Alla finestra: Novelle

Part 16

Chapter 163,790 wordsPublic domain

— Come, c'entra poco? Anzi c'entra moltissimo, scusi. Alle corte, la sola donna giovine di quel salotto ero io; d'uomini c'erano i due in carica presso le due sorelle, cioè il consigliere di cassazione e il generale, poi un signore, arricchito, a quel che dicono, con tre fallimenti di borsa; c'era un deputato, non so se di destra o di sinistra, ma insulso sicuramente; c'era un letteratino, che Dio ce ne scampi e liberi; c'era Baraldi e c'era mio marito. Levi un po' Baraldi e me, e veda che compagnia. Perchè, mi lasci dire, mio marito è un buonissimo diavolo, ma, via, non sosterrà che non sia noioso.... già è marito; e pare che sia nell'istituzione dei mariti d'esser noiosi. Non tentenni la testa così. Lei, signor Anselmo, non ha voce in capitolo. Bisognerebbe che fosse donna e maritata per una settimana.... vedrebbe! I mariti, anche quando sono piacevoli fuori di casa, sono, in casa, sgarbati e brontoloni. Non c'è nulla che li contenti, nulla che non dia loro l'occasione di far delle cantafère lunghe come l'anno della fame. Ci si aggrappano alle sottane quando vorremmo che andassero via; se ne vanno quando vorremmo che restassero; fanno tutto fuori di tempo. Se poi ci accompagnano a spasso o a teatro hanno un muso lungo due palmi finchè son soli con noi, e non principiano a rasserenarsi che quando vedono le mogli degli altri. Così, alla fin fine, noi donne si sta meno peggio quando si riesce a formare una partita doppia di due mogli e di due mariti. In questo caso ci può essere un _chassez-croisez_ che abbia qualche attrattiva.... Ma guai se il marito vuol restare in un crocchio ove non ci sia altra donna che sua moglie e ci siano invece parecchi uomini. Il signor marito è quello che guasta la conversazione. Pare faccia apposta a metter sul tappeto i temi più scabrosi, più sconvenienti. E se vi son proprio delle cose che non si posson dire ad alta voce, eccolo chinarsi all'orecchio del vicino e susurrargli qualche trivialità; e allora si sente scoppiettare intorno un riso sguaiato che pare uno starnuto di gatti infreddati.

— Mia cara Doretta, voi avete molto spirito, ma mi permettereste di dire una parola?

— Dica pure.

— Ecco, volevo dire che andando di questo passo non saprò mai più quello che dovevo sapere.... Si sbaglia strada.

— Tutt'altro. O che strada avrei da tenere? Ma basta. Mi spiccierò. Ho descritto l'ambiente in cui mi trovai la prima volta con Baraldi. Era indispensabile. Può immaginarsi se si annoiava anche lui. Il letteratino l'aveva inchiodato in un angolo, e con la scusa che Baraldi si diletta di poesia gli declamava a mezza voce alcuni versi suoi. Alla lunga, quando fu liberato dal suo seccatore, il giovine ufficiale mi si avvicinò e si cominciò a discorrere. Egli mi dipinse coi colori più vivi la sua dolorosa situazione di poco addietro. Il poeta in erba gli stringeva forte il ginocchio fra il pollice e l'indice della destra, e sia pel gran calore che metteva nella recitazione, sia per non alzar troppo la voce, gli si era avvicinato col viso in maniera da fargli sentir troppo il suo alito... e anche qualcos'altro. Era come, diceva Baraldi, se mi fossi trovato nella vicinanza d'una cascata, in mezzo a quella specie di polvere acquea che vi penetra nei panni e nelle ossa... Insomma si rise un po' del letterato, un po' degli altri componenti la società... Avremmo fatto crocchio a parte, ma sfido io, tra quelle mummie! Mio marito mi piantava ogni momento gli occhi addosso; che uggioso! Voleva che mi mettessi a far conversazione con lui? Il giorno dopo Baraldi portò i suoi biglietti di visita: _Lodovico Baraldi, luogotenente del Genio_. In un angolo la sua brava corona di conte. Quella lì già non mi fa più impressione perchè ormai l'hanno tutti. Dev'esser stampata in precedenza sul cartoncino. Nella settimana il compìto ufficiale venne in persona da me. Era suo dovere. Del resto egli non mi trovò sola. C'era la Rinucci, quella che ha un occhio di vetro e i fianchi di _cautsciù_, tantochè assicurano che un giorno ne abbia perduto uno per istrada. Sarà e non sarà. Faccio per dimostrare che non vi fu un colloquio a quattr'occhi. Ma la Rinucci è una cattiva lingua, e cominciò subito i suoi _cancans_. A sentirla, io avevo dato appuntamento al tenente alle Cascine. Bisogna esser proprio brutta com'è lei per inventar simili fandonie. Sicuro ch'io dissi a Baraldi che quando sono a Firenze vado alle Cascine ogni giorno alle quattro.... di qualche cosa bisogna pur discorrere.... Ma che colpa ne ho io se le quattro son parse anche a lui un'ora buona per passeggiare? Io andavo in carrozza, egli andava a piedi; naturalmente le carrozze sul piazzale si fermano, e i pedoni vengono allo sportello a salutar le loro conoscenti. Un giorno solo, tanto per isgranchire le gambe, sono scesa un momento e ho fatto un giro....

— Col tenente?

— Sì, col tenente, e anzi son rimasta scandalizzata a veder la marchesa Dal Pozzo che filava il perfetto amore percorrendo in su e giù un viale sotto il braccio di un onorevole, il quale avrebbe fatto molto meglio ad essere a Roma, ove, per causa di queste distrazioni dei signori deputati, la Camera non è mai in numero.... Però io non mi immischio negli affari degli altri.... Credo d'aver passeggiato dieci minuti.... Se ne fece un chiasso ridicolo.... Proibizione di andare alle Cascine alle quattro, e poi gita a Bologna per passare qualche settimana in famiglia. Adesso un altro _casus belli_, perchè Baraldi è venuto a Bologna anche lui. O che ci posso far io? Sono il suo colonnello? La gente non ha forse il diritto di viaggiar per le strade ferrate come le pare e piace?... Anche mia suocera, che mi scrive dei sermoni, dovrebbe un po' badare ai fatti suoi e pensare a quello che si dice delle sue debolezze di gioventù.... perchè, quantunque a vederla non si crederebbe, è stata giovine....

A questo punto l'orologio ch'era in salotto cominciò a batter le ore.

— Le tre forse? — chiese Doretta.

— No, le quattro.

— Le quattro! Diamine, diamine! Non posso trattenermi un minuto di più.... Ho ordinato la carrozza per le tre e mezzo....

— Ma, Doretta, adesso tocca a me a parlare....

— Un altro giorno. Oggi è impossibile.... La mia confessione io la ho fatta.

— Però vi osservo, figliuola mia, che avete confessato sopratutto i peccati degli altri.... In quanto ai vostri...

— I miei sono così piccoli che meritano l'assoluzione piena ed intera. E non dubito che persuaderà i miei genitori.

— Un momento....

— Non c'è momento che tenga. Grazie, signor Anselmo, e a rivederci.

E Doretta sgusciò via come una biscia, lasciando con un palmo di naso il suo confessore.

LO SPECCHIO ROTTO

I.

Patatrac.

Patatin.

Questi due suoni si fecero sentire quasi contemporaneamente una mezz'ora prima del tempo di desinare in casa del signor Pacifico Rosettini, dottore in legge e possidente, e loro tenne dietro un rumoroso pianto infantile. La signora Virginia, seconda moglie del signor Pacifico, la quale sedeva nel salotto da lavoro curva sopra un ricamo; il signor Pacifico stesso che stava preparando una _conclusionale_; la cameriera Adelaide che apparecchiava la tavola, e due ragazzini fra gli otto e i dieci anni tornati in quel momento dalla scuola e ronzanti intorno alle casseruole della cucina, convennero da vari punti sul luogo dond'era venuto il rumore, e accolsero con differenti esclamazioni e domande un fanciullo che poteva avere poco più di un lustro d'età e che scendeva una breve e agevole scaletta con una guancia più rossa dell'altra, un gran furore negli occhi lacrimosi e i due piccoli pugni stretti in atto di collera e di minaccia.

— Che c'è, Gino?

— Che cosa è stato?

— Hai fatto una delle tue solite?

— Ti sei fatto male?

— Che bambino senza giudizio!

— Via, strapazzatelo per soprammercato.

— Ih! Che strepito!....

In mezzo a questo fuoco incrociato di punti interrogativi ed ammirativi, la signora Virginia s'era chinata sul bimbo, e presolo per disotto le ascelle lo esaminava e palpava da tutte le parti.

— Via, via, non ha nulla, — disse il signor Pacifico.

Intanto il fanciullo singhiozzava — Cattiva nonna.... cattiva....

— Ah! È stata la nonna. Che cosa ti ha fatto?

Gino segnò la guancia sinistra e piangendo con assai più rabbia che dolore, disse: — Mi ha picchiato qui....

— Ti ha dato uno schiaffo?... Ma sarai stato cattivo.... Le avrai messo sossopra la camera.

— Niente.... niente.... È caduto.... solo.... lo.... specchio.

La cameriera, nell'intento lodevolissimo d'esaminare _de visu_ la posizione, aveva salito i pochi gradini della scala che metteva all'appartamento della _padrona vecchia_ e stava già per entrar nella camera ov'era successo il contrasto fra nonna e nipote, quando sentì chiuder l'uscio con molta violenza e dare il chiavistello per di dentro.

— Che basilisco! — ella mormorò fra i denti battendo la ritirata.

— Benedetta donna! — soggiunse la signora Virginia.

— Già, già, bisogna lasciarla sbollire da sè, — disse il signor Pacifico. — Ma badiamo bene che anche Gino va castigato.

— Lo castigo io, — rispose con una certa ansietà la signora Virginia mentre faceva riparo al colpevole con la sua persona.

— Siamo intesi, — replicò gravemente il marito. — Ehi, signorini, che c'è da ridere? Subito in camera fin che suoni il campanello del pranzo. Hanno capito? Ha capito, Giorgio? Ha capito, Roberto?

Queste parole erano indirizzate ai due ragazzi poc'anzi accennati, figli del primo letto del signor Pacifico. Essi si avviarono lentamente alla loro stanza canterellando: — Torototela torototà.

— Mal educati! — brontolò, il signor Pacifico, senza badare che questo rimprovero veniva a ricadere sopra di lui. — Mal educati! — E rientrò nel suo studio.

Gino fu condotto via da sua madre che gli asciugò le lacrime. — Cattivello che sei, perchè sei andato a disturbare la nonna?... Adesso venga qui ad aspettare il castigo.

Il bimbo guardò la genitrice con aria d'incredulità, e in prova del suo ravvedimento, appena giunto nel salotto da lavoro, rovesciò il paniere ove la signora Virginia teneva le sue lane da ricamo.

— Gino, Gino, — gridò la mamma, — vuoi proprio un altro schiaffetto? — E lo minacciò con la mano.

Ma Gino aveva cacciato le gambe entro il paniere e si rotolava sul pavimento con tanta grazia e rideva con sì schietta allegria, che la signora Virginia ebbe una voglia matta di dargli un bacio anzichè uno schiaffo.

Il furbacchiotto capi benissimo le disposizioni materne; quindi non si spaventò punto nel veder la signora genitrice alzarsi dalla seggiola, ma anzi con raddoppiata ilarità levò in aria le gambe con suvvi il paniere tanto da farlo parere una cornucopia rovesciata.

— Domando io, — disse la signora Virginia raccogliendo da terra il suo Gino e pigliandoselo in collo, — domando io come si fa a schiaffeggiare un visino simile.

E continuava, rivolgendosi a un interlocutore immaginario. — Guardate mo; non vi pare che si vedano ancora i segni di quelle cinque brutte dita lunghe ed ossute?... Che orrore!... Picchiarmi il mio Gino....

Nè paga di guardarselo e di baciarlo da tutte le parti, lo portò davanti allo specchio, e contemplandone con infinita compiacenza l'immagine, tornò a dire: — Un bambino simile!

Gino, incoraggiato così, ripetè la frase, — Brutta nonna.

La madre gli mise una mano sulla bocca. — Non si dicono queste parole.... Mi racconti piuttosto che cos'ha fatto.... Ha rotto lo specchio grande della nonna?

— No.... il piccolo.

— Quello fatto come un _o_?

— Sì, sì, — rispose Gino, — come un _o_ grande.

— Ma che bravo bambino! — esclamò la signora Virginia. — Conosce già le vocali. — Indi ripigliando un tuono che voleva esser serio: — Ah lei ha rotto lo specchio che somiglia ad un _o_; così ha fatto gridare la nonna.... la nonna è stata troppo buona, non le ha dato che uno schiaffo solo, io gliene darò due.

Dette queste parole, amministrò al delinquente due schiaffetti piccoli e gentili che arrivando su quelle guancie pienotte diedero un suono grasso e simpatico; indi lo depose in terra e continuò: — Adesso poi bisogna prepararsi a domandar perdono alla nonna. Stia attento e ripeta quello ch'io dico: _Signora nonna_.... Andiamo, via, Gino.... _Signora nonna_.

— _Signora nonna_....

— Bravo. Così va bene. Avanti: _Le domando scusa_....

— _Le domando scusa_....

— _Di quello che ho fatto_....

— _Di quello che ho fatto_....

— _E le prometto_.... Serio, Gino, non bisogna ridere. _E le prometto_....

— _E le prometto_....

— _Che non lo farò mai più_. Ha capito?... _Che non lo farò mai più_.

— _Che non lo farò mai più_.

— Bravissimo. Faccia conto ch'io sia la nonna, si metta lì in fondo, venga verso di me e torni a dir tutto quello che ha detto.

Il bambino con aria grave e marziale si condusse fino alla parte opposta, là si girò tutto di un pezzo e fissò i suoi occhi biricchini in viso alla signora madre. La signora madre guardò lui nella stessa maniera, e ambedue scoppiarono in una sonora risata. La quale risata nel piccolo Gino si prolungava in maniera da impedirgli di fare un passo e da incutere un legittimo timore di serie conseguenze; onde la signora Virginia si alzò e corse alla riscossa del suo rampollo, prendendoselo nuovamente in grembo e dichiarando ad alta voce che un demonietto uguale non vi era stato e non vi sarebbe mai e poi mai.

Questa eccellente lezione di belle creanze fu interrotta dall'annunzio che la minestra era in tavola.

— Dunque, Gino, siamo intesi, — disse la signora Virginia dando la mano al bimbo e avviandosi con esso verso il salotto da pranzo.

Ivi si trovavano Giorgio e Roberto, il primo dei quali aveva già versato un poco di vino sulla tovaglia, e ivi giungeva, contemporaneamente alla moglie e all'indomabile Gino, il signor Pacifico asciugandosi col fazzoletto i sudori e dichiarando che non era possibile immaginarsi la quantità di persone venute al suo studio nel corso della giornata.

— Come se non bastassero i clienti, — osservava l'egregio signor Pacifico, — ci sono le faccende pubbliche. E non c'è mica caso di lavarsene le mani.... Oh sì!... Vi dicono che bisogna prestarsi pel paese, che bisogna fare, lavorare, ecc. E ora c'è Consiglio provinciale, e ora Consiglio comunale, e poi la relazione sul gaz.... Giorgio, sta quieto.... e poi le ferrovie, e il bilancio.... Roberto, va a vedere che cosa fa la nonna che non viene a pranzo. Insomma, basta avere un grano di cervello in zucca che in questo benedetto paese tocca far tutti i mestieri....

E il signor Pacifico spiegò il tovagliuolo, tornò a passarsi il fazzoletto sulla fronte e si atteggiò a vittima dell'amor di patria. Poscia il suo occhio olimpico degnò abbassarsi al piccolo Gino.

— Lo hai castigato? — egli chiese alla moglie corrugando la fronte.

— Sicuro.

— Così va bene. — E soggiunse: — Si fa pel tuo meglio, caro. Se diventerai un uomo pubblico....

— Scotta, — gridò Gino con voce piagnucolosa, occupandosi più della minestra che degli augurii paterni.

— Soffia, bambino, soffia — suggerì la signora Virginia — Così.... O vuoi che passiamo nell'altro piatto?

— La nonna non vuol venire a pranzo — disse Roberto che rientrava in quel momento in salotto.

— Non vuol venire? Te lo ha detto lei?

— Sicuro. È chiusa in camera. Ho picchiato. Prima non ho inteso che un brontolio.... Poi ho picchiato di nuovo; e lei s'è alzata di dov'era a sedere, perchè ho sentito mover la scranna, e gridò brusca: _Chi è la'?_ Le dissi che ero io e che venivo a ricordarle che il pranzo era in tavola e che l'aspettavamo. — O credete forse ch'io sia sorda e che non abbia inteso il campanello? — ella rispose. — A pranzo non vengo perchè non mi accomoda di venire, e non mi seccate.

Dopo questo sproloquio, Roberto sedette al suo posto e immerse con grande enfasi il cucchiaio nella zuppiera di riso.

Il signor Pacifico fece un viso disgustato, e si rivolse alla moglie: — Prova tu.

La signora Virginia, che in mezzo a' suoi difettucci non aveva fiele di sorta, rinnovò infruttuosamente il tentativo di Roberto; il signor Pacifico ottenne lo stesso risultato, cosa che offese il suo amor proprio, e convenne quindi rassegnarsi a desinare quel giorno senza la nonna.

II.

La signora Paola, che così si chiamava la nonna, aveva settant'anni sonati; ma era ancora assai vigorosa. Il suo passo era franco e sicuro, l'occhio vivo, il volto solcato da pochissime rughe. I suoi capelli erano quasi tutti bianchi, non radi però, chè anzi di poco ne era scemato cogli anni il volume. E docili ancora si bipartivano con bella regolarità sulle tempie dando una maestà severa alla sua fisonomia. Ella era anche buona e caritatevole, la signora Paola, nè in famiglia si mostrava punto esigente come usano talvolta le persone dell'età sua. Anzi se qualcheduno aveva davvero bisogno di lei, se v'erano malati in casa, ella diveniva un miracolo di attività e di abnegazione. Fuori che in queste occasioni si notava in tutto il suo contegno un certo riserbo, un desiderio frequente di solitudine e di silenzio. Non era espansiva nè con la nuora, nè col figlio, nè coi nipoti. Verso questi ultimi era affettuosa, ma senza gli spasimi che le nonne sogliono avere. Il solo Gino, che cacciava il naso dappertutto e non aveva soggezione d'anima viva, penetrava volentieri nel santuario della sua camera e forzava le carezze della rigida matrona. Appunto una di queste visite era finita colla catastrofe dello schiaffo. Che cosa facesse Gino lo sappiamo; non ci siamo però ancora resi ragione dell'impeto subitaneo della signora Paola.

A capacitarcene è forza conoscere qualche fatterello assai semplice.

Alla signora Paola era accaduto ciò che accade a moltissime donne. Come suo figlio aveva avuto successivamente due mogli, così ella aveva avuto due mariti. Era stata fedele all'uno ed all'altro, ma l'amor suo, l'amore della sua anima ardente ella non lo aveva dato che al primo.... O perchè adunque s'era rimaritata? chiederanno i pedanti. Bella domanda. Si fa presto a dire: la vedova che amava sul serio lo sposo non deve rimaritarsi, non deve profanare il santuario delle sue memorie, ecc. ecc. Son frasi. Figuratevi una povera giovinetta che a poco più di vent'anni resta priva del compagno ch'ella si era scelto per tutta la vita. È bella; viver sola non può senza esporsi a cento insidie, a cento pericoli; tornare nella famiglia, s'ella ha ancora famiglia, lo può certamente, ci torna anzi; ma ci starà sempre, ma la sua casa sarà quella ch'era prima? La cameretta ov'ella dormì i suoi sonni di vergine avrà mutato aspetto; nei volti dei suoi genitori non sarà certo scolpito un amore men vivo, sarà forse una tenerezza maggiore, e tuttavia anche l'espressione di quei volti sarà cambiata. Pei fratelli, pelle sorelle ella sarà sempre carissima, ma cara in un altro modo; non glielo si dirà certamente, ma si sentirà che ella porta nella sua vecchia dimora un fardello di tristi memorie.... Non è più la spensierata fanciulla di qualche anno addietro; bisogna usarle speciali riguardi; ella ha ormai un passato di cui non conviene evocare fuor di luogo le ricordanze; in faccia a lei certe allegrezze troppo rumorose non istanno bene.... E poi mettiamo che un'altra sorella abbia un giovine che la corteggi; la vedova non è più la natural confidente di questi amori come quand'era ragazza; adesso ella è una seconda edizione della mamma, severa come lei senz'averne l'autorità. E mamma e babbo e fratelli d'ambo i sessi sono d'accordo a dire ch'è stata una grande disgrazia _per tutti_ che la povera Elisa, o Matilde, o Lucia, comunque si chiami, abbia dovuto rimanere così a quell'età!... E la povera Elisa, o Matilde, o Lucia, che indovina i loro pensieri e non può asfissiarsi col carbone, o perchè i suoi sentimenti religiosi glielo proibiscono o perchè ha paura della morte, dopo aver detto di no tre o quattro volte, si decide finalmente ad accogliere una nuova proposizione di matrimonio, e domandando perdono all'ombra del suo indimenticabile Arturo, o Luigi, o Aristodemo, passa a tentar la fortuna del secondo talamo.

La signora Paola era vissuta da due anni col suo primo marito, due anni di cielo, come si dice in linguaggio poetico. No, non è possibile esser tanto felici. Quando s'era sposata ella aveva sedici anni ed egli ne aveva ventuno, e agli occhi di lei era bello come un Adone, buono come un angelo, e pieno d'ingegno, di brio, di coraggio. Si chiamava Ettore. Non è ben certo ch'egli avesse tutte le qualità attribuitegli da sua moglie; spaventato forse dell'idea di dover col tempo scendere dal piedestallo di gloria su cui ella lo aveva collocato, egli pensò bene di pigliarsi una perniciosa e di morire. Morì lasciandole un bambino di 13 mesi di nome Paride. Benedetta guerra di Troia! Non ce la siamo ancora dimenticata.

Vedova nell'età in cui le altre donne sogliono essere ancora ragazze, la signora Paolina, immersa nella più vera e profonda desolazione, giurò di consacrarsi intera alla memoria del suo Ettore e all'educazione di quel pegno diletto che gliene era rimasto.... Era tutto lui. Negli occhi, nel naso, nei capelli ricciuti!... Guai a chi le parlasse di matrimonio, guai!...

Ma la sventurata Paolina non era per anco rinvenuta dallo sbalordimento di quel primo colpo, quando gliene toccò un altro non meno terribile. Il suo Paride, il suo bimbo, il suo tesoro, la sola sua ambizione, il solo scopo della sua vita, morì anch'egli che non aveva due anni. La morte falcia volentieri le testine bionde. È inutile descrivere lo spasimo della madre. Si temette ch'ella ne perdesse la vita o almeno la ragione. Risentitasi dopo alcuni mesi, si trovò come smarrita nel mondo. Sarebbe andata monaca se il suo Ettore non le avesse lasciato in retaggio un orrore invincibile pei chiostri. Fece adunque quello che fanno le altre donne nella sua condizione; si ridusse presso la sua famiglia, traendovi una vita vegetativa. Ma era di mezzi di fortuna molto ristretti. Il suo Ettore sarebbe diventato sicuramente un grand'uomo, ma gliene era mancato il tempo, e intanto, appunto per estendere la sua conoscenza degli uomini e delle cose, aveva assottigliato la non cospicua dote della moglie.

— Che non mi si venga a discorrere d'interesse — aveva detto la vedova — perchè non voglio saperne. Vergogna!

Così la signora Paola, senz'accorgersene, finì coll'essere a carico della famiglia. Ma queste cose non possono rimaner sempre occulte, e anche la poveretta, per quanto i suoi glielo dissimulassero, alla lunga venne a saperlo. Allora pianti, e sospiri, e disperazioni, e fra lei e suo padre uno di que' dialoghi che sogliono tenersi in simili circostanze.

— Bisogna ch'io veda di rendermi utile, che io faccia qualche cosa.

— Nemmen per sogno, io non te lo permetterò mai.

— In fin dei conti son libera.

— Finchè son vivo io, mia figlia non si abbasserà a lavorar per guadagno.

— Pregiudizii. È necessario che le donne comincino a procurarsi da sè i mezzi della loro esistenza.

— Idee nuove che io non accetto.

— Idee vecchie sono piuttosto le vostre....

— Oh bravissima. Si metta a censurar suo padre. È di moda....

— No, babbo.... io non volevo.... Ah me infelice! Il mio Ettore! Il mio Ettore!

E giù in un pianto dirotto.

Questa scena rinnovata più volte con piccole variazioni finì col produrre singolari cambiamenti nel modo di vedere della signora Paolina, e in capo a quattr'anni di vedovanza, ella, senza nemmeno saper rendersi conto del come, si trovò fidanzata una seconda volta.