Alla finestra: Novelle

Part 12

Chapter 123,342 wordsPublic domain

Io n'ero tanto convinto che mi voltai verso l'Adele dispostissimo a gettarmele ai piedi. Dovetti invece correre a sostenerla. Le sue forze che avevano così mirabilmente resistito al dolore, sembravano non saper resistere alla gioia. Alle parole del medico, ella era divenuta prima rossa, poi bianca come la cera: s'era sforzata di sorridere, di dir qualche cosa, ma invano. Fu allora che, sentendosi mancare il terreno, ella cercò un appoggio, e sarebbe caduta s'io non fossi stato pronto a sorreggerla.

— Non sarà nulla, sarà la commozione, — disse il dottore, facendole, fiutare una boccetta d'ammoniaca.

Ella si risentì, si passò la mano sulla fronte e susurrò con un filo di voce. — È una cosa del momento.... Ma son così debole, così stanca.... Andrei a letto.... Non c'è Norina?

— La chiameremo, ma intanto son qua io.

E la condussi quasi di peso nella sua camera, ove non c'era che un letto, ove da quattro anni ella dormiva sola come una fanciulla, come una vedova, peggio ancora, come una ripudiata. La spogliai con l'aiuto della Norina, e coricata che fu, le rassettai io stesso le coltri intorno alla persona, e sedetti accanto al suo capezzale.

— Veglierò io, — dissi alla cameriera, — andatevene pure.

Vegliai tutta la notte, pensando a Giovannino ch'era guarito, ahimè, a qual prezzo! all'Adele che stava forse per ammalarsi, ma sopratutto pensando alle colpe enormi che avevo sulla coscienza, e all'impossibilità di espiarle.

Io aveva potuto disprezzar l'Adele, aveva potuto preferirle delle donne da trivio, avevo potuto proporle una separazione!

Ella aveva finito col prender sonno; il suo respiro, affannoso sul principio, s'era fatto a poco a poco calmo e regolare: l'espressione della sua fisonomia era tranquilla; eppure io ero tanto inquieto! Ogni dieci minuti m'alzavo dalla sedia e andavo e guardar l'orologio dell'Adele ch'era posato sul cassettone vicino al lume da notte, e il suo uniforme _tic tac_, non so perchè, mi riempiva di tristezza. _Tic tac_, _tic tac_. I secondi succedevano ai secondi, ma le pulsazioni nel mio cuore eran molto più rapide!

Era strano. Non mi pareva d'esser degno di trovarmi a quell'ora nella camera di mia moglie, che era pur stata la mia camera nuziale, ma ch'io avevo stolidamente abbandonata. Quel profumo di donna onesta che spirava intorno m'involgeva tutto, mi penetrava per tutti i pori. Io carezzavo con la mano il semplice vestito dell'Adele gettato attraverso la spalliera d'una poltrona, toccavo la sua biancheria raggomitolata a' piedi del letto e involontariamente il mio pensiero correva ad altre alcove men pure, piene di una luce insidiosa, piene d'odori acuti, inebbrianti, sotto i quali s'indovinava però l'aria putrida e malsana. Vedevo agitarmisi davanti agli occhi le turpi visioni di nudità procaci, di veli ingialliti dai vapori della bettola, d'abiti dissimulanti le rattoppature sotto i lustrini, e mi vergognavo all'idea d'essermi ravvoltato in quella sozzura, io, marito, io, padre! La mia donna, la madre del mio bambino era lì, ma non avrei osato d'alzare un lembo delle sue coperte, non avrei osato deporre un bacio sulle sue labbra, più caste di quelle d'una vergine. Le ero vicino perchè la credevo malata; ma ella avrebbe potuto, svegliandosi, cacciarmi via e dirmi: Che libertà ti prendi? che fai, di notte, accanto al mio letto?

L'alba cominciava a penetrar nella camera attraverso le imposte socchiuse, e affacciandosi alla finestra si vedeva l'orizzonte listarsi di rosa. Un po' prima delle sei, l'Adele si mosse, aperse gli occhi e scorgendomi ritto al suo capezzale, diede un sobbalzo. — Tu, Roberto. Che ora è?

— Son quasi le sei.

— Ti sei alzato così presto?... Giovannino forse non istà bene?

— Giovannino ha sempre dormito, Giovannino dorme sempre come un angelo, — io risposi accostando l'orecchio all'uscio della camera attigua ove c'era il fanciullo con la bambinaja.

— E allora, — ella soggiunse cercando di raccapezzarsi, — non capisco.... Perchè sei qui?

— Ma tu come stai? — io chiesi.

— Oh.... Adesso mi ricordo.... Jersera debbo aver avuto un capogiro.... Ormai è passato.... Era una cosa da nulla.... Non c'era ragione che tu ti alzassi prima di giorno.

— Non mi sono alzato, — dissi timidamente,

— Com'è? dov'eri? Eri uscito di casa?

— Ero.... qui.

— Sei rimasto qui tutta la notte?

Non risposi nulla, ma il mio silenzio valeva quanto una risposta affermativa.

— Oh.... Roberto! — ella esclamò. — E mi fissò in viso i suoi belli occhi inteneriti.

Non ne potei più e mi gettai in ginocchioni appiedi del letto e, rompendo in singhiozzi, dissi tutto quello che mi stava sull'anima da tanto tempo. Le parole non me le rammento; so che non mi risparmiai nessun'accusa, che non tacqui nessuna bruttura della mia vita. E davo all'Adele i titoli più dolci: la chiamavo angelica, santa, divina, la dicevo salvatrice di nostro figlio, degna d'un uomo che avesse saputo comprenderla mentre io....

Ella faceva di tutto per calmarmi.

— No, Roberto, non è vero, ho avute le mie colpe anch'io; ero fredda, ero sprezzante, mi pareva di abbassarmi a confessarti il bene che ti volevo.... la disgrazia del nostro Giovannino ci avrà corretti tutti e due.... Ci ameremo di più e in questo amore intenso cercheremo tutti e due l'espiazione dei nostri peccati....

L'Adele parlava de' suoi peccati!

— Non mi respingi dunque? — io insistevo. — Non la esigi tu stessa la separazione...?

Ella non mi lasciò finire la frase. Chinandosi con mezza la persona dalla sponda del letto, mi cinse il collo con le sue morbide braccia; i suoi lunghi e folti capelli, sprigionatisi dalla cuffia che li teneva stretti, scesero a lambirmi le spalle, le sue lagrime si confusero con le mie, mentr'ella ripeteva con voce commossa:

— Povero Roberto, hai patito tanto anche tu in questi mesi!

I primi raggi del sole tremolavano sulla parete, una luce allegra innondava la stanza; di fuori gli uccelletti salutavano la primavera. E la primavera esultava nel mio cuore.

* * *

Son passati da quella mattina degli anni parecchi. Giovannino porta con disinvoltura la sua gamba di legno; è di statura piuttosto alta, di viso bellissimo, di umore uguale e sereno, è buono, è intelligente, è studioso. Alla scuola lo proclamano sempre il primo della classe; i suoi condiscepoli lo adorano, i suoi professori lo amano e lo stimano ed egli dice con un po' di baldanza: — Posso far quel che voglio, fuorchè il militare. — È l'unica allusione ch'egli faccia alla sua disgrazia.

Giovannino ha dei fratelli minori, vispi, sani, con tutte le loro membra intatte, e si può credere se l'Adele e io abbiamo cara quest'allegra nidiata di bimbi ch'è la miglior prova della nostra riconciliazione. Eppure, quando sentiamo batter sul pavimento la gamba di Giovannino, c'invade una tenerezza più profonda, una corrente elettrica passa attraverso di noi e ci ravvicina. Noi ci sforziamo di non mostrar nessuna preferenza, ma Arturo, ch'è il più malizioso dei nostri figliuoli, dice qualche volta: — Oh se parla Giovannino, gli si dà sempre ragione.

Il nostro primogenito ricambia liberalmente l'immenso affetto de' suoi genitori. Forse egli predilige un poco sua madre. E come potrebb'essere altrimenti? Le impressioni della prima infanzia non si scancellano; sua madre lo adorava quand'io affettavo verso di lui una indifferenza superba; e nella sua lunga infermità, chi lo assistette, chi vegliò al suo letto, chi seppe sorridergli, pur avendo la morte nell'anima?

Cinta da un ambiente di simpatia, l'Adele ha smesso l'eccessivo riserbo che la faceva apparir fredda e insignificante. Non v'ha nessuno ormai che non pregi la rettitudine e la sicurezza del suo criterio, e quando in casa mia si raccolgono alcuni amici fidati, è invalsa la consuetudine di lasciare a lei l'ultima parola in quasi tutte le discussioni. E la sua parola è sempre così temperata, così giusta!

Io ho trentacinque anni; ella ne ha trentadue, e ci amiamo come due sposi novelli, anzi nel caso nostro, ben più che quando eravamo sposi novelli. E dire che fummo in procinto di separarci! Ah! Giovannino non saprà mai che miracoli la sua gamba abbia fatto.

IL FRATELLO DEL GRAND'UOMO

Il signor Isidoro non è un grand'uomo, proprio no. Nessuno tra' suoi intimi amici ha mai arrischiato una proposizione così temeraria, nessuno tra' suoi conoscenti ha mai avuto il più lontano sospetto d'una cosa simile. Ma se il signor Isidoro non è un grand'uomo, egli è fratello di un grande uomo, e questa fortunata combinazione lo toglie alla sua oscurità. Il commendatore senatore Filiberto, fratello del signor Isidoro, è uno tra i personaggi più imbottiti di titoli che vi siano in Italia, e bisogna confessare che questi titoli egli non li deve alla fortuna, ma al merito. S'egli è oggi un pezzo grosso, è divenuto tale a forza d'ingegno, di studio e di perseveranza, e anche riconoscendogli i suoi difettucci conviene fargli di cappello e dire che egli è figlio delle sue opere. I suoi lavori scientifici gli apersero le porte delle principali accademie, la sua eloquenza gli aperse la carriera politica ov'era destinato a salire ai primi posti, gli eccelsi servigi resi al paese fregiarono il suo petto di croci.

Se il signor Isidoro non fosse stato fratello di un commendatore e senatore, egli sarebbe cresciuto tranquillamente in mezzo alle cassette di petrolio, ai barili di acciughe e alle botti di zucchero della sua casa Claudio Ferrarecci e figli, negozianti in più rami, casa fondata dal nonno suo, il signor Claudio, e continuata sotto la medesima ragione dai discendenti di costui. Tutt'al più il signor Isidoro avrebbe obbedito alla sua naturale inclinazione pavoneggiandosi dinanzi ai suoi avventori e trinciando giudizi sulle cose del giorno nella cameretta blù del caffè al _Mercurio Risorto_, ordinario convegno dei più cospicui rappresentanti del commercio locale.

Ma il signor Isidoro è fratello di un grande uomo, e ciò gli impone obblighi speciali e lo sforza a sollevarsi sopra le cassette di petrolio, i barili di acciughe e le botti di zucchero, e a tener d'occhio la situazione.

Sarebbe errore gravissimo il credere che il periodo più brillante dell'anno sia pel signor Isidoro quello in cui suo fratello viene a riposarsi in grembo della famiglia. Certo, in siffatte occasioni, il signor Isidoro si tiene stretto quanto più può ai panni del commendatore e senatore, e allorchè gli è a fianco saluta gli amici con un benevolo cenno della mano e con un sorrisetto di superiorità. Certo, in quell'epoca meglio che mai, egli può allargare la cerchia delle sue conoscenze, perchè il commendatore Filiberto incontra naturalmente per via molte persone autorevoli; e l'altro, se non è ancora in relazione con esse, tanto si agita, si dimena, si raschia, si soffia il naso, da attrarre la loro attenzione e da costringere il commendatore ad aprire una proposizione incidente e a dire a bocca stretta: _Mio fratello_. Il signor Isidoro s'inchina, ammiccando con l'occhio, come a significare: Egli è celebre, io no, perchè non ho voluto.

Soddisfazioni magre. In complesso, quando c'è il commendatore senatore, il nostro signor Isidoro è sacrificato, è schiacciato. Tutta la luce si concentra sul grand'uomo e a lui ne resta pochina davvero. Poi gli tocca tacere, e che supplizio è per lui! Poi gli tocca assentire ogni volta che il fratello parla, e anche questo gli pesa, perchè nel resto dell'anno egli dice sempre: Io sono indipendente.

Senza contare un'umiliazione più grossa. Talora, anche in mezzo della strada, il commendatore Filiberto, volendo conferire con qualcheduno, lo manda via senza tanti preamboli, e il signor Isidoro dopo uno di questi brutti congedi si trova assai sbilanciato. Qualcheduno, vedendolo, gli chiede maliziosamente: — E vostro fratello? — Avevo un affare e ho dovuto lasciarlo — egli risponde scambiando le parti. Ma la bugia gli lega la lingua, ed egli incespica, diventa rosso e coglie il primo pretesto per svignarsela.

È ben altra cosa quando il commendatore Filiberto è alla capitale. Allora il signor Isidoro diventa il legittimo rappresentante del grand'uomo, allora porta le ambasciate di lui a Caio ed a Tizio, ha ingresso libero dal prefetto, dal sindaco, dai giornalisti. E coi cittadini autorevoli per posizione o per influenza ama mostrarsi in pubblico, e li visita in teatro, e delizia della sua conversazione le loro consorti, nè abbandona il palco finchè non ha potuto in un modo o nell'altro affacciarsi al parapetto ed esser ben sicuro che trenta o quaranta individui almeno l'han visto. Le signore arricciano il naso e non nascondono la loro noia ai rispettivi mariti, ma i rispettivi mariti sono uomini pubblici, e il signor Isidoro è fratello di un uomo pubblico, di un uomo grande, influente, che ha lo zampino nei ministeri, ch'è un po' ombroso e con cui non bisogna guastarsi.

— Bella seccatura questi uomini grandi! — dice la consorte del sindaco, che ha la lingua lunga.

La _prefettessa_, più prudente, si guarda attorno e soggiunge a bassa voce. — Io li venero e li rispetto, ma vorrei che fossero figli unici.

Del resto, il commendator Filiberto non tien mica in gran conto il fratello e non gli affida mai uffizi i quali richiedano un singolare acume d'ingegno. L'indole degli incarichi è, su per giù, la seguente: consegnare in proprie mani una lettera chiusa, annunziare che il commendatore arriverà in tal giorno alla tale ora, e fissare un abboccamento, portare qualche rettifica alla redazione di un giornale. Ma il signor Isidoro attraversa la città come una nube grave di fulmini e sa dare a ogni inezia le apparenze di affari di stato.

— Novità? — gli si chiede per via vedendolo così misterioso e impettito.

— Ma!... Io non so nulla.

— Queste elezioni, eh?

— Chi può farsi un criterio?... C'è una confusione....

— Confusione grande, non è vero?

— Altro!... Vengo via adesso dal Prefetto dopo una conferenza di un'ora.

— Nespole! Di un'ora?

— Sì... Oh!... Chiacchiere!... Quel benedetto uomo non mi lascerebbe mai andarmene pei fatti miei.... Io gli dico sempre: _Tu_ sei un individuo meraviglioso, lavori tanto e trovi anche tempo da far queste lunghe cicalate.

Scopo del signor Isidoro, come si capisce, è quello d'incastonare nel discorso il pronome personale _tu_, a testimonianza della sua dimestichezza col Prefetto.

Pur si vorrebbe ricondurre la conversazione sul primo terreno. — Dunque, di queste elezioni, che dice il signor Prefetto?

— Uhm!... Sa... dice e non dice....

— Capisco.... Lei non vuol parlare....

— Oh non creda! — interpone il signor Isidoro facendo il bocchino da ridere. E si accommiata lietissimo di lasciare nel suo interlocutore la convinzione ch'egli sappia molte cose, ma _non voglia parlare_.

Talvolta lo si ferma per domandargli notizie del grand'uomo.

— E il commendatore sta bene?

— Bene, grazie.

— E non lo si vedrà per ora da queste parti?

Il signor Isidoro piega la testa da un lato, la sprofonda nella spalla, alza le due mani fino all'altezza delle orecchie, e tenendole aperte con le palme in fuori dice: — Mah!

— Potrebbe farmi il piacere, — prosegue timidamente l'altro guardandosi le punte delle dita — di fargli pervenire una lettera?... A mandargliela sciolta.... m'intende già.... uomini come il suo signor fratello ne ricevono ogni giorno a dozzine, e molte vanno a finire nella paniera.... Invece per mezzo d'un fratello che gode.... meritamente.... di tanta influenza.... è un'altra cosa.

Il signor Isidoro fa il prezioso, solleva dubbi, scrupoli, obbiezioni, ma finisce col lasciarsi persuadere, e conclude: — Insomma, mi mandi la lettera.... Vede, se ho fatto difficoltà non è per la cosa in sè.... ma pare che si voglia esercitare pressione....

— Dio guardi....

— E io invece non ho mai voluto ingerirmi in nulla.... Non ho voluto favori, nè onorificenze....

— Se avesse voluto....

— Non dico questo.... ma infine.... Gli è che io preferisco l'oscurità.... Basta, siamo intesi....

Detto ciò, il signor Isidoro si allontana pomposamente, superbo di vedere sollecitata la sua protezione.

Il signor Isidoro legge dalla prima all'ultima riga i discorsi che suo fratello pronuncia in Senato, legge i fogli politici tanto ministeriali che di opposizione, e se in questi ultimi vede qualche volta tartassato il grand'uomo, spiega una temperanza, un'equanimità da lasciare edificato l'uditorio.

— Io non appartengo a nessun partito.... io sono indipendente.... non guardo in viso a nessuno, io.... Mio fratello è una bravissima persona, ma anch'egli i suoi errori li avrà commessi.... Io non ho certo tutte le sue opinioni, nemmen per idea, e posso dire che nelle occasioni gli ho detto l'animo mio, e in qualche caso egli non ebbe a dolersi di avermi abbadato.... Non lo dico già per vantarmi.... Tutto dipende dal non essere uomo di partito....

— Sicuro; il partito rovina tutto, — osservano, sorseggiando il caffè i sapientoni del _Mercurio Risorto_.

Durante un cosidetto rimpasto ministeriale si diffuse la voce che il commendatore Filiberto potesse esser chiamato a formar parte del Gabinetto. Bisognava vedere il signor Isidoro in quei giorni. Che maestà olimpica nella sua persona, che gravità piena di significato nelle sue frasi, che eloquenza nei suoi saluti e nelle sue strette di mano!

Gli adoratori del sole che sorge gli si affollavano intorno più ossequiosi che mai, serii s'egli era serio, faceti s'egli era faceto, sollecitanti il suo patrocinio con lo sguardo e con le parole.

— Chiacchiere dei giornali, — diceva l'egregio uomo, — tutte chiacchiere.... Non c'è nulla di positivo.... Mio fratello non si è ancora deciso.... Ha scritto anche a me per domandare il mio parere.... Io sono franco.... l'ho sconsigliato....

— Oh.... questo poi....

— Ma, caro signor Isidoro....

— Sì, sì.... Il potere?.. Brighe, fastidi.... niente altro.... Esser servi di tutti, avere una folla di nemici, vedersi messi in berlina per le gazzette, ecco ciò che significa stare in certi posti.... Meglio l'essere oscuri, mille volte meglio.... Almeno io la ho sempre pensata così.

Ma mentre parlava in pubblico su questo tuono, il signor Isidoro scriveva due volte al giorno al senatore commendatore per eccitarlo a romper gli indugi, ad accettare il portafoglio, a dar questo nuovo lustro al nome dei Ferrarecci.

La combinazione ministeriale in cui doveva entrare il commendatore Filiberto andò fallita, e svanirono con essa le splendide prospettive del signor Isidoro. Egli cercava di fare il disinvolto e diceva: — Meglio così.... L'avevo sconsigliato anch'io....

Quindi riscaldandosi da sè, come avviene sovente, egli si scagliava contro la politica. — Io predico sempre a mio fratello che si ritiri, che di gloria ne ha ormai abbastanza, che avrebbe diritto di riposarsi.... Tanto e tanto nessuno gli è grato perchè si ammazza lavorando da mattina a sera.

Però quando un giorno un suo conoscente gli fece la burletta di dirgli a bruciapelo: — Mi assicurano di aver letto in un giornale che tuo fratello rinuncia a tutti i suoi uffici e rientra nella vita privata, — il signor Isidoro divenne bianco come un cencio lavato, corse prima a casa a veder se ci fossero lettere del commendatore, poi al caffè a leggere i fogli e non ebbe pace finchè non acquistò la certezza che in quella notizia non c'era ombra di vero.

Eppure, alla stretta dei conti, che cosa ci guadagna il signor Isidoro dalla posizione di suo fratello, se in tanti anni non è stato fatto nemmeno cavaliere della Corona d'Italia? Non inarchi le ciglia, gentile lettrice; pare impossibile, ma è così. Il commendatore Filiberto, scrupoloso com'è, vedrebbe malvolentieri accordato a un membro della sua famiglia uno speciale favore che si potesse ritenere attribuibile all'influenza di lui. Meglio quindi non recargli questo dispiacere, perchè se il dare una croce costa poco, il non darla costa ancora meno.

Infine, siam giusti, il signor Isidoro è persona discreta. Gli basta farsi credere depositario di segreti che non ha, stromento di concessioni che non può ottenere, gli basta sopratutto poter seccare il prossimo all'ombra della riputazione fraterna. E in quest'ultimo punto egli riesce a maraviglia, ve lo assicuro. Ci riesce quando vi trova per la strada e quando viene a visitarvi a casa, ci riesce quando vi dice le sue opinioni e quando vi domanda le vostre, ci riesce quando è loquace e quando è taciturno, quando parla grave e quando vuol essere arguto, quando è lusinghiero e quando è accigliato. Dio buono! Ho paura che ci riesca anche quando inspira le pagine d'uno scrittore. Signora lettrice, se si è annoiata davvero, non se la pigli meco, ma ne dia la colpa a _lui_, al fratello del grand'uomo. Egli ha tanti di questi peccatacci sulla coscienza che si può affibbiargliene un altro senza rimorso.

IL COLPO DI STATO DI CLARINA

Quando Clarina se ne avvide, cominciò coll'esserne stupita, poi gliene dispiacque, e finalmente, a forza di pensarvi, giudicò che la cosa era naturalissima, che doveva farsi, e doveva farsi anzi per mezzo suo.

— Se ne avvide? E di che? E che modo di raccontare è questo?

Il lettore ha ragione. Mi pento, e comincio secondo le regole....

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Il salotto da pranzo non è nè troppo grande, nè troppo piccolo, è ammobiliato senza lusso, ma con discreta eleganza: un lume a petrolio in mezzo alla tavola vi spande un sufficiente chiarore.