Alla finestra: Novelle

Part 6

Chapter 63,896 wordsPublic domain

— Conveniva romper gl'indugi. Ogni soverchio ritardo poteva esser fatale. Il conte volle che, in presenza sua, abbruciassi alcune lettere. — Voi foste la mia confidente — egli disse infine.... In quei tempi, Adelina mia, non ero la gran chiacchierona che sono adesso. — Le cose che vi ho rivelate seppellitele nella vostra memoria, i nomi che avete intesi dimenticateli; se vi si interroga sul conto mio mostrate di avermi conosciuto solo come uomo di società... È impossibile misurar le conseguenze di una parola imprudente... E voi siete madre, non dovete affrontare inutili rischi.... — Quand'egli si decise a partire, erano le dieci...

— E giunse in salvo?

— Sì, prima a Corfù, poi in Inghilterra... Ma la nostalgia l'uccise dopo tre anni.... Che cosa fai, Adelina?

— Nulla; rasciugo con un mio bacio quella lagrimetta che ti riga la guancia....

— Basta; cose vecchie, cose vecchie — disse la nonna, scrollando la testa come a cacciar via i pensieri importuni. — E lei, signorina, è contenta di avermi tirato in lingua anche oggi?.... Faccio male, faccio assai male; bisognerà che mi metta un bavaglio alla bocca....

— Nonnetta bella...

— Che c'è?

— Vorrei sapere...

— Ha saputo anche troppo, signora curiosa.

— Una domanda.... una sola.

— Via, sentiamo.

— _Quella sera_, dove mai s'era cacciato il nonno?

— Il nonno dormiva ogni sera nella sua camera dalle otto alle dieci.

— Ecco, dal suo punto di vista, sarebbe forse stato meglio ch'egli avesse dormito dalle sei alle otto.

NEVICA

Il termometro segna appena un grado sopra zero, il cielo è coperto di nubi bianche di cattivo augurio, spira un'aria rigida e acuta; che ragione può avere il signor Odoardo di starsene alla finestra della sua camera da studio alle nove della mattina? È vero che il signor Odoardo è un uomo robusto e ancora nel fior dell'età, ma via, non bisogna far troppo a fidanza con la propria salute, nè tirarsi i malanni addosso. Ahimè, ahimè, la ragione mi par d'averla scoperta. Dirimpetto alla finestra del signor Odoardo c'è la finestra della signora Evelina, e la signora Evelina ha gli stessi gusti del signor Odoardo. Anch'ella è li a prendersi il fresco, appoggiata al davanzale, in veste da camera, con le sue chiome bionde e ricciute che le cascano ogni momento sulla fronte e ch'ella respinge indietro con una leggiadra scrollatina di capo. La strada è abbastanza angusta e si può benissimo conversare da una parte all'altra, ma col tempo che fa non ci sono che due finestre aperte, quella del signor Odoardo e quella della signora Evelina.

Non c'è che dire: la signora Evelina, venuta da qualche settimana ad abitare nella casa di facciata e una magnifica vedovella, i suoi capelli sono oro filato, la sua carnagione è un impasto di latte e di rosa, il suo nasino volto un poco all'insù non è greco sicuramente, ma è più gustoso che se fosse greco, la sua bocca fregiata di denti bianchissimi par che inviti ai baci, e i suoi occhi poi, i suoi occhi azzurri hanno la trasparenza di un cielo sereno, ed ella sa girarli in un modo! Nè le bellezze della signora Evelina finiscono lì; che persona giusta, spigliata, che linee morbide, eleganti, che manine, che piedi! Ah, signora Evelina, signora Evelina, comincio a credere anch'io che il signor Odoardo non abbia tutto il torto di starsene alla finestra a pigliare il fresco invece di chiuder le imposte e di mettersi vicino alla stufa che arde romorosamente nella stanza. Di lei piuttosto mi meraviglio, perchè in fin dei conti il signor Odoardo non è un brutt'uomo, ma è poco distante dai quarant'anni, ed ella non ne ha che ventiquattro. Così giovine e già vedova! Povera signora Evelina! È vero ch'ella ha una gran forza di carattere. Volge il sesto mese della sua vedovanza ed ella s'è omai rassegnata, quantunque il suo defunto marito le abbia lasciato appena quanto basta per vivere modestissimamente. Però la signora Evelina non ha imbarazzi di figliuoli, è sola, è padrona di sè e non dovrebbe esserle difficile di passare a seconde nozze, con quegli occhi, con quei capelli, con quel nasino volto all'insù. Non c'è niente di male a confessarlo, la signora Evelina aspira al matrimonio, e se il nuovo marito non fosse più di primo pelo, pazienza!

Ora non è inutile a sapersi che il signor Odoardo è un uomo agiato, ed è vedovo anche lui... Che combinazione!

Si sposino dunque, e che la sia finita!... Già è la conclusione ordinaria di queste faccende.

Si sposino! È presto detto... Il signor Odoardo è ancora perplesso. Se si fosse trattato di levarsi un capriccio ho una gran paura che la perplessità gli sarebbe svanita. _Errare humanum est._ Ma la signora Evelina è una donna seria, non vuole frascherie, vuole un marito... oh la signora Evelina è una donna positiva; sa far girare le teste degli altri, ma sa tenere a posto la propria. È così furba la signora Evelina.

Se è così furba, la spunterà. A forza di ronzarle attorno, il signor Odoardo terminerà col bruciarsi le ali. Questo è senza dubbio il suo parere, gentile lettrice, e non le dissimulo che è anche il mio. Così non può durare sicuramente. Le visite del signor Odoardo alla signora Evelina sono troppo frequenti; adesso ci si aggiungono anche i colloqui dalla finestra. Bisogna prendere una risoluzione, e il signor Odoardo ha una gran paura che la risoluzione gli sarà strappata più presto ch'egli non vorrebbe, in giornata forse, quand'egli si recherà a casa della vedova.

L'uscio della camera da studio del signor Odoardo è proprio dirimpetto alla finestra. Perciò una corrente d'aria fredda che gl'investe la persona l'avverte che l'uscio fu aperto. E mentr'egli si volta, sente una voce cara e simpatica che gli dice:

— Addio, babbo, vado a scuola

— Buon dì, Doretta — risponde il signor Odoardo chinandosi a baciare una vezzosa fanciulla tra gli otto e i nove anni, e nello stesso tempo dalla finestra dirimpetto la signora Evelina grida anche lei:

— Buon dì, Doretta.

La Doretta che aveva già fatto una smorfia a vedere il babbo in conversazione con la vicina, ne fa un'altra a sentirsi salutare. E biascica di mala voglia:

— Buon giorno.

Poi, mogia mogia, col suo panierino infilato al braccio, ella se ne va a raggiungere la donna di servizio la quale l'attende in andito. La Doretta si sente un gran pizzicore negli occhi, e basterebbe un nonnulla a farla piangere.

— Mi piace tanto quella bimba — dice la signora Evelina con la più dolce inflessione di voce che si possa immaginare — ma le sono antipatica.

— Oh non creda... La Doretta è ritrosa per sua natura.

Il signor Odoardo risponde così, ma nel fondo del suo cuore è persuaso anch'egli che sua figlia non ha nessuna tenerezza per la signora Evelina.

Intanto il freddo si fa sentire più acuto, e il vento porta in giro qualche piccolo fiocco di neve. Non c'è caso, a meno di voler rimanere intirizziti, bisogna mettersi al riparo dall'aria.

— Nevica — dice la signora Evelina guardando in alto.

— Oh era da aspettarselo.

— Ebbene, vado a sbrigare le faccende di casa. A rivederci... Verrà a trovarmi più tardi?

— Sì mi procurerò questo piacere.

— A rivederci.

La signora Evelina chiude gli sportelli, saluta nuovamente dietro i vetri con un cenno del capo e con un sorriso, poi si dilegua.

Il signor Odoardo rientra anch'egli nello studio, e accorgendosi che fa molto freddo, caccia legne nella stufa, e inginocchiato davanti allo sportellino rianima il fuoco col soffietto. La fiamma divampa allegra, romorosa, e manda vivi bagliori sulla parete.

Di fuori continua a cader qualche fiocco di neve. Forse non farà più di così.

Il signor Odoardo con le mani nelle tasche dei calzoni, con la testa china al suolo, misura in lungo e in largo la stanza. Egli è turbato, profondamente turbato. Sente che è in un punto critico della vita, sente che in pochi giorni, in poche ore forse si deciderà di tutto il suo avvenire. È egli innamorato sul serio della signora Evelina? Da quanto tempo la conosce? Sarà buona come l'_altra_, saprà essere una seconda madre per la Doretta?

S'ode un suono di passi nell'andito. Il signor Odoardo si ferma in mezzo alla camera. L'uscio si apre di nuovo, e la Doretta, rossa in viso, col cappuccio di lana calato sulla fronte, col soprabitino abbottonato fino al collo, con le mani incrociate e nascoste entro le maniche, corre verso il babbo.

— Nevica, e la direttrice ci ha mandate indietro.

Ciò detto, la fanciulla si leva il cappuccio e il soprabito e va a riscaldarsi alla stufa.

— La stufa brucia, ma la camera è fredda — ella esclama.

Infatti, colpa la finestra rimasta aperta una buona mezz'ora, il termometro non segna che 5 gradi Réaumur.

— Babbo — ripiglia la Doretta — oggi voglio restar reco tutto il giorno.

— E se il babbo avesse da attender ai fatti suoi?

— No, no, smetti per oggi.

E la Doretta, senz'aspettar risposta, va a prendersi i suoi libri, la sua bambola e il suo lavoro. Indi sciorina i libri sullo scrittoio, adagia la bambola sul canapè e colloca il lavoro sopra uno sgabello.

— Ah! — ella esclama con aria d'importanza. — Che bella cosa che oggi non ci sia scuola!... Così avrò tempo di ripassar la lezione... Ih! guarda adesso come nevica.

Nevica infatti. Prima è un pulviscolo bianco, molto minuto, ma molto fitto, che mosso in giro vorticoso dal vento, viene a batter sui vetri con un suono secco, metallico; poi il vento rimette della sua violenza, i fiocchi si fanno più larghi e cadono silenziosi, incessanti, monotoni. La neve si distende come un soffice tappeto sulle vie, come un lenzuolo sui tetti, s'insinua nelle spaccature dei muri, s'accumula sui davanzali delle finestre, involge le sbarre delle inferriate, s'arrovescia e resta sospesa a festoni dagli orli delle grondaie e delle cornici.

In istrada deve far sempre un gran freddo, ma la camera si riscalda rapidamente, e la Doretta montando sulla sedia osserva con soddisfazione che il termometro è salito a undici gradi.

— Sì, cara — risponde il signor Odoardo — e l'orologio segna undici ore. Va a ordinare che ci preparino la colazione.

La Doretta obbedisce, e rientra di lì ad un momento.

— Babbo, babbo, sai la novità? La stufa del salotto non vuol ardere e tutta la stanza s'è riempiuta di fumo...

— Allora, bimba mia, facciamo colazione qui.

Questa savia risoluzione empie di gioia l'animo della Doretta, che s'affretta a recar la notizia in cucina, poi in tre o quattro viaggi, porta ella stessa dal salotto da pranzo alla camera da studio le posate, i piatti, la tovaglia e i tovagliuoli, e con l'aiuto del servo apparecchia la mensa sopra un tavolino del babbo. Com'è allegra la Doretta! Come s'è dissipata la nube che un paio d'ore prima le ottenebrava la fronte! E come adempie bene agli uffici di casa!

Il signor Odoardo la guarda con compiacenza, e non può trattenersi dall'esclamare:

— Brava Doretta!

È innegabile, la Doretta è tutta la sua mamma. Anche la sua mamma era un'eccellente massaia, un modello d'ordine, di pulizia, di buon garbo. Ed era leggiadra come la Doretta, quantunque ella non avesse i capelli biondi e gli occhi affascinanti della signora Evelina.

Insieme al servo che porta la colazione, entra un nuovo personaggio, il gatto soriano Melanio, il quale non manca mai ai pasti della Doretta. Il gatto Melanio è vecchio; ha visto nascere la Doretta e la onora della sua protezione. Non c'è mattina che egli non miagoli all'uscio della sua camera come a domandarle s'ella ha passato bene la notte, non c'è sera ch'egli non le tenga compagnia fino all'ora in cui ella si corica. Ogni volta ch'ella esce egli la saluta con un leggero _gnau gnau_; ogni volta che egli la sente venire le corre incontro e le si stropiccia intorno alle gambe. A pranzo e a colazione, quand'ella fa colazione in casa, egli si mette vicino alla sua seggiola e aspetta in silenzio ch'ella gli dia i rilievi della mensa. Però il gatto Melanio non ha l'abitudine di visitare lo studio del signor Odoardo, ed egli è piuttosto meravigliato di trovarvisi in questo momento. Dal canto suo il signor Odoardo accoglie con una certa diffidenza il nuovo ospite, ma la Doretta interviene in favore dell'animale e si fa mallevatrice della sua onesta condotta.

È un pezzo che la Doretta non mangia di così buon appetito. E dopo ch'ella ha fatto onore alla sua colazione, ella sparecchia la tavola col garbo e con la prestezza con cui l'ha apparecchiata, e in pochi minuti la camera da studio del signor Odoardo è tal quale era prima. Rimane bensì il gatto Melanio che si è accomodato accanto alla stufa e al quale la Doretta ottiene la grazia di essere lasciato tranquillo.... finchè non disturbi.

A forza di andare e venire la camera si è raffreddata di nuovo. Il termometro è disceso di un grado e mezzo e la Doretta per farlo salire vuota quasi tutta la paniera delle legne nella stufa.

Come nevica, come nevica! Non sono più fiocchi staccati, è come se una tela bianca a trafori si svolgesse continuamente davanti agli occhi. Il signor Odoardo comincia a credere che non gli sarà possibile di far la sua visita alla signora Evelina. È vero che non c'è che un passo, ma bisognerebbe sprofondarsi quasi fino alle ginocchia. A ogni modo, chi sa? Può essere che più tardi smetta di nevicare. Già è appena suonato il mezzogiorno.

La Doretta è colta da un'idea luminosa:

— Se rispondessi ora alla lettera della nonna!

Di lì a poco la Doretta è nella poltrona del babbo, davanti alla scrivania, con due guanciali sotto al sedere per istar più alta, con le sue gambine penzolanti nel vuoto, con la penna sospesa in mano, con gli occhi fissi in un foglio di carta rigata su cui non si leggono finora che due parole: _Cara nonna_.

Il signor Odoardo, addossalo alla stufa, guarda la figliuola e sorride.

Pare che la Doretta abbia finalmente trovato il modo di cominciare, perchè ella rituffa la penna nel calamaio, abbassa la mano sulla carta, corruga un poco la fronte, e spinge fuori la punta della lingua.

Dopo alcuni minuti di lavoro assiduo, ella alza il capo e domanda:

— Che devo dire alla nonna circa all'invito di andar a passare qualche settimana con lei?

— Dille che adesso non puoi, ma che ci andrai nella primavera.

— Insieme con te?

— Insieme con me — risponde macchinalmente il signor Odoardo.

Certo però, che s'egli fosse fidanzato con la signora Evelina questa visita alla suocera gli recherebbe non lieve imbarazzo.

— Ho finito — esclama la Doretta con aria trionfante.

Ma a questo grido ne succede un altro, mezzo di dolore, mezzo di rabbia.

— Che c'è?

— Uno sgorbio.

— Vediamo.... Che fai, scioccherella?... Adesso non c'è più rimedio.

La Doretta era corsa con la lingua sulla macchia d'inchiostro e aveva sciupato il foglio.

— Bisogna ricopiare — ella osserva mortificata.

— Ricopierai stasera. Dà qui intanto.... Non c'è male, non c'è proprio male. Ci sarà da aggiungere e da levar qualche lettera, ma in complesso, per una bambina della tua età, si può contentarsi. Brava Doretta!

La Doretta riposa sugli allori, giuocando con la bambola. Ella veste la sua _Niní_ con l'abitino di lusso e la conduce a far visita al gatto Melanio. Il gatto Melanio, che sonnecchia con gli occhi semiaperti, si mostra piuttosto annoiato di quegli omaggi, si rizza sulle quattro zampe, piega ad arco il corpo flessuoso e poi si raggomitola, voltando la schiena alla visitatrice.

— Ah, Melanio è poco gentile oggi — dice la Doretta mentre riconduce la bambola verso il canapè. — Ma non tenergli il broncio; egli non è mica sempre scortese; dev'essere effetto del tempo.... Anche a te, _Niní_, fa sonno questo tempo, non è vero?... Andiamo a dormire.... Così... dormi, dormi, piccina.

_Niní_ dorme. La sua testa di legno riposa sopra un guanciale, il suo corpicino di cenci e di crine è involto da una coperta di lana, le sue palpebre sono abbassate. Poichè _Niní_ alza ed abbassa le palpebre secondo che si trova ritta o giacente.

Il signor Odoardo guarda prima l'orologio e poi guarda fuori della finestra. Sono le due suonate e nevica sempre.

La Doretta ha un'altra idea.

— Babbo, sta a sentire se so bene quella favola di La Fontaine: _Le corbeau et le renard_.

— Sentiamo pure la favola — risponde il signor Odoardo, prendendo dalle mani della fanciulla il libro aperto alla pagina 18.

La Doretta comincia:

_Maître corbeau, sur un arbre perché,_ _Tenait en son bec un fromage._ _Maître... maître... maître...._

— Avanti.

— _Maître_....

— _Maître renard_.

— Adesso mi ricordo:

_Maître renard, par l'odeur alléché,_ _Lui tint à peu près ce langage:_ _Hé! bonjour...._

A questo punto la Doretta interrompe la sua declamazione perchè il babbo non bada a lei. Infatti il signor Odoardo ha chiuso il libro sull'indice e guarda da tutt'altra parte.

— Ebbene, Doretta — egli osserva distrattamente — perchè non prosegui?

— Ecco, non dico altro — ella replica ingrugnata.

— Ih, che permalosa! Che cosa c'è?

La bimba, ch'era seduta su un panchettino, s'è alzata in piedi, e ha capito benissimo perchè il babbo non le dia retta. Nevica meno, e di là dalla strada, dietro i vetri della finestra dirimpetto, è comparsa una testa bionda, è comparso il busto della signora Evelina.

Coraggiosissima donna! Ella spalanca gli sportelli, e con una paletta di ferro sbarazza in parte il davanzale dalla neve. I suoi occhi s'incontrano con quelli del signor Odoardo; ella compone le labbra a un sorriso, e tentenna il capo, come a significare; Che razza di tempo!

Bisognerebbe esser proprio incivili per non dire una parola alla intrepida signora Evelina. E il signor Odoardo, che non è incivile, cede alla tentazione di socchiudere un momento la finestra.

— Brava, signora Evelina, non ha paura della neve.

— Oh, signor Odoardo, che tempo indemoniato!... Ma, se non m'inganno, c'è la sua Doretta con lei.... Buon dì, Doretta.

— Doretta, vieni qui, vieni a salutar la signora.

— La lasci stare, la lasci stare, i bimbi fanno così presto a buscarsi un reuma.... Ah, non c'è caso, bisogna chiudere.... Capisco che per oggi devo rinunziare alla sua visita....

— Ma.... Vede che strade!

— Eh, uomini, uomini.... Si dicono il sesso forte.... Basta... a rivederla.

— A rivederla....

Si richiudono gli sportelli da una parte e dall'altra, ma questa volta la signora Evelina non iscompare. Ella è lì seduta accanto alla finestra, e poichè adesso nevica meno, il suo profilo stupendo si disegna nitidissimo dietro i vetri. Dio! Dio! Com'è bella la signora Evelina!

Il signor Odoardo passeggia per la stanza di pessimo umore. Gli pare di far male a non andare dalla seducente vedovella e gli pare che farebbe peggio ad andarvi. Sul fronte della Doretta s'è calata nuovamente una nuvola, quella nuvola stessa che vi si era calata la mattina.

Non si parla più della favola di La Fontaine. Invece il signor Odoardo brontola infastidito:

— È sempre freddo in questa benedetta camera.

— Sfido io, — replica la Doretta con un po' di acredine nella voce, — apri la finestra ogni momento.

— Ah! — pensa il signor Odoardo — vediamo di scavar terreno.

Ed avvicinandosi alla Doretta, la piglia per una mano, la conduce fino al canapè, e se la pone a sedere sulle ginocchia.

— Orsù, Doretta, perchè fai così cattiva cera alla signora Evelina?

La bimba diventa rossa, si confonde, non sa che rispondere.

Il signor Odoardo continua:

— Che cosa ti ha fatto la signora Evelina?

La Doretta si scontorce, vorrebbe nascondere il viso, e balbetta:

— Nulla mi ha fatto.

— Eppure non le vuoi bene.

Silenzio profondo.

— Ella invece te ne vuol tanto.

— Non me ne importa....

— Che sgarbata!... E se tu ci dovessi stare con la signora Evelina?

Qui la fanciulla prorompe:

— Non voglio starci, non voglio starci mai.

— Oh, queste sono sciocchezze — ammonisce in tuono severo il signor Odoardo, deponendo a terra la Doretta.

Ella si scioglie in un pianto dirotto.

— Ma insomma.... È questa la compagnia che fai al babbo?... Basta così, Doretta.

Il signor Odoardo ha un bel dire, la Doretta ha bisogno di piangere. I suoi occhi bruni nuotano nelle lagrime, il suo piccolo petto è ansante, la sua voce è rotta dai singhiozzi.

— Che capricci! — esclama il signor Odoardo arrovesciando il capo sui guanciali del canapè.

Il signor Odoardo è ingiusto, e ciò ch'è peggio, egli dice una cosa di cui egli stesso non è persuaso. Egli sa, egli deve sapere che quelli della Doretta non sono capricci. Egli deve saperlo meglio che non lo sappia ella medesima, la quale forse non sarebbe in grado di spiegare ciò ch'ella prova. È il presentimento d'un pericolo nuovo, è la ripetizione di un antico dolore. Ella non aveva ancora sei anni quando le è morta la mamma, eppure gliene è rimasta una impressione incancellabile nell'anima. E adesso le pare che la mamma le torni a morire.

— Quando avrai finito di piangere, Doretta, verrai qui — dice il signor Odoardo.

La Doretta, rincantucciata, piange meno ma non ha finito di piangere. Proprio come fuori. Nevica meno, ma non ha finito di nevicare.

Il signor Odoardo si copre gli occhi con una mano. Quanti pensieri gli si affollano alla mente, quanti affetti si combattono nel suo cuore! Oh se potesse scacciar via l'immagine della signora Evelina! Ma non gli riesce. Quelle ciocche bionde egli le vede ancora, vede ancora quelle pupille azzurre, quel sorriso lusinghiero, quella persona tutta grazia e armonia. Egli non avrebbe da dir che una parola e la signora Evelina sarebbe sua, verrebbe a rianimare la sua casa solitaria, ad empirla di vita, d'amore. Per virtù di lei egli ringiovanirebbe di dieci anni, crederebbe di essere come quand'era fidanzato la prima volta. Eppure no, no. Come la prima volta non poteva essere. Egli era allora ben diverso da quello di adesso, e _l'altra_, oh anche _l'altra_ era diversa molto dalla signora Evelina. Com'era modesta e vereconda! Quanto riserbo di vergine perfino ne' suoi trasporti d'amante! Come erano belli i rossori improvvisi che le tingevano il volto, com'era dolce l'incanto di quelle sue lunghe ciglia pudicamente abbassate! Egli l'aveva conosciuta nella intimità delle pareti domestiche, semplice, timida, buona figlia, buona sorella, come doveva essere buona moglie e buona madre. L'aveva amata qualche tempo in silenzio ed ella aveva amato parimente lui. Un giorno, passeggiandole a fianco in giardino, egli le aveva preso la mano con impeto subitaneo se l'era portata alle labbra, dicendole — Le voglio tanto bene. — Pallida, tremante, ella era corsa a gettarsi in braccio alla mamma con un grido — Come sono felice!

Oh bei tempi, oh bei tempi! Egli era poeta allora, egli susurrava nell'orecchio della sua fanciulla con l'accento della più sincera passione:

T'amo più che non s'ami umana cosa, Sei la speranza mia, sei la mia fè, Se' il mio Dio, la mia patria e la mia sposa. Non amerò nel mondo altri che te.

Versi bruttini, ma che facevano palpitare di voluttà la giovine fidanzata. Oh bei tempi, oh bei tempi! Oh lunghe ore passate come un lampo in soavi colloqui, oh segreti dell'anima che l'anima scopre a sè stessa soltanto per rivelarli alla persona diletta, oh carezze desiderate e temute, oh rabbiette fuggitive, oh lagrimuccie rasciugate coi baci, oh sgomenti pudichi, oh ingenuità sante, oh abbandono d'un amore puro ed ardente, chi può sperar di trovarvi due volte nella vita?

No, la signora Evelina non può rendere al signor Odoardo ciò ch'egli ha perduto. No, questa vedova disinvolta, che dopo sei mesi va alla ricerca del secondo marito, non può ispirargli la fede che _l'altra_ gli aveva ispirata. Oh donna del primo amore, perchè morire? I morti non hanno più nè baci, nè carezze, e i vivi hanno bisogno di carezze e di baci.

Chi parla di baci? Uno tiepido e lieve se n'è posato or ora sulle labbra del signor Odoardo e lo ha fatto trasalire. — Ah!... Sei tu, Doretta? — È lei, è la Doretta, che non dice nulla, ma che vorrebbe far la pace col suo babbo. Ella appoggia la sua guancia alla guancia di lui, egli tiene stretta la sua testina perchè la non gli scappi. Anch'egli tace; che dovrebbe dirle?