Part 5
Senonchè, fino dalla mattina di quel lunedì atteso con tanta impazienza ella s'accorse che per quel giorno almeno le era forza rinunziare alla visita del convalescente. La temperatura s'era abbassata da un punto all'altro; pareva tornato l'inverno. Veniva giù un'acqua fitta, spirava un vento freddo che soffiando di tratto in tratto più forte faceva sbatter le imposte e moveva in giri capricciosi il fumo dei camini. Oppressa da una malinconia tetra, invincibile, la Gegia non trovava il verso di mettersi al lavoro. Ella stava immobile a sentir lo scroscio della pioggia, a guardar le goccioline che si formavano dietro i vetri della sua finestra chiusa e colavano a guisa di lagrime. E pensava a Carletto che aveva tanto bisogno del sole e a cui forse una giornata come questa ritardava di qualche settimana la guarigione... Forse egli era rimasto a letto, forse contemplava anch'egli mestamente il cielo color della cenere e si ravvolgeva entro le povere coltri per ripararsi dall'aria umida che penetrava nella sua camera attraverso le imposte sconnesse.
Assorta nelle sue tristi fantasie, la ragazza non sentì bussare una prima volta alla porta. Quando si bussò di nuovo:
— Chi è? — ella chiese in sussulto.
— Amici. Non istà qui una signora Gegia?
— Sì — ella rispose e tirò il cordone.
Entrò un ometto di bassa statura con un pastrano che gocciolava da tutte le parti e sotto il quale pareva ch'egli nascondesse qualche cosa. La fisonomia non era nuova alla Gegia, ed ella che vedeva così poca gente, non tardò a riconoscerlo per la persona a cui la serva dell'avvocato Galeni aveva consegnato il vaso d'erbarosa. Egli veniva senza dubbio da parte di Carletto, ed è facile immaginarsi come battesse in quel momento il cuore della povera paralitica.
— Ah! Ho avuto il piacere di vederla un'altra volta — soggiunse il nuovo arrivato, levandosi il berretto e scuotendolo in modo da spruzzar d'acqua i mattoni del pavimento. — Sant'Antonio Abate! Che brutto tempo... Basta; ho un incarico poco allegro per questa signora Gegia... È lei, non è vero?
— Sono io!... Che c'è mai?
— Un incarico di Carletto.
— Di Carletto! — esclamò la ragazza impallidendo. — E come sta?
— Eh, sta meglio di noi adesso.
— Ma si spieghi... per carità... non mi faccia credere...
— Cara la mia _tosa_, ci vuol pazienza... Il Signore lo ha chiamato a sè.
— Morto? — gridò la Gegia. — Morto?
— Pur troppo. Stamattina alle 9.
— Oh Dio!
— È morto come un santo...
— Ma non istava meglio?
— Era spedito dal medico da un pezzo, ma son di quei mali!... Ancora ieri s'è provato ad alzarsi.... Iersera poi si sentiva più debole e ha voluto confessarsi e comunicarsi.. Io che sono il sacrestano della parrocchia avevo seguito il prete, e quando Carletto s'accorse ch'ero là, mi disse: — Girolamo, più tardi, di qui ad un'ora, passate da me. — Così ho fatto... Il poverino stentava a respirare, ma appena mi vide mostrò una gran consolazione e mi disse: — Girolamo, dovete farmi un piacere. — Mille, viscere mie, io gli risposi. — Figuriamoci, l'ho visto nascere, e suo padre ed io eravamo come due fratelli. — Ebbene — egli ripigliò dopo aver preso fiato — di facciata al portone dell'avvocato Galeni ci sta una povera _tosa_ di nome Gegia, ch'io vedevo ogni giorno dalla finestra dello studio e che ha sempre mostrato molta premura per me. Quando sarò morto, e ormai sento che non passerò la giornata di domani, portatele quel vaso d'erbarosa ch'è lì sul balcone e che siete andato a riprendere poche settimane or sono... povero Girolamo, tant'era che non vi facessi fare che un viaggio solo... portateglielo per memoria mia, e salutatela tanto, e ditele ch'io pregherò il Signore e la Madonna perchè la facciano guarire delle sue infermità... e che si ricordi qualche volta di me...
— Oh me ne ricorderò sempre, sempre — proruppe la Gegia in mezzo ai singhiozzi.
L'altro intanto aveva deposto sopra una sedia la pianta d'erbarosa e si soffiava romorosamente il naso con un fazzoletto blù.
— Si dia pace... non faccia disperazioni... Tanto ha finito di patire... Se avesse visto com'era ridotto...
— Povero giovine! Povero giovine! Così buono!
— Oh buono sì... E timorato di Dio, sa... Non come tanti... Egli veniva sempre alle funzioni... Don Agostino, quando lo ha lasciato iersera, disse a me: — Quello lì va in Paradiso dritto.
— E la sua mamma?
— Oh le mamme, si sa, stentano a rassegnarsi... Ma anch'ella stamattina mi disse asciugandosi gli occhi: — Vi raccomando di eseguir la commissione del mio Carletto... E la saluterete anche per me, quella _tosa_.
— Grazie, grazie... oh come pagherei a potermi muovere e a venirla a trovare!... Ma è inutile!... E come vivrà adesso?
— C'è una sua sorella maritata con un orefice, e quella si è obbligata a passarle un tanto... Poi ha ancora quei quattro stracci di suo marito.
— O senta — replicò la Gegia — io sono una poveretta, ma se la mamma di Carletto dovesse trovarsi nella miseria, io darei tutto quello che ho per sollevarla... Glielo dica, sa, per l'amore che portava a quel giovine... glielo dica... E adesso, scusi, mi dia qui quel vaso.
Ella prese e guardò quella pianta come si prende e guarda un bambino; poi la depose dolcemente ai suoi piedi, si frugò nelle tasche e trattone un biglietto da due lire, lo porse al sacrestano.
— Giacchè è tanto buono; faccia dire una messa al nostro defunto anche per me... Lo hanno già portato in chiesa?
— Oh no, lo porteremo domani... E sia tranquilla che si faranno le cose per bene... Le ripeto che tutti lo amavano... e ci sarà un funerale da povera gente... ma decoroso...
Sono trascorsi alcuni anni, e la Gegia passa ancora le giornate al solito posto. Non sorride mai, non canta più, ha già qualche cappello bianco e qualche ruga sul fronte. Guarda spesso verso la finestra dirimpetto e i suoi occhi si bagnano di lagrime. Ella non sa persuadersi che un dì o l'altro non debba tornare Carletto a quella finestra e dirle:
— Buon giorno, signora Gegia.
LE CHIACCHIERE DELLA NONNA
«Egli le sì gettò ai piedi esclamando: Vi amo!»
Quando l'Adelina ebbe letta questa frase, ella posò dispettosamente il giornale sopra la tavola e disse: — Qui termina l'appendice, e bisognerà aspettare fino a domani. Non potevano stampare una riga di più e farci sapere che cosa abbia risposto la signora Clotilde?
La nonna sorrise. — Povera signora Clotilde! Ella si trova in una situazione difficile e vogliono lasciarle un giorno da pensarci su.
La contessa Olimpia (la chiamavano _contessa_, quantunque a rigore ella non avesse più diritto a portare il suo titolo di famiglia dopo essersi sposata con un ricco banchiere) era una bella vecchietta sulla settantina. Occhi vivi e intelligenti, sorriso arguto e benevolo, persona svelta ancora ed elegante, a malgrado dell'età. Quel giorno ella aveva in capo una cuffia bianchissima con nastri verdi scuri e indossava un vestito di seta nera che dava risalto al candore del carnicino e dei polsini insaldati. Adagiata in una poltrona a molle, coi gomiti appoggiati ai bracciuoli, con la testa protesa in avanti come chi ascolta, la contessa Olimpia aveva seguito attentamente la lettura della nipote.
L'Adelina poteva avere diciannove anni, ed era leggiadrissima di volto e di forme. Somigliava alla nonna negli occhi bruni, mobili ed espressivi; ma quegli occhi avevano una qualità che quelli della nonna non potevano avere, il fuoco della giovinezza.
Nonostante il mezzo secolo e più che le divideva, le due donne s'intendevano e s'erano sempre intese fino dal giorno in cui l'Adelina, appena venuta al mondo, dopo aver strillato in braccio della levatrice, della balia e del babbo, s'era acquetata sulle ginocchia dell'ava. Nonna e nipote erano la gioventù della casa; i genitori e le sorelle dell'Adelina appartenevano alla razza di quelle creature linfatiche, che sono già vecchie a vent'anni e che non corrono mai rischio di smarrirsi per via, perchè camminano dentro un fosso.
La contessa Olimpia, ava paterna dell'Adelina, aveva conosciuta e goduta la vita, aveva esercitato intorno a sè il fascino della grazia e della bellezza. I maligni pretendevano che a rivangar nel suo passato si potesse trovar qualche momento di oblio; era certo però ch'ella si conservava una persona simpatica, atta a compatire e a intendere gli altri, pronta a fare un sacrificio con animo sereno e viso ridente. Un suo difettuccio era quello d'essere un po' loquace, e questo difettuccio aveva la disgrazia di combinarsi con uno della nipote, d'essere un po' curiosa.
Quando dico la nipote, voglio parlare dell'Adelina; chè le altre due erano floscie e insignificanti come i loro rispettabili genitori, e la nonna trovava che non c'era sugo a discorrer con esse.
— Eppure — osservò l'Adelina — gli uomini sono molto più arditi nei romanzi che nella vita reale.
— Uhm! — fece in tuono dubitativo la contessa Olimpia.
— Non sei del mio parere, nonna? Ma scusa, per esempio, a badare ai libri, ci sarebbe ogni momento qualcheduno che si getta ai piedi di una donna.... E ho notato che la donna ha tre sistemi diversi.... Ti ricordi della novella del _Monde Illustré_ del mese scorso? Quel cavaliere s'inginocchia davanti alla marchesa. Ella scuote il campanello, e dice al servo: _Eclairez Monsieur_. Questo è un sistema che non si può adottar che di sera.
— Pazzerella che sei. Smetti.
— _Sistema secondo_. _Egli_ le si getta ai piedi secondo il solito, _ella_ si alza sdegnata: Signore, voi violate le leggi dell'ospitalità; v'intimo di uscire.... Qui almeno non c'entra la servitù.... È vero che qualche volta il signore non esce.
La nonna rideva.
— _Sistema terzo_. _Egli_ fu come sopra; _ella_ lo rialza cortesemente.... Mi pare un sistema da persone educate, ma è anche il più pericoloso.
— Sai, Adelina, che se la tua mamma ti sentisse....
— Misericordia!... È appunto per questo che parlo quand'ella non c'è.
— Bell'onore che fai alla nonna.
— La nonna è più indulgente.
— Troppo indulgente.
— Non mi hai insegnato tu quella bella sentenza d'una scrittrice francese: _Tout comprendre c'est tout pardonner?_
— Ho fatto male a insegnartela. Certe cose non devono interpretarsi alla lettera.
— Sii buona, nonnina.... Dunque tu dici che anche nella vita reale gli uomini si gettano spesso ai piedi delle donne....
— Io non ho detto nulla....
— Ma l'hai lasciato capire.... È singolare.... A me non è accaduto mai....
— Oh Adelina.... Non ti vergogni? Sei poco più di una fanciulla.... E vorresti?
— Tanto per vedere.... Deve fare un certo effetto.... Che effetto fa?
La contessa Olimpia non potè a meno di ridere. — Sai che è una domanda impertinente?
— Nonna, nonnetta, nonnina bella, se la cosa accade qualche volta, è impossibile che non sia accaduta anche a te....
— O vediamo un po' la ragione, signora dottoressa.
— Perchè basta guardare il ritratto a olio appeso in salotto per dire: questa donna, nella sua gioventù, era affascinante. O gli uomini di quel tempo avevano un gran cattivo gusto, o....
— Zitto, zitto, adulatrice.
— Nonna, nonnetta, nonnina bella, levami questa innocente curiosità; non s'è gettato nessuno ai tuoi piedi?
— Ma insomma?
— Il nonno, buon anima, che non ho mai conosciuto?
La contessa si strinse nelle spalle. — Lui?... Oh no.... Tuo nonno era un uomo serio e posato che attendeva ai suoi affari.... Egli chiese la mia mano ai miei genitori che gliel'accordarono.... Non c'era nessun bisogno ch'egli mi si inginocchiasse davanti.... Avevo allora sedici anni.
— Fosti sacrificata, povera nonna.
— No, no.... Mi trattò benissimo....
— Ma aveva molti anni più di te....
— Pur non era vecchio....
— Ma non lo amavi.
— Non si ama mica quando si vuole.... Si viveva in buona armonia, quantunque ci fosse tra noi una gran diversità di carattere. Egli era freddo, calmo, positivo; io ero impetuosa, entusiasta, poetica;... egli avrebbe preferito una vita ritirata, io invece andavo pazza pei divertimenti, pei teatri, pei balli.... Dopo tutto, se uno di noi poteva lagnarsi era lui; perchè egli non aveva voluto impormi i suoi gusti ed io gli avevo imposto i miei.
— Quanto pagherei ad averti vista in quei tempi, la mia nonnetta!
— Non pagheresti nulla, perchè se tu mi avessi vista allora, saresti adesso all'incirca come me, con settant'anni sulle spalle, le grinze in viso e i capelli bianchi in testa.... Del resto, consolati, tutti dicono che mi somigli....
— Dovevi esser più bella, dovevi vestire con un gusto squisito.
— Sì, non vestivo male.... E non ispendevo mica tesori.... Ma, sai, il buon gusto è una cosa che non s'impara; o lo si ha, o bisogna rinunziarvi....
— Certo tu eri la regina di tutte le feste....
— La regina è troppo, ma, non lo dissimulo, ero tra le signore più in voga....
— Lasciamelo dire di nuovo; a costo di non esser più giovine adesso, avrei voluto vederti quand'eri fra i venti e i trent'anni, avrei voluto vederti nei balli, circonfusa di veli, splendente di gemme, vagheggiata da cento adoratori, superbi di raccogliere un tuo guanto, un fiore caduto dai tuoi capelli, assetati d'una tua parola, d'un tuo sorriso....
— Eh ragazza mia, vedi che cosa è rimasto di tutto ciò.
— È rimasta una bella nonnetta.... E poi i ricordi non valgon nulla?....
— .... Nessun maggior dolore Che ricordarsi del tempo felice Nella miseria....
— Sì, lo dice Dante; ma tu mi hai fatto leggere l'altra settimana una poesia di De Musset che ha un'opinione contraria:
Un souvenir heureux est peut être sur terre Plus vrai que le bonheur.
— Lei ha sempre la sua risposta pronta....
— Non è vero, nonnetta mia; che gli uomini ti venivan dietro come tanti cagnolini?
— Sicuro che mi venivan dietro.... E c'era qualcheduna che ne aveva una rabbia.... La contessa Aureli specialmente. Era bella, ricca, più nobile di me che avevo macchiato il mio blasone maritandomi a un banchiere, e avrebbe voluto tener senza contrasto lo scettro della moda.... Ma per forza o per amore, doveva dividerlo meco.... Eravamo rivali, le due illustri rivali.... Il lunedì ella riceveva in casa sua, il sabato ricevevo io. Naturalmente ella veniva da me, io andavo da lei, non ci si poteva soffrire, ma si stava sempre insieme, per sorvegliarci a vicenda.... Se io non c'ero, ella aveva un gran circolo attorno; al mio arrivo tutti si alzavano e mi si faceva un posto presso la mia intima amica.... Il circolo si ricomponeva ma si badava a me.... La bellezza dell'Aureli era più regolare della mia, ma io piacevo di più; ella era più colta di me, ma la sua cultura era mal digerita.... la chiamavano l'_oca dotta_.... io invece avevo fama di essere una donna di spirito.... in quel tempo.
— Anche adesso, anche adesso.
— La contessa Aureli ambiva di farsi presentare gli uomini ch'erano in auge per una ragione o per l'altra, i forestieri sopratutto; già piuttosto che al vero merito ella guardava alla fama.... A ogni modo, ella riusciva ad aver le primizie di queste conoscenze, e noi, maligne, si diceva ogni lunedì: stasera l'_oca dotta_ ha esposizione di animali rari. Infatti ella era lì in mezzo alle sue celebrità che poi conduceva alla sua volta negli altri _salons_, dondolandosi e gracchiando come il volatile domestico di cui le si era dato il nome: _Cuà, cuà, cuà_.... Povera Aureli!... A questi uomini illustri ella mi dipingeva in anticipazione quale una buona donnetta, un po' frivola, un po' vana.... Ond'io ero guardata sulle prime con qualche diffidenza.... ma non tardavo a prendere la mia rivincita.... In mezzo al corteo dell'Aureli c'era il buono e il cattivo, l'argento puro e l'argento _cristophle_, ed io sapevo distinguerli così presto! Dell'argento _cristophle_ non mi curavo affatto, lo lasciavo tutto alla mia dolcissima amica; io badavo al buono e ti assicuro, Adelina mia, che gli uomini di vero ingegno non davano retta alla contessa Aureli, ma a me.... Che le valevano le sue citazioni dal greco e dal latino, le sue frasi lambiccate?... Io ero spontanea, incisiva, originale nelle mie osservazioni; avevo uno schietto entusiasmo per ciò che era grande, per ciò ch'era bello, avevo uno sdegno profondo per tutto ciò ch'era ignobile.... — Voi avete una fisonomia vostra, voi siete _voi_ — mi disse un giorno una certa persona alla cui stima la contessa Aureli ci teneva di più. — Ella è come l'acqua che s'adatta a tutti i vasi, come lo specchio che riflette tutte le immagini e non ne trattiene nessuna, come l'eco che ripete tutti i suoni.... La si ammira un momento, e si passa;... quanto a voi, vi si ammira.... e si resta.
— Nonnetta mia, come parlava bene quella _certa persona_! Chi era?
— Che t'importa il nome, la mia fanciulla? Quella persona è morta in esilio molto prima che tu nascessi....
— In esilio?
Una nube passò sulla fronte della contessa Olimpia; l'Adelina le si avvicinò, sedette sopra uno sgabello a' suoi piedi e si pose in ascolto senza batter palpebre.
— Eh Adelina, strani tempi eran quelli! Feste e baldorie alla superficie e sotto i piedi un vulcano. Quanti giovanotti azzimati, all'uscir d'un ballo, trovavano un commissario di polizia che li conduceva in prigione e di là allo _Spielberg_. Dopo il 1848 si cospirava con la speranza di riuscire; prima si cospirava con la certezza di sacrificarsi, e d'esser chiamati pazzi dagli spiriti positivi.... Allora ci voleva davvero una fede gagliarda, allora ci voleva una forza di carattere!... Uno di questi forti caratteri era.... era lui, quegli di cui ti discorrevo.... Apparteneva a una cospicua famiglia di Lombardia, era stato raccomandato alla contessa Aureli, l'avevo conosciuto presso di lei.... Non si sarebbe certo supposto ch'egli fosse un cospiratore. Era gioviale, elegantissimo, adorno di tutte le doti di società, parlatore facile e arguto, pianista distinto, e all'occasione perfino poeta estemporaneo. Io ero tentata di crederlo frivolo.... E invece egli era tra gli affigliati più attivi della _Giovine Italia_.... Si parlò per la prima volta di politica in un gran ballo dato da una delle nostre famiglie patrizie. C'era l'Aureli, c'ero io, c'erano tutte le signore della _high-life_, come usano chiamarla adesso, e c'era anche lui. I padroni di casa avevano poi stimato opportuno di comprendere tra gl'invitati alcuni ufficialetti austriaci.... Io ero italiana nel fondo dell'anima; mi faceva male la vista dei nostri oppressori; tremavo che uno di quegli ufficiali mi si facesse presentare e mi impegnasse per una _polka_ o per una quadriglia.... Avrei voluto andarmene, ma come fare? Come avvertire mio marito, che s'era ritirato nella stanza da fumo insieme ad altri uomini seri?... Intanto gli ufficialetti trovavano liete accoglienze presso parecchie signore; l'Aureli mi passò vicino a braccio di un tenente; ma non c'era pericolo ch'ella me lo presentasse; era un principe, ed ella voleva tenerlo tutto per sè.... Girai gli occhi intorno; cercavo istintivamente _lui_.... il conte.... Forse egli poteva venirmi in aiuto.
— Ah! Era un conte?
— Sì... Lo vidi alla fine appoggiato allo stipite di una porta, e, appena egli rivolse lo sguardo dalla mia parte, gli feci segno col ventaglio di avvicinarsi. — Siete accigliato stasera? Che avete? — Nulla, contessa, ma me ne vado. — No, non andate — soggiunsi — impegnatemi invece per tutti i balli che ho disponibili.... Qui c'è il mio libretto.... Riempite i vuoti col vostro nome... Lo so che ballate poco, ma si tratta di rendermi un servigio... Vi spiegherò poi... Fate presto. — E gli posi in mano il libretto... Non c'era tempo da perdere, perchè proprio in quel punto la padrona di casa si fermava davanti a me con un ufficiale a braccio. — Avete un _valzer_ o una _polka_ pel barone? — ella mi chiese, presentandomi il suo tedesco di cui non rammento più il nome. — Grazie, sono impegnata — risposi. — Per tutti i balli? — Per tutti. — Il barone non mi perdonerà certo d'essere arrivata troppo tardi — ella disse. L'ufficiale aggiunse qualche complimento in pessimo italiano. Poi si allontanarono insieme. Io respirai. — Era per questo? — domandò il conte, che s'era tenuto alquanto in disparte. — Sì, era per questo; non volevo ballare con un ufficiale austriaco. — E io volevo andarmene appunto perchè c'erano gli ufficiali austriaci. — Adesso siete contento di rimanere? — Contentissimo; vi ringrazio e vi ammiro... più del solito. — L'orchestra intuonò un _valzer_. — È il quarto ballo, è mio — esclamò il conte. Io mi alzai, egli mi cinse la persona col braccio, e ci slanciammo, cullandoci sull'onda dei suoni, in mezzo alle coppie che si urtavano, s'intrecciavano, si confondevano in una ridda vorticosa... Ah! la musica di quel _valzer_ la ho ancora negli orecchi... E posso dire di aver presente tutta la festa come se fosse una cosa di ieri, onde al bisogno saprei descrivere perfino le _toilettes_ delle signore, una per una... Che ciarliera di nonna, non è vero, Adelina?
— Parla, parla, mi diverto tanto.... E il conte?
— I miei sentimenti patriottici esercitarono sul suo animo un fascino maggiore della mia bellezza. Ebbi da lui confidenze che non avevano avuto i suoi più intimi amici, ed io sola, fra quante erano le sue conoscenti in Venezia, seppi che tempra di eroe egli avesse e quali cure ansiose e profonde si celassero sotto il suo sorriso.... Ero superba e tremavo... A ogni suo viaggio, e di questi viaggi a me erano ben noti gli scopi, temevo ch'egli non tornasse più..... Mi ricorderò finchè io viva d'una sera d'inverno.... Quanti inverni sono passati da allora, Adelina mia!... Il conte era partito da due mesi e non ne avevo notizia. Subito dopo pranzo m'ero ritirata nelle mie camere, e me ne stavo nel salottino da lavoro sentendo di fuori scrosciar la pioggia e il vento gemere sinistramente all'imboccatura del rio. M'ero messa a sfogliare un libro, poi avevo preso in mano il ricamo; poi, infastidita anche di questo, m'ero adagiata sulla poltrona davanti al caminetto. Ad un tratto s'aperse l'uscio dietro di me, e mi voltai in sussulto. — Sono io — disse una voce ben nota. Sentii che eravate qui e sono venuto senza lasciar tempo al servo di annunziarmi. — Voi! — esclamai, correndogli incontro. — Ma perchè trasformato così? — Il conte (era lui) non aveva più la sua folta barba. Egli si guardò attorno e mi chiese: — Siete ben sicura che nessuno ci ascolti, che nessuno ci sorprenda? — Chiusi gli usci di dentro. — Ebbene? — La polizia è sulle mie traccie — egli soggiunse. — Questa notte m'imbarco. — Dio mio! Questa notte! E lasciate l'Italia? — Per sempre forse — egli rispose cupamente. — Non ci vedremo più? — diss'io congiungendo le mani. — È per questo che scelsi la via di Venezia.... Per Genova mi sarebbe stato più facile l'imbarco, ma non vi avrei dato l'ultimo addio.... Come siete pallida, Olimpia.... e come siete bella nel vostro pallore!.... Figgete in me i vostri occhi stupendi ed il lume soave me ne resterà nell'anima per tutta la vita.
— Oh nonna, sentirsi parlare così!
— Egli era tanto eloquente ch'io pendevo rapita dalla musica di quella voce, dal fascino di quegli accenti.... Egli, il forte, egli che aveva la fibra d'un eroe di Plutarco, egli avvezzo al comando, egli era lì supplichevole davanti a me, povera donna.... Di fuori infuriava la burrasca, di fuori lo attendevano insidie infinite, la carcere forse, forse il carnefice, nella ipotesi men triste l'esilio; era in poter di me sola, prima che egli partisse, di versare qualche dolcezza su quell'anima esulcerata.... Oh certo, le coscienze rigide, inflessibili, mi condannano...
— Io no...
— Tu! Che ne sai tu della vita, o fanciulla?
Vi fu qualche istante di silenzio.
— Finisci la storia, nonnetta mia — disse timidamente l'Adelina.