante contribuiva a tener allegra la brigata. E, fra parentesi, vi contribuiva anche un po' la sua borsa, perchè egli era ricco e gli studenti ricchi possono contarsi come le mosche bianche. In complesso era davvero una eletta brigata di giovani, disseminatasi poscia qua e là secondo le necessità della vita o i capricci del caso. Per una di quelle bizzarrie che non sono sì rare, il mio amico s'era legato di più intimo affetto con quello che, fra tutti gli altri del gruppo, si discostava maggiormente da lui pel carattere. Quanto egli era festevole e spensierato, altrettanto l'amico suo era serio e meditabondo, nè la tempra del loro ingegno era meno dissimile di quella della loro indole. L'uno andava qua e là succhiando il miele da tutti i fiori, amava la poesia, la musica, la pittura; l'altro coltivava con assiduità piuttosto germanica che italiana gli studii filosofici, giuridici, storici. Ma, singolare a dirsi eppur vero, quegli che possedeva una natura d'artista aveva un fondo di scettico incorreggibile, l'altro sotto le gelide apparenze celava una buona fede da non potersi immaginar la maggiore. Quanto alla severità della sua indole, e alla rigidezza claustrale de' suoi costumi, vi basti sapere che non c'era mai stato caso, mentre eravamo studenti insieme all'università....
— O che cosa c'entrate voi?
— Avete ragione. Adopero la prima persona credendo di far parlare il mio amico.
— Che amicizia! La vi fa persino dimenticare la vostra identità personale, come dicono nei giornali di giurisprudenza di mio marito. Proprio come Oreste e Pilade!....
— Via, mi fate perdere il filo con le vostre malignità. Che cosa dicevo? Ah dicevo che gli sforzi fatti per addomesticarlo erano falliti, che non era stato possibile di renderlo soggetto alle debolezze della sua età! A ventitrè anni, egli era....
La signora Anna mosse un momento le forbici e il signor Maurizio cambiò metro.
— Ma ciò poco importa. Nemmeno le quistioni politiche, e qui spero che mi lascerete parlare, lo preoccupavano più che tanto. In quel tempo singolare nella quale dalle poesie del Baffo e del Buratti (oh non fate smorfie perchè le avrete lette anche voi) si passava alle liriche del Berchet; e alla porta dei teatri e delle sale da ballo vi aspettava talora la sedia di posta che doveva condurvi allo Spielberg, in quel tempo in cui pareva non esservi posto nella vita che per la _farsa_ e per la tragedia, il nostro originale era riuscito a tenersi ugualmente lontano dalle seduzioni del mondo elegante e da quelle allora assai più nobili, ma assai più pericolose, delle società segrete. E non era diffidenza, chè, come dissi, il suo animo era alieno dai sospetti; e non era viltà, chè egli non aveva sortito natura codarda; era soltanto quella sua grande passione dello studio che soverchiava in lui gli altri affetti e gli altri pensieri, e lo rendeva noncurante di molte cose che esercitavano un fascino sulla comune dei giovani.
Potete immaginarvi come rimanessero i suoi compagni quando seppero un giorno ch'egli era perdutamente innamorato. Come! E di chi? Queste domande correvano di bocca in bocca, e per uno o due giorni tutti malignavano dicendo: Sta a vedere che grossa corbelleria egli ha commesso!
— _Egli!_ — interruppe la signora Anna. — Abborro gli anonimi.
— Volete proprio che ci mettiamo in regola con lo stato civile? Ebbene: il mio amico lo chiameremo Ugo, e all'amico del mio amico imporremo il nome di Alberto. Alberto adunque, poichè di lui si parla in questo momento, non aveva commesso quella grossa corbelleria che gli si attribuiva. Certo egli aveva avuto un gran torto ad innamorarsi sul serio, ma almeno non s'era appigliato nè ad una brutta, nè ad una civetta, nè ad una stolida; com'era pur verosimile in un uomo che aveva sì poca pratica di queste faccende.
— O che non aveva forse gli occhi codesto signor Alberto?
— Occhi da erudito, mia cara Anna, buoni da decifrar palinsesti, e capaci di fermarsi con maggior compiacenza sopra un'iscrizione in lingua sanscrita che sulle forme divine della Vergine di Milo. A ogni modo, la fanciulla amata da Alberto era tale da affascinare qualunque anima d'artista. Non ve ne farò la descrizione. Mi basterà dirvi che gareggiavano in lei la bellezza, l'ingegno e la grazia. Era una grazia schietta, spontanea, che spirava da tutta la persona come l'olezzo dal fiore, era un ingegno vivo, elegante, poetico, era una bellezza piena a un tempo d'abbandono e di fuoco, di soavi malinconie e di celesti sorrisi... E quella fanciulla non aveva, io credo, che sedici a diciassett'anni....
— Ih! come vi riscaldate: si direbbe che parlaste di una vostra innamorata di ieri.
— Cara mia, le cose paiono vicine o lontane secondo che sono più o meno scolpite nella memoria....
— Parlerete, io spero, della memoria del vostro amico.
— Certamente, — rispose il signor Maurizio con disinvoltura, quantunque quella inchiesta suggestiva lo avesse un po' sconcertato. — Ma io mi investo ne' casi suoi.
— Siete pure il prezioso amico, — insinuò con un filo d'ironia la signora Anna. — Ma, a proposito, il nome di questa Dea?
— Diamole nome Giulietta.
— O c'è un Romeo?
— Può darsi: non precipitate.
— Già capisco tutta la vostra storia peregrina. È uno dei soliti innamoramenti.
— Ma per carità, mi avete promesso di non interrompermi. Lasciatemi adunque tirare innanzi. La bella Giulietta, sorpresa dalla dichiarazione di un giovine ch'ella aveva conosciuto il dì innanzi, cominciò coll'esserne sgomenta, ma poi quella sua anima delicata e gentile non potè a meno di rispondere a un affetto così vivo ed onesto, così rispettoso nella sua violenza, e così lusinghiero per l'amor proprio di lei. In generale anche le donne leggiere e che non vanno pazze per l'ingegno piegano il capo dinanzi al buon successo: e Alberto era fra i giovani più celebrati della università e tra quelli a cui si augurava un più splendido avvenire. L'indole severa del suo intelletto e dei suoi studi non era invero tale da affascinare una giovinetta sedicenne, ma d'altronde come respingere un uomo del suo valore? Come ributtarlo da sè, s'egli, tra mille, aveva scelto lei, modesta ed oscura? Ecco perchè la fanciulla, pur non dividendo l'entusiasmo del suo amante, porse orecchio benevolo alle sue parole e promise a sè stessa che col tempo lo avrebbe ricambiato di uguale trasporto. Come si rimovessero gli ostacoli frapposti dalla famiglia, come il matrimonio si concludesse quando Alberto aveva appena ricevuta la laurea, sono cose di cui non mette conto tener parola. Eppoi sapete ch'io non posso scendere a troppo minuti particolari per non tradire il segreto che mi è confidato. Questo bensì vi dirò, che gli amici di Alberto, dopo le sue nozze, si sentirono sollevati da un gran peso sullo stomaco, perchè egli li aveva noiati fuor di misura co' racconti della sua gelosia, de' suoi dubbi e delle sue escandescenze. In alcune anime l'amore scende come una pioggia benefica sulla terra preparata a riceverla; le compie, le rallegra, le avviva, le fa capaci di spargere intorno a sè una gioia pacata e serena: in altre invece esso irrompe come l'uragano sopra un suolo granitico in cui l'acqua non filtra lentamente ma s'arresta alla superficie formando larghe pozze e rigagnoli: anzichè assimilarsi al loro organismo, l'amore crea in queste anime uno stato inquieto, morboso, e toglie alle loro manifestazioni quel gentile riserbo, quella verecondia soave che le mostra ricordevoli oltre che del proprio pudore anche del pudore dell'essere amato. Alberto era, nelle sue confidenze, pettegolo, indiscreto, qualche volta persino brutale; tanto lo sgomentava la trasformazione esterna che s'era operata in lui, tanta era la disarmonia, da lui non perfettamente compresa, fra questa passione e il resto dell'esser suo.
«Allorchè egli divenne marito, le tendenze ingenite del suo animo e del suo ingegno ripresero il disopra. Come coloro che, dormendo, ricevono una impressione fisica che si mesce ai loro sogni, tantochè quando si svegliano, ogni altra parte del sogno svanisce fuori di quella impressione che è viva e reale, così Alberto, ritornato in sè stesso, vide dileguarsi l'incanto che lo aveva posseduto e solo restargli a fianco, bella e gentile, più che desiderata compagna, la moglie. Ambizioso per indole, Alberto scorgeva in lei piuttosto un inciampo che un aiuto alla sua carriera, e gli mancava l'arte di nascondere ciò ch'egli sentiva. Giulietta invece, la quale, come accade alle fanciulle virtuose, aveva, dopo il matrimonio, preso a voler più bene che mai all'uomo che aveala fatta sua, rimase profondamente mortificata di questo cambiamento, ma col riserbo misto di dignità ch'era il fondo del suo carattere non si faceva scorgere e chiudeva in sè il suo dolore. Tanto inesperta da non prevedere ciò che era avvenuto, ella non sapeva per anco, a malgrado della sua intelligenza, scoprire i mezzi di ripararvi. Non sapeva ancora che, mescolandosi agli studî ed alle aspirazioni di suo marito, divenendo un valido sussidio de' suoi lavori, ella avrebbe potuto riafferrare quell'amore che le fuggiva. Le afflizioni senza lamento non hanno nemmeno la sodisfazione d'essere intese dagli altri, o, se sono intese, porgono un facile appiglio a chi vuol far le viste di non avvedersene. Chi non si lagna non soffre, dice l'egoista, e chi ha la vita troppo affollata di occupazioni è spesso egoista. Il tempo che è la stoffa del lavoro e della produzione è anche la stoffa dei sentimenti. Se chi nulla fa nulla aggiunge al capitale materiale della società, chi non riposa mai non aggiunge nulla al suo capitale di gentilezza e di simpatia. A ciò gli economisti non hanno pensato.
«Non erano corsi due mesi dalle nozze, che Alberto e Giulietta vivevano in un'orbita diversa: egli tutt'inteso a' suoi studî; ella in una solitudine malinconica che lasciava buon giuoco ai pellegrinaggi della sua fantasia. Quantunque non ne andasse pazza, avrebbe gradito i piaceri delle sue coetanee: i teatri, le feste, i ritrovi geniali; ma suo marito o non aveva agio di condurvela, o conducendovela, si rincantucciava con tanto di muso in modo da toglierle tutto il divertimento. Nondimeno, ella avrebbe potuto passarsene. Spirito culto, riflessivo, tranquillo, ella anelava essenzialmente a quella felicità che nasce dal continuo scambio d'impressioni e di pensieri tra due persone che si apprezzano e s'amano, e, sposandosi, aveva creduto che questa felicità non dovesse mancarle. Vedendosi delusa nella sua aspettazione, si trovava simile a chi s'accorge a mezzo il cammino d'aver smarrito la via, nè sa qual nuovo sentiero debba prendere per arrivare alla meta. Intanto compieva di per sè la manchevole educazione del chiostro, faceva disordinatamente, febbrilmente, accatastando lettura su lettura, gli studî ch'ella aveva sperati comuni con suo marito. Già libri non ne mancavano nella sua nuova dimora.
«Aveva, più che le abitudini, gl'istinti dell'eleganza, e abbenchè uscisse di rado assai, era sempre accuratissima nel vestito e nell'acconciatura. Questa sua innata eleganza ella aveva saputo infondere non in tutta la casa, ma in uno stanzino che era il suo nido, il suo tempio. Era uno stanzino appartato del primo piano a cui si giungeva anche per una scaletta laterale che da un andito contiguo metteva in giardino. Le pareti d'un azzurro chiaro erano fregiate di stucchi bianchi, e pure a stucchi era il palco leggiermente arcuato....»
La signora Anna si scosse e chiese:
— O come sapete voi tutti questi particolari?
— Oh bella! Me li ha detti l'amico. Ma vi prego di non farmi perdere il filo del racconto. La finestra del gabinetto (ve n'era una sola, ma grande) dava sul giardino cinto da un muro basso, e di là dal quale erano altri giardini più vasti, più signorili, con bellissimi abeti. In un punto la verdura era men fitta e lo sguardo indovinava un ampio orizzonte. I mobili.... debbo parlare anche dei mobili?
— Come siete noioso! Lasciateli lì i mobili, e venite al punto.... O se non volete venirci presto, smettiamo, chè già capisco che non val la pena di continuare.
— Via, non v'impazientite. L'avete forse intesa ancora questa storia? A ogni modo dovete stare ai patti e lasciarmi dire. Sarebbe la prima volta che manchereste alla vostra promessa.
— È vero. Proseguite, ma senza digressioni.
— Sarà difficile, perchè non è mio costume. La mia fantasia va sempre caracollando e mai al galoppo. Ella ama far sosta qua e là, e cogliere i fiori pendenti dagli arbusti lungo la via: le corse precipitose alla Mazeppa non son fatte per lei.... Però torniamo a bomba, lasciando stare i mobili. Vi chiedo grazia soltanto per una biblioteca d'acero a lustro, piccina, graziosa, elegante, che era l'altare di quel tempietto, tutto silenzio e raccoglimento. La giovine vi teneva i suoi libri, una cinquantina di volumi al più, ma scelti e legati con ottimo gusto. Ed ella stava lì soletta le lunghe ore del giorno, ora leggendo, ora fantasticando alla finestra, certa, o quasi, di non veder giungere suo marito fino all'ora del pranzo. Visite ne faceva poche, e quindi poche ne riceveva, perchè le era troppo tedioso il sentirsi dire che una sposina non doveva fare una vita così ritirata, e perchè abborriva da quel sistema comodissimo che hanno tante mogli di lasciar sparlare dei loro mariti senza negare nè assentire.
«Il mio amico che abbiamo detto di chiamar Ugo non abitava la medesima città, ma veniva di tratto in tratto a visitare il suo compagno di studî, ed era accolto festosissimamente anche dalla Giulietta che vedeva una volta tanto una faccia aperta e gioviale. In quelle sue visite che non solevano durar più di tre o quattro giorni egli alloggiava sotto il tetto di Alberto, portandovi un soffio di vita, un'eco del mondo esterno a cui quella casa pareva chiusa del tutto. Ugo era elegante, frequentava i teatri, le società, e quindi non gli mancavano mai argomenti da discorrere. Figuratevi! Erano quelli i tempi della Pasta a della Malibran, della _Norma_ e dell'_Otello_. La Giulietta, che amava tanto la musica, non aveva mai potuto persuader suo marito ad uscir per una settimana da quella loro misera cittadina di provincia e condurla a vedere gli spettacoli della capitale. Onde, quando Ugo gliene parlava, ella sentiva venirsi l'acquolina in bocca, e pendeva de' suoi labbri con una curiosità piena di emozione. Non c'è da maravigliarsi di questa parola. A que' tempi in Italia i trionfi musicali destavano un vero entusiasmo. Lo dissi già prima; non c'erano che due cose da fare: o cospirare, o divertirsi; o andare in carcere, o andare a teatro.... semprechè non si preferisse di andare in entrambi i luoghi. Alberto chiamava frivolezze questi discorsi, ma, in ogni modo, poichè egli aveva ottimo cuore, riceveva l'amico suo a braccia aperte, e quando questi gli diceva a tu per tu ch'egli aveva torto a trascurare sua moglie, giovine, bella, adorna di tutte le virtù, gli dava un mondo di ragioni, scusandosi soltanto col pretesto delle sue mille faccende e della serietà de' suoi studi. Comunque sia, la presenza d'Ugo, ch'era forse uomo un po' leggiero, ma certo vivacissimo e pronto d'ingegno, era una vera provvidenza per quella casa. Per la Giulietta, egli non provava che una viva amicizia, e poi la sincera e devota affezione che lo legava ad Alberto avrebbe soffocato nell'animo di lui ogni altro sentimento. Quanto maggiore la sicurezza tanto maggiore la confidenza: confidenza fraterna, e quasi infantile.... Io non capisco, la mia cara amica, perchè andiate agitandovi sulla sedia, mentre non mi sembra di dir cosa che sia o possa parervi sconvenevole punto. Perciò vi supplico che ve ne stiate buona e tranquilla, poichè la mia eloquenza, per mantenersi, vuole il raccoglimento dell'uditorio.
— Siete un grande originale — rispose la signora Anna, sorridendo fuggevolmente. — E se vi dessi una tazza di tè, non mi risparmiereste la seconda metà della vostra storia?
— Accetto la tazza, ma continuo.
La signora Anna die' una scrollatina di testa come se volesse dir nuovamente: _Che matto_! e versò il tè al suo lepido interlocutore.
— Un giorno — riprese il signor Maurizio tra un sorso e l'altro — il mio amico arrivò in casa d'Alberto inatteso, e quindi più festeggiato che mai. Si deliberò di fare pel dì seguente (ch'era una domenica) una escursione a una villa poco discosta, e si passò la sera pregustando il divertimento del domani. La Giulietta non era mai stata più ilare, nè Alberto più espansivo, nè Ugo più amabile....
— Ve l'ha detto lui?
— Sicuro!
— Beati gli uomini franchi!
— Al mattino del dì appresso (era in primavera avanzata, poco importa il mese) Ugo fu in piedi all'ora stabilita, e fece la sua _toilette_ con grande accuratezza e sollecitudine vicino alla finestra aperta della sua stanza che dava anch'essa sopra il giardino. Faceva un bellissimo tempo: però l'orizzonte non era tutto sereno, e qualche nube percorreva il cielo con insolita rapidità a simiglianza di persona affaccendata. La moda di quarant'anni addietro, e voi lo sapete meglio di me, non era la moda dell'anno 1870, e se il mio amico vi comparisse dinanzi acconciato nella foggia di quel dì, voi non potreste certo trattenere una sonora risata. Un cappello di paglia con cupola alta e larghe tese orizzontali, un vestito color caffè con le maniche attillatissime e col bavero di smisurata altezza, una cravatta bianca che si attortigliava al collo come il serpente del Laocoonte, e che scendeva a riempire tutto lo sparato del panciotto chiaro di fondo e stampato di gran fioroni gialli, un paio di calzoni d'una tinta sentimentale stretti alla gamba ecco a un dipresso il figurino del mio amico in quel giorno memorabile. E in quel giorno, ve lo assicuro io, egli era bello, e aveva ben ragione di sorridere guardandosi nello specchio. La giovinetta che acquista la coscienza della propria bellezza non può vincere un vago presentimento di arcani pericoli, e in mezzo all'orgoglio del sapersi regina chiede talvolta a sè stessa se il suo scettro non sarà bagnato di lagrime. Nei mille occhi che l'affisano, nelle mille labbra che si muovono a susurrarle una parola gentile, ella indovina un'insidia al suo pudore, alla pace dell'animo suo; insidia che tanto più la sgomenta quanto più le versa nel cuore un'incognita voluttà. L'uomo invece, a torto o a ragione, non è assalito da questi scrupoli: l'avvenenza è per lui un dono che non ha mistura d'amarezza; un sorriso non gli fa salire i rossori sul volto, uno sguardo non gli fa chinare la fronte. Nel suo aspetto raggiante è la gioia del dominio o la certezza della conquista; sulla sua bocca sta il grido di Schiller — _Ich bin ein Mann, wer ist es mehr_? Io sono un _uomo_, chi lo è più di me?
«Ecco ciò che Ugo, contemplandosi nello specchio, andava in quel mattino ripetendo a sè medesimo.
«Mise il capo fuori della finestra, aspirò a larghi tratti l'aria frizzante della campagna, e cominciò a solfeggiare la deliziosa romanza dell'_Anna Bolena_:
Oh! non voler costringere A finta gioia il viso, Son belle le tue lagrime Siccome il tuo sorriso,
con quel che segue. Proprio sotto della sua finestra un'imposta si aprì, e un bel visino arrovesciato apparve sul davanzale. Era Giulietta.
« — Bravissimo — esclamò la giovane con quella sua vocina melodiosa ed insinuante.
« — Oh diamine! già vestita, — rispose Ugo balzando subitamente, senza saperne il perchè.