Alla finestra: Novelle

Part 15

Chapter 153,671 wordsPublic domain

_Secondi avanti_, grida il conduttore; _sei posti vuoti_. Ed ecco in primo luogo due signore in lutto strettissimo, poi una famigliuola di tre persone, marito, moglie e un bimbo di tre anni. Il marito mette a posto una sacchetta, una valigia di cuoio spelata, due ombrelli, uno sciallo, una cappelliera di cartone. Senza dubbio è un impiegato traslocato. Per due volte egli porta macchinalmente la mano al taschino del panciotto, e la ritira con un gesto che non tradisce la più schietta soddisfazione dell'animo. Si rischia poco a scommettere che il pover'uomo ha impegnato in questi ultimi giorni l'orologio. La moglie ha un cerchio ribelle, che per quanto ella faccia, prende le più strambe posizioni e tiene alzata la gonna fino al collo del piede. Non ci guadagna proprio nulla. Il piede della signora è brutto per sè ed è reso ancora più brutto da un paio di stivali da uomo. Saranno stivali dimessi dal marito. Il bimbo che sarebbe bellino non brilla neppur esso per buon gusto nell'abbigliamento. Invece c'è da scommettere che egli non istarà mai fermo, e comincia a cascarmi addosso appena il convoglio si rimette in moto. Poi piagnucola perchè non è presso al finestrino, nè può vedere gli alberi. Affine di chetarlo, lo faccio venire nel mio angolo, lo sollevo ritto sul sedile e lo tengo perchè non cada. Ma di lì a un minuto gli viene una voglia irresistibile di tornar dalla mamma e senza cerimonie eseguisce il gran passaggio sulle mie ginocchia. Scandalo e scuse dei genitori. Il marito mi conferma a bassa voce che è un impiegato traslocato. Non osa lagnarsi del suo destino perchè teme lo si traslochi un'altra volta. Tanto e tanto bisogna ringraziare il cielo che non sia accaduto di peggio. Era a Treviso e va a Lecce. Una bagatella di oltre a mille chilometri di distanza: ma se lo mandavano in Sicilia?

Mentre lo ascolto distratto, la mia attenzione si ferma sulle due signore vestite a bruno. Son giovani ancora, non però giovanissime, e hanno un aspetto triste e patito. Non parlan nemmeno fra di loro e tengono il viso basso e il velo calato. A un punto una d'esse, come per un segnale convenuto, tocca con la mano il ginocchio dell'altra, e alzando il velo spinge la testa fuori del finestrino. La sua compagna fa lo stesso. Vinto dalla curiosità, guardo anch'io da quella parte. Non vedo sulle prime che una lunga distesa di campi; poi fissando la pupilla in lontananza, mezzo nascosta da una macchia d'alberi, discerno a fatica una casetta bianca sormontata da una banderuola metallica che scintilla ai raggi del sole. È là che le due donne appuntano gli sguardi, nè li rimuovono finchè la casetta bianca non scompare dall'orizzonte. Allora una d'esse, la più giovine, quella che ha l'aspetto più addolorato, si porta rapidamente una mano alle labbra e invia un bacio alla cara visione. Poi entrambe riabbassano il velo e ritirano il capo nell'interno della carrozza. Quella stessa che inviò il bacio passa, sotto il velo, il fazzoletto, e si copre gli occhi. Intanto il mio vicino discorre del progetto Depretis sul miglioramento della sorte degl'impiegati, ma io non gli do retta. Penso al dramma intimo di cui le due viaggiatrici abbrunate portano seco il facile segreto, penso alla casetta bianca ove pochi giorni addietro qualcuno dava l'ultimo addio alla luce, penso a questo atto così universale, così costante della morte, eppur sempre così nuovo, così misterioso, così terribile.

— Adesso non si può; a momenti, alla prima stazione — dice la signora _impiegata_ al suo bimbo. Il bimbo strilla un poco, quindi s'acqueta e ripiglia i suoi pellegrinaggi da una parte all'altra della carrozza. Fa caldo, la conversazione s'interrompe, le teste diventano pesanti, gli occhi hanno una tendenza a socchiudersi. Quand'ecco il silenzio è interrotto da una fiera protesta del giovinotto dai calzoni color caffè e latte, il quale, mentre sonnecchiava, sentì lungo le gambe una impressione assai poco gradevole e incolpa del fatto il fanciullo, che ad avvalorare i sospetti, si trova precisamente da quella parte.

I genitori si profondono in iscuse, ma la vittima non si calma così presto.

— Non si conducono in viaggio bambini di questa età.

Questa proposizione stravagante fa montar la mosca al naso al _Travet_.

— Oh sì.... Anzi un funzionario traslocato non condurrà seco la prole.

— E allora bisogna sorvegliarla, — replica il giovinotto guardando con stizza i suoi calzoni caffè e latte che presentano l'aspetto di una carta geografica.

Questo era il punto vulnerabile, e l'impiegato slancia un'occhiata fulminea alla sua metà che stava catechizzando il fanciullo e brontolava quasi parlando a sè stessa. — Sorvegliare.... sorvegliare.... Son cose presto dette... Un folletto di tre anni.... Vorrei che il signore fosse al mio posto.

— Sicchè, a sentir la signora, dovrei ringraziare... chieder scusa io.

E giù un'altra occhiata alle gambe.

— Non dico questo; anzi scusi, ma santo Iddio, senza un po' di pazienza a questo mondo.... Ce ne abbiamo tanta noi impiegati.... E poi, stia certo, non lascia macchia....

Il battibecco minaccia di non finir più quando il fischio della locomotiva annunzia l'avvicinarsi di un'altra stazione. Era quella a cui dovevo scender io e per buona ventura della famiglia del _Travet_ anche il giovinotto, vittima del fatale accidente.

— Corpo di Satanasso! — esclama costui levandosi in piedi e guardando sempre quei benedetti calzoni. — Come si fa adesso?

— Perdoni, non ha un _plaid_? — dico io intervenendo nella questione.

— Sì, signore.

— Lo tenga in modo che le cada sul davanti.... Così.... Benissimo.... Adesso non si vede nulla.

— Ma un bel gusto, sa, con questo caldo a tenersi il _plaid_ fino ai piedi.

— Crederanno che abbia le febbri intermittenti.... Il peggio sarebbe....

— Che si vedesse.... Capisco....

— Dunque dei due mali il minore.... Oh non c'è tempo da perdere.... Qui il treno non si ferma che un mezzo minuto.

— Scende qualcuno? — dice il conduttore affacciandosi allo sportello.

— Sì, due.

E siamo in terra d'un salto.

— Ecco due posti, — ripiglia lo stesso conduttore voltandosi verso due viaggiatori, che dopo essersi accommiatati con molti baci da un gruppo di parenti e di amici cercavano una carrozza di seconda classe in cui salire.

Questi due non lasciano dubbio alcuno sull'esser loro. Sono due sposi novelli. Lo si vede all'aspetto raggiante, al vestito accurato, all'abbandono soave con cui la giovinetta si appoggia al braccio del valido marito. Entrati che sono nello scompartimento essi rinnovano l'addio agli amici e ai congiunti. I loro volti ilari che si toccano quasi nel vano del finestrino fanno un singolare contrasto con le fisonomie malinconiche delle due signore abbrunate: il loro saluto alla lieta schiera che li ha accompagnati alla stazione è ben diverso da quello che le due donne avevano mandato prima alla casetta bianca perduta nella campagna; per la coppia felice l'avvenire è tutto gioia e speranza. Chi sa che vicende le riserbi la sorte?

Il treno s'è dileguato, ma ancora si vede fra gli alberi il suo pennacchio di fumo. È scomparso anche il viaggiatore dai calzoni color caffè e latte. Il guardiano della stazione (una piccola stazione intermedia) mi squadra con curiosità dalla testa ai piedi. Che cosa faccio? Che cosa penso? In verità non faccio nulla, non penso a nulla.... Ma, dopo tutto, in due ore di ferrovia, che avvicendarsi di persone, che contrasto di faceto e di serio, e per chi conosce la voluttà del sorriso e delle lagrime, che miniera inesauribile di sensazioni!

LA DEMOCRAZIA DELLA SIGNORA CHERUBINA

La signora Cherubina Spiccioli, moglie del signor Innocente Spiccioli, negoziante arricchito alla Borsa, aveva inaugurato da tre venerdì il suo nuovo salotto. Un amore di salotto con tappeto di felpa, tendine di seta, mobili con dorature ed intagli. Sulle cantoniere cento gingilli, sulla mensola un magnifico orologio a dondolo con puttini di bronzo che ne reggevano il disco, pendente dal soffitto una gran lumiera di cristallo; alle quattro pareti quattro nitidissimi specchi di Francia, in cui la signora Cherubina aveva la soddisfazione di vedersi riflessa quattro volte.

La signora Cherubina Spiccioli era anch'essa addobbata sfarzosamente come il salotto e si pavoneggiava sopra una sedia foderata di velluto, appoggiando i piedi sopra un piumino di lana a fiori. Aveva alla destra la signora Veronica Somariva, moglie di un pretore, e alla sinistra la signora Pasqua Orsolini, consorte di un farmacista, vestite entrambe abbastanza dimesse e atteggiate a un ossequio riverenziale che avrebbe dovuto lusingare la vanità della signora Cherubina.

Ma la signora Cherubina era in quel giorno di pessimo umore, perchè la contessa Basili che era la pigionale del primo piano, non le aveva ancora restituita la visita. E il pessimo umore della signora Cherubina si manifestava in escandescenze democratiche.

— Sì — ella gridava inferocita — bisogna finirla con questo sciocco pregiudizio della nobiltà. Chi sono queste schizzinose che non si degnano di stare con noi? Non sono anch'esse di carne e di ossa come noi altre? Vogliono imporci perchè si chiamano marchese, contesse, duchesse? O credono forse che non si sappia che c'è stato l'ottantanove?

— L'ottantanove — interruppe la signora Pasqua — è uscito anche nell'ultima estrazione.

— O signora Pasqua, che dice mai? — esclamò ridendo la signora Veronica ch'era un po' donna di lettere; — non si tratta di un numero del lotto, ma di un anno.

La signora Pasqua si fece rossa, ed estraendo il fazzoletto da un manicotto di pelo di gatto si soffiò romorosamente il naso.

Ma la signora Cherubina, senza curarsi di quest'incidente, continuò, gonfiando la voce:

— E si dice che siamo in un'epoca di libertà, in un'epoca di uguaglianza! È un obbrobrio.... Una casta a parte in questo secolo!.... In nome di che?... Sono più belle di noi?.... Sono più virtuose? Domandiamolo ai loro mariti.... Più eleganti? Io credo che noi altre (parlo di quelle che possono) si vesta come si vestono loro... E noi si paga il conto... E le nostre case (parlo sempre delle famiglie che possono) non sono forse addobbate come le loro?... Mi guardi il cielo dal citarmi ad esempio, ma vorrei sapere se questo salotto non è tale da potervi ricevere chiunque, fosse anche l'imperatore del Mongol!... Un tappeto, signora Veronica, che mi costa la bellezza di sette lire al metro, e il negoziante m'ha giurato che ne vendè uno di simile alla marchesa Liani.... Anche le tendine son tali e quali quelle della baronessa Rodolfi.... Abbiamo lo stesso tappezziere.

La signora Pasqua e la signora Veronica si sdilinquirono in parole d'ammirazione circa al tappeto e alle tende della signora Cherubina.

— No, no — rispose costei schermendosi modestamente. — Dico per dire.... che in fin dei conti noi siamo _chic_ quanto loro, e questa superbia muove lo stomaco... So io quello che ci vorrebbe — ella soggiunse in tuono misterioso e solenne: — Un novantatrè ci vorrebbe.

— Avrà da aspettarlo un pezzo — era sul punto di dire la signora Pasqua considerando che questo numero non era compreso nella cabala. Ma per sua fortuna ella ricacciò le parole nella gola.

— Basta, mi perdonino questo sfogo — ripigliò la signora Cherubina facendosi fresco con un fazzoletto di battista profumato di _patchouli_ — e discorriamo d'altro. Come vanno le feste di ballo al casino?

— Ma! bene — rispose la signora Veronica. — Iersera c'erano cinquantacinque signore... Dovrebbe venirci anche lei, signora Cherubina. Il cavaliere suo marito è socio!

— Sì.... voleva anzi condurmi.... Verrò forse.... Ma non so come sia, le feste di società mi piacciono poco.... Dico il vero, c'è troppa mescolanza... Io sono democratica, mi pare che non ci possa esser dubbio in proposito; ma quel trovarmi a contatto di certa gente.... Via, mi dica che signore di conoscenza c'erano.

— Tanto per non dimenticarmi, c'ero io....

La signora Cherubina chinò leggermente il capo con aria di degnazione.

— E poi?

— C'era la signora Pasqua.

— Oh per me — disse la persona nominata raggomitolandosi tutta per eccesso d'umiltà.

La signora Cherubina fece una smorfia quasi impercettibile.

— Le due Azzolini — continuò la signora Veronica — due belle ragazze.

— Quelle che han per madre una contessa Ruspi di Ferrara? — chiese premurosamente la signora Cherubina.

— Appunto... C'era anche la madre.

— Ah c'era anche lei.... Una donna che si conserva bene....

— Non dimentichi la signora Coradelli — suggerì la moglie del farmacista alla signora Veronica. — Una sposa.... bellina tanto.

— Quale Coradelli? Sposa di chi? — interruppe la signora Spiccioli arricciando il naso.

La signora Pasqua, intimidita dall'accento e dal gesto della padrona di casa, rivolse alla signora Veronica uno sguardo supplichevole che significava:

— Venga in mio aiuto.

La _pretoressa_ tentennò il capo come persona che comprende essersi toccato un cattivo tasto; pure messa alle strette diede alla signora Spiccioli la spiegazione voluta.

— La moglie di Gaetano Coradelli, il negoziante... quello ricchissimo.

— Negoziante di oggetti di guttaperca! — esclamò la signora Cherubina nel massimo scandalo. — È proprio vero?... E poi si lagnano se non si va alle loro feste?... Ma non c'è una commissione di scrutinio al Casino? Ma accettano dunque il primo venuto purchè paghi sessanta lire all'anno? L'ho sempre detto io che questo è un paese ove non è possibile la vita di società. Io sono democratica, ma questa non la posso mandar giù. Il signor Coradelli!.... Un uomo che vende fianchi artificiali e che cingendo la vita della sua ballerina può riconoscer la roba sua sotto il vestito!...

Espresse queste savie considerazioni, la signora Cherubina Spiccioli si avvolse silenziosamente nella sua maestà di regina offesa.

— Che continuazione di belle giornate! — osservò la signora Veronica per rianimare il dialogo.

La signora Cherubina non rispose, ma con un cenno del capo mostrò di partecipare all'opinione della sua interlocutrice. Quindi, tornando al suo tema favorito:

— Ecco — soggiunse — se si potesse mettere insieme una società della buona borghesia, una società a modo, come io la intendo.... una società insomma da farla tenere a queste signore contesse e marchese.... rendendo loro la pariglia....

— Col non invitarle — disse la _pretoressa_.

— Nemmeno una.

In quel punto il servo sollevò la portiera e annunziò la contessa Basili.

La nobil dama insignita di questo nome cospicuo si presentò sulla soglia e fece il più compito inchino che possa immaginarsi.

La signora Cherubina diventò rossa come un gambero cotto, si alzò tutta d'un pezzo, come se le fosse scattata sotto una molla, nella gran furia inciampò prima nel piumino, poi in un lembo del proprio vestito; nondimeno riuscì a mantenersi in equilibrio e corse verso la nuova arrivata. La signora Veronica e la signora Pasqua si levarono in piedi esse pure.

— Contessa — balbettò la signora Spiccioli stentando a trovar le parole, tanto era commossa. — Quale onore!... Ha voluto disturbarsi. Davvero che non osavo sperare.... La prego, s'accomodi.... qui, vicino a me.

E le additò la sedia davanti alla quale stava ritta la signora Pasqua che dovette cedere il posto e accomodarsi un po' più lontano. La contessa Basili si guardò intorno con l'occhialino, poi disse:

— Prima di tutto ero venuta per fare un dovere.

— Un dovere! che dice mai? — interruppe la signora Cherubina, conservando quella magnifica tinta scarlatta di cui ella si era suffusa al giungere della illustre pigionale del primo piano. — Un dovere?... È tutta bontà sua.

E strinse con effusione la mano alla contessa.

Intanto la signora Veronica e la signora Pasqua allungavano il collo come due colombe in amore per vedere di essere presentate alla gran dama. Ma la gran dama si limitava a guardarle di tratto in tratto con l'occhialino, e la signora Spiccioli non aveva nessuna voglia a far sapere alla contessa che ella era in qualche intimità con la moglie di un farmacista e di un pretore. La contessa era prossima ai quarant'anni, aveva la bocca un po' grande e il naso un po' lungo, usava senza troppo risparmio il nero sulle ciglia e il minio sulle gote, onde un giudice imparziale l'avrebbe detta piuttosto vecchia che giovine, piuttosto brutta che bella. Ma la signora Cherubina era in estasi; nelle orecchie intente, negli occhi umidi e imbambolati, nell'atteggiamento tutto della persona le si leggeva l'ammirazione sconfinata, profonda, simile a quella che un devoto o un artista potrebbe sentire davanti a una Madonna di Raffaello.

— Lei mi confonde — ripigliò la contessa con un sorrisetto. — Volevo dire che la mia visita aveva anche un altro scopo.

— Un altro scopo?... Parli, signora contessa, mi comandi... ove posso...

— Noi daremo, lunedì quindici, una festicciuola.... senza pretesa... e io sono qui a pregarla di volerci favorire con suo marito.... Sarà per le dieci di sera... Mi dice di sì? — soggiunse la contessa con voce melliflua ed insinuante.

Il ritardo della signora Cherubina nel rispondere dipendeva dall'eccesso della gioia. Essere invitata dalla contessa Basili in persona, alla presenza della signora Somariva e della signora Orsolini che potevano rendere testimonianza del suo trionfo, era tal fatto da togliere il dominio di sè anche a una donna più forte della signora Spiccioli.

— E come potrei dire di no, signora contessa? — ella rispose finalmente con l'accento con cui la Ristori avrebbe potuto declamare la _Francesca da Rimini_.

— Siamo intesi dunque — ripigliò la contessa. E poi si mise a conversare di cose indifferenti.

La signora Pasqua e la signora Veronica, visti riuscir vani tutti gli sforzi per richiamare l'attenzione della padrona di casa sopra di loro, non tardarono ad accommiatarsi, senza che la signora Cherubina dicesse una parola per indurle a prolungare la loro visita. Dovevano oramai essere persuase della sua superiorità; la loro presenza non giovava più a nulla.

— Ha visto? — disse la signora Pasqua alla signora Veronica appena furono giù delle scale! — A proposito di democrazia! Ci ha lasciate andare quasi senza salutarci.

La _pretoressa_ schizzava veleno, ma rispose seccamente: — È una indegnità. — Poichè ella era convinta che se non vi fosse stata la moglie del farmacista la presentazione avrebbe avuto luogo per lei. E non oserei affermare che la signora Pasqua, malgrado la sua singolare modestia, non avesse un'opinione analoga a quella della signora Veronica.

— Chi sono quelle due signore? — domandò la contessa Basili alla signora Cherubina quando rimase sola con lei.

— Oh! — disse questa con noncuranza. — Una certa signora Somariva e una certa signora Orsolini... Sa... vecchie conoscenze.

E si affrettò a mutare discorso.

Di lì a qualche minuto la contessa Basili si alzò per andarsene e la signora Cherubina, dopo avere tirato il campanello con tanta forza che gliene rimase in mano la nappa, volle accompagnare l'eccelsa visitatrice sino al fondo dell'anticamera ove le ripetè in mille modi i suoi ringraziamenti. Poi tornò trionfante in salotto e fiutò con ineffabile compiacenza il profumo di muschio che la contessa aveva lasciato dietro di sè. Finalmente, giacchè non le capitavano altre visite, ella passò nel gabinetto attiguo e scrisse una riga alla sarta ordinandole di recarsi tosto da lei.

La signora Cherubina intervenne sfolgorante di gemme alla festa della contessa Basili ed ebbe la insigne soddisfazione di ballare con parecchi giovinotti della gran società, e di essere presentata ad altre due contesse e ad una marchesa. Onde il nuovo salotto di casa Spiccioli non istette molto a popolarsi di gente _comm'il faut_, cosa dalla quale la salute della signora Cherubina ritrasse maggior giovamento che non ne avesse ritratto l'anno addietro da un mese di cura alle acque di Recoaro. Nondimeno la signora Cherubina è sempre democratica, e se una contessa non le restituisce presto la visita o non la invita ai suoi balli, ella sente un fremito repubblicano nell'anima e invoca un altro _novantatrè_.

LA CONFESSIONE DI DORETTA

— Oh bravo il signor Anselmo, — disse Doretta andando incontro al nuovo venuto e prendendogli le mani nelle sue. — Capita a proposito. Al confessionale io non vado, ma a un vecchio amico di casa, a uno che m'ha visto fanciulla e che può quasi esser mio padre....

— Grazie.

— Di che?

— Di quel _quasi_.

— A lei insomma, — continuò la giovine, — sono disposta ad aprir intieramente l'animo mio.... Sarà il mio confessore.

— Oh vi pare?

— Lo voglio, lo voglio assolutamente. È il primo servizio che le domando dopo tanto tempo.... Non deve dirmi di no.

— Se credete proprio che sia necessario....

— Necessariissimo. Giudicherà lei.... Sono qui da due giorni a visitare la mia famiglia, e mi si intenta un processo, per iniziativa di mio marito.

— Cara Doretta, — interruppe il signor Anselmo, — non si potrebbe prender la cosa con più flemma? E per esempio non si potrebbe sedere?

— Sediamo pure, — disse Doretta.

Ma seduta che fu, non rallentò la foga del suo discorso. Doretta, come si vedrà, era alquanto ciarliera.

— Sa già di che si tratta.

— Veramente lo so molto poco,

— Lo sa meglio di me. Si tratta del tenentino Baraldi, che dicono mi faccia la corte, e dal quale, a sentirli, io me la lascerei fare di buon grado. Falsità se mai ve ne fu... Io vidi Baraldi per la prima volta tre mesi or sono in Firenze dalla contessa Orelli... cioè non è contessa niente affatto, ma vuol che la chiamino così... ormai non mi accade più di trovare una persona che non sia nobile, e anche la mia serva pretende d'esser cugina dei Peruzzi. Ma torno a bomba perchè non mi piacciono le lungaggini. Ero dunque dalla contessa Orelli, di sera; saremo stati una dozzina di persone al più. La Orelli aveva mal di capo, e il salotto non era rischiarato che da due lumi a _carcelles_, uno col cappello di carta rosa e l'altro col cappello di carta verde. La padrona di casa, che stava dalla parte del lume verde, pareva un limone acerbo, sua sorella, la Derilleri, che era accanto al lume rosa, pareva una barbabietola. In mezzo c'era una zia con un profilo verde e un profilo rosa, bellissimi entrambi a vedersi. Del resto, la Orelli e la Derilleri son due donne mature che però non vogliono ancora battere in ritirata. Della Orelli tutta Firenze sa che ha una relazione...

— Ma Doretta!...

— Oh una relazione platonica. Si figuri.... con un consigliere di cassazione. Cosa vuol che facciano i consiglieri di cassazione anche se vanno, come questo, ogni estate a Oropa per la cura idropatica? In quanto alla Derilleri, le attribuiscono, sarà malignità, il vecchio generale Roscio, e la chiamano l'ospizio degli invalidi, perchè vogliono che prima di lui avesse il colonnello in pensione Merilli che ha perduto una gamba a San Martino. Della zia non credo si dica nulla. Ci mancherebbe altro... Con quel viso e quella persona! Una pedante che quando non isputa sentenze s'addormenta in conversazione, e se per caso si risolve a tacere quand'è svegliata, vi fa venir il capogiro a forza di fregarsi le mani una sull'altra come se stesse lavandosele con acqua e sapone.

— Questo però, Doretta, c'entra poco.