Alla finestra: Novelle

Part 3

Chapter 33,850 wordsPublic domain

Di tutto questo rimescolìo la Gegia capiva qualche cosa delle chiacchiere delle vicine, ma le informazioni più esatte le riceveva dal signor Menico, quand'egli veniva il sabato a pagarle la sua settimana. Il signor Menico era stato guardia civica nel 1848-49, e se lo tiravano in lingua raccontava come uno degli ultimi giorni dell'assedio, essendo in fazione davanti una caserma in Cannaregio, da cui si vedevano i forti, una palla di cannone era piombata sul tetto d'una casa vicina, e dopo molti giri e rigiri era caduta a due passi da lui portandosi dietro la grondaia. — Capite? a due passi! egli diceva. E ingrossava la voce e tentennava il capo con aria d'importanza come a significare: Una cosa simile è toccata a pochi! Malgrado di ciò il signor Menico non era un leone, e con la teoria che _i muri parlano_, egli lasciava volentieri da parte la politica. Ma adesso, con la Gegia, egli si faceva coraggio e dopo averle chiesto regolarmente se la zia Marianna continuava ad esser sorda, le raccontava le novità del giorno, e le assicurava sulla sua parola d'onore che questa volta i Tedeschi se ne sarebbero andati davvero. Glielo aveva detto persona che non era solita ad ingannarsi. E la Gegia a poco a poco andava infiammandosi per questa idea della patria che non le riusciva ben chiara, ma che pur doveva essere assai bella, e che forse l'era tanto più accetta quanto più le dava da pensare e la distraeva dalla muta contemplazione delle sue miserie. Del resto, gl'infelici sono rivoluzionari per loro natura. Chissà che il mondo cambiando non diventi migliore per essi, chi sa che le loro pene non si alleviino, che l'egoismo altrui non si corregga! Se avessero domandato alla Gegia: credi tu che _gli Italiani_ restituiranno il vigore alle tue membra, faranno giungere alla tua finestra il sole alla tua anima sitibonda l'amore? ella avrebbe, sospirando, risposto di no; ma poichè nessuno glielo chiedeva, ella si nutriva, inconsapevole, di dolci illusioni. Pur la martellava un pensiero, il pensiero della Lotte che, quantunque dimentica di lei, ella non aveva cessato di amare. Che sarebbe avvenuto della giovinetta col mutar delle cose? Avrebbe ella dovuto soffrire? S'era pur scritto anche sul muro di Cà Dareni — _Morte ai tedeschi_ — e quando nella _calle_ giungevano gli accordi del pianoforte della Lotte e il suono del suo canto, i monelli, ormai imbaldanziti, urlavano _Canta, canta, che presto te tocarà pianzer_. Oh se la Gegia avesse potuto consigliarla a fuggire! Ma non ci fu bisogno del suo consiglio, perchè una settimana prima della dichiarazione di guerra il conte di Rheinstadt risolse improvvisamente di andarsene con la famiglia. La Gegia non ne sapeva nulla quando una mattina vide aprirsi improvvisamente la finestra del palazzo e comparire la Lotte in abito e cappellino da viaggio.

— Addio, Gegia.

— Oh, va via? — rispose questa, che avrebbe voluto dirle tante cose.

— Sì, addio di nuovo, chè se i miei genitori sanno che sono venuta di qua, mi fulminano.

— E — balbettò l'altra — non ci vedremo,... più?

— Sì, di qui a un mese.... Questa volta metteremo presto giudizio ai matti....

— E se si vince noi, invece?

— Chi? noi...? Oh, anche tu, Gegia, — esclamò la Lotte col tuono del _tu quoque, Brute_. Poi soggiunse ridendo: — Va là, che non c'è questo pericolo. — E volò via. Pochi minuti dopo un servitore che rimaneva a custodia del palazzo venne a richiudere le imposte.

Nel 1866 Venezia attraversò un periodo di alcune settimane che fu tra i più curiosi ed originali che si riscontrino nella storia. Abbiamo mille esempi dell'ansietà di un popolo che attende da una guerra il proprio riscatto e di questa guerra segue con animo intento le varie vicende, ma non son molti i casi nei quali una intera città per venti e più giorni esulta della indipendenza conquistata sotto gli occhi dei nemici che si trovano ancora entro le sue mura, e che di feroci e spietati ch'erano prima diventano indifferenti e quasi benevoli e assistono, con l'arma al braccio alle dimostrazioni fatte contro il loro governo. Uno spettacolo simile l'offerse Venezia dalla metà di agosto al 19 ottobre di quell'anno 1866. Sottoscritto l'armistizio, si trasse come un gran sospiro dai petti. Finalmente! Finalmente se ne vanno! Dopo tante disillusioni, dopo tante lagrime, dopo tanto sangue è giunto il gran giorno! e la vita del paese era tutta in questo pensiero, e ciascuno aveva bisogno di espandere la sua gioia, di narrare agli altri ciò che gli altri sapevano, e di farsi narrare ciò che un momento prima egli stesso aveva narrato. Le cose ripetute cento volte non perdevano mai della loro novità, erano come una musica divina che l'orecchio non si stanca di intendere. Nè si parlava più a bassa voce come per lo addietro, nè si cercavano i crocchi fidati degli amici; era amico chiunque favellasse italiano. Si consumava la giornata nelle vie, in piazza, ai caffè. Di tratto in tratto circolava per le bocche una voce. Son passati pel Canalazzo, son scesi al Municipio o al Comando militare due, tre ufficiali del nostro esercito venuti a trattare degli alloggi, delle formalità della consegna, ecc., ecc. Talvolta era vero, talvolta no; nondimeno bastava il dubbio perchè nessuno rimanesse fermo, ed era un correre, un urtarsi, un farsi strada a furia di gomiti per giungere sino al luogo indicato, ove molto spesso si restava con un palmo di naso, perchè gli ufficiali o erano già partiti, o non erano neppure arrivati. Ma se spuntava un kepy, le grida, gli applausi non terminavano più, e lungo il passaggio della gondola che accompagnava i parlamentari alla stazione la gente si accalcava ai traghetti, sulle _fondamente_, alle finestre, sventolando i fazzoletti e salutando di giocondi _viva_ i fratelli che entro pochi giorni sarebbero venuti a fermar stabile dimora in Venezia. E le bandiere tricolori, preparate a migliaia nel segreto delle pareti domestiche, cominciavano a mostrarsi qua e là come se non potessero tollerare più a lungo l'ipocrisia di quel nascondiglio e anelassero all'aure aperte e serene. In qualche luogo solitario e remoto della città si addestrava intanto con serietà eroicomica una larva di guardia nazionale, vestita d'uniformi di fantasia, armata di fucili di legno, che i fucili buoni non erano ancora permessi e forse avrebbero fatto paura ai guerrieri, e già si disegnavano in lontananza le ambizioncelle del pizzicagnolo aspirante a caporale, e del chincagliere che si sentiva chiamato agli alti destini di luogotenente.

VII.

Di questo moto, di questa vita un'eco giungeva sino alla buia ed angusta viuzza abitata dalla nostra Gegia e interrompeva la triste e monotona esistenza della poveretta.

I grandi avvenimenti rendono espansivi e loquaci, e le vicine, perdonatole nella loro infinita clemenza lo scandalo del biglietto, salivano adesso più sovente da lei a chiacchierar delle cose del giorno. Inoltre una sua amica d'infanzia che aveva la commissione di parecchie bandiere tricolori per l'ingresso _degli italiani_, sentì che non poteva fare a meno di un aiuto e richiese la Gegia s'ella volesse lavorare con lei e spartire i guadagni. L'offerta fu accettata con entusiasmo, chè in quel tempo l'arte delle conterie dava alla Gegia ben poco da fare ed ella aveva supplicato invano suo padre di crescerle la mesata. Siccom'ella non si poteva muovere, l'altra trasportò da lei il proprio laboratorio, e le due ragazze stavano insieme dall'alba al crepuscolo a tagliare, a cucire quelle enormi pezze di lana, che coi loro vivi colori parevano illuminare la malinconica cameretta. L'amica della Gegia era una giovine vispa ed allegra e si divertiva un mondo a ridere a spese della zia Marianna, la quale non sapeva raccapezzarsi in mezzo a quelle novità. Si aveva un bel gridarle nell'orecchio che i Tedeschi andavano via d'amore e d'accordo; ella ripeteva sempre che li aveva visti per la strada con la loro brava baionetta al fianco e che bisognava aver perduto il senno a far le bandiere tricolori mentr'essi erano qui.

— Ne ho conosciuti di quelli che andarono sulla forca per meno, — ella soggiungeva, ed era vero. Ma non c'era caso di farle intendere che i tempi erano cambiati. Ella scrollava le spalle e si ritirava nel campo trincerato della sua cucina ove la si sentiva brontolare: — Che il Signore ce la mandi buona! Sono impazziti tutti!

Il signor Menico invece, dacchè non v'era più dubbio sulla prossima partenza degli Austriaci, era diventato un eroe, e non era contento della soluzione pacifica delle cose. — Credete pure, _tose mie_, — egli diceva alla Gegia e alla sua compagna, — che ci voleva un altro poco di sangue.

— Com'è cattivo, signor Menico! — osservavano le ragazze tra il serio e il faceto.

— Cattivo! Cattivo! — egli rispondeva, prendendo tabacco. — Non è cattiveria.... È che noi altri uomini del 48 siamo fatti così. Quando si son vedute le bombe a due passi.... capite.... eh!... Non racconto frottole.... vi sono testimoni.

Anche il padre della Gegia, Filippo, faceva in quei giorni men rare apparizioni nella camera della figliuola. I maligni susurravano che non gli dispiacesse fare il galante alla Pina, l'amica della Gegia, la quale era piuttosto belloccia ed appetitosa.

— Quel Filippo, — soggiungevano le donnicciuole con un sorriso indulgente, — benchè non sia lontano dai cinquanta, sta sempre dietro alle gonnelle. È vero ch'è un uomo da poter piacere ancora meglio di tanti zerbinotti.

Una volta egli magnificava alle due ragazze la nuova livrea che avrebbe indossato il giorno dell'arrivo del Re.

— Oh come pagherei a vederlo in gran gala, — esclamò la Pina.

— Paghereste a vedermi, _fia mia_? — egli replicò chinandosi verso di lei tutto ingalluzzito. — Ebbene, volete venir quel giorno a palazzo? Dirò ai padroni che siete una mia parente e vi troverò un posticino sulla _riva_ o a una finestra perchè possiate assistere allo spettacolo e veder davvicino anche me.

— No, no, questi sotterfugi non mi vanno a genio.

— Eh che scrupoli.... Via!

— No, no e no.

— Andiamo, bella ragazza, non pigliate il caldo. Fatemi piuttosto sapere per quel giorno dove sarete, a che finestra, a che _traghetto_, e io farò il possibile perchè la gondola passi da quella parte, e quando sarò presso vi farò un segno, che, capite, coi padroni in barca, non posso mica chiamarvi....

— Diamine, s'intende. Ma, quando sarà?

— Il giorno preciso non è ancora stabilito. Bisogna prima che entrino le truppe.

— E queste entreranno?...

— Il 19 del mese. — S'era già in ottobre.

— Che spettacolo sarà anche quello! — esclamò la Gegia.

C'era un tal fondo di mestizia nella sua voce, che la Pina ne fu commossa, e soggiunse:

— Poverina! Che peccato che tu non possa veder nulla! — Indi battendosi il fronte con la palma, continuò: — A proposito; dicono che lasceranno andar la gente nell'entrata del palazzo di fronte che guarda sul Canal grande. Sapete, Filippo, che bella cosa dovreste fare? Un po' prima di andare in gondola coi padroni, venir qui, trasportar la Gegia abbasso, trovarle un buon posto, e poi, più tardi, passare a prenderla e riportarla su.

Mentr'ella parlava, la Gegia la guardava prima con maraviglia, poi con commozione e con riconoscenza. Dopo tanti anni avrebbe potuto davvero uscire dal suo tugurio, risalutare il sole, riveder l'azzurro del cielo? Avrebbe potuto mescolarsi alla gioia degli altri, vivere un giorno nel mondo, ella, la sepolta viva? Ma quando i suoi occhi s'incontrarono in quelli del padre, ella capì che aveva sognato.

— Ma, Pina, che idee vi saltano in capo? — proruppe Filippo con aria infastidita. — Come volete che la Gegia, nello stato in cui si trova, vada in mezzo a quella calca? Sono momenti in cui rischiano di rompersi le gambe anche i sani, e lasceremo schiacciar lei ch'è malata?... Un bel servizio che fareste alla vostra amica!... Quanto a me poi avrò proprio tempo di portare in collo la gente....

La Pina stava per replicare, ma l'altra le accennò che tacesse.

— Basta, — ripigliò Filippo in tuono più dolce, — quasi quasi andavo in collera con voi, e io con le belle _tose_ voglio esser sempre in buoni termini.

Ma la Pina non gli diede retta e si voltò da un'altra parte. Alla Gegia intanto colavano due grosse lagrime per le gote, e Filippo che non voleva veder musi lunghi uscì dalla stanza, dicendo: — Ecco ciò che si guadagna a tener discorsi senza sugo.

VIII.

Son passati sei mesi, sono entrate le truppe, è arrivato il Re, è arrivato Garibaldi, la città a poco a poco è tornata nel suo stato normale, e la _Calle Lombarda_ ha ripreso un aspetto più calmo. Nondimeno le bandiere sventolano ancora dai balconi per qualunque pretesto, e gli _organetti_, che meriterebbero un po' d'indulgenza dai signori perchè sono l'orchestra del povero, vengono di tratto in tratto a suonare sotto la finestra della Gegia l'inno di Brofferio o quello di Garibaldi. È l'unica distrazione che le abbiano recato i tempi nuovi; ella non si è mossa neppur nei dì più solenni; non ha visto i bersaglieri, non ha visto il Re, non ha visto l'eroe di Marsala. Ha tutt'al più un'idea delle _camicie rosse_, perchè Maso, un ragazzo ch'era cresciuto sotto i suoi occhi ed era andato ad arruolarsi volontario nel maggio 1866, reduce in patria, volle farsi ammirare nella sua divisa dai vecchi suoi conoscenti e salì anche dalla Gegia. Del resto, ella non si occupa di politica, non legge nè il _Rinnovamento_, nè il _Corriere di Venezia_, quantunque li senta gridar dalla strada, non è informata nè delle tendenze radicali del fruttaiuolo il quale sparla volentieri del Governo, nè delle tendenze reazionarie di _siora_ Veronica che comincia a vedere in pericolo la religione e teme si voglia assassinare il Papa. La solitudine si è rifatta intorno a lei; non ci sono più gli Austriaci, ma per essa il mondo è com'era prima. Aveva sperato senza saper precisamente nè per che ragioni sperava, nè che cosa sperava; ora che tutti quei bei sogni si sono risolti in nulla, la vince uno scoraggiamento infinito. Si prova spesso, tanto per ingannare il tempo, a cantar qualche aria che le ha insegnato la Pina, ma la sua voce esile, dolce, simpatica, muore nelle lagrime. Ed ella guarda la finestra chiusa del palazzo Dareni, e ripensa alla Lotte che con tanta sicurezza le aveva detto di tornare e ormai non sarebbe tornata più.

Non andò molto infatti che i proprietari del palazzo lo appigionarono ad altri. Una parte ne fu presa da certo dottor Galeni, avvocato di grido, il quale consacrò ad uso di studio due stanze sul _rio_ e il gabinetto respiciente la _calle_. La Gegia, che seguiva con grande attenzione questi preparativi, vide una mattina l'avvocato, persona grave e dall'aria diplomatica, accompagnar nel gabinetto un giovine alto, macilento, e vestito di panni sgualciti.

— Si metterà qui, — disse l'avvocato accennando al suo interlocutore il tavolino appoggiato alla finestra. — Qui c'è penna, carta e calamaio. Adesso le porteranno un documento da copiare e vedremo la sua calligrafia.

Ciò detto, il dottor Galeni uscì.

L'altro sedette, si guardò intorno, rimboccò le maniche del vestito, mise nell'asticciuola una penna nuova, che premette prima sull'unghia del pollice sinistro, quindi lambì con la lingua e finalmente immerse nel calamaio. Dopo fatti questi preparativi, egli segnò alcune cifre sopra un foglio e parve soddisfatto dell'opera sua. Intanto un uomo di mezza età venne nel gabinetto con una carta in mano.

— Copii da qui sin qui, — egli disse posando la carta sul tavolino e ponendo il dito successivamente sul punto da cui doveva cominciare e su quello ove doveva finire la trascrizione. — Quando ha terminato passi dal cavaliere.

— Col manoscritto? — chiese il giovane timidamente.

— Già. Non si tratta appunto di questo?.... E badi che il cavaliere non vuole che ci siano pentimenti e scancellature.

Il cavaliere, com'è agevole intendere, non era altri che l'avvocato Galeni, insignito appunto in quei giorni dell'ordine de' SS. Maurizio e Lazzaro.

Rimasto solo, il candidato si accinse con grande impegno al lavoro che doveva decidere delle sue sorti. Tanta era la sua paura di distrarsi ch'egli non alzava mai gli occhi dal foglio, ma scriveva con la fronte increspata e morsicandosi il labbro inferiore.

Dopo una mezz'ora, egli diede un'occhiata complessiva al suo compito e con qualche trepidazione uscì dal gabinetto per sottoporre la sua scrittura all'esame del principale. Quand'egli tornò, era un altr'uomo. Il saggio era riuscito soddisfacente e Carletto Miglioli era stato assunto all'altissimo ufficio di giovine di studio presso l'avvocato cavaliere Galeni collo stipendio cospicuo di _trenta_ lire al mese e con l'obbligo di lavorare soltanto sette ore al giorno, dalle nove alle quattro.

Bisogna riconoscere che il buon Carletto era uomo di facile contentatura. Il giovine d'avvocato, almeno in Venezia, è il _paria_ della società, da' cui non riceve altro compenso che quello di esser chiamato _giovine_ tutta la sua vita fino ai cent'anni inclusivi, se ha la poco invidiabile fortuna di arrivarvi. Egli può scegliere due strade, una dritta, ed una tortuosa. Seguendo la prima, egli adempie coscienziosamente a' suoi doveri, copia con meccanica esattezza le scritture forensi, porta ai clienti le lettere, del principale, si mantiene un perfetto galantuomo, e nel termine di un lustro al più perviene allo stato di piena indigenza e di compiuto idiotismo. Seguendo la seconda egli aggiunge alle sue mansioni altri piccoli uffici, assume certe cause minuscole che l'avvocato disdegna, si fa consigliere dei negozianti che vogliono fallire senza inciampare negli articoli del Codice penale, e aguzza così il poco ingegno e campa alla meno peggio, ma diventa in pari tempo un tipo esoso di _azzeccagarbugli_, uno degli esseri più sfuggiti dai galantuomini.

In media il giovine d'avvocato guadagna meno del più modesto artigiano, ma ha d'altra parte l'inestimabile vantaggio di dover vestire con una certa cura affine di non esser preso in isbaglio per un facchino quando si reca nelle aule tribunalizie, e di non offendere con una _toilette_ troppo democratica i nervi della moglie dell'avvocato quando ella viene nello studio del consorte. È vero che qualche volta all'abbigliamento del subalterno provvede la liberalità del principale, che cede al _giovine_ la roba usata. Allora il _giovine_, secondo la sua statura, ha corte o lunghe le maniche, lunghi o corti i calzoni, e secondo il suo diametro acquista nel suo vestito l'aspetto di un naufrago che non riesce ad emerger dall'onda, o quello di un fiume che non può più stare fra le sue rive.

Tra il signor Carletto e la Gegia non si tardò a scambiarsi ogni mattina il saluto. E al saluto tenne presto dietro qualche parola.

— Gran bella giornata — disse una volta il giovine alzando gli occhi dalla carta e guardando il cielo ch'era tinto del più limpido azzurro.

— Beato lei che può passeggiare — rispose la Gegia.

— Passeggiare! Passeggiare!... Il troppo moto fa appetito.

— Tanto meglio.

— Eh signora Gegia, tanto meglio per chi può soddisfarlo. Ma chi ne ha pochi del mese....

Rituffò la penna nel calamaio e si rimise a scrivere.

La Gegia ricominciò anch'ella a infilare le sue perle. Di lì a poco ella chiese: — Ha famiglia?

Carletto mise un punto su un _i_, forbì la penna sulla manica, e poi rispose: — La mia vecchia mamma.... Povera mamma!... Magari vivesse sempre.... Non so rassegnarmi all'idea di star solo.

— Via, signor Carletto — disse la ragazza — loro uomini hanno sempre qualcheduno che _gli_ vuol bene. Se non ci fosse la mamma ci sarebbe la sposa.

— Oh sì, con un franco al giorno.

— È poco, assai poco, ma una brava massaia risparmia più che non costi.... Veda, per esempio, una moglie la divezzerebbe da quel brutto vizio....

— Che vizio?

— Quello di forbirsi la penna nel vestito.... Sa, gli abiti non si conservano mica a quel modo....

— Ha ragione, lo dice anche la mamma, povera vecchia.... Ma per quanto faccia ci ricasco sempre.... Oh dove siamo? — egli ripigliò come fra sè. — Sicuro, sicuro.... Ecco il punto. — E lesse per meglio raccapezzarsi: _Non è vero e si nega essere l'istromento dotale fatto in modo da ingenerare equivoci. L'istromento dotale della sullodata nobil donzella, in data 8 giugno 1850 rogito Paolucci, dice chiaro: sono assegnati alla sposa di dote sessanta mila fiorini austriaci_.... Corbezzoli. Sessanta mila fiorini! Ha inteso, signora Gegia?

— Altro che inteso! Ma, così va il mondo! Chi troppo, chi troppo poco.

— A chi un milione di capitale, a chi una lira al giorno di stipendio.

— Ma potrà avere un avanzamento.....

— Noi giovani d'avvocato si resta sempre a un punto.... Basta, finiamo questa scrittura.

La Gegia chinò gli occhi sulle sue perle e non aggiunse parola.

Una mattina il giovine depose sul davanzale della finestra un vaso d'erbarosa.

— O cos'è quella, roba? — chiese la Gegia sorridendo.

— Un capriccio mio. Mi piace tanto l'odore dell'erbarosa che ho voluto avere uno di questi vasi sul balcone dello studio.... La mamma ci ha lasciato il cuore a veder scompagnata la sua collezione.

— Ha una collezione di piante?

— Dico così per dire. Ci sono altri due vasi, uno d'erba cannella, l'altro di cedrina È il nostro lusso. Ogni mattina la mia vecchierella va a guardarseli, li rimonda, li odora, ogni dopo pranzo li inaffia....

— C'è sole almeno a casa sua?

— Oh sì, grazie a Dio.... sulla finestra della mamma ce n'è a tutte le stagioni. Stiamo in una catapecchia, proprio sotto il tetto, ma sole ce n'è.... La non si muove mai di casa, la povera mamma; o che farebbe se non avesse il sole?

La Gegia sospirò.

— E qui non capita mai.

— Dice davvero?

— Mai, fuori che un quarto d'ora al giorno per due settimane di giugno.

— Sicuro, è questo enorme palazzone qui che fa ombra.

— Carletto! — gridò una voce imperiosa dal di dentro!

— Vengo, vengo.... È l'avvocato che chiama — disse il giovine correndo dal suo principale.

Di lì a poco egli tornò al suo posto con un fascio di carte sotto il braccio, borbottando: — Oggi sto fresco. C'è da lavorare fino alle sei.

Scrisse per un'ora senza fiatare; poi alzò gli occhi e disse: — Ieri cantava, signora Gegia. Perchè oggi è così silenziosa?

— Ho paura di disturbarlo.

— No, in verità; mi fa tanto piacere a sentirla e lavoro lo stesso.... Ha una voce così dolce.

La ragazza arrossì; e con una voce tremola dapprincipio ma che poscia si fece più sicura intuonò l'aria della _Traviata_: _Ah forse è lui che l'anima_, ecc.

— Oh la _Traviata_! Come mi piace!

— L'ha sentita?

— Una sola volta.... Che opera!

IX.

Era stato per una settimana un tempo diabolico. Quantunque fosse d'aprile era caduta un'acqua gelata, accompagnata da un vento di tramontana che metteva i brividi e trasportava in pieno gennaio. S'eran dovute tener chiuse le imposte, e la Gegia e il signor Carletto si erano appena salutati con un cenno del capo.

Il primo giorno in cui ricomparve il sole, la Gegia si trovava come il solito per tempissimo alla sua finestra. Ella aveva una certa impazienza di ricominciare gl'interrotti colloquii e aspettava le nove. Ma le nove suonarono e Carletto non venne.... Nè alle dieci, nè alle undici, nè a mezzodì. La pianta d'erbarosa beveva allegramente i raggi del sole e una bianca farfalla, venuta non si sa di dove e smarrita in quel vicolo solitario svolazzava contenta intorno alle sue foglie.

Sul mezzogiorno venne la serva dell'avvocato a tirar le cortine. La Gegia si fece coraggio e chiese: — Non s'è visto stamane il signor Carletto!

— Mi pare — rispose l'altra ch'era sgarbata e aveva una grande antipatia per la _zoppa chiacchierona_, com'ella chiamava la Gegia — mi pare che se ci fosse l'avrebbe visto prima di me.

La ragazza non rilevò il tuono scortese della risposta, ma soggiunse: — È malato forse?

— Che vuol ch'io sappia? — replicò la fantesca stringendosi nelle spalle.

— Non mangi oggi? — chiese a ora di pranzo la zia Marianna alla Gegia quando vide che non toccava nemmeno le vivande.

— No, non ho fame.