Alla finestra: Novelle

Part 2

Chapter 23,900 wordsPublic domain

Il medico non sapeva una parola d'italiano, onde la Lotte doveva servirgli d'interprete. Fu un interrogatorio in tutte le regole sulle origini del male, sui sintomi, sulle sofferenze, ecc., ecc. All'interrogatorio succedette un esame. Il dottore fece uno sproloquio alla Lotte in tedesco, indi si ritirò con lei.

Per quel giorno la Lotte non si lasciò vedere alla finestra del gabinetto. Il dì appresso ella ritardò a sollevar la cortina.

E la Gegia aveva tanta impazienza di saper da lei che cosa aveva detto il dottore!

Finalmente, quando le due fanciulle si videro, la Lotte pareva imbarazzata.

— Dunque? — chiese la Gegia, — il medico?....

— Ah! Il medico disse che.... guarirai... con un po' di tempo.

E la Lotte finse che qualcheduno la chiamasse per poter allontanarsi subito dalla finestra.

Fatto si è che il medico aveva giudicato la malattia della fanciulla non esser guaribile. Se fosse stata ricca, se avesse avuto i mezzi da fare una cura lunga e regolare, ci sarebbe stato da tentar qualche cosa, ma nelle condizioni in cui ell'era bisognava rinunciarvi. La Lotte se ne dolse vivamente, ma ella non poteva pretender che la sua famiglia sostenesse per un'estranea le spese d'una cura come quella che il dottore reputava necessaria; così era forza ch'ella si rassegnasse. Del resto si finisce sempre col rassegnarsi ai mali degli altri.

Quanto alla Gegia, ella non poteva a meno di dare un triste significato alle parole mozze della sua protettrice. Si disperò e pianse. Ma ella era in una età nella quale le illusioni ripullulano facilmente; aveva sperato nella primavera e poi nell'estate, e adesso andava via via persuadendosi che la primavera era stata troppo rigida e che l'estate era troppo soffocante.... Forse in autunno, chi sa? o, in ogni caso, a un'altra primavera.

IV.

Succedette un inverno freddissimo. Nevicava ogni secondo giorno, e la Gegia stava rannicchiata sulla sua sedia collo scaldino allato tanto da poter posarvi di quando in quando le mani che intirizzivano. La neve, cacciata dal vento, si era rappresa sugli sporti, sulle inferriate, nelle screpolature del muro di faccia, e spenzolava dal cornicione del palazzo come il drappo d'un baldacchino, e orlava le imposte della finestra della Lotte che appena ogni due o tre giorni sollevava un momento le cortine e salutava con un cenno l'amica. Giù nella _calle_ c'era un gran baccano. I monelli si rincorrevano gettandosi addosso la neve a manate, e la Gegia sentiva quel chiasso, sentiva le palle di quel bombardamento da burla frangersi sulle porte e sui muri, e il gridio dei fanciulli, e le voci corrucciate dei babbi e delle mamme, e pensava con che voluttà si sarebbe ella pur commista all'ilare schiera. Ma a dover stare così immobile, infilando perle alla luce colata che scendeva dall'alto, quei fiocchi bianchi che venivano a posarsi in silenzio sul suo davanzale le mettevano una malinconia da non dirsi. E salutò con entusiasmo i venti di marzo che portavano via le ultime traccie di neve, e salutò i colombi, che rinfrancati, non uscivano più dal loro nido soltanto una volta al giorno per andare al tocco delle due in piazza San Marco, ma passeggiavano sul cornicione, traversavano la _calle_ e si posavano sulla sua finestra a beccolarvi le briciole di polenta ch'ella spargeva colà apposta per loro.

— Come sono interessanti quelle bestiuole! — esclamò una mattina la Lotte affacciandosi al balcone dopo tanti mesi, e come se ripigliasse un discorso interrotto pochi minuti prima. — E che bene si vogliono! E che baci si danno!... Che cos'hai, Gegia? Perchè mi guardi come una bestia rara?

Ciò che la Gegia guardava era il gran mutamento operatosi nella sua amica durante quell'inverno. I suoi occhi azzurri avevano acquistato un'espressione nuova; parevano divenuti più grandi, più profondi; le lunghe treccie non le scendevano più infantilmente giù per la schiena, ma le erano raccolte intorno al capo; il vivo rossore delle sue guancie aveva ceduto il posto ad un leggero incarnato, la faccia già un po' troppo piena e paffuta s'era affilata alquanto e ridotta di un bell'ovale; il collo lungo, ben tornito, sottile, si posava superbamente sopra un magnifico giro di spalle degne d'esser modellate da uno scultore. Dall'autunno non era forse cresciuta in altezza, ma sembrava che fosse, tanto aveva acquistato ormai l'aspetto d'una ragazza fatta.

La Gegia le esternò la sua ammirazione; ella fece spallucce e sorrise. Era avvezza ormai a ben altri omaggi!

— Ho continuato a intagliar fiori di carta, — osservò la povera inferma, credendo di dir cosa grata alla Lotte. — Oh come debbo esserle riconoscente per le lezioni che mi diede!...

— Bah! — rispose la tedesca con indifferenza. E mutò argomento. — E io ho ballato, cara mia ho ballato tutto questo inverno, ciocchè è meglio che far fiori di carta. Avevo ballato anche negli anni scorsi, ma non tanto, e non col gusto di quest'anno.... Che effetto singolare quell'esser portate in aria.... Tutto si confonde insieme, il suono, la luce, l'alito....

Ma si fermò a questo punto, chè le parve di veder una nube sulla fronte della sua disgraziata interlocutrice. Tolse da un vaso un mazzolino di fiori, e presa la mira lo gettò in camera della Gegia. — Ti servirà pei tuoi lavori, — le disse. Poi, dimentica del riserbo delicato che le aveva fatto poc'anzi interrompere il suo discorso, soggiunse: — Ma non ti darei per tutto l'oro del mondo quella viola lì. — E additò un fiore che era in un bicchiere, posato sul marmo del suo lavamano. — Oh quella viola non la darei a nessuno, a nessuno.

E si allontanò canticchiando la ballata di Goethe:

_Es war ein König in Thule_ _Gar treu bis an das Grab...._

La Gegia non era in grado di fare uno studio psicologico nè sugli altri, nè su sè stessa; ella capiva soltanto che in quei pochi mesi un mondo di pensieri nuovi, di nuove impressioni, di nuovi affetti s'era spalancato dinanzi alla Lotte, e che in quel mondo ella ci era entrata come una regina. Ormai a parlare con lei le sembrava di discorrere con una persona che fosse sulla punta di un campanile; tanto ci correva tra loro! La fortunata fanciulla (chè, grande e grossa com'era, non toccava ancora i quindici anni) aveva la coscienza della sua bellezza, della sua forza, e la lasciava trasparire con la baldanza dell'età sua. Bisognava veder la mattina, quando faceva la sua _toilette_, come si compiaceva a guardarsi nello specchio! Certa di non aver di fronte altri che la Gegia, ella spesso non si curava nemmeno di abbassar le tendine e terminava di vestirsi a finestre aperte. Eppur la Gegia la divorava cogli occhi come se fosse stata un giovinotto, ed ammirava quelle spalle che parevan tagliate nel marmo, e le curve del seno mal dissimulate dal candido lino, le braccia ignude fin sotto le ascelle e arrovesciate dietro la nuca ad annodare le diffuse treccie dei lunghi capelli. E sentiva in cuor suo come un misto d'invidia, di desideri ancora mal noti, di sfiducia desolata e profonda. Era ella pur nell'età in cui nella fanciulla si sveglia la donna, e acquistavano un senso per lei tante frasi udite, tante cose vedute, e il sangue le correva nelle vene più infiammato, più rapido. Adesso capiva davvero il cinguettìo delle coppie innamorate che ad ora tarda venivano a dirsi qualche paroletta furtiva sotto la sua finestra, e adesso intendeva ciò che significava l'esser _novizze_, come le si narrava or dell'una, or dell'altra delle ragazze, che, un po' più grandicelle, avevano, anni addietro, giuocato con lei. E, coricatasi, vegliava a lungo pensando, e si voltava e rivoltava nel suo letticciuolo; poi quando cedeva alla stanchezza e chiudeva gli occhi, i sogni si calavano in frotta sul suo capezzale. Era, in sogno, bella anche lei, bella come la Lotte, aveva anche lei il suo _moroso_, era fidanzata.... Poi si destava in sussulto, la fredda realtà le si parava dinanzi, e piangeva.

Una notte, nella quale non le riusciva di quietarsi, intese aprire adagio adagio le imposte della finestra dirimpetto. Tese l'orecchio e distinse la voce della Lotte, a cui una voce d'uomo rispondeva dal basso. Stettero forse cinque minuti a scambiarsi delle parole in tedesco; poi si udì lo scoccare di due baci, di due baci innocenti, intendiamoci, perchè l'uno scendeva da un primo piano alla strada, l'altro saliva dalla strada a un primo piano. Ma i baci _mandati_ fanno più strepito dei baci _dati_ e quel suono impedì alla Gegia di dormire anche il resto della notte. La mattina poi, quando la Lotte si affacciò alla finestra, ella le mise addosso certi occhi, che quella, contro il suo solito, divenne rossa, parve confusa, ed abbassò il viso.

La Gegia non potè a meno di lasciarsi scappar dal labbro. — Oh sia sicura che non dirò niente.

— Di che cosa? — rispose la Lotte facendosi di tutti i colori.

— Oh bella.... di questa notte.

— Che intendereste dire? — replicò la tedesca rizzando il capo in aria corrucciata ed altiera.

Alla Gegia vennero le lagrime agli occhi. — Scusi, — balbettò, — io non ci ho colpa.... non dormivo....

— Passate la notte alla finestra?

— No, no.... ma sentivo ugualmente... Del resto non potevo capir nulla.... Non capisco mica il tedesco, io.

— Ebbene! che male c'è? Era il cameriere di una mia amica che veniva a domandarmi se la sua padroncina aveva lasciato da me il suo ventaglio.

Non ci voleva un grande acume a capire che questa era una bugia, ma la Gegia non aggiunse parola. La Lotte chiuse la finestra dispettosamente, e non si fece più vedere per alcune ore. Ma sulle due ricomparve con cera rabbonita, si guardò intorno e chiese alla Gegia — C'è nessuno da te?

— Sì, c'è la zia — rispose l'altra cui non pareva vero d'essere interrogata amichevolmente.

— Che seccatura!

— Oh, la sta sempre in cucina e sente appena le cannonate.

— Ebbene, vengo, dopo tanto tempo, a darti una nuova lezione di fiori.

E queste ultime parole le pronunciò ad alta voce, come se desiderasse che fossero intese.

La Gegia aveva lasciato dormire da alcune settimane quei suoi lavorucci di carta, e teneva tutto chiuso in un cassetto del suo tavolino. Aveva bisogno di guadagnar quattrini e perciò doveva attendere a infilar perle e preparar qualche ninnolo di conterie, che il buon Menico vendeva per lei. Adesso tirò fuori dal tavolino la carta a colori, i modelli e gli arnesi che le erano stati regalati dalla Lotte, e stette in aspettazione della bella vicina.

— Buondì, Gegia — disse la Lotte entrando senza preamboli, e voltandosi con una certa compiacenza a raccoglier la coda della sua lunga vesta di percallo, che s'era impigliata nell'uscio. — Stamattina fui cattiva, ma che diamine? Se ti sentivano.... Basta.... _À quelque chose malheur est bon_.

— Le domando scusa di nuovo...

— Ci hai creduto alla storiella del cameriere?

— Ma.... sì.

— Baie! Hai una testolina troppa svelta.

La Gegia non rispose. Dopo una pausa di qualche secondo, ella disse: — Non siede?

— Chè! Bisogna ch'io me ne vada subito.... I miei genitori sono andati a fare una visita. Se tornano e non mi trovano in casa, sto fresca.

— Ah! Credevo fosse venuta per i fiori — osservò la Gegia guardando un po' mortificata tutta la roba ch'ella aveva messo sul tavolino apposta.

— No, no, i fiori non c'entrano — replicò la Lotte. E si diresse verso un cassettone sul quale erano collocati alcuni gingilli in conterie. — Oh! il bel panierino! Oh il bel monile! Come mi piacerebbe averli!

— Li prenda.

— Purchè non sia come l'altra volta, sai. Voglio pagarli.

— Valgono così poco...

— Alle corte. Se non lasci ch'io me li pigli e li paghi, vado in collera.

— Che debbo dirle? Faccia lei.

— Così mi piace. — Involse i due oggetti nel fazzoletto bianco, poi si avvicinò alla Gegia e le diede una moneta chiusa diligentemente entro un pezzo di carta. Infine, chinandosele all'orecchio, le disse: — Se domani viene qui una donna portando _qualche cosa_ per me, mi prometti di passarmi quella cosa dalla finestra? — E per prevenire ogni obbiezione, soggiunse: — Ho un panierino di paglia che farò scorrere lungo una cordicella di cui ti getterò uno dei capi. Mi prometti?

La Gegia non s'era ancor formata un'idea chiara di ciò che le si domandava. Aveva un confuso barlume che ci fosse qualche cosa di male, ma come risponder di no alla Lotte, che, bella e gran signora com'era, aveva tanta degnazione per lei? Così, divenendo rossa, articolò un sì appena percettibile.

— Grazie! — disse la Lotte. Le passò la mano sui capelli e soggiunse: — I bei capelli che hai! E anche il viso è bellino... Sembri una Madonna.

Indi, senz'altri indugi, sgusciò via rapida e leggera com'era venuta, e la lasciò mezzo sbalordita.

Ma lo sbalordimento della Gegia s'accrebbe, quando, rimasta sola, ella spiegò la cartolina che aveva ricevuta e vi trovò un napoleone d'oro. Senza saper precisamente il perchè, ella si sentì montar le fiamme al viso; credette per un istante a uno sbaglio, ma poi si ricordò che quella cartolina era preparata, e che doveva essere stata preparata appunto per evitare le obbiezioni ch'ella avrebbe mosso senza dubbio nel ricevere un compenso tanto maggiore del prezzo di ciò ch'ella dava. Non erano, no, i suoi gingilli che le venivano pagati con quel napoleone d'oro; era il servigio che si era chiesto da lei e ch'ella aveva promesso di rendere. Oh se avesse potuto ritirar la sua parola! Se avesse potuto consigliarsi con qualcheduno! Ma con chi? Suo padre non capitava quasi mai a casa, ed era diventato poco men d'un estranio per lei; colla zia Marianna bisognava rinunziare a discorrere, tanto era sorda; il signor Menico ella non lo vedeva che di lì a cinque giorni. E poi poteva tradire il segreto della Lotte? E se, dopo tutto, la Lotte non le avesse chiesto che la cosa più naturale del mondo? E se avesse voluto beneficarla? Aveva ella il diritto di essere orgogliosa? Di rifiutare un piacere a chi glielo domandava con tanta grazia? Ma se non fosse un piacere onesto? Onesto! E sapeva ella veramente ciò ch'era onesto e ciò che non era? Chi glielo aveva insegnato? Torturata da questi dubbi, la Gegia passava quel napoleone d'oro da una mano all'altra quasi fosse rovente, e si guardava intorno come a cercare un'ispirazione che non veniva, un buon suggerimento che nessuno le dava. Ma quando vide entrare la zia Marianna, la fanciulla ripose istintivamente la moneta nel cassetto del suo tavolino; non era a lei ch'ella avrebbe potuto confidarsi. La zia Marianna era brontolona per indole; quel giorno poi ella accusava cento malanni, prevedeva che sarebbe caduta inferma e che l'avrebbero spedita all'ospedale. E si lamentava in anticipazione della sua cattiva stella e del pessimo cuore degli altri. La Gegia era avvezza a questi pronostici e a questi lamenti; pur quel giorno ne fu colpita più del consueto; pensò che una volta tanto la zia poteva dire la verità e che s'ella infermava sul serio sarebbe convenuto fare ogni sacrifizio per salvarla dallo spauracchio dell'ospedale. In questo caso i quattrini non sarebbero stati mai troppi e quel famoso _marengo_ avrebbe servito a fare una buona azione. Così si decise a tenerlo, lieta forse in cuor suo d'aver trovato un motivo che giustificasse a' suoi occhi un tale proposito.

V.

Il panierino tragittò più d'una volta fra le finestre lungo la cordicella. I bimbi della _calle_, ne ridevano e salutavano questi passaggi aerei coi loro frizzi; le donnicciuole facevano i loro comenti, tanto più ch'esse avevano visto una femmina ignota salire replicatamente della Gegia. Nondimeno le cose sarebbero andate liscie se un bel giorno il paniere non si fosse piegato troppo da una parte e non avesse lasciato cadere il suo prezioso carico nella via sottoposta. Il carico, che consisteva in una semplice letterina scritta in carta sottile, fece parecchie leggiadre giravolte prima d'arrivare in istrada, ma alla fine andò a terminare in grembo ad un monello che giuocava sullo scalino di una porta. Si può immaginare l'agitazione delle due ragazze. L'una, la Lotte, spintasi fuori con mezza la persona dalla finestra, seguiva collo sguardo il volo del suo biglietto; l'altra, la Gegia, che non poteva muoversi dalla sedia, lo seguiva col pensiero e non era la meno inquieta. — Ps! Ps! — fece la Lotte al ragazzo, vedendo che in quel momento non c'erano altri nella _calle_. E avvicinate le mani alla bocca in modo da raccogliere il suono, gli disse: Vieni subito al portone che scendo io. — Lasciò la finestra e fu presto sulle scale. Il fanciullo, cui non pareva vero di prendersi una mancia dalla signorina, aveva prontamente obbedito e, tenendo delicatamente fra le dita il biglietto, aspettava che il portone si aprisse. Volle sfortuna che in quel momento arrivasse dalla strada nientemeno che _Herr Graf_ von Rheinstadt, il padre della Lotte. Come costui vide il garzoncello all'uscio di casa sua, gli domandò brusco che cosa volesse. L'interrogato, tra pella confusione, tra pel dubbio di non farsi intendere in veneziano, si spiegò a gesti segnando prima la finestra della Gegia, poi quella del palazzo e sforzandosi a descrivere con la mano la caduta della lettera. Ma prima che la spiegazione fosse compiuta, la porta si aprì, comparve la Lotte, la quale rimase pietrificata alla vista del suo maestoso genitore. _Herr Graf_ credette d'aver capito abbastanza, strappò il biglietto dalle dita del ragazzo e a titolo di mancia gli amministrò uno scappellotto. Indi, spingendo avanti di sè la figliuola, entrò in casa e si tirò dietro il portone con gran fracasso. Di lì a poco la cameriera tedesca, che, mesi addietro, aveva accompagnata la Lotte in casa della Gegia, venne alla finestra del gabinetto della sua padroncina, rivolse alla povera inferma uno sguardo velenoso e le gridò due volte _Unverschämte! Unverschämte!_ (svergognata). Indi chiuse le imposte. Nello stesso tempo il ragazzo ch'era stato così mal ricompensato dei suoi servigi pensò di sfogar la sua stizza andando sotto al balcone della Gegia e urlando: — Tutto per colpa tua, brutta storpia! brutta....! E qui c'era una parola brutta davvero che il lettore mi dispenserà dal ripetere.

Quando la cosa si divulgò nel vicinato, le femminuccie della _calle_ si mostrarono tutte piene di scrupoli virtuosi. Il giudizio meno ostile alla Gegia fu quello di _siora_ Veronica. _Poverazza! Bisogna compatirla. Non la pol far ela e la tien terzo ai altri._ E il barcaiuolo Filippo, informato della faccenda, s'infiammò di un sdegno veramente magnanimo. — Quella lì, vedete — egli disse, parlando della Gegia — dopo una roba simile, io non la conosco quasi più per mia figlia. — Onde gli spiriti timorati convennero che Filippo era un _uomo giusto_ un uomo il quale, _in materia d'onore_, non guardava in faccia nemmeno alle sue creature. In quanto alla zia Marianna, ella aveva subodorato qualche novità. Ma siccome nessuno voleva perdere il fiato con lei, così alle sue interrogazioni si rispondeva gridandole nell'orecchio: — _Domandate a vostra nipote_. Era un altro martirio per la Gegia che diceva con voce supplichevole: — _Mi lasci stare. Ma mi lasci stare._ E la sorda si ritirava in cucina sbuffando e ripetendo su tutti i tuoni: — _Mi par d'essere in una gabbia di matti_.

In quale stato d'animo fosse la Gegia è facile immaginare. Il rimprovero che la sua coscienza le aveva già diretto faceva sentir più acerba la sua puntura dopo che la disgraziata ragazza trovava intorno a sè la riprovazione degli altri. Perchè così nel biasimo come nella lode che l'uomo dà a sè medesimo accade ben di rado che si astragga affatto dal giudizio altrui, e la coscienza dell'individuo, per altera, per illibata che sia, muta i suoi responsi col mutar dell'ambiente in cui vive. Ma la Gegia, in mezzo alla sua mortificazione, aveva un altro pensiero che la crucciava. Era il pensiero della sua amica alla quale ella non sapeva che punizioni si fossero inflitte. A veder sempre chiusa la finestra, ove la bella giovinetta soleva venir così spesso a conversare con lei, ella sentiva stringersi il cuore. Certo la Lotte era stata mandata via di casa, forse la si era cacciata in un ritiro, povera creatura! La Gegia se la figurava già vestita di saio, coi capelli corti, come, da bambina, aveva visto le monache nel convento delle _Terese_. E anche lei, anche la Lotte, doveva dunque rinunziare al mondo, doveva rinunziare all'amore! _Anche lei!_ Chi può assicurarci che nel pronunziar questa frase le Gegia non provasse in cuor suo quell'amaro conforto che è pur nella certezza del dolore diviso? Chi può assicurarci che ella non fosse in preda a quella strana contraddizione, che, mentre sveglia in noi tutto lo spirito di sacrifizio necessario a toglier di pena un amico, di farebbe accogliere come un disinganno la notizia che l'amico non ha nulla sofferto?

Questo disinganno, se era tale, la Gegia non tardò a subirlo. Pochi giorni dopo l'avvenimento della lettera, ella sentì salir dalla strada la voce della Lotte, il fruscio della sua vesta, lo scoppiettar del suo riso. _Cò presto la ghe xè passada!_ dissero le comari della calle vedendola vispa, ilare, elegante. Il romanzo della Gegia era andato in fumo, la sua amica era sempre felice, ed ella piangeva a lagrime dirotte.

Col chiudersi della finestra di facciata s'era chiusa per la Gegia una gran parte del suo piccolo mondo. Ella passava intere giornate senza scambiare una parola, chè con la zia Marianna era inutile discorrere e le sue vicine non capitavano che di rado a visitarla. E poi queste visite erano quasi sempre una fonte di mortificazioni per lei. Ogni momento le si diceva: — Sai, la tale si marita a Pasqua e la tal'altra fa l'amore con questo o con quello. — E qualche volta era la fidanzata stessa che veniva a darle la buona nuova. Veniva tutta in fronzoli, fresca, rosea, ridente, mostrando le _buccole_ che le aveva regalato _el novizzo_, vantando, col freddo egoismo dei felici, la buona ventura che l'era toccata e descrivendo in lungo e largo i suoi piani per l'avvenire.

Povera Gegia! E pensare che queste ragazze erano, da bimbe, men belle di lei. Pensare che suo padre, il quale allora l'amava, non si stancava di ripetere: — Come la mia figliuola non ce n'è una in tutta la parrocchia! — Adesso ella conservava ancora un pallido ricordo di quel suo profilo di vergine, conservava i suoi bei capelli biondi, i suoi grandi occhi bruni. Ma quegli occhi erano scemi dell'usato splendore, e giravano intorno null'altro esprimendo che una mestizia quasi rassegnata; ma le guancie avvizzite avevano ormai la tinta giallastra della cera. Nel suo complesso aveva il curioso aspetto di una bambina vecchia. La statura, la sottigliezza delle braccia, la curva appena visibile del seno, le avrebbero fatto dare tredici anni al più, ma guardandola in viso, specialmente se vinta dalla stanchezza ella chiudeva un istante gli occhi, si sarebbe detto: È una donna di trenta. Nel fatto, al momento di cui parliamo, non ne aveva che sedici.

VI.

Era il principio del 1866. L'aria era piena d'elettricità. Si sentiva vicina una nuova guerra, l'ultima forse, quella che dopo tanti amari disinganni avrebbe finalmente riunito Venezia alla patria comune. Non si discorreva d'altro; due nomi che da sì lungo tempo erano nel cuore di tutti, tornavano sulle labbra e si ripetevano dagli adulti, dalle donne, dai fanciulli con una baldanza che nulla valeva a temperare: _Vittorio_ e _Garibaldi_. I muri erano coperti ogni notte di questa iscrizione bizzarra: _Viva VERDI_. Era un anagramma a cui il celebre maestro di musica prestava ben volentieri il suo nome, e significava _Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia_. La polizia aveva un bel dar di bianco al voto sacrilego; era lavoro di Sisifo. I monelli canticchiavano sommessamente per le strade l'inno di Garibaldi; gli adolescenti aspettavano con impazienza che venisse il giorno opportuno di passare il confine; dietro le vetriate dei merciai facevano capolino le stoffe verdi, rosse, bianche, mal dissimulate dalle lane e dalle sete d'altri colori.