Part 7
Si va facendo buio e gli occhi del gatto Melanio cominciano a brillare nell'angolo della stanza, vicino alla stufa. Il servo picchia all'uscio e chiede se deve portare un lume acceso.
— Riaccendete intanto il fuoco, — dice il signor Odoardo.
Le legne cigolano, scoppiettano, mandano faville e poi finiscono ad ardere con una gran fiamma, con un suono uniforme, possente, come il respiro d'un gigante addormentato. Nella mezza oscurità i riflessi luminosi guizzano sulle pareti, fanno spiccare i rabeschi delle carte, corrono fino a lambire lo spigolo dello scrittoio. Le ombre s'allungano, s'accorciano, s'ingrossano, s'assottigliano, gli oggetti paiono mutare continuamente di dimensioni e di forme. Il signor Odoardo lascia andare i suoi pensieri a briglia sciolta, e passa in rassegna gli anni trascorsi a fianco della moglie virtuosa, ricorda la cuna della sua bimba, e i primi vagiti, e i primi sorrisi; sente, ahimè! l'ultimo bacio della sua donna moribonda, l'ultima parola articolata dal labbro di lei: Doretta. Oh no, egli non può fare infelice la sua Doretta! Pur non è sicuro che il fascino della signora Evelina non lo vinca di nuovo; pur teme egli stesso che al riveder domani la bellissima ammaliatrice si dileguino i suoi virili propositi.... C'è forse un mezzo, uno solo!
— Doretta, — dice il signor Odoardo.
— Babbo.
— Devi ricopiar questa sera la lettera per la nonna?
— Sì.
— E non preferiresti invece di andarci tu dalla nonna?
— Con chi? — chiede la bimba angosciosamente e, mentre ella attende la risposta, il suo cuoricino batte d'un palpito affannoso.
— Con me, Doretta.
— Con te? — ella esclama quasi non credendo a sè medesima.
— Sì, con me, col tuo babbo.
— Oh babbo mio! — ella grida, e le sue piccole braccia cingono il collo del signor Odoardo, e le sue labbra lo coprono di baci. — Oh babbo mio, buon babbo. Quando si parte?
— Domattina, se non ti fa paura la neve.
— Anche subito, anche subito.
— Subito no. Per bacco, non vorresti nemmeno pranzare?
E il signor Odoardo, svincolandosi dolcemente dall'amplesso della figliuola, si alza, suona il campanello e ordina che portino il lume. Quindi con un moto istintivo egli guarda ancora una volta dalla parte della finestra. Nella casa dirimpetto tutto è buio, il profilo della signora Evelina non si disegna più dietro i vetri. È sempre brutto tempo, cade sempre qualche fiocco di neve. Il servo chiude le imposte, tira le cortine; nessuno sguardo profano penetra ormai nel santuario domestico.
— Tanto fa desinar qui, — dice il signor Odoardo. — In salotto sarà una Siberia.
La Doretta mette in rivoluzione la cucina con la strepitosa notizia del suo viaggio. Prima si crede ch'ella scherzi; quando non si può dubitare che ella affermi il vero, si osserva sommessamente che il padrone dev'esser impazzito. Partire nel cuore dell'inverno, con un tempo simile! Almeno si aspettasse una bella giornata!
Ma che importa alla Doretta dei commenti della servitù? Ella non capisce in sè dalla gioia, canticchia, saltella per la stanza e viene ogni momento a dar un altro bacio al babbo. Poi versa la piena de' suoi affetti nel cuore del gatto Melanio e della bambola _Niní_, alla quale promette di portar da Milano un vestito nuovo.
A pranzo non fa che parlare della sua gita, mangia pochissimo, domanda sempre che ora è e a che ora si parte.
— Temi di perder la corsa? — chiede il signor Odoardo sorridendo.
Eppure, quantunque egli lo dissimuli, non è meno impaziente di lei. Ha bisogno di andar lontano, lontano. Forse non tornerà fino alla primavera. Perciò ordina che gli preparino il bagaglio come se dovesse rimanere assente almeno due mesi.
La Doretta si corica presto, ma non fa che ravvoltolarsi nelle coltri, e svegliar venti volte la cameriera per domandarle: — È tempo d'alzarsi?
Anche il signor Odoardo è desto quando il servo alle sei della mattina viene a chiamarlo.
— Che tempo fa?
— Brutto, signor padrone.... Su per giù come ieri.... Anzi io direi che se non avesse proprio urgenza di partire....
— No, Angelo. Ho urgenza.... È inutile.
. . . . . . .
Alla stazione ci sono pochissimi viaggiatori avviluppati nei mantelli o nelle pelliccie; faccie scure, assonnate. Tutti si lagnano del tempo, del freddo, dell'ora; tutti protestano che senza un gran bisogno non si sarebbero alzati così di buon mattino. Un solo viso è ridente, una sola persona è vispa, la Doretta.
Lo scompartimento di prima classe in cui entrano il signor Odoardo e la Doretta è gelato, malgrado delle cassette d'acqua calda su cui posare i piedi, ma la Doretta trova che la temperatura è deliziosa, e se stesse in lei aprirebbe il finestrino per veder meglio fuori.
Una scampanellata, un fischio, e il convoglio si muove. Negli occhi della Doretta si dipinge una gioia ineffabile.
— Sei contenta, Doretta?
— Oh! Tanto....
Dieci anni addietro, con una giornata migliore, ma parimenti d'inverno, il signor Odoardo intraprendeva il suo viaggio di nozze. Gli sedeva di fronte una giovine, che somigliava alla Doretta quanto una donna può somigliare ad una fanciulla, una giovine leggiadra, composta, soavemente amorosa. Anche a lei il signor Odoardo aveva chiesto nell'istante della partenza. — Sei contenta, Maria?
— E anch'ella gli aveva risposto. — Oh! Tanto....
— Proprio come la Doretta.
Si corre, si vola. Addio, addio per sempre, signora Evelina.
. . . . . . .
È forse morta di disperazione la signora Evelina?
Oh no. La signora Evelina ha un ottimo temperamento e una buonissima casa. L'ottimo temperamento le impedisce di prender le cose troppo sul serio, la buonissima casa le offre mille distrazioni. Non tutte le sue finestre si aprono dalla parte ove abita il signor Odoardo. Ce n'è una, per esempio, che dà su un giardinetto appartenente ad un rispettabile celibatario il quale nei giorni di sole viene a fumarvi la sua pipa. La signora Evelina trova che il rispettabile celibatario è una persona a modo, e il rispettabile celibatario, che esercita le funzioni di liquidatore di avarie, trova che la signora Evelina ha un gran bel paio d'occhi ed è assai ben costruita, con materiali solidi, da poter meritare la classificazione 313 I. I. nei registri del _Bureau Veritas_. Ne viene che il celibatario guarda qualche volta in alto e la signora Evelina guarda qualche volta abbasso. Però la signora Evelina osserva che la stagione non è propizia alle conversazioni all'aria aperta, e invita il vicino a venirle a fare una visita. Il vicino esita, la signora Evelina rinnova l'invito. Come resistere a una bella signora? In fin dei conti una visita che conseguenze può avere? Nessuna, e l'ottimo liquidatore si loda assai dell'accoglienza ricevuta, tanto più che la signora Evelina gli ha dato facoltà di venire un altro giorno con la sua pipa. Ella ama infinitamente l'odor della pipa. È proprio una donna perfetta la signora Evelina, una donna quale ci vorrebbe per un uomo d'affari che non fosse deciso a rimaner celibe tutta la vita. Del resto, pensa il liquidatore, è verissimo ch'egli è deciso a rimaner celibe, ma chi gl'impedisce di cambiare d'opinione?
Fatto si è che quando il signor Odoardo ritorna con la Doretta dal suo viaggio di tre mesi, egli riceve la comunicazione del prossimo matrimonio della signora Evelina Chiocci, vedova Rombaldi, col signor Archimede Fagiuolo, liquidatore di avarie.
— Fagiuolo! — esclama la Doretta. — Fagiuolo!
E questo nome le desta un'ilarità sconfinata. Ma se badate a me, ciò che la mette in buon umore non è tanto il _marito_, quanto il _matrimonio_ della signora Evelina.
UN RAGGIO DI SOLE
L'ultimo lembo dello strascico d'un vestito di seta spariva dietro l'uscio del salotto di casa Mellari. Una signora innanzi negli anni, ma con la fisonomia piena di vivacità giovanile, seguiva il dileguarsi di quello strascico con uno sguardo lungo, tenero, appassionato; uno sguardo quale non hanno se non le madri per le loro figliuole e le avole per le loro nipoti. Ed era appunto una nipote della padrona di casa colei che aveva lasciato in quel momento la stanza.
La signora Anna, moglie del professore commendatore Everardo Mellari, sola in un angolo della camera, sedeva ad un tavolino su cui stavano alcuni libri legati, un servizio da te, un astuccio da lavoro e un moderatore di porcellana acceso; perchè, se non lo abbiamo ancora detto, lo diciamo adesso: erano le dieci di sera. Intorno a una tavola molto più grande collocata proprio nel mezzo dell'ampio salotto, rischiarato da una lucerna appesa al palco, e tutta sparsa di opuscoli e di giornali, discutevano di economia e di giurisprudenza sei uomini, con certe inflessioni nasali e una maestosa solennità degna di chi è socio di almeno cinque Accademie. Le sentenze si succedevano a regolari intervalli come le cento e una salve d'artiglieria alla nascita d'un principino. Vuole però giustizia che si facciano in questo gruppo le debite distinzioni. Delle sei persone ivi raccolte quattro avevano aspetto fossile, e il più fossile di tutti era un giovine non ancora trentenne, uno di quei gingillini della scienza che camminano servilmente sulle orme altrui, e si credono dotti quando hanno letto una _memoria_ papaverica dinanzi a un'assemblea sonnacchiosa. A costoro par grave di non avere che venti a trent'anni, e simulano i modi e la posatezza dell'età matura, gonfi, pettoruti, noiosissimi. Sul loro labbro non v'è sorriso, nei loro occhi non v'è luce, nella loro parola non v'è affetto, mummie prima di nascere.
Il professore commendatore Everardo Mellari, che al momento della nostra narrazione passava i sessanta, aveva avuto anch'egli il gran torto di non prendere la vita che da un lato solo, dal lato cioè dello studio e della meditazione, trascurando quella verità detta senza reticenze dal Giusti:
Se fa conoscere — le vie del mondo Oh buono un bricciolo — di vagabondo!
Però in lui una intelligenza elevata, una dottrina profonda e un cuore ottimo e tenace nelle amicizie facevano perdonare quel po' di compassato e di convenzionale che v'era nel suo carattere. Quanto alla persona, ella somigliava all'indole ed all'ingegno, ed era quindi piuttosto poderosa che aggraziata.
Dissimile affatto dagli altri, e tale che lo si sarebbe detto una stuonatura in quel concerto di dottoroni, stava in piedi appoggiando una mano alla spalliera della seggiola del professore Everardo, e tenendo con l'altra dinanzi agli occhi un giornale senza apparire troppo concentrato nella lettura, il signor Maurizio Dardi, il più vecchio e fidato amico di casa Mellari. Anch'egli fra i sessanta e i settanta, ma ritto, sottile, aitante delle membra, con una fisonomia briosa ed ironica spesso, con uno sguardo vivo, intelligente, pieno di fuoco, con dei capelli che ormai quasi bianchi del tutto conservavano la curva elegante della giovinezza e che si arricciavano di tratto in tratto con con una tal quale aria di provocazione come se volessero dire: — Oh se sapeste quante manine gentili ci hanno fatto scorrere fra le loro dita! — Dal complesso poi della persona tuttora attraente e dal vestire lindo e accurato, si vedeva l'uomo che aveva molto vissuto nella miglior società.
Il signor Maurizio aveva egli pure seguito con lo sguardo il dileguarsi del vestito di seta, e quando l'uscio si fu rinchiuso, con un movimento rapidissimo si fece accosto alla signora Anna, trasse un profondo sospiro dal petto come chi si sente sollevato da un peso, e avvicinando una sedia al tavolino, disse: — Si può fare un po' di conversazione con voi, signora Anna?
Ella che se ne stava fantasticando si scosse, e con un sorriso pieno di benevolenza: — Figuratevi! — rispose. — Vi confesso anzi che mi pareva impossibile di vedervi in mezzo a tanti uomini seri.
— Grazie del complimento. Però, ve lo dico col cuore in mano, vostro marito solo lo digerisco, ma in compagnia con quegli altri no e poi no. Everardo mi va ripetendo sempre che io sono uno scapato come a vent'anni, e che egli stesso non sa spiegarsi come, tanto dissimili d'indole, noi abbiamo potuto rimanere amici tutta la vita. E in verità la cosa fa meraviglia anche a me.... Ma, vedete, a Everardo io perdono tutto.
— Oh bella! Siete voi che perdonate? — interruppe la signora Anna.
— Sicuro, perchè, in fin dei conti, queste esistenze seppellite in mezzo alla polvere delle biblioteche sono esistenze sbagliate. Bandire il sorriso dalla vita val quanto bandire il sole dall'universo.
— Oh diamine! Siete sentenzioso... Su via, cattiva lingua, di chi avete a dir male stasera?
— Di molte persone, ma se non vi dispiace, mi limiterò ad una sola.
— Molti i chiamati e pochi gli eletti — osservò sorridendo la signora Anna. — E chi è oggi l'eletto?
— È una _eletta_.
— Una donna?
— Per l'appunto.
— E chi dunque?
— Voi stessa.
— Io!
— Sissignora... Credete davvero ch'io sia stato ad ascoltare in tutto questo frattempo le dissertazioni sulle imposte indirette di quell'amenissimo dottor Belgini, che, se si sta alla fede di nascita ha ventinove anni, e se si vede e si sente, ne ha almeno sessanta?
— Ma via, screanzato, parlate piano,
— Oh siate certa che non ci odono — rispose il signor Maurizio accostando però la sedia a quella della sua interlocutrice e abbassando alquanto la voce. Indi continuò:
— O vi par forse probabile ch'io abbia prestato una grande attenzione agli apoftegmi giuridici partoriti con tanto _aplomb_ dal consigliere Marino, il quale, allorchè ha parlato, si volta a destra e a sinistra come per dire: _Avete mai inteso nulla di simile?_
La signora Anna fece uno sforzo per non ridere, e con un tuono malizioso soggiunse a mezza voce;
— Non c'è forse il commendatore Brullo?
— Oh! — proruppe il signor Maurizio — quello è un bell'originale. Non v'è cosa che non gli sia accaduta, non v'è paese in cui egli non sia stato, non v'è idea che prima di venire agli altri non fosse venuta a lui. In casi eccezionali egli fa delle concessioni. Stasera, per esempio, si discorreva della Groenlandia. Egli osservò: _Io dovevo andarci_. Maravigliato d'un tuono tanto rimesso: _Eppure io tenevo per fermo_, diss'io, _che ci foste già stato_. Credete forse ch'egli abbia capito ch'io mi burlavo di lui? Tutt'altro. Prese le mie parole per un complimento.
— In fin dei conti poi c'è Everardo — concluse la signora Mellari con accento serio e senza ironia di sorta.
— Ah sì, c'è Everardo — rispose con l'accento medesimo il signor Maurizio — e ad Everardo ci faccio di cappello, ma, ve lo ripeto, a quattr'occhi, e quando posso levargli la crosta dell'accademico. Via, non v'impazientite. Ricevendo in casa sua de' pedanti gli tocca divenir qualche volta pedante anche lui per ospitalità... Ma, insomma, voi mi fate parer maldicente...
— Oh poveretto, non siete mica tale — esclamò la signora Anna. — E, a proposito, non dovevate dir male di me?
— Ah, questo sì, e comincio subito.
La signora Anna avanzò alquanto la sedia, e appoggiando il gomito al tavolino fece puntello al mento con l'avambraccio, e si pose in atto di benevola aspettazione.
— Dovete dunque sapere — principiò il signor Maurizio con un tuono scherzoso che temperava la asprezza apparente delle parole — dovete dunque sapere, mia cara amica, che io ho inteso gran parte del vostro colloquio con vostra nipote, e che fra voi e lei avete detto delle solenni corbellerie.
— O sentiamole un po' queste solenni corbellerie.
— Non mi negherete che la Evelina vi dicesse male di suo marito.
— Male poi no... Faceva alcune rimostranze.
— Or bene: quanto a me che del matrimonio...
— Risparmiatemi le vostre teorie. Già lo si sa che voi l'avete a morte col matrimonio.
— Falsissimo. Io la credo una ottima istituzione a benefizio dei celibi. Che cosa farebbero i celibi se non fossero gli ammogliati?
— Eh vergognatevi di questo cinismo.
— Sono meno cinico di quel che credete, amica mia, e mi sarebbe facile il provarlo. Ma ora ripiglio il filo del discorso. Quanto a me dunque che sono un celibatario ostinato ed impenitente, non ho nulla a ridire se una moglie si lagna di suo marito. Ciò sta nell'ordine naturale delle cose. Ma io mi metto dal punto di vista vostro, di una donna cioè che ha un culto per l'istituzione del matrimonio, e non posso a meno di strabiliare vedendo come voi lasciate tener quei discorsi a vostra nipote, e abbiate anzi tutta l'aria di secondarla.
— Oh se non avevate che a farmi questo sermone, mio venerabile signor censore, potevate davvero risparmiarvi la briga. In primo luogo, io non ho secondato niente affattissimo; e poi gli è appunto perchè ritengo che il matrimonio e la famiglia siano cose sacrosante che m'irrito quando ne vedo fraintesi gli obblighi dall'una parte o dall'altra.
— Queste sono frasi. Io credo invece che il matrimonio, per non finire in una catastrofe, debba essere un lungo esercizio di reciproca tolleranza. Tolleranza intendiamoci, non già del vizio e della dissolutezza, ma di tutti quei difettucci, di tutte quelle imperfezioni che ciascuno dei due coniugi vede indubbiamente nell'altro. Oh via, veniamo al fatto: di che cosa si lagna vostra nipote?
— Sapete che siete curioso? Io potrei mandarvi pei fatti vostri, e non dirvi nulla; ma voglio esser tre volte buona, e vi risponderò schiettamente che Evelina ha ragione. Un uomo che ha una sposa come Evelina, un fiore di gioventù, di bellezza, un angelo di bontà e d'innocenza; un uomo che possiede una donnina simile e la trascura, e non le consacra tutto ciò che v'è di migliore nella sua anima e nel suo ingegno, meriterebbe.... eh lo so io che cosa meriterebbe. Il meno che possa toccargli è che sua moglie si dolga di lui.
— Voi siete una vestale che conserva il fuoco sacro. Ancora bollente come a vent'anni! Io vi ammiro.
— Eh ammiratemi meno, e ascoltatemi di più. O che vi pare che Evelina avrebbe ad esser contenta? A sedici anni appena, la maritano (e un po' di colpa ne ho anch'io) a un giovine sui cinque lustri, operoso, valente, onesto, ma tutto pieno della sua ambizione, tutto preoccupato dei suoi buoni successi. Egli è ora di qua, ora di là, oggi a Firenze, domani a Milano, domani l'altro a Napoli, sempre a raccogliere applausi, a mietere allori, a proferir discorsi, a tener conferenze, e che so io, e dopo quindici mesi di matrimonio è molto se sta tre giorni la settimana presso sua moglie per annoiarla coi racconti delle sue glorie e de' suoi trionfi. Oh caro mio, non v'è nulla di più egoista dei così detti uomini grandi, non v'è nulla di più gretto e meschino. Nel santuario della casa che dovrebb'essere aperto agli affetti, alle confidenze, alla celia, essi portano la loro vanità personale; al pettegolezzo senza malizia e senza conseguenze della vita domestica essi sostituiscono il pettegolezzo pieno d'acrimonia e di fiele della vita pubblica e letteraria, e fanno cento volte desiderare il modesto impiegato, l'umile uomo d'affari che, dopo adempito il suo ufficio quotidiano, reca alla sua famiglia la parte migliore di sè; il sorriso del suo labbro, la poesia schietta della sua anima. Perchè questa è la gran differenza tra gli uomini comuni e quelli di maggior levatura; che i primi cercano di piacere alla moglie perchè sanno che non possono avere applausi da nessuno fuori di lei: gli altri, abbagliati dallo splendore che li circonda, non vedono che tenebre e squallore nelle pareti domestiche.
— Per bacco! — proruppe il signor Maurizio — stasera voi siete più eloquente di Mirabeau. Ma mi permettete di rispondervi?... In quello che voi dite c'è molto di vero; non v'ha dubbio, ma l'arma che avete brandita è un'arma a due tagli, e badate di non ferirvi da voi. Quando una giovine possede, come Evelina, uno sposo di un merito superiore, ella non ha che un mezzo per non divenire infelice. Ella non può impedirgli di raccogliere i frutti del suo ingegno e della sua dottrina e di essere acceso dalla febbre del buon successo: ella deve lasciarsi irradiare dalla sua luce, ella deve associarsi alle sue ambizioni. La neutralità le è proibita, perchè nella moglie l'esser neutrale vuol dire essere ostile. S'ella non si accalora pei trionfi del marito, il marito la trascura, ed ella finisce coll'odiar quella gloria che avrebbe dovuto riflettersi su di lei. I due coniugi vivono allora in due mondi diversi, le loro anime non hanno punto di contatto, e, credetemelo pure, mia ingenua amica, quando i corpi sono costretti a stare insieme senza che le anime si confondano, non può nascerne altro che il tedio scambievole... Ma via, siamo giusti; come volete che un uomo, esposto a tutte le seduzioni del mondo, blandito, accarezzato in mille guise, riesca a trasformarsi di punto in bianco, e diventi semplice, modesto, spensierato, appena egli abbia varcato la soglia domestica? Ma una moglie saggia previene i pericoli, e poichè non può mutare il marito muta sè stessa.
— Oh! volete farne un'erudita?
— Che! Voi sapete meglio di me come una donna di garbo possa prender parte agli studi di suo marito senza perder nulla della grazia e della semplicità nativa. Tutto sta che la sua trasformazione le sia dettata dall'affetto verso il consorte, e non dalla smania di dottoreggiare con gli altri: che in quest'ultimo caso non avete già dinanzi a voi una persona colta, ma una noiosa pedante sul fare di quelle che si vedono spessissimo nella società italiana, così diversa dalla società inglese e tedesca, ove l'eleganza dei modi, le aspirazioni ad un ideale elevato sono le cose più naturali e spontanee del mondo.
— Ma voi parlate sempre degli obblighi della donna: l'uomo non ne ha dunque nessuno?
— Sì che ne ha; ma io vi ragiono dal lato della felicità e della pace coniugale. E vi dico con la convinzione più profonda che l'uomo, anche se fallisce a' suoi obblighi, può trovar nella gloria, nell'ambizione, nel buon successo mille compensi, ma la donna, se non sa crearsi la felicità nel tetto domestico, non vi trova che la sventura o la colpa.
— Di che frasi sonore mi rintronate il capo! La colpa! Le donne virtuose sanno rimaner tali anche nell'infelicità.
— Nell'infelicità sì, — rispose vivamente il signor Maurizio, sorridendo a fior di labbro, — e quando un grande dolore, quando un grande disinganno occupa l'animo, io credo che la donna abbia in questo disinganno e in questo dolore una salvaguardia contro le tentazioni. Nel _Paolo Forestier_ dell'Augier v'è un tipo di donna la quale, per vendicarsi dell'uomo che adorava e che l'ha abbandonata, si getta nelle braccia di un altro ch'ella disprezza, precisamente nel giorno e nell'ora in cui deve accadere il matrimonio del suo primo amante. È un concetto bizzarro che si fonda sopra l'ipotesi d'un fatto possibile forse, ma non verosimile. Ciò che invece, a mio parere, mette la donna sempre al limitare della colpa si è quella condizione malaticcia dell'animo che non è la gioia e non è il dolore, vaga, indefinita, vaporosa come il crepuscolo, piena di desideri che non sanno acquistar forma e contorno, piena di malinconie che non hanno nome e non saprebbero spiegarsi a sè stesse. Una donna che dice: — _sono incompresa_, — molte volte comincia col non comprender sè stessa, ed è in quello stato di perplessità che costituisce un eterno pericolo. Chi non sa che cosa si voglia accetta facilmente gli esperimenti, perchè suppone che l'ideale sognato possa capitare quando meno si crede. Gli è appunto il caso della vostra Evelina. Le è sfuggita una frase ch'io colsi benissimo: — Capisco — ella disse — che fra lui e me non c'è modo d'intendersi. — Ora, questa frase, sia che racchiuda un profondo scoramento o una smisurata superbia, rivela in vostra nipote l'intenzione di lasciare che le cose vadano per la loro strada. La sua anima non è più occupata da suo marito....
— Ma chi vi dice queste cose?
— Lasciatemi finire. Il suo cuore è una casa vuota, e una casa vuota può sempre trovare un pigionale nuovo.