Alla finestra: Novelle

Part 14

Chapter 143,652 wordsPublic domain

— Bella ragione! Ma ciò poco monta. Fatto si è che pareva non dovessero esservi nè cure, nè riguardi sufficienti per me. E io te ne ringrazio, sai, e ne ringrazio anche l'Angelica la quale per una figliuola non avrebbe potuto fare di più. In quei giorni la signora Fanny veniva spessissimo a informarsi di me, a salutarmi, e vedendo quante brighe tu e l'Angelica vi davate per amor mio, e come vi negavate il sonno e il riposo, s'offerse a dividere in giusta misura con voi le fatiche e le veglie. O perchè ella cogliesse meglio nel segno, o perchè fosse di carattere meno apprensivo, fatto si è ch'ella era molto più tranquilla, e quindi poteva con minor dispendio di forze prestare opera efficacissima. Ella volle rimanere parecchie notti nella mia stanza, sempre fedele esecutrice delle prescrizioni del medico, sempre indovinando ogni mio desiderio. Quand'io la vedevo pender su me e rassettarmi le coperte, e bagnarmi le tempie infuocate dalla febbre e guardarmi con que' suoi occhi intelligenti e tranquilli, e calarsi giù giù sul mio capezzale fino a che qualche riccio dei suoi capelli biondi veniva a sfiorarmi la fronte, mi pareva come se la povera mamma vegliasse lei presso il mio letto.... Già la malattia aveva traversato quella che voi chiamate la crisi, e piegava verso una soluzione felice; nondimeno io mi sentivo immensamente debole: i miei giorni trascorrevano in lunghi sopori, i miei occhi s'aprivano a fatica, ond'io scorgevo, come attraverso un velo di nebbia, gli oggetti che mi passavano innanzi, e, pure avendo la coscienza di quanto mi avveniva d'intorno, non sapevo uscire dalla mia condizione d'inerte spettatrice....

Era una di quelle notti. La signora Fanny aveva a poco a poco lasciato cader la testa sulla sponda del mio letto: ella dormiva vicino a me: io sentivo il suo dolce respiro aleggiarmi tepidamente d'intorno, io sentiva la fragranza della sua morbida chioma diffusa. La lampada da notte posta sopra un tavolino in un angolo spargeva una luce tremula e fioca nella stanza, allungando talora con guizzi improvvisi l'ombra delle sedie, degli armadi e del letto. L'uscio si aperse. Eri tu, nè me ne meravigliai: quelle tue visite erano cosa solita. Ti approssimasti in punta di piedi, mi mettesti la mano sulla fronte; poscia, inchinandoti lieve lieve su me, mi baciasti a fior di labbra la bocca. La signora Fanny era sempre assopita. Tu rimanesti alcuni secondi immobile a contemplarci; poscia ti vidi abbassarti di nuovo e deporre rapidamente un bacio sopra i capelli di lei. — (Qui Clarina pose la mano sulla bocca del signor Emilio che voleva parlare). — Ti rizzasti con un moto subitaneo, sospettoso quasi, e uscisti dalla camera.... Quello ch'io provai non so dirtelo:... al primo istante fu maraviglia....

— E di che mai, Clarina? — interruppe il signor Emilio, allontanando la mano con la quale ella voleva chiudergli le parole in bocca. — Seppur quello che credi aver visto non è un parto della tua fantasia, che cosa vi sarebbe da stupire se io mi fossi lasciato vincere dall'emozione vedendo un'estranea far teco le veci di madre?

— No, babbo.... Il dì appresso, quando il medico ti disse che potevi smettere ogni apprensione, ti vidi nella tua contentezza baciar l'Angelica quantunque avesse attorno un grande odor di cipolla, e perfino la zia Lena quantunque fosse più brutta del consueto; ma era un altro modo di baciare....

— Orsù Clarina, tu fai discorsi inutili, e anche un poco sconvenienti per una ragazza.

— Ci vuol pazienza. Ho incominciato, e bisogna che dica tutto, e che tu ascolti tutto. Descrivere lo stato dell'animo mio in quella notte, dopo che tu uscisti della mia stanza, sarebbe impresa assai assurda. Dissi che il mio primo sentimento fu di maraviglia. È vero. La dimestichezza formatasi tra la signora Fanny e te non aveva mai passato quel limite oltre al quale comincia la galanteria. V'era nella vostra amicizia un non so che di contegnoso che pareva dire. — Fino a questo punto, sì; più in là, no. — Alla meraviglia (perchè dovrei negarlo?) successe un granellino di rancore verso la signora Fanny. La donna ch'io amavo senza sospetto, la donna alla quale io avevo parlato e contavo parlare tante volte ancora della mia mamma, s'intrometteva invece fra me e lei, distruggeva il mio bel sogno, diveniva una rivale di quella che io non avevo mai conosciuto, ma che avevo imparato da te ad amare con tutte le potenze dell'anima. Io sentivo sotto le palpebre chiuse gli occhi gonfiarmisi di lacrime, io sentivo affollarsi nella mia mente i rimproveri che avrei indirizzato alla signora Fanny, appena ne avessi avuto la forza. Ma in verità, questa forza l'avrei mai avuta? Non sarei stata disarmata dalla dolcezza e dalla serena mestizia del suo volto? Da quella fronte severa che il dolore aveva potuto solcare, ma che la vergogna non aveva mai fatto arrossire?

Nel mentre io m'abbandonavo a queste fantasie, ella si era svegliata, quasi vergognosa che il sonno l'avesse colta, e dopo d'essersi piegata su di me per veder s'io dormiva (e, tra per la mia debolezza, tra per gli affetti che si combattevano nell'animo mio, io fingevo davvero di dormire) guardò l'orologio, tolse la lampada da notte dal tavolino e schiudendo le invetriate la posò sul davanzale e la spense: indi, aperti alquanto i registri delle persiane, lasciò entrare nella stanza un po' d'aria e di luce. Appoggiata allo stipite della finestra, stette colà qualche minuto, immobile, ritta, pensosa, stringendo sul petto la veste discinta.... I primi chiarori dell'alba facevano risaltare di più il pallor naturale del suo viso, la brezza mattutina agitava lievemente i suoi biondi capelli che le scendevano giù pel collo in vago disordine. Nel fissarla attentamente, con un occhio a cui le inattese rivelazioni di quella notte accrescevano la virtù indagatrice, io m'accorsi che, se la signora Fanny non era bella, le traccie della bellezza v'erano ancor sul suo viso, ma sepolte, per dir così, sotto lo strato che vi avevano deposto i lunghi anni di patimenti. E non so s'io m'ingannassi, ma mi pareva che qualche lampo almeno di quell'avvenenza dovesse brillar nuovamente, solo che la gioia tornasse nell'anima alla poveretta. A che pensava ella in quell'istante? Forse a' bei sogni di fidanzata quando ella intrecciava la ghirlanda pel suo giorno di nozze? Forse al campo sanguinoso di san Martino ove il suo diletto cadeva per non rialzarsi mai più? O sospirava vedendosi omai al confine estremo di giovinezza, con le rose del volto sfiorite, con l'anima deserta d'affetti, e costretta a viver sempre d'una memoria? O sentiva un arcano bisogno d'amare, d'essere amata prima che il tempo inesorabile gliene contendesse perfino la speranza?.... Povera signora Fanny! Una lacrima le colava lentamente dal ciglio: ella si passò la mano sulla guancia per asciugarla, poi si tolse bruscamente alla sua fantasia, e tornò da me. Io feci le viste di svegliarmi allora, e pentita d'aver, fosse pure un istante, accolto nel mio cuore de' sentimenti ingenerosi verso di lei, feci uno sforzo supremo, e presa la mano ch'ella mi tendeva, la portai alle labbra coprendola d'ardentissimi baci.

— Calmati, calmati, Clarina mia, — mi diss'ella, — perchè agitarti così?

— Perchè sento, — io risposi, — che non potrò mai renderle la centesima parte di quello che ella ha fatto per me.

— E che ho fatto, piccina? Non è mica un merito quello di volerti bene. E poi, noi altre vecchie zitelle, dobbiamo pure affezionarci a qualcheduno. E quando vediamo soffrire delle creature giovani, leggiadre come tu sei, ci pare, assistendole, di assistere i figli che avremmo potuto avere.

Sedette vicino a me, carezzando la mano che io lasciavo cader penzoloni dal letto, e non aggiunse parola.

— Io era ancora troppo debole per continuare il colloquio, ma fissavo con occhi intenti quel suo volto pensoso, e quand'ella si alzò nuovamente, e dinanzi allo specchio ricompose alquanto il suo abbigliamento e ravviò sulla fronte i capelli disordinati, io le tenevo sempre dietro con lo sguardo e, più ancora, con l'anima. E pensavo agl'incidenti di quella notte, e a un'altra esistenza isterilita in gran parte per colpa mia. Si, v'era un'altra persona che s'avvicinava a quello stadio della vita in cui le maggiori dolcezze non sono più che una memoria ed un desiderio, v'era un'altra persona che per me aveva logorato i suoi anni più belli, compressi i suoi palpiti più ardenti, anticipato l'età in cui ogni passione si spegne naturalmente... Oh babbo: ho bisogno di dirtelo? Quella persona eri tu. Espiare i miei torti, riparare a due sventure in un tempo, qual nobile impresa non era la mia? Quanto più io ero stata fino allora sospettosa, egoista, tanto più sentivo corrermi l'obbligo di essere ormai il buon angelo della casa, di farmi uno stromento di quella felicità che avevo voluto impedire. Ebbene, babbo, da quell'istante io non ebbi altro pensiero. Ciò che tu provassi per la signora Fanny ormai io lo sapevo....

— Ma tu t'inganni, Clarina, ma tu deliri, — proruppe il signor Emilio, visibilmente commosso.

— No, non m'inganno e non deliro, e nulla potrebbe sradicare questo convincimento dall'animo mio. Quello ch'io non potevo sapere ancora con ugual sicurezza era ciò che pensasse la signora Fanny. Da quell'istante, usando un'arte ond'io non mi credevo capace, spiai accortamente ogni suo atto, ogni parola, ogni sguardo.... e infine....

— Infine, che cosa? — chiese il signor Emilio, mal potendo nascondere la sua agitazione.

— Zitto! — gridò Clarina, tendendo l'orecchio.

Il campanello di strada aveva suonato, il gatto Artaserse con un immenso e incivile sbadiglio si era ritto sulle quattro zampe arcuando portentosamente la schiena, tanto da parere un dromedario, l'Angelica s'era scossa ella pure, dicendo con rara ingenuità: — Oh!... hanno suonato.... Ero lì lì per addormentarmi.... — Intanto s'intese aprire e poi chiudere l'uscio della scala, e un passo di donna si fece sentire nell'andito.

— E proprio la signora Fanny, che viene a farci la sua solita visita, — disse Clarina, muovendosi in fretta per andarle incontro.

— Bada, Clarina, — interpose serio serio il signor Emilio, — che non voglio fanciullaggini. E tutta la tua cicalata di questa sera dev'esser come non avvenuta.... Già, io uscirò di casa.... — E si alzò in piedi, inquieto, turbato.

— Un momento, un momento, — susurrò la vispa ragazza, con accento deciso.

Era appunto la signora Fanny, vestita a bruno, e con una fascia di lana violetta intorno al capo e alla bocca.

— Come siete rossa in viso, signora Fanny! — esclamò Clarina, aiutandola a levarsi d'intorno lo scialle e la fascia. — Fa proprio freddo fuori?

— Si gela.

— Ebbene; si metta presso al camminetto. Su, Angelica, falle posto.

La zittellona si levò un po' brontolando, e tenendo fra le braccia il preziosissimo micio che dava segni non equivoci di disapprovazione.

Mentre la signora Fanny stava per sedersi, la Clarina disse con indifferenza e come se si trattasse d'una cosa da nulla:

— A proposito, signora Fanny, la sa la notizia?

— Quale?

— Che il babbo è sul punto di riprender moglie.

Queste parole caddero nella stanza come un fulmine, e gli effetti da esse prodotti ebbero un carattere di _contemporaneità_ che non si può rendere nella narrazione.

— Misericordia! — gridò l'Angelica esterrefatta, lasciando cadere il pingue Artaserse, che, sorpreso dell'insolito trattamento, corse a rifugiarsi sotto la credenza soffiando in un modo affatto ostile.

Il signor Emilio die' un balzo prorompendo in tuono di rimprovero: — Clarina!

Ma intanto la signora Fanny era divenuta bianca come un lenzuolo, e aveva afferrato convulsamente con una mano la spalliera della seggiola, mentre si passava e ripassava l'altra mano sugli occhi, come per diradare la nebbia che vi si andava addensando.

Clarina le fu addosso in un attimo, e gettatele le braccia al collo (la signora Fanny s'era lasciata cader sulla seggiola) le disse con lacrime dirotte: — Oh perdona; lo sapevo che tu dovevi essere la mia mamma. Era il babbo, cattivo, che, pur volendoti bene, non si persuadeva a niun costo di ciò ch'io avevo indovinato....

La signora Fanny mise un grido ineffabile, e questa volta svenne davvero.

Le furono tutti attorno, l'Angelica che non capiva sillaba dell'avvenuto, il signor Emilio, ormai inabile a simulare, e di null'altro sollecito che di confermare le indiscrezioni della figliuola, e la Clarina finalmente, giuliva, trionfante, come un generale che ha vinto una battaglia.

Il resto ve lo potete immaginare. Solo vi dirò che, al finire di quella sera così piena di emozioni, il signor Emilio, abbracciando teneramente Clarina, le disse: — Sai che il tuo si può chiamare un _colpo di Stato_?

— Lo so, ma se fossero tutti di questo genere, il mondo non avrebbe a lagnarsene.

DUE ORE IN FERROVIA

Io non sono azionista di nessuna società ferroviaria, non ho garantito (ci mancherebbe altro,) il prodotto chilometrico di nessun tronco, non mi appassiono troppo nelle questioni del riscatto e dell'esercizio governativo, non ho un trasporto straordinario per le frasi di metodo sul _fischio della locomotiva che è l'araldo della civiltà_, ecc., ecc.; eppure vi dico: viaggiate in strada ferrata. Non c'è un modo migliore di raccogliere osservazioni, di tener desta la fantasia. E non è punto necessario di accingersi a viaggi lunghi, di andare da Venezia a Pietroburgo e da Pietroburgo a Parigi. Basterà di tanto in tanto una breve corsa di un paio d'ore.

Se volete seguire per intero il mio consiglio, prendete il biglietto di seconda classe e scegliete i treni omnibus. Vi spiego subito il perchè. La terza classe è troppo incomoda; troppi uomini che sanno d'aglio, troppe donne sgangherate, troppe galline che legate insieme per le zampe e cacciate sotto i sedili fanno uno strepito d'inferno. La prima è troppo compassata; troppi Inglesi che consultano la guida del Baedeker e il dizionario tascabile, troppi senatori e deputati che discorrono di politica, troppi banchieri, troppi conti, troppi baroni. Nella seconda classe invece trovate la maggior varietà di tipi, quindi la più ricca fonte di osservazioni.

Quanto al treno omnibus, per chi non ha fretta, esso è di gran lunga il migliore. Coi treni diretti la compagnia non si muta che a grandi intervalli; invece coi treni omnibus è un continuo succedersi di figure diverse, come per effetto di una lanterna magica.

— Ma, — direte voi, — se s'incontra una compagnia piacevole che gusto c'è a mutare?

Questa domanda mostra in chi la fa una grande inesperienza del vero carattere del viaggio in ferrovia dal punto di vista ond'io amo considerarlo. Anche astraendo dal fatto che le compagnie piacevoli non sono le più comuni, è indubitabile che l'impegnarsi in un dialogo nuoce al raccoglimento necessario all'osservazione.

Nel viaggio di ferrovia, come io lo intendo, è utilissimo il non imbattersi in nessuna persona di conoscenza, e l'andare a rilento prima di mettersi a conversare cogl'ignoti. Il carattere dei proprii simili s'indovina meglio quando tacciono che quando parlano con gente veduta per la prima volta. E, in strada ferrata, il meglio che si può fare a questo scopo è di rannicchiarsi in un angolo, aprire un libro e guardar di sottecchi. Non è poi una grande indiscrezione; a ogni modo è una indiscrezione che, qual più qual meno, commettono tutti. Che in compartimento si sia in quattro, in otto o in dieci, è certo che questi otto, sedici o venti occhi s'incontreranno con piglio scrutatore.

Si principia sempre nella stessa maniera. Le sacchette, le valigie portatili, gli ombrelli, gli scialli sono collocati alla meglio sulla reticella, le donne raccolgono le sottane, gli uomini si stringono quanto più possono, qua e là è bisbigliato qualche _scusi_ sommesso, a cui succede un cerimonioso _oh la prego_; poi tutti si lagnano della Società ferroviaria che vuole stipare la gente nei carrozzoni come le sardelle in barile, tutti rilevano con impaziente ironia gli interminabili gridi di _partenza_ senza partir mai; c'è l'uomo arguto che paragona la macchina che si provvede d'acqua ai cavalli a cui si dà la biada; c'è la donna di spirito che al sentir il campanello, al cui suono si parte davvero, dice con un sorriso pretenzioso: _Ecco il campanello della messa_. Finalmente il convoglio esce dalla tettoia e si stabilisce un certo silenzio. Guardiamo un po' intorno a noi.

Trovo a questo proposito i ricordi d'una gita recente. Chi è quella signora dall'aria sentimentale, seduta presso il finestrino a sinistra con un libro in mano? Prima di tutto un'occhiata di sbieco al libro. Se non si può vedere il titolo contentiamoci per ora dei connotati esteriori. Formato in-12.º, coperta gialla; ahimè! indizio gravissimo, sulla coperta una macchia d'unto. La lettrice dovrebbe essere una cameriera. La letteratura della cucina ha quasi sempre questo segno caratteristico. Una cameriera? Eppure le vesti sono abbastanza eleganti. Si, ma quando le si osservi con un po' di attenzione si vedrà che sono vesti piuttosto fruste; senza dubbio gli abiti usi della padrona. Però il _vis-a'-vis_ maschile (un giovinotto in calzoni caffè e latte e panciotto bianco a fiori lilla) non ha questi sospetti o è superiore ai pregiudizi di casta e comincia a slanciare alla viaggiatrice certi sguardi di fuoco che fanno temere un incendio. Il primo raggio di sole che entra nella carrozza dà appiglio alla conversazione: — Vuole tirare la cortina?... Aspetti.... Ecco qua. — Poi c'è un buffo di vento importuno. — Vuol chiudere il vetro? — Se non disturba a lei. — Anzi, le pare? Ecco fatto. — Questi due sono messi in movimento. Lasciamoli stare.

Proprio di fronte a me c'è un bellimbusto in guanti chiari che par poco soddisfatto della compagnia. Nella signora che legge egli ha fiutato la cameriera e non vuole sprecare per essa le sue occhiate da conquistatore, nè si degnerebbe a ogni modo di competere con quel tipo di garzone di negozio che le fa la corte; la sua vicina immediata ha una circonferenza di due metri e una buona quarantina d'anni sulle spalle, e una giovine che è con lei e siede alla mia sinistra è magra e gialla come una carota. Il bellimbusto, esaminate tutte queste cose, si leva i guanti. Fra la signora magra e la cameriera patetica siede un uomo di mezza età e in occhiali, che tiene spiegata davanti a sè la _Gazzetta dei Prestiti_. Dirimpetto a lui, il numero dei quattro si compie con un vecchietto sudicio e tabaccone che va mangiando ciambelle e raccoglie e beccola le briciole che gliene cadono giù pei calzoni.

E il treno cammina, e gli alberi piantati lungo la strada paiono correrci incontro rapidamente, e i fili del telegrafo per una strana illusione ottica sembrano alzarsi e abbassarsi a vicenda, e i cantonieri ritti, impalati dinanzi alle loro garette, fanno il segnale d'obbligo, e la macchina fischia, rallenta il suo corso e si ferma alla prima stazione. Movimento. La signora grassa e la signora magrissima discendono. Un _oh_ di soddisfazione esce da tutti i petti. Si amerebbe che scendesse anche il vecchietto sudicio, ma egli rimane e seguita a mangiar ciambelle e a raccoglierne le briciole con la punta del dito bagnata sulla lingua. Restano due posti vuoti. Chi li prenderà? La gente passa davanti allo sportello e guarda dentro. Poi si ritira. Non le piace la compagnia. Il bellimbusto è inquieto e pare in forse di cambiar vagone. Quand'ecco il conduttore che precede due passeggieri e addita loro i due posti. Entra prima un signore maturo e urta nelle gambe della cameriera esageratamente protese verso quelle del suo _vis-a'-vis_. Al signore maturo tien dietro una giovinetta vispa, saltellante, vestita di percalle bianco e celeste, la quale con un passo di grazia evita l'ostacolo che arrestò un istante il suo signor padre e viene a sedersi proprio vicino al giovinotto elegante. Costui si ricompone, infila di nuovo i guanti e prende un atteggiamento pari alla circostanza. Il convoglio si muove. Il giovinotto, prima di riaccendere il sigaro che si è spento, chiede alla sua vicina se il fumo la disturba, e la vicina risponde con un garbatissimo — _No, grazie_.

Il signor padre intavola un discorso con la persona grave che ha in mano la _Gazzetta dei Prestiti_. La questione d'Oriente è il tema della conversazione. — Povero Abdul Aziz! Dicono che si sia suicidato, ma chi ci crede? — Lo avranno ammazzato, non ne dubiti. In Turchia si ammazzano tutti i sultani — dice il lettore della _Gazzetta dei Prestiti_, che è stato a Costantinopoli e conosce gli usi orientali. — Quell'Ignatieff — osserva l'altro con aria di mistero — voleva farla ai Turchi. — Sì, e i Turchi l'hanno fatta a lui. — C'è l'Inghilterra. — Un osso duro — Altro! — L'Inghilterra vuole l'integrità dell'impero ottomano. — Se la vuole! ha letto l'articolo dello _Standard_, organo di Derby? — No signore. — Lo legga e vedrà. — Brutti affari. Perchè la Russia pesca nel torbido. Gran potenza anche la Russia. — Cospetto! — Ma in mare l'Inghilterra la supera. — Non si può dir nulla come andrà a finire. — Non si può dir nulla. — Il meglio è stare a vedere.

Mentre i due politicanti deliberano di stare a vedere, il bellimbusto cerca di attaccar conversazione con la ragazza vestita di percallo, ma non riesce a cavarle di bocca che monosillabi. Allora egli si studia di produrle impressione in altra maniera, estrae di tasca un libro, e se lo pone sulle ginocchia in modo che la vicina ne veda il frontispizio e capisca che è un libro francese. Quando egli è ben convinto che la giovinetta ha acquistato questa importante cognizione, egli si mette a leggere, di tratto in tratto ripiega il volume sull'indice della destra e guarda nel vuoto come persona che medita. Ma non c'è caso; la fanciulla non gli abbada e invece interrompe il padre nel bel mezzo delle sue disquisizioni politiche per chiedergli se prima di uscire di casa si sia ricordato di ordinare alla serva che dia da mangiare al canarino.

Il mangiatore di ciambelle ha lasciato cadere la testa sulla spalliera del sedile e dorme con la bocca semiaperta e con la barba piena di briciole. La cameriera e il suo galante continuano a intendersela molto bene e colgono ogni occasione per toccarsi le mani. Il giovinotto _chic_ comincia a invidiare la sorte del compagno di viaggio meno esigente.

Nuova fermata e cambiamento di scena su tutta la linea. Discendono padre e figliuola, la cameriera, il bellimbusto, l'uomo della _Gazzetta dei Prestiti_ e il vecchietto sudicio. Si resta per un momento in due: il don Giovanni di cucina ed io. Il don Giovanni di cucina, dopo aver seguito con l'occhio sin fuori della stazione la cameriera patetica, vede ch'io non posso certo risarcirlo di tanta perdita, e si rannicchia di malumore nel suo cantuccio.