Part 13
Regna un silenzio profondo, interrotto soltanto dal crepitar della fiamma nel camminetto. In una poltrona vicina alla tavola è sdraiato il signor Emilio bell'uomo che a vederlo non mostra più di quarant'anni, sebbene abbia già qualche capello grigio in testa, e qualche piega un po' risentita sulla fronte. Del resto, ha fisonomia, oltre che simpatica, intelligente e leale. Tiene, in bocca il sigaro, in mano una gazzetta, ma nè fuma, nè legge.... il _rêve_, come dicono i Francesi, o _el fila caligo_, come si dice espressivamente in Venezia. Dirimpetto a lui, e fissandolo ad ogni tratto senza lasciarsi scorgere, è seduta la Clarina, avvenente ragazza sui diciotto, seppure li ha, con occhi pieni a un tempo di vivacità e di dolcezza, labbretti di rosa fatti apposta per sorridere e per dare e ricever baci, e folti capelli di color castagno, colore che dai poeti (ad eccezione dell'Aleardi nell'_Ora della mia giovinezza_) non si vuol celebrare, ma che incornicia in guisa mirabile un leggiadro visino. È pallida alquanto, ma non datevi pensiero, io non ho punto intenzione di farvela morir tisica, e se fu malata, oggi sta perfettamente. Infine, ho l'onore di presentarvi l'Angelica, zitellona che ha compito ormai i nove lustri, che tiene il _quid medium_ tra la cameriera e la dama di compagnia, che ha visto nascere la Clarina e morir la povera mamma di lei, e che è trattata a buon dritto come un membro della famiglia. Oltre all'affetto sviscerato pe' suoi padroni, l'Angelica va distinta per tre qualità; un abborrimento smisurato pel matrimonio, una tenerezza grandissima per un pingue gatto soriano che porta il nome singolare di Artaserse (nome impostogli dalla padroncina in un momento di fervore per la storia di Persia) e un'abitudine inveterata di dormire tutte le sere d'inverno dalle sette alle otto col sullodato animale sulle ginocchia nella stanza ove stanno Clarina e suo padre, a cui l'Angelica dice di voler tener compagnia. Altro che compagnia! Ella dorme come un serpente boa dopo che si è ben pasciuto. In questo momento però ella è tuttora svegliata, quantunque il capo cominci a divenirle grave, e il silenzio, in lei inusato, accenni all'approssimarsi di Morfeo. Il gatto Artaserse con occhi semichiusi le sonnecchia in grembo, e solo di quando in quando mette fuori la lingua a leccarsi i baffi, umidi ancora di qualche ghiotto manicaretto; le corse precipitose e un miagolio erotico di altri gatti sul tetto delle case vicine rompono la quiete della stanza. L'Angelica dà un balzo sulla sedia con notevole incomodo del tranquillo Artaserse il quale si sente minacciato nella sua posizione. Nondimeno la bestia, se oso chiamar così un quadrupede tanto stimato, ritrova presto il suo centro di gravità, e l'Angelica cacciandogli la mano entro il morbido pelo e carezzandogli il muso con quell'espansione che non volle usare con nessun uomo al mondo, esclama: — Beato te, Artaserse, che non hai di queste seccature! — Il ben pasciuto animale non si preoccupa dell'allusione offensiva, ma torna a socchiudere gli occhi, e a russare. Il signor Emilio sorride fuggevolmente, e la fanciulla dà una scrollatina di spalle.
Suonano le sette all'orologio dell'andito. È l'ora in cui l'Angelica e il suo micio sogliono addormentarsi davvero, è l'ora delle confidenze tra padre e figliuola.
Ma stasera le labbra di entrambi sono suggellate. _Tic tac_, _tic tac_; battono i secondi, passano i minuti, le ultime bragie scoppiettano nel camminetto, i due dormienti empiono la stanza del loro grave respiro, ma la Clarina ed il signor Emilio non dicono una parola.
Finalmente Clarina si alza dal suo posto, comincia col dare un'occhiatina al termometro appeso alla parete vicino alla credenza, poi fa un rapido cambiamento di fronte, e sfiorando appena il tappeto co' suoi piedini leggieri, va a sedersi accanto al signor Emilio, gli mette un braccio intorno al collo, gli leva di bocca il sigaro e di mano il giornale e bisbiglia: — Babbo.
Egli alza su lei il viso atteggiato a infinita dolcezza, le ravvia con la mano i bruni capelli sulla fronte, e dice: — Clarina mia, ti senti proprio bene stasera?
— Come un pesce. O perchè sono un po' pallida mi crederesti ancora malata?
— Dunque non c'è proprio più nulla, nulla?
— Ma nulla affatto. Vuoi vedermi ballare?
— Eppure, via, non me lo nascondere, non sei del tuo umore consueto.
— Oh bella! A vederti così serio gli è naturale. Me ne sono accorta, sai....
— Di che? — interruppe il signor Emilio, arrossendo subitamente.
— Del tuo cangiamento d'umore, — rispose Clarina, facendosi rossa alla sua volta.
— Ah!... — esclamò egli, come se fosse sollevato d'un peso. — T'inganni, Clarina.
— No, babbo, è così.... Oh ma io non sono indiscreta; so che non ami di essere interrogato su questo proposito, e mi taccio.... È un tuo difetto, ma ci vuol pazienza. Del resto, è vero, non son ilare nemmeno io... Penso....
— A che cosa?...
— Non saprei spiegarlo, è una folla di pensieri che mi si accumulano in mente.... Ma, prima di tutto, penso ad _una_ che non ho conosciuta....
— A tua madre, povera Clarina?
— Sì, babbo, e quando rifletto che sei rimasto così solo....
— Solo, bimba mia? Non ci fosti sempre tu?
— Oh è un'altra cosa, — mormorò la fanciulla, chinando gli occhi a terra, e mettendosi un dito sul labbro. — Chi sa ch'io non sia invece un inciampo?...
— Clarina, — proruppe con accento severo il signor Emilio, — t'ho io mai dato il diritto di parlarmi così? Vaneggi forse stasera?
— Babbo, babbo, non prendere in mala parte le mie parole, — disse supplichevole la vezzosa giovinetta, chiudendogli la bocca con un bel bacio. — Credimi, ho tanti peccati verso di te.... Voglio dire.... ma mi lasci proprio cominciar da principio?
— Su, parla, la singolare fanciulla che sei.
— Son quindic'anni e più, non è vero? da _quella sera_? La povera mamma così bella, e buona, e giovine, domandava di me. — _La Clarina dorme_, — le dissero. Ella sorrise con mestizia, susurrò a fior di labbra: — _Or ora dormirò anch'io_, — si volse dolcemente sul fianco, portò la mano sotto il capo, e si addormentò.... per sempre.... Nella stanza contigua, pargoletta di due anni e mezzo, dormivo io pure, ma d'un sonno diverso.... Ero io pure piegata da un lato, avevo io pure la mano sotto la testa, precisamente come _lei_.... Me lo disse tante volte l'Angelica.... Tu, poichè tentasti invano di rianimar co' tuoi baci quella tua cara, ti trascinasti fino alla mia cameretta, e là, abbandonata la persona sopra una sedia vicino al mio letticciuolo, posasti il capo stanco sulla mia coltrice, cercando nelle linee del mio viso le sembianze della povera estinta, e sentendo nel mio respiro un alito della sua vita. L'Angelica, occupata in più tristi cure, non venne mai nella stanza, tanto solitaria, tanto fievolmente rischiarata, quanto la stanza vicina era piena di moto e di luce sinistra. L'alba, penetrando attraverso le persiane, trovò me dormente e te vigile accanto, e quand'io mi svegliai, fu per te il mio primo sorriso che, subito dopo, per quel che mi assicurano, si mutò in pianto dirotto. Vedendo poscia altri bimbi in condizioni simili, mi parve capire che in quell'età la sventura non s'intende, ma s'indovina.... non si sa perchè si pianga, ma si sente bisogno di piangere.... Tutti codesti particolari io li ebbi in parte da te, in parte dall'Angelica; se non son veri, dimmelo....
— Sono verissimi, ma non so perchè tu mi faccia questo discorso.... Sono ricordi penosi....
— Devi permettermi di parlare: ho il cuore che mi trabocca.... Quando siamo rimasti così, tu ed io, tu avevi venticinque o ventisei anni; t'eri ammogliato giovanissimo. Eri bello, gagliardo, intelligente, operoso; potevi avere il mondo per te, potevi ricominciare la vita come si ripiglia una strada un momento interrotta.... ma c'ero io, così gracile, eppure così insuperabile intoppo...,
— Oh! Clarina....
— Si, intoppo. Perchè nessuno si frapponesse a noi due, tu hai voluto rimanere solo, perchè io non dovessi subire le vicende di una esistenza avventurosa, tu ti sei negato il soddisfacimento di ogni onesta ambizione: potendo essere, pur che tu lo volessi, felice e celebre, hai prescelto di essere derelitto ed oscuro.... Oh lo so, lo so quello che tu vuoi dire: che il mio amore ti compensava di tante altre cose.... E fino a un certo punto lo credo anche.... ma non è tutto.... io ero cresciuta amandoti di un amore appassionato, ma sospettoso, egoista. Non solo credevo di poter bastare a quanto v'era d'affetto nell'anima tua, ma mi pareva anzi che tu non avessi diritto a domandare di più; che tu dovessi appagarti de' miei sorrisi, divertirti de' miei giuochi, andar pazzo pe' miei capricci. Ero superba, ma ero anche gelosa di te. I giorni che tu venivi a prendermi a scuola erano per me giorni di festa. Quando t'inchinavi a baciarmi in presenza delle mie compagne, io mi guardavo intorno pavoneggiandomi tutta, come se volessi dire alle altre: — Quale è di voi che abbia un così bel babbo? — Vedi; tu hai conservato la tua elegante persona, sei ancora un bell'uomo, non c'è che dire (non ridere!) ma c'è qualche impertinente filo bianco nei tuoi capelli, c'è qualche grinza sulla tua fronte. Allora, dieci, o dodici anni fa, eri nel tuo pieno splendore....
— Oh che bimba! — disse il signor Emilio, carezzandole i capelli.
— Ma, — continuò imperturbata la Clarina, — ma se tu poi pigliavi sulle ginocchia un'altra fanciulla, e anch'ella per quel tuo fascino arcano ti sorrideva festosa, non ti so dire quanta stizza io provassi. Già te ne sarai accorto, perchè io non facevo complimenti.... Un giorno solenne per la mia vita fu quello in cui, divenuta ormai grandicella (aveva, credo, dieci anni) potei uscire di casa attaccata al tuo braccio. Mi conveniva stare un po' in punta di piedi, ma avrei fatto altro che quello! Io ritengo che mi sarei fatta volentieri precedere per le vie da un tubatore che annunziasse ai popoli la grande novella. Ben se ne rammenta l'Angelica che sa quali esigenze io avessi in quel dì pel vestito e l'acconciatura. A forza di star dinanzi allo specchio mi persuasi (vedi vanità) che, se io andavo superba del mio _cavaliere_, tu non potevi scontentarti della tua _dama_. Lungo la strada s'incontravano signori e signore a cui tu facevi bellissime scappellate, mentre io salutavo con un sorriso di degnazione. Mi ricordo di aver tossito due volte passando dinanzi alla fruttaiola che stava sull'angolo per richiamar la sua attenzione sull'importante spettacolo. Ma la volgarissima donna occupata a smerciare un panierino di fragole, non se ne diede nemmeno per intesa. Dopo quel giorno io non credo d'averti lasciato tranquillo una settimana. Bisognava far sempre quella famosa passeggiata, bisognava sempre mostrarsi al colto pubblico. Già io non sapevo nemmeno concepire che tu potessi desiderare un miglior trattenimento di quello del condurmi a passeggio, e quando tu mi adducevi un'occupazione, o un impegno, io mi annuvolavo subitamente. Era però ben altra cosa se qualche sera tu ti proponevi di rimanere in casa a tenermi compagnia. Allora, s'era d'estate, ci mettevamo sul bel terrazzo che dà in giardino, lì in mezzo a quelle piante di limoni che spandono una sì grata fragranza; e, s'era d'inverno, stavamo qui in questo salottino, proprio come adesso, senonchè l'Angelica allora non pigliava sonno così facilmente. Ed io t'interrogavo sul passato, e tu mi parlavi della mamma, e me la descrivevi con tanta evidenza che mi pareva sempre d'averla dinanzi agli occhi, bella, elegante, gioconda. E ad ogni uscio che s'apriva e a ogni fruscìo di veste che mi feriva l'orecchio mi pareva impossibile che non dovesse esser _lei_, proprio _lei_ che mi venisse dinanzi e dicesse: — Son qui, Clarina. M'hai aspettata un pezzo, non è vero? ma ormai starò sempre, sempre con te. — E così del suo soffio e della sua immagine io avevo popolato la casa, e spesso mi faceva l'effetto come s'ella fosse davvero con noi.... E allora m'accorsi che le mie gelosie eran per lei, che io dovevo custodire in nome di lei le pareti domestiche da ogni intromissione profana. Con questo pensiero mi parve di nobilitare il mio ufficio di guardiana ombrosa ed arcigna. L'Angelica mi secondava benissimo, e tengo per fermo che due creature meno ospitali di noi non potessero trovarsi in tutta Italia, a cercarle col lumicino. Non puoi immaginarti che profonda antipatia io sentissi per quella signora Agliani che è poi andata a stabilirsi in Torino. Con la scusa ch'eravamo condiscepole con la sua bimba, e che per cagion nostra, vi eravate incontrati più volte alla scuola, ella t'invitò a farle visita.... che sfacciataggine!... e poi, sempre per accompagnare quella sua figliuola lunga e sottile come un giunco, ella veniva ogni momento nel nostro giardino, e raccontava ch'era vedova, senz'appoggi, col cuore vuoto, ecc., ecc. Che cosa me n'importava a me di questa roba? Basta, babbo, purchè tu non mi sgridi, ti confesserò che un giorno instigai l'Angelica a metterle farina invece di zucchero nella tazza del caffè....
— Oh che sgarbata! — disse il signor Emilio tra il serio e il faceto.
— Più tardi l'Angelica mi raccontò che la signora Agliani aveva messo gli occhi su te per farsi sposare, ma che tu non hai voluto nemmeno pensarci per cagion mia.... Eppure, babbo, quando di fanciullina divenni ragazza, e si svegliaron in me nuove fantasie e nuove idee, e mi si affacciarono agli occhi i languidi barlumi d'un mondo ancora inesplorato, e sentii l'irrequietezza dei quattordici a quindic'anni, principiai ad accorgermi che per te dovevano esservi altri orizzonti, altri desiderii, altre speranze. Ma il primo movimento dell'animo mio non fu generoso: fu un accrescimento di sospetti. Mi pareva sempre che tu dovessi dirmi da un momento all'altro: — Cara la mia Clarina, io ti voglio un gran bene, ma tu non mi basti. — E se tu parlavi a bassa voce con l'Angelica, e se facevi ridipinger le stanze, o ricevevi un'ambasciata inattesa, io ero lì con tanto d'occhi e d'orecchi nella paura di una rivelazione sgradevole. Oppure entravo nella mia cameretta, e pensavo alla mia mamma, e piangevo....
— Sciocchina! — interruppe il signor Emilio. — Perchè immaginarti ciò che non era? O, in ogni modo, perchè non venir franca da me, e dirmi: — Babbo, _nessun altro_ deve entrare in casa nostra: _Clarina non lo vuole!_
— Ah! Perchè? Perchè? Perchè in mezzo a tutto io sentivo una specie di rimorso del mio egoismo; e avrei voluto esser più buona, più ragionevole, più generosa.... ma non c'era caso.
— Andiamo bimba mia, datti pace, io ti voglio bene ugualmente, e se tu mi hai preso per confessore, io ti assolvo. Ti basta?
Con queste parole, il signor Emilio diede un gran bacio a Clarina e fece atto d'alzarsi. Ma ella premendogli la mano sulla spalla gli impedì di muoversi dicendo.... — Chè? Chè? Siamo ancora al principio....
— Al principio, di che cosa?
— Oh bella! del mio racconto.
— Davvero? Parla allora.
— Ti ricorderai che la mia selvatichezza aveva qualche eccezione. Due anni fa io andavo ancora al collegio. Ero una delle alunne più grandi e quindi più saggie, di quelle che ricevono le confidenze delle maestre e tentano d'isolarsi dalle loro condiscepole. In quel tempo appunto si allontanò dalla scuola per prender marito quella bella e sentimentale signora Adelina che c'insegnava il francese e la musica. Io ero vissuta con lei in qualche dimestichezza, e anzi ci fu un tempo ch'ella esercitava su di me un fascino irresistibile. Non so che cosa nasca in voi altri uomini quando siete adolescenti; so che in noi giovinette accade spesso di provare un non so che di romantico, d'ineffabile per qualche persona del nostro sesso che riempie alcune delle condizioni del nostro ideale. Ci dispiace quasi di non essere uomini per poter dirle: — Se siete malinconica, io cercherò di farvi sorridere; se siete sola, io vi terrò compagnia; se avete bisogno d'affetti, io v'amerò; Ecco la parola.... l'ho detta.
— Sai, Clarina, che stasera per una ragazza....
— Parlo troppo, non è vero? Me ne accorgo anch'io, ma bisogna che tu mi lasci parlare.... Oh la signora Adelina! Con quella persona svelta, con quegli occhi neri, grandi, soavi, con quell'aspetto così gracile, con quel viso così pallido! Ah il pallore e la gracilità, non lo nego, avevano gran parte nella mia simpatia. Ci sarebbe voluto poi di tratto in tratto qualche leggero colpo di tosse, e non già una malattia di consunzione, (Dio guardi!).... ma una lontana minaccia. Da questo lato la signora Adelina era alquanto restìa a compiacermi, ella non aveva mai un dolore di capo, mai un po' di languore, ed era fornita di un grande appetito. Nondimeno, io l'ero sempre ai panni, e m'aspettavo ogni giorno che dovesse accaderle qualche strepitosa avventura. Perciò, in mezzo a tutta la mia ammirazione, non volevo condurla troppo spesso a casa, parendomi che nulla dovesse resistere alla sua virtù affascinatrice.... Fetonte non fece un maggior capitombolo di quello che io mi facessi un giorno che la signora Adelina mi chiamò da parte annunciandomi ch'ella voleva dirmi qualche cosa in segreto. Mi preparai a una rivelazione straordinaria, orgogliosa fuor di misura dell'onore di cui mi si credeva degna. Supponevo che vi sarebbero lagrime, svenimenti e singhiozzi, e, quanto a me, ero già commossa in anticipazione. La signora Adelina mi condusse nel salotto ove la direttrice soleva ricevere le famiglie delle alunne, e ivi con faccia più ilare ch'io non avrei voluto, mi disse:
— Dunque, la mia bimba, ci lasciamo.
— Oh! — fec'io con voce tremula.
— Sì, cara, io mi marito. Il mio sposo non è nè troppo giovine, nè troppo bello, ma è benestante, ha fondi propri, ha uno stato assicurato, e io non potevo aspettarmi meglio di così..... Che cos'hai, Clarina?
— Nulla.... il dispiacere della vostra partenza. — balbettai confusa.
— Coraggio, coraggio! — rispos'ella ridendo — verrai a trovarmi a X.... nella nostra farmacia....
Di male in peggio. Quest'uomo nè bello, nè giovine, era anche farmacista! E Adelina acconsentiva a sposarlo, e Adelina non si strappava i capelli, e Adelina non isveniva nelle mie braccia!...
T'assicuro, babbo, che questo fu uno de' maggiori disinganni della mia vita.
— Senti, Clarina, — interruppe il signor Emilio, — tu racconti le cose con bastante buon garbo, ma io non so intendere ove tu voglia riuscire.
— Pazienza, e arriveremo. Quindici giorni dopo la partenza della signora Adelina giunse nella scuola la istitutrice che doveva sostituirla. Grande curiosità nelle alunne; soddisfazione poca. Già era impossibile agguagliare la signora Adelina. La nuova venuta, la signora Fanny, doveva essere più vicina ai trenta che ai venti, e dicevano anzi che anche i trenta li avesse passati. Il tipo di lei non era perfettamente italiano, e invero era nata di madre inglese. Era piuttosto alta della persona, aveva gli occhi azzurri, e i capelli biondi che le scendevano in lunghe anella sul collo. Questa dei capelli era forse la sua maggior bellezza, era certo l'unica sua vanità. Il suo volto era alquanto affilato, e aveva un fondo di malinconia: sulla sua fronte era la traccia di molti dolori patiti, mista a un non so che di risoluto e virile che imponeva il rispetto. Vestiva semplice, quasi dimessa, e non mi ricordo d'aver visto mai un colore smagliante nel suo abbigliamento. Poichè ella adempiva egregiamente all'ufficio suo, e, da questo lato, convien dirlo senza reticenze, era di gran lunga superiore alla signora Adelina, non tardò a conciliarsi la stima di tutta la scuola. I suoi modi dolci, benchè un po' riservati, l'assennatezza de' suoi discorsi da cui traspariva una cultura fuor del comune ne facevano un perfetto contrapposto della signora Adelina così gaja, così giovanilmente spensierata, così proclive a scherzare con noi.
Avvezza a chiedere la tua opinione su tutto, e a farne un grandissimo conto, t'interrogai anche riguardo alla signora Fanny, dopo un primo colloquio che tu avesti seco. Tu mi rispondesti con breviloquenza telegrafica.
— Ti pare una signora di garbo?... io chiesi.
— Molto — fu la tua risposta.
— E bella?
— Punto.
Era quello ch'io desideravo. La signora Fanny, donna di assai garbo, ma punto bella, poteva essere ammessa in casa nostra. Clarina decideva così nella sua onnipotenza. E così avvenne. Siccome io lasciavo allora la scuola, la signora Fanny avrebbe continuato a darmi lezioni di lingua inglese e di musica. Quanto più io la conoscevo, tanto più la compagnia di lei m'era gradita e istruttiva, e perchè tu pure avevi agio di apprezzarla nei frequenti colloqui, una certa dimestichezza si andò formando tra voi. Oh! Quantunque siano passati ormai tanti mesi non dimenticherò mai una sera del penultimo autunno....
— Quale, Clarina?
— La signora Fanny veniva anche allora come viene adesso spessissimo a visitarci verso le otto. Quella sera faceva un tempo magnifico, spirava un'aria mite, il cielo era d'una limpidezza cristallina. Sedemmo tutti e tre sul terrazzo. Di discorso in discorso, tu fosti tratto a raccontare del tuo matrimonio e della tua felicità così presto svanita. Incuorata dalla tua espansione, la signora Fanny volle ricambiartene con uguale confidenza e ti narrò d'un suo unico amore finito miseramente. Ella era stata più infelice di te, perchè non aveva convissuto nemmeno un giorno con la persona diletta. Una palla a San Martino le aveva ucciso sul colpo il fidanzato: ella non aveva potuto nè chiudergli gli occhi, nè deporre un fiore sulla sua tomba. Era una storia semplice come la tua: nulla di singolare, nulla di fantastico; ma questi due dolori così schietti e sinceri che per un momento si mischiavano insieme nello sfogo delle confidenze reciproche avevano in sè una potenza ammaliatrice contro cui io non sapevo resistere. Mentre voi parlavate, io piangevo in un angolo del terrazzo. Tu ti alzasti pel primo e porgendo la mano alla signora Fanny le dicesti: — Abbiamo tutti e due delle memorie da custodire, una specie di fuoco sacro da alimentare: ciò forma fra noi un vincolo fraterno. — Ella non rispose nulla, ma strinse la mano che tu le offrivi, passandosi il fazzoletto sugli occhi. Poi si alzò anch'ella dalla sedia, venne presso di me e mi baciò in fronte. Io le gettai le braccia al collo abbandonandole il capo sulla spalla, e lasciai sgorgare le mie lagrime liberamente.... Tu eri rientrato nella stanza....
Oh come io mi sentivo meglio dopo quel vostro colloquio! S'era formato tra voi un legame che nulla turbava, che non feriva nessuna delle mie ricordanze, che non destava nessuno dei miei timori. Il cammino della mia vita, dal quale tu avevi con tanta sollecitudine sviato gli ostacoli e le amarezze, mi era reso ancora più facile: io avevo un altro braccio a cui appoggiarmi, un altro cuore in cui versare ciò che traboccava dal mio.... Egoista! Egoista! Sciocca ed egoista!
— Perchè ti accusi in tal guisa, Clarina? Ciò che ti rese tanto felice non esiste ancora? Non siamo sempre ottimi amici, la signora Fanny ed io? Non ti vuol ella il bene d'una volta? E che può farti pentire se tu cerchi in sì caste emozioni la tua felicità?
— La mia felicità? Ma sono io sola sulla terra, ma non ho obblighi che con me stessa, ma non ho da guardar che a me sola? E tu non ci sei per nulla nella mia vita?
— O che c'entro io in tutto ciò?
— Senti, babbo, bisogna proprio che tu non mi giudichi male da quel che ho fatto sinora... Adesso mi son ravveduta....
— Ma tu parli per indovinelli, Clarina.
— Mi spiegherò, purchè tu mi lasci discorrere tutto d'un fiato, purchè tu non m'interrompa, e non faccia nè _ih_, nè _oh_, nè esclamazioni di sorta alcuna.... Tu ti ricordi benissimo il caso stragrande che si fece da te e dall'Angelica della mia ultima malattiuccia.... Quanto a me ritengo che non ci fosse il menomo pericolo....
— Oh ce n'era, ce n'era — uscì a dir vivamente il signor Emilio, rannuvolandosi in viso, e stringendo a sè la ragazza come per tema di qualche novella insidia. — Non lo disse forse anche il medico?