Alla finestra: Novelle

Part 11

Chapter 113,718 wordsPublic domain

Era uno strazio superiore alle mie forze, tantochè quando veniva il dottore, io sentivo un bisogno prepotente di prender aria. Mia moglie, beata lei, col suo carattere flemmatico poteva assistere alla medicatura, tener ferma la gamba del povero malato, e meritarsi il titolo d'infermiera modello. Quand'io, addolorato davvero dalle sofferenze del bambino, lasciavo scapparmi dal labbro due o tre imprecazioni, ella trovava ancora il modo di sorridere, e di dire: Che ci si guadagna a prendersela con la Provvidenza?

Del resto io non mi meravigliavo della sua calma ma della sua robustezza fisica. A primo aspetto, la si sarebbe giudicata piuttosto una donna gracile, ma conveniva pur ch'ella avesse una fibra d'acciaio per non ammalarsi vegliando quasi tutte le notti, standosene sempre chiusa fra quattro muri. Ero molto più patito io che pure mi coricavo regolarmente ogni sera e passavo fuori di casa la maggior parte della giornata. Questione di temperamento, di nervi: mia moglie non aveva nervi.

Erano passate quattro settimane dacchè Giovannino s'era fatto male alla gamba, e il nefasto tumore che gli si era formato non accennava menomamente a guarire. I due medici alla cura si mostravano un po' imbarazzati a rispondere alle nostre interrogazioni; _speravano_ che tutto sarebbe finito bene, ma dovevano convenire che la cosa tirava assai in lungo, e che s'erano manifestate delle complicazioni inattese. Su un milione di cadute che fanno i bimbi, appena una porta simili conseguenze. Questo colpo di fortuna era toccato a noi.

L'Adele, seria ma tranquilla, espresse il desiderio di sentire un terzo parere. Questa volta si ricorse a un chirurgo celeberrimo d'un'altra città, uno di quegli omenoni le cui parole valgon tant'oro. E lo dico senza metafora.

Egli esaminò per un'ora buona la gamba di Giovannino, toccando, premendo, introducendo la sonda senza misericordia. Giovannino avrebbe fatto pietà ai sassi. Io sudavo freddo e dovetti uscir di camera a tre riprese. Mia moglie, tenendo strette le mani del povero martire, non faceva un movimento, non diceva una parola. Aveva gli occhi asciutti, le labbra inchiodate.

Dopo l'esame locale vi fu l'esame generale che parve dar risultati soddisfacenti. Malgrado delle sue tendenze linfatiche, Giovannino era robustissimo. I tre medici si ritirarono in un angolo della camera a conferir tra loro; poi suggerirono d'accordo una nuova cura. Se non riuscirà nemmen questa.... — disse il dottor Allinori, ch'era l'ultimo chiamato.

— Allora? — chiese mia moglie con un filo di voce.

— Allora sarà necessario pensare a qualcos'altro — soggiunse il chirurgo senza spiegarsi di più.

Quand'egli s'accomiatò, io lo seguii nell'andito, gli misi in mano un biglietto di banca di grosso taglio, e susurrai: — Ebbene?

— Eh, si fa un altro esperimento...

— Ma non crede che se ne verrà a capo?

— Speriamo di sì... Se no bisognerà prendere un partito estremo...

— Quale?

— Oh!... Adesso è inutile... Se ne riparlerebbe...

— No, dica dica... Quale partito?

Il dottor Allinori abbassò la voce.

— L'amputazione.

S'intese un grido represso. Era mia moglie. Ella ci era venuta dietro in punta di piedi, e perchè l'andito era buio, aveva potuto avvicinarsi inavvertita e sentir la terribile parola pronunziata dal dottore.

— Signora, signora, — disse costui dolente dell'accaduto. — Non si sgomenti... Sono eventualità remote... Noi medici dobbiamo preveder tutti i casi.

L'Adele si era già ricomposta.

— Lo so, — ella rispose. — Ma tornerà, non è vero?

Si stabilì che il dottor Allinori sarebbe tornato di lì a quindici giorni. E intanto si sperò nella nuova cura.

L'idea dell'amputazione era orribile. Io non riuscivo nemmeno a concepire quel demonietto di Giovannino senza una gamba. E dire che quelle sue belle coscie di rosa e di latte, que' suoi polpacci sodi erano il grande orgoglio di sua madre, la quale, appena capitava un conoscente, non sapeva far di meglio che alzare il gonnellino del bimbo e magnificarne le forme piene e rotonde. Tutte cose ch'io avevo apprezzate poco finchè Giovannino era sano, ma che apprezzavo moltissimo oggi che la fatalità veniva a colpir così crudelmente la povera creaturina. Sì, lo confesso, ora soltanto cominciavo a provar davvero il sentimento della paternità; la gamba di Giovannino m'apparteneva; io non dovevo permetter che il ferro d'un chirurgo la tagliasse. E cercavo di tirar dalla mia parte mia moglie, di strapparle una feroce, una decisiva protesta contro la barbarie che si tramava a nostro danno. Ella si contentava di rispondere: — Speriamo che non ce ne sia bisogno.

Giovannino non soffriva sempre. Egli aveva i suoi lucidi intervalli, in cui rideva, scherzava come una volta. Avevamo fatto fare apposta per lui una carrozzetta a molle, da tirarsi a mano, ch'era una maraviglia. E quando il tempo era bello, lo si conduceva in giardino e anche fuori di casa, ed egli beveva avidamente l'aria libera e il sole, e si deliziava nel profumo dei fiori e nel volo capriccioso delle farfalle, egli che, fino a poco tempo addietro, era una farfalla ed un fiore. Bisognava tenerlo fermo sul sedile, perch'egli, dimenticando il suo male, avrebbe voluto ogni momento saltar giù e mettersi a correre come facevano gli altri fanciulli. O perchè doveva egli esser diverso dagli altri fanciulli? Del resto, egli non aveva alcuna coscienza della gravità del suo stato. Calcolava sempre di alzarsi _domani_, di tornar _domani_ quello ch'era una volta. La sua mamma secondava queste fantasie; io, quand'ero presente a tali discorsi, duravo fatica a frenar le lagrime. Allorchè la bambinaia era stanca di tirar la carrozza, Adele, ch'era la sola ad aver autorità sul piccolo malato e che doveva quindi stargli sempre a fianco per impedir ch'egli si movesse, mi diceva: — Roberto, mettiti un po' tu al posto della Lisa. — Io obbedivo, e principiavo a far confidenza con mio figlio. Era pur bello Giovannino! Il vento scompigliava sulla sua candida fronte i suoi ricciolini biondi e tingeva in rosa le sue guancie pallide. Gli occhi perdevano per un istante la loro espressione di sofferenza e riacquistavano un raggio dell'antica luce. I suoi braccetti sottili si agitavano con voluttà e le sue manine battevano una contro l'altra.

— Com'è bello! — esclamai un giorno davanti all'Adele.

— Oh! — ella rispose. — Adesso?

E le sue pupille s'inumidirono e parvero guardar nel passato.

Ella intendeva dire: — Una volta era bello!

E io una volta ci badavo appena!

Ogni mattina, anche quando non veniva alcuno dei dottori, l'Adele medicava la gamba del bimbo, ed ella si disimpegnava dell'ufficio delicato con una sicurezza, con una calma, con una sollecitudine ammirabili. Si sarebbe detto ch'ella fosse vissuta dieci anni in un ospitale come assistente chirurgica. Era innegabile; mia moglie aveva le sue buone qualità, ed era per lo meno strano ch'io volessi separarmi da una donna simile, mentre tanti mariti... basta.... Ma d'altra parte, c'era quella benedetta incompatibilità di carattere. E poi la separazione era desiderata dall'Adele quanto da me!... Beninteso che non si poteva pensarci finchè durava la malattia di Giovannino. Quand'egli fosse guarito, sarebbe stata altra cosa.... Ma se non fosse guarito?... Era una idea ch'io respingevo da me, ma che tornava inesorabilmente ad angosciarmi.... Se non fosse guarito?... Certo allora la separazione sarebbe stata ancora più facile; che vincolo avrebbe tenuti stretti l'Adele e me?... Se non fosse guarito?... Oh! Era orribile!

Io che non mi sentivo in grado di star presente alla medicatura, domandavo sempre all'Adele: — Dunque? — Ma pur troppo nè da lei, nè dai medici mi riusciva ottenere una risposta favorevole.

La nuova visita del dottor Allinori ebbe un risultato sconfortantissimo.

— Pur troppo non c'è nessun miglioramento, — egli disse, rispondendo agli sguardi ansiosi dell'Adele e di me.

E tentennò il capo e discorse sottovoce co' suoi colleghi.

— Si può aspettare ancora un poco, — egli concluse prendendomi da parte. — Chi sa?... La natura fa miracoli.... Ma se il miracolo non viene, è inutile, bisogna ricorrere all'ultimo mezzo che suggerisce la scienza.

Gli altri assentirono.

— L'amputazione! — esclamai.

La tremenda parola m'abbruciava la lingua e io attorcigliavo rabbiosamente il fazzoletto intorno alle dita.

Mia moglie non tardò a raggiungerci. Ella aveva indovinato tutto. Mi pose la mano sulla spalla, e bisbigliò:

— Coraggio!

Era lei che faceva coraggio a me!

— Urgenza vera non ce n'è, — riprese il dottor Allinori. — Ma non bisogna attender che il male sia eccessivamente progredito, se non si vuol trovare il corpo esausto di forze.... Io devo esser qui di nuovo verso la fine della ventura settimana, e allora....

— Sono poi sicuri di salvarlo con l'amputazione? — interruppe mia moglie con voce più ferma di quella che avrei avuto io.

— La sicurezza assoluta non si ha mai, ma si può avere una sicurezza relativa.... Se il bambino non fosse robusto, se tutti i suoi visceri non fossero sani, se il male che gli si è manifestato non avesse avuto una causa traumatica, confesso che non oserei consigliar questa prova.... che è grave.... Ma insomma, nel caso nostro, un sessanta per cento di probabilità favorevoli ci deve pur essere.

— Un sessanta per cento! — diss'io cupamente. — E gli altri quaranta?

— Caro ingegnere, — ripigliò il dottore, — siamo in burrasca e non dobbiamo farci illusione.... Un sessanta per cento di probabilità favorevoli val meglio che un novantanove per cento di probabilità sfavorevoli.

— Dunque non c'è altra uscita? — chiesi di nuovo con l'angoscia nell'anima.

— Se in otto o dieci giorni non nasce una crisi benefica, non ne vedo altre, — replicò il dottore. — Almeno questo è il mio parere. Che ne dicono i miei colleghi?

I suoi colleghi dicevano quello che diceva lui. Parevano due pappagalli.

Non ne potevo più e uscii dalla camera, mentre mia moglie ripeteva al dottore Allinori:

— Dunque lei tornerà nella settimana ventura?

Nella giornata colsi un momento in cui Giovannino dormiva per parlare a quattr'occhi con l'Adele.

— No, no, — dissi, — i medici possono predicar finchè vogliono, noi non dobbiamo lasciar tagliare la gamba a Giovannino. Farne uno storpio, farne un infelice... no, no, non lo dobbiamo assolutamente.

— Ma se ci muore?

— Sarà una disgrazia, sarà una disgrazia immensa, ma non avremo commesso una barbarie.... Non lo avremo sacrificato al nostro egoismo....

— Roberto! Roberto! E si può lasciarlo morire? — ella proruppe con un grido straziante.

Io volevo risponder di sì, ma invece mi presi la testa fra le mani e la scossi con violenza.

— Maledetta la medicina, maledetti i medici. Tutti ignoranti, tutti impostori, tutti ciarlatani!... Uno non ce n'ha da essere a modo?

A un tratto scattai dalla sedia esclamando con logica ammirabile:

— Voglio consultarne un altro ancora.... sarà il quarto.... Tanto fa.... Andrò a cercarlo in capo al mondo, se occorre.

L'Adele non mi contraddisse, ma evidentemente ella non isperava nulla da questo nuovo consulto ch'io ero deciso a fare, non sapevo ancora con chi.

Passò qualche giorno prima ch'io fissassi le mia scelta fra le tre o quattro celebrità che m'erano state additate. Diedi finalmente la preferenza a uno ch'era allora in gran voga e che abitava in Firenze, e risolsi di fare una corsa io stesso in quella città affine di condurlo meco.

— Portami un gingillo nuovo da Firenze, — disse Giovannino.

Egli aveva intorno a sè una collezione di giocatoli, parte interi, parte sciupati. C'era una dozzina di soldatini di piombo, c'eran fantocci che a dar loro una spinta facevan prodigi acrobatici, e agnelli belanti, e sorci che si caricavano e correvano per la camera, c'era un convoglio di strada ferrata, un paio di cavalli zoppi, un pesce dalle squame d'argento, un teatrino cogli scenari a colori, una cucina di stagno, alcune scatole di cubi da costruzione, una lanterna magica coi vetri rotti, tutta roba accumulata giorno per giorno in questi mesi di malattia. Ma qualunque cosa Giovannino ci avesse chiesto, l'Adele ed io ci saremmo gettati nel fuoco per contentarlo. Io gli promisi il gingillo nuovo, ed egli mi baciò sorridente. Era magro, era pallido. Povero Giovannino! Quel sorriso su quel volto bianco e sparuto mi fece un senso!...

— Torna presto, — mi raccomandò l'Adele accompagnandomi fino alla scala.

— Posdomani son qui.... E tu, se c'è qualche cosa di nuovo, telegrafa all'_Albergo del Nord_.

— S'intende.

Ci stringemmo la mano senz'aggiunger parola. In verità nessuno avrebbe creduto che noi fossimo due coniugi risoluti a dividersi.

Il diavolo ci aveva messo la coda. Io avevo fatto i conti senza la politica; il mio Ippocrate era senatore, e come tale si trovava a Roma. In quel momento devono essermi scappate fuori delle grandi eresie. Devo essermela presa coi medici senatori, e fin qui manco male, ma poi devo aver imprecato anche al trasporto della sede del governo a Roma, e, Dio non voglia, persino al regime parlamentare.

Stetti un po' perplesso sul da farsi, ma m'ero tanto incaponito nell'idea di questo consulto che finii per prendere il treno diretto per Roma. Naturalmente, prima di partire, telegrafai all'Adele affinchè non si mettesse in pena pel mio ritardo.

A Roma, un nuovo contrattempo. Era domenica e il mio grand'uomo era andato a pigliar aria a Frascati. Lo si aspettava di ritorno la sera a mezzanotte. E io fin dalle undici ero nel suo salottino a contare i minuti. A mezzanotte e un quarto il luminare della scienza medico-chirurgica italiana arrivò e parve bastantemente annoiato di trovar gente in casa sua. Quando gli ebbi esposto il motivo della mia venuta e la mia intenzione di condurlo meco:

— Impossibile, — egli disse, — assolutamente impossibile. Domani va in discussione al Senato il codice sanitario, e io devo sostenere il lavoro della Commissione di cui faccio parte.

— Ma posdomani?

— Oh non son cose che si spicciano in un giorno, — egli rispose con una cert'aria, come se volesse dire: «da che mondo viene?» Poi soggiunse, guardando verso un uscio che doveva esser quello della sua camera da letto: — Mi dispiace....

Io non sapevo risolvermi ad andar via, e volli almeno riferire succintamente il caso, e sentire un parere.

— Quando non si vede il malato, — egli disse, — è molto difficile pronunciarsi. Ma la cura seguìta mi par la migliore. Lei è benissimo appoggiato.... il dottor Allinori sopratutto è un uomo di polso.... Dissentiamo su alcuni principii fondamentali della scienza, ma nel resto siamo d'accordo.... In questo caso poi avrei fatto anch'io come lui.

— Ma adesso? Che farebbe adesso?

— Eh, ritengo che farei l'amputazione.

— Si alzò dalla sedia, mi accompagnò cortesemente fino all'uscio, rifiutò qualunque compenso per le sue chiacchiere e mi diede la buona notte.

Di lì a un paio di settimane, forse, se avessi ancora avuto bisogno di lui, avrebbe potuto venire... Grazie tante.

— Bel costrutto ch'io avevo cavato dal mio viaggio a Roma! Ero assente di casa da quattro giorni e non sapevo nulla di Giovannino. L'Adele, anche volendo telegrafarmi a Roma, non avrebbe saputo dove dirigermi il dispaccio, perch'io m'ero dimenticato di dirle ove andavo ad alloggiare. Le inviai un altro telegramma annunziandole che rinunciavo per forza al nuovo consulto e che mi rimettevo tosto in cammino per ripatriare. Mi facesse trovar notizie alla stazione di Firenze.

Alla mattina presi la prima corsa per l'Alta Italia. Fatalità su fatalità! Un disgraziato ritardo a Orte ci fecer perder la coincidenza a Firenze. Bisognava aspettare cinqu'ore.

Trovai alla stazione un telegramma così concepito:

_Non ci sono guai. Ti attendo. Hai ricevuto un altro dispaccio che ti spedii due giorni fa all'Albergo del Nord?_

ADELE.

Un altro dispaccio? Non seppi resistere alla curiosità di leggerlo e presi un _fiacre_ che mi conducesse al _Nord_. Avevo tempo d'avanzo d'andare e tornare. Ecco il dispaccio che s'era incrociato col mio e che quindi era stato spedito prima che l'Adele sapesse della mia partenza per Roma:

_Il dottore Allinori, il quale anticipò la sua venuta, dice che non c'è più tempo da perdere. Torna subito, subito, subito._

Queste parole mi misero la morte nell'anima. Cos'era successo di nuovo? È vero che il dispaccio posteriore era molto più tranquillante, ma in ogni modo, senza una grave ragione, Adele non mi avrebbe scritto così.

Non c'era tempo da perdere! Ciò significava che era necessario di far tosto l'amputazione, quell'orribile, quell'abbominevole amputazione! E mi si chiamava ad assistere a tanto strazio, si voleva ch'io fossi presente mentre si storpiava mio figlio!

Non c'era tempo da perdere! E intanto io avevo fatto perdere due giorni con la mia gita a Roma, e ne facevo perdere un terzo colla mancata coincidenza di Firenze! Mi pareva di vederlo il dottor Allinori, in camera del malato, coi suoi strumenti di tortura in mano, non aspettando altro che la mia venuta per tagliare senza misericordia.

E se non ci fosse più tempo davvero? Se i miei indugi fossero stati fatali? Se ormai io non avessi che da veder morire Giovannino? Volli persuadermi di nuovo che era meglio vederlo morto che storpio, ma non ci riuscii. Anzi mi adirai meco stesso per le mie esitanze passate e dicevo:

— Sì, sì, lascerò che gli facciano l'amputazione, lascerò che gli facciano tutto quello che vogliono pur che me lo salvino.

Viaggiai in uno stato d'inquietudine, d'ansietà ch'è facile immaginare. Alla stazione non c'era nessuno; infatti non si sapeva con che corsa sarei arrivato.

Giunto a casa, salii le scale in un lampo. Adele m'aveva sentito e m'era venuta incontro sul pianerottolo. Il suo aspetto mi fece paura, ella era bianca come un cencio lavato.

— Ebbene? — chiesi con voce soffocata.

— Ora dorme. Speriamo.... Entra.... Dio, povero Roberto, come hai la cera scomposta!

— E tu Adele, se ti guardassi nello specchio.... Ma cos'è nato? Dimmi tutto.

— Adesso; vieni dentro.

Mi lasciai condurre macchinalmente in salotto da pranzo.

— Avrai fame, — osservò l'Adele andando verso la credenza.

— No, non ho fame, non ho nulla. Voglio saper la verità vera su Giovannino. Dov'è il dottore Allinori?

— È partito.

— Come partito? Bisogna richiamarlo subito. Non c'è tempo da perdere, me l'hai telegrafato tu stessa.... Non mi oppongo più, sai, non mi oppongo più all'amputazione....

— Ah no! — ella esclamò con un accento di gioia che mi parve molto singolare, in quell'istante, alla vigilia d'una prova così terribile.

— Ma facciamo presto, — soggiunsi. — Voglia il cielo che non si sia aspettato anche troppo.

— Roberto, — ripigliò l'Adele afferrandomi tutte due le mani, — tu mi perdonerai dunque?

— Perdonarti? Perdonarti che? Parla per amor del cielo.... C'è qualche disgrazia che non osi parteciparmi?

— No, te lo giuro, disgrazie no.... Anzi....

— Sei così imbarazzata.... Oh insomma voglio veder Giovannino.

E mi svincolai a forza da lei.

— Un momento, — ella gridò. — Ascolta.

Mi trattenni sulla soglia.

— Ti telegrafai a Firenze che il dottor Allinori diceva non esserci tempo da perdere, e, aggiungevo: _torna subito, subito, subito_.

— Sì.

— Quel telegramma non l'hai ricevuto allora?

— No. Ero partito per Roma, e lo trovai al mio ritorno, di passaggio per Firenze.

— Esso s'è incrociato con un dispaccio tuo che mi annunziava appunto questa partenza per Roma senz'indicarmi dove potessi farti avere mie notizie.

— È vero; l'avevo dimenticato.

— Pensa com'io rimanessi apprendendo che, invece di tornare immediatamente, ti allontanavi.

— È stata una fatalità.

— Il dottor Allinori aveva consentito a rimanere un giorno, ma non più d'un giorno, perchè serii impegni lo chiamavano altrove. Poi c'era urgenza.... le cose s'erano aggravate nella settimana.... d'ora in ora poteva formarsi la cancrena.

Io cominciavo a presentire il vero, ma non avevo forza di articolare una parola. Ero tutt'orecchi, respiravo appena.

Mia moglie continuò:

— Mi si disse: signora Adele, si sente in grado di prender sopra di sè una grande responsabilità?

— Dio! Credo d'aver capito.

— Ma me lo salveranno? — io gridai. — E i medici tutti e tre d'accordo: Sì, glielo salveremo, vedrà. Abbia fede in noi, abbia fede nella Provvidenza.... Se non ci lascia fare, quello è un bambino morto. Morto! Intendi, Roberto? Morto!

— E tu?

— Io risposi: la grande responsabilità me l'assumo. Facciano.... Ti vien male, Roberto?

— No. Continua.... L'amputazione?

— Fu eseguita or sono due giorni.

L'Adele era ritta davanti una seggiola tenendosi forte alla spalliera. Io mi copersi il viso con le mani ed esclamai:

— Povero il mio Giovannino! Povera creatura! E ha potuto resistere?

— Gli si fece respirare il cloroformio. Egli mi guardò co' suoi begli occhi pieni d'affetto e di sgomento, e mi disse: «Mamma, cos'è questo? No, mamma, no.» Scosse il capo due volte, alzò la mano come chi vuol scacciar via un insetto molesto, e poi cadde in un letargo. Allora....

— Oh taci. Eri presente?

— Volevano mandarmi in un'altra camera. Figurati se ci sono andata. Rimasi là sino alla fine, pochi minuti, un secolo, non so.... Vidi tutto, sentii tutto.... oh il suono stridulo di quella sega l'ho qui nell'anima.... quel sangue lo vedrò scorrer sempre, sempre.... E quando l'operazione fu terminata, e quella povera gamba che aveva tanto patito fu gettata in un angolo come un inutile arnese, oh te lo giuro, credetti che la mia forza d'animo m'abbandonasse e fui lì lì per cadere come corpo morto. Ma mi sostenne un pensiero. Giovannino era assopito; bisognava farlo rinvenire. Non dovevo esserci io, la sua mamma? Ce ne volle a svegliarlo, sai. Due volte i medici si guardarono muti; io guardavo loro; che momenti! che spasimo! Alla fine il bimbo mosse un poco le braccia, aperse a fatica gli occhi e mi cercò, oh mi cercò subito. «Mamma, non voglio più quel cattivo odore.»

— Ma alla gamba non si sentiva uno strazio?

— No.... allora no.... Più tardi....

— Oh basta, basta....

E mi misi a piangere come un fanciullo.

— Adesso, — ella soggiunse per consolarmi, — egli non sente quasi più dolore; s'è rassegnato alla perdita della sua gamba; dice: «Brutta gamba, han fatto bene a buttarti via.»

Io seguitavo a piangere.

— Proprio non mi perdoni? — ella riprese timidamente.

— Perdonarti? — io proruppi. — Perdonare io a te?... Sei tu che devi perdonarmi, Adele....

E avrei continuato. Ma ella m'impose silenzio.

— Non una parola di più, Roberto, non una parola, per carità.... almeno finchè Giovannino non sia fuori di pericolo.... Sei convinto che ho agito pel meglio e mi basta. Qualunque cosa tu soggiungessi, mi sarebbe oggi di cattivo augurio.

— E questo pericolo fino a quando durerà?

— Altri otto, altri dieci giorni, non si può dire con precisione. S'è avuta tanta pazienza, abbiamone ancora.

. . . . . . .

Gli otto, i dieci giorni passarono, non senza che di tratto in tratto Giovannino ci desse qualche ragione d'inquietudine e mettesse in pensiero i medici. Ma, in capo a due settimane, ogni traccia di febbre svanì, e il sedicesimo giorno, un mercoledì, oh me lo ricorderò sempre, il dottor Allinori, che era venuto a visitare il suo piccolo malato, strinse la mano a mia moglie in aria di trionfo, esclamando:

— Non glielo avevo detto, signora Adele, che lo avremmo salvato? Metta dunque il suo cuore in pace dopo tante burrasche; il suo Giovannino è salvo. Pur troppo egli crescerà senza una gamba, ma crescerà sano e diverrà un bel ragazzo ugualmente. — Quindi, indirizzandosi a me, soggiunse, da quell'uomo franco ch'egli era: — E lei, ringrazi sua moglie; senza la signora Adele, il fanciullo sarebbe morto da un pezzo.