Alla finestra: Novelle

Part 10

Chapter 103,812 wordsPublic domain

«Una bomba che scoppia in mezzo a un gruppo di soldati non produce un effetto più subitaneo. Quasi nello stesso punto Giulietta ritrasse il viso vergognosa, sgomenta, supplichevole, e Ugo, rizzandosi con la persona, lasciò andare la mano di lei ch'egli teneva nella sua mano. Molti e molti anni dopo egli mi confidava i pensieri che gli erano passati nell'anima in quell'istante solenne. Vi sono di questi momenti che decidono dell'avvenire, e nei quali le impressioni più disparate si succedono, si accumulano, si combattono nella mente con la rapidità della folgore, lasciandovi un solco che il tempo non potrà cancellare. E abbenchè la vecchiezza inesorabile lo abbia raggiunto, infiacchendogli le membra, imbiancandogli la chioma, Ugo rivive ancora a quei sentimenti, a quelle impressioni. Egli la vede ancora, la donna bellissima, com'ella era in quel giorno, spaventata, indifesa contro le seduzioni che ella infantilmente aveva evocate, la vede ancora con la chioma disordinata, con gli occhi pieni di lacrime, di voluttà, di terrore, con le labbra scolorite, tremanti, che parevano dire: — Se tu non hai pietà di me, io non ho più forza per resistere. — Ugo rammenta ancora la lotta breve ma terribile ch'egli dovette durare, quando a fronte della sperata ebbrezza dei sensi, egli pensò all'ignominia di cui stava per macchiarsi sorprendendo la virtù di una soave ed ingenua creatura, al disprezzo eterno ch'egli avrebbe provato di sè medesimo se avesse tradito l'ospitalità di un amico d'infanzia, al lutto che sarebbe piombato per colpa sua in quella casa. Due voci gli parlavano al cuore: l'una gli diceva — _osa_ — l'altra lo ammoniva — _fuggi_. — Beato lui che udì la voce più onesta, beato lui che, composto il volto a una dignità dolce a un tempo e severa, potè fisar con ferma pupilla la smarrita giovinetta, e prendendole ambe le mani, esclamar — _Perdonate_. — Uscì frettoloso di quella stanza senza più guardar indietro a sè, e sceso nello studio dell'amico suo subì pazientemente la lettura della sua memoria sulla legislazione mineraria, facendo le viste di approvarla quantunque avesse ben altro pel capo. Il tempo minaccioso aveva fatto metter da parte la gita ideata, onde Ugo ed Alberto s'intrattennero a lungo di vari argomenti. Non oserei dire che le risposte d'Ugo fossero tutte a proposito, ma l'altro era così dolcemente maravigliato di poter discorrere de' suoi soggetti favoriti che non s'accorgeva nemmeno delle distrazioni del suo interlocutore. Il fruscio d'una veste femminile interruppe quel colloquio, e una vaga e spigliata personcina comparve sulla soglia. Era Giulietta. Ugo impallidì, ma quand'ebbe posto gli occhi sulla donna leggiadra, vide ch'ella non serbava più traccia del passato turbamento, ch'ella era tornata la semplice e leale Giulietta del tempo addietro. E si propose di non esser da meno di lei. Ella si fece strada in mezzo a quella grande confusione di seggiole, e venne direttamente verso suo marito che, infatuato nella discussione com'era, avrebbe avuto una voglia matta di corrucciarsi, ma fu disarmato dalla bellezza di lei e da un certo che di malinconico che v'era nel suo sorriso.

«Giulietta pose una mano sulla spalliera della seggiola e guardando gli scartafacci pieni di scancellature che stavano in disordine sul tavolino, chiese:

« — Si potrebbe sapere che cosa hai scritto di bello questa mattina?

«Egli si girò con mezza la persona, e fisando sua moglie con faccia sorridente, le porse l'ultimo foglio che aveva vergato, e le disse:

« — Guarda.

« — Oh, Dio buono — esclamò Giulietta — chi vuoi che possa capir nulla in mezzo a tutti questi sgorbi?

« — E bisogna pur che capiscano — rispose Alberto — perchè questo manoscritto, come tu lo vedi, deve andare a Firenze.

« — Impossibile, impossibile; ce ne va di mezzo il tuo decoro.

« — Carina mia, convien fare di necessità virtù. Sai pure che non ho segretario.

«Giulietta si chinò verso suo marito, e bisbigliò a mezza voce:

« — E se mi provassi io medesima a copiare questi tuoi geroglifici? Tu lodavi tanto la mia calligrafia.

«Alberto la guardò trasognato.

« — È la prima volta che tu mi fai una di queste offerte.

« — Perchè è la prima volta che tu mi fai una di queste confidenze.

« — Ma parli proprio sul serio?

« — Serissimamente.

«Alberto, egoista come tutti gli uomini affaccendati, non se lo fece dire due volte, ma dando anzi una più larga interpretazione alle parole di lei, soggiunse vivamente:

«Sei la più cara e gentile sposina del mondo. Dunque sarai proprio il mio segretario?

« — Veramente non avevo detto questo — osservò ella con grazia — ma, insomma, non voglio dire di no.

« — Ah mio caro Ugo — proruppe Alberto fuori di sè per la contentezza — quando tu capiti in casa mia ogni cosa mi va a seconda.

«Ugo scrollò le spalle un po' infastidito da questo complimento, e la Giulietta si fece di porpora. Ma Alberto, da buon marito, non vi pose mente, e fu per tutto il giorno d'una festività insolita ed esemplare, manifestata in ispecial modo nella disinvoltura con cui lasciò mettere in canzone da Ugo i suoi difettucci d'erudito. E in Ugo, lo si vedeva a mille miglia, l'allegria non era mica di schietta lega. Mordace per indole, egli condiva in quella occasione i suoi frizzi con qualche granellino di dispetto. Bisogna scusarlo. Certo egli si era levato con onore da una grande difficoltà, certo egli doveva, per esser imparziale seco medesimo, confortarsi nel plauso della propria coscienza; ma via, siamo sinceri, alla sua età non son già quelle le vittorie che si accolgono con entusiasmo. A quella guisa che le città non fanno luminarie per ricevere un esercito il quale si sia ritirato spontaneamente da un assedio ingiusto, i giovinotti di venticinque a ventisei anni non menano troppo scalpore d'un'avventura lasciata andare per riguardi di moralità. Malissimo, direte voi, e avrete ragione; ma il mondo è così e non lo si cambia.

«Si accomiatò da Giulietta con una cordialità senza affettazione e con un riserbo senza imbarazzo. Aggiunger parole sarebbe stata una goffaggine, e nè dall'una parte nè dall'altra si fece allusione all'accaduto.

«Però Ugo lasciò scorrere parecchi mesi prima di rivedere i suoi amici, per quanto Alberto lo sollecitasse con lettere frequenti, e si maravigliasse del suo strano contegno. Finalmente, non senza peritanza, cedette all'invito. Alberto era sempre lo stesso; espansivo, affettuoso, ma in pari tempo pieno di sè, e de' suoi studi, e della sua crescente riputazione, e beato di poter lasciar sdrucciolare fuori delle tasche del soprabito o dei calzoni le lettere degli uomini illustri che mantenevano seco una corrispondenza epistolare. Giulietta invece appariva grandemente mutata. Forse ella era meno florida e men bella di prima, ma una calma più soave le si diffondeva sul volto; forse il suo sguardo era meno affascinante, ma più fermo e più sicuro. Si capiva ch'esso non ondeggiava più fra cento immagini vaporose e sfumate, ma mirava invece a una meta, a uno scopo.

«Stava assai di rado nel suo antico salottino, e invece soleva trattenersi lunghe ore nello studio di Alberto che ormai aveva bisogno di lei. E quello studio aveva cangiato interamente aspetto. Non v'era più lo spaventevole disordine del tempo addietro, nè le sedie con le gambe all'aria, nè i libri sparsi in confusione sulla tavola come le rovine d'una città devastata, nè la parete tutta piena di macchie d'inchiostro. Un occhio attento, una mano discreta avevano saputo riparare a questi guai, e rimettere i libri nei loro scaffali, e ridar pace e simmetria alle sedie, e regolare i bruschi movimenti della penna di Alberto che quando si trovava fra le sue dita aveva un fremito nervoso e mandava spruzzi d'inchiostro da tutte le parti. Insomma in quella stanza si sentiva il soffio vivificatore della donna.

«E la donna c'era; raccolta, composta, per lo più taciturna, quantunque serena; ella era lì aiutando suo marito senza ostentazione e senza pedanteria, e assegnando a sè una parte femminile e modesta; quella del buon angelo della casa. Il suo ingegno naturalmente perspicacissimo s'era nudrito di nuove cognizioni vivendo in quell'atmosfera di studi; ma ella non lo lasciava parere, e nulla aveva perduto della semplicità d'una volta.

«Allorchè il mio amico fu per prender congedo, Alberto gli strinse la mano, e gli disse:

« — Fra sette mesi ci sarà una persona di più in casa nostra. Ricordati che tu devi esser padrino al neonato.

«Ugo esitò un istante, ma quando s'incontrò nello sguardo calmo e sicuro di Giulietta capì che il passato era svanito per sempre, che _quel cattivo quarto d'ora_ non sarebbe mai ritornato. Se la sua vanità fu punta, la sua coscienza ne rimase più tranquilla, e rispose di sì.... Ah, cara Anna, ma se non ci fosse stato quel raggio di sole?... Oh! nel corso della sua vita ormai lunga e volgente al suo termine, se sapeste quante volte l'amico mio si è indirizzato questa domanda; se sapeste quante volte egli ha benedetto quel raggio di sole che salvò lui dalla colpa e una cara persona dall'onta, che gli permise di guardare l'amico suo senza vergogna e di stringergli la mano senza rimorso.»

La signora Anna, ch'era stata silenziosa ed immobile per alcun tempo, si scosse, e disse con una certa emozione.

— Ma al vostro amico non è mai venuto in capo che la virtù di quella donna potesse resistere anche senza l'aiuto d'un raggio di sole? Egli la stima sì poco da voler ascrivere a un caso fortuito s'ella non macchiò il suo onore, s'ella non tradì la sua fede?

— Cara Anna — rispose il signor Maurizio — voi avete nella vostra piccola biblioteca un romanzo ch'è tra i più belli che si pubblicassero in questi ultimi anni, _Monsieur de Camors_. Rileggetevi l'episodio della signora Lescande, buona, vereconda, tenerissima di suo marito, eppur così miseramente caduta. Non sempre la purezza dell'animo e la severità dei principi bastano a salvare la donna, che è tanto meno preparata alla difesa quanto più è inconscia del male. La donna sregolata cerca la colpa, ma s'avvede quand'ella viene; la donna onesta la fugge, ma non riconoscendo nè gli aspetti ch'ella riveste, nè le sorprese ch'ella prepara, la incontra talvolta per via allorchè stima d'esserne le mille miglia lontana. Date per compagna alla virtù una operosità feconda e contenta di sè, e ne avrete fatto una rocca inespugnabile.

— Or via — disse la signora Anna con un garbato movimento del capo, e prendendo la mano al suo interlocutore — or via, gettiamo la maschera. Voi avete voluto darmi una lezione rifacendo, un po' a vostro modo, una storia di quarant'anni addietro. La mia memoria è meno felice della vostra, e vi confesso che molti degli incidenti da voi narrati, o mi sono sfuggiti, o non mi sembrano d'una scrupolosa esattezza. Nondimeno, la lezione io me l'ero meritata, e ve ne ringrazio. La Giulietta di cui parlate può avere avuto un momento di debolezza, ma non ebbe e non avrà mai riluttanza a confessare i propri errori. La Dio mercè, essi non sono di quelli che hanno bisogno d'esser ravvolti d'un pietoso mistero. Ella non si rammentava d'essere stata salvata da un raggio di sole, ma si rammenta bensì che non trovò la pace dell'animo finchè non diede uno scopo alla propria esistenza, un sicuro indirizzo ai propri pensieri. È vero, Maurizio; sotto la vostra buccia di scettico si nasconde un animo nobile ed elevato, e non è la prima volta ch'io debba far tesoro dei vostri consigli. È vero, i pericoli che minacciavano Giulietta quarant'anni fa, minacciano forse oggi Evelina, e non tutti gli uomini possono aver la lealtà del vostro Ugo...

— Dite piuttosto che non sempre capita un raggio di sole così a proposito.

— Non ischerziamo: lasciatemi credere piuttosto che i due personaggi del vostro racconto avevano entrambi abbastanza virtù da arrestarsi sull'orlo del precipizio....

— Ma di che diamine andate discorrendo da mezz'ora a questa parte? — saltò a dire il professore Everardo che aveva chiuso in quel punto una sapientissima dissertazione sull'_habeas corpus_ inglese, e che finalmente stava per alzarsi dalla seggiola.

— Oh bella — rispose sorridendo il signor Maurizio — si discorreva d'un milione di cose. E si diceva, oltre al resto, che il marito della tua nipote ha un grandissimo torto.

— E quale, di grazia? — soggiunse Everardo, avvicinandosi.

— Quello di somigliarti;... di ricordarsi di tutto, fuorchè di avere una moglie.

— Ma io di mia moglie me ne sono ricordato.

— Ah sì — interpose la signora Anna — da quando ella si è risolta a farti da segretario.

— E perchè Evelina non potrebbe far lo stesso con suo marito?

— Lo farà, lo farà: vedrò io medesima di persuaderla. Me ne ha consigliato Maurizio.

— Pare impossibile — osservò il Professore — Maurizio con quell'affettazione di spensieratezza ha sempre de' buoni consigli da dare.

— Sicuro, e se fossi stato in tempo di darne uno a te e a tuo nipote, vi avrei dato quello di non prender moglie.

— E perchè?

— Perchè siete bravissime persone, arche di scienza, membri di più accademie, insigniti di più ordini, ma non siete nati per fare i mariti. Via, non ti corrucciare — concluse il signor Maurizio, levandosi da sedere, e mettendo una mano sulla spalla del professore Everardo — gli uomini grandi vedono troppo di lontano, son presbiti, e invece per esser mariti bisogna veder da vicino, esser miopi.

— L'ho sempre detto anch'io — osservò con gravità il commendatore Brullo, aspirando una grossa presa di tabacco.

— C'era da scommettere — borbottò il signor Maurizio — che l'aveva detta lui anche questa!

Il dottor Belgini, imperturbabile come Farinata degli Uberti, disse dopo essersi raschiato in gola:

«Del resto, caro professore, io non sono certamente della vostra opinione sul carattere e le origini dell'_habeas corpus_....

La signora Anna guardò alla sfuggita l'orologio e stimò opportuno di chiamare a raccolta:

— Signor Belgini, del vostro _habeas corpus_ parlerete un altro giorno: intanto, se non vi dispiace, venite tutti a bevere una tazza di tè.

Si avvicinarono al tavolino, e con dottrinale posatezza sorbirono la bibita aromatica preparata dalla padrona di casa.

Nell'uscire, Maurizio si fece all'orecchio della signora Anna e in tuono semiserio le disse:

— Ricordatevi del raggio di sole.

LA GAMBA DI GIOVANNINO

Io non avevo nulla di serio da rimproverare all'Adele....

(Prego il lettore di credere che non sono io, autore, che parlo; in quanto a me, quest'Adele non la ho conosciuta nemmeno di vista. Parla il signor Roberto Cefali, ingegnere e possidente, marito della signora Adele).

Io non avevo nulla di serio da rimproverare all'Adele; l'Adele non aveva nulla di serio da rimproverare a me, ma non potevamo soffrirci. Ossia, bisogna esser giusti, ero io che non potevo soffrir lei; l'Adele era così flemmatica da non esser nemmeno capace di una vigorosa antipatia. Discorrendone co' miei amici, io la chiamavo _poggiapiano_, non già perchè la credessi fragile. Dio guardi, ma perchè nel muoversi, nell'aprir la bocca, la mi aveva sempre l'aria d'una persona che ha paura di romper qualche cosa.

Confesso ch'ero un giovine alquanto leggero; m'ero ammogliato spensieratamente e adesso mi atteggiavo a vittima del matrimonio. Alla mia età, col mio ingegno (scusate la modestia), col mio titolo di dottore in matematica, con una discreta sostanza, con un'indipendenza assoluta (chè pur troppo i miei genitori eran morti da un pezzo) avrei potuto far la prima figura nel mondo, senza quella benedetta consorte che non aveva un filo d'ideale. Basti dire che durante la luna di miele, quando avevo l'ingenuità di leggerle i miei versi, non ci fu mai caso di strapparle un grido d'ammirazione. Non vorrei che questa fosse stata la prima origine della mia antipatia. Si dice sempre: _Cherchez la femme_. Io direi: cercar la donna va benissimo, ma non è male cercar la ragione delle cose anche nella vanità umana. Vanità ferita, vanità soddisfatta, ecco la sorgente di tanti amori e di tanti odi. Come vedete, diventando vecchio, son diventato filosofo.

Insomma era difficile trovare un connubio più annoiato del nostro. Quando eravamo insieme, l'Adele ed io, ci si sbadigliava in faccia ch'era un piacere a vederci. L'arrivo di Giovannino non cambiò questa situazione interessante; tutt'altro. L'Adele volle esser la balia del suo bambino; si fece camera a parte durante il tempo dell'allattazione, e poi non si provò nessun bisogno di tornar alle prime abitudini. Tocca a lei a parlare, — dicevo io nella mia sapienza, mentre cercavo fra le quinte del teatro numerose distrazioni al mio talamo solitario. Ma l'Adele non parlava; oh sì era dura più d'un macigno. Come la maggior parte delle mogli virtuose, le bastava d'aver un figliuolo.

Bisogna confessare che Adele amava il suo Giovannino e ne aveva grandissima cura; gli era sempre intorno a lisciarlo, a mutarlo di biancheria, a farlo saltare sulle ginocchia. A me pareva ch'ella giocasse alla bambola. Io nutrivo per mio figlio un affetto pieno di dignità; ero un uomo troppo superiore alle svenevolezze. I grandi sacrifizi, le grandi virtù, quelle le capivo benissimo e mi ci sentivo adattato... ma il secolo è tanto prosaico! E sì che Giovannino cresceva bene; a tre anni e mezzo era bello, vispo, un vero bocciuolo di rosa che avrebbe fatto la delizia d'un uomo più serio di me. Ma io gli badavo poco; anche quel bimbo, poveretto, mi pareva complice dell'esaurimento della mia fantasia. Nè egli mi faceva troppo feste; non aveva in bocca che la sua mamma. Con l'Adele ci bisticciammo appunto a proposito di Giovannino, nè ricordo nemmeno perchè, tanto la ragione era futile. Una parola tira dietro l'altra. — La bella vita che si fa insieme! — disse l'Adele. — E allora ognuno se ne vada dalla sua parte, — risposi. — Oh quanto a me, — ella soggiunse. Io colsi la palla al balzo e spiattellai la mia idea di separazione; ella divenne un po' pallida, ma quando seppe che tutto si compirebbe in silenzio e che le avrei lasciato Giovannino fino a dodici anni, senz'altro obbligo che di mandarlo da me quindici giorni ogni sei mesi, concluse che, forse, per me, era meglio così. Io compii il suo pensiero. — Meglio per tutti e due. — Poi continuai: — Bisognerà scrivere a tuo padre che ti venga a prendere. — Gli scriverò io stessa domani. — Non occorre dirgli tutto. — No, certo; gli dispiacerebbe. — Si trova un pretesto. La tua salute... il bisogno d'un po' d'aria nativa... anche a Giovannino il cambiamento farà bene... — Oh, Giovannino non può star meglio di così. — Non importa, son cose che si dicono... Una volta arrivati, a grado a grado, si mettono le faccende in chiaro.

Ella non rispose, ma parve persuasa delle mie osservazioni. Io uscii leggero come una piuma. Ero sul punto di riacquistar la mia libertà, e pensavo al miglior modo di usarne. Ormai m'era concesso tutto fuorchè prender moglie. E questa impossibilità non m'era affatto sgradevole. Del resto, io non intendevo certo di nasconder il mio stato coniugale; non ero poi un furfante a questo segno. Ma lo ripeto; l'essenziale era l'esser libero. La presenza di Adele, che, a parlar sinceramente, era tutt'altro che brutta, mi tagliava i nervi e le ali. Fatalità!

I miei amici, tutti scapoli, si congratularono meco della mia risoluzione. A questa bisognava venirci; quando non si sta bene insieme il meglio è dividersi — fu la profonda sentenza d'un dottorino in filosofia ch'era il Solone della brigata. Poi ognuno disse la sua. Il più vecchio tra noi aveva trentadue anni; io, ammogliato con un figlio, non ne avevo che ventisette. M'ero sposato a ventidue anni e mezzo, prima ancora d'aver compiuto gli studi universitari. Si può dar di peggio? — A quell'età non si è responsabili delle proprie azioni, — disse il nostro sapiente. — Verissimo, non si è responsabili.

La mia coscienza era tranquilla, il mio spirito era elastico come non era stato da un pezzo. Voglio esser sincero; quella sera si sturò una bottiglia di sciampagna in onore della mia emancipazione, si bevette a' miei futuri trionfi letterari. Chi poteva dubitare di questi trionfi? Gli altri, forse; io no sicuramente.

Ero uscito di casa subito dopo desinare; rientrai a notte avanzata. Con mio grande stupore mia moglie mi venne incontro.

— Giovannino è caduto, — diss'ella, — e ha riportato una terribile contusione a un ginocchio.

— Caduto? Come? Dio buono!... I bimbi... si sa... bisogna avere un po' d'attenzione.

— Non ne ha colpa nessuno, — ella rispose calma ma seria. — Chiamai subito il medico.

— Soliti casi. Bastava un bagno d'arnica.

— Non è vero... Il medico dice che bisogna star a vedere...

— Oh!... I medici...

— Ha fatto una fasciatura e tornerà domattina.

— Roba da nulla... Perchè stai alzata?

— Perchè quel benedetto bimbo non s'è quietato un momento.... Sentilo come strilla.... Vado di là.... Vuoi vederlo?

— Adesso mi pare inutile... Lo vedrò domani.

E mi ritirai nella mia camera ch'era all'angolo opposto dell'appartamento. Ne chiusi bene i due usci in modo da non sentir rumore di sorta, e dopo essermi spogliato, mi cacciai sotto le coperte.

— Le donne! — riflettei tra me, — fanno un chiasso d'inferno per ogni bazzecola. E i medici gettan olio sul fuoco... Tutto per darsi aria d'importanza, tutto per tirar acqua al proprio mulino... Il mondo è pieno d'egoisti.

Stirai le braccia voluttuosamente, mi acconciai meglio il guanciale sotto la testa, e non istetti molto ad addormentarmi, persuasissimo di tre cose: _primo_, che Giovannino non s'era fatto quasi niente; _secondo_, che l'Adele aveva esagerato il male apposta per darmi noia; _terzo_, che io ero la sola persona savia ed equanime della famiglia.

La mattina, alzatomi abbastanza tardi, mi recai nella camera di Giovannino, dove mia moglie aveva vegliato tutta la notte. Giovannino si lamentava sommessamente, ma era rosso in viso, e aveva un po' di febbre.

Il medico esaminò la gamba, ch'era tutta gonfia intorno al ginocchio, e ordinò l'applicazione delle sanguisughe.

— C'è frattura? — io chiesi.

— Frattura, no...

— Quando non c'è frattura.... — diss'io gravemente.

— Oh! — rispose il dottore. — Ci son contusioni peggiori delle fratture.

— Che strambo gusto hanno i medici di metter le pulci nell'orecchio! — io pensai.

Ad ogni modo, finchè non ci si vedeva chiaro, non era possibile scrivere a mio suocero che venisse a prendersi l'Adele.

E Giovannino non migliorava punto. Era sempre gonfio, non poteva appoggiare la gamba in terra, non poteva muoversi senza provare uno spasimo. Avvezzo com'era a correre e a saltar tutto il giorno, doveva essere una gran pena pel povero piccino quello starsene duro stecchito nel letto o sul canapè. Pochi giorni avevano bastato a fargli perdere i suoi rosei colori, a infossargli le guancie, a illanguidire i suoi occhi vivi e lucenti. L'Adele non si moveva più dal suo fianco, faceva di tutto per tenerlo allegro, e ogni volta ch'io uscivo mi diceva: — Porta dei balocchi nuovi a Giovannino. — E lo diceva come la cosa più naturale del mondo, come se fosse proprio un obbligo per me di andar in persona nei negozi dei giuocatoli, e come se tra me e lei non si fosse ormai d'accordo di separarci. Dal canto mio che dovevo fare? Comperavo i balocchi a dispetto delle grasse risate de' miei amici. Altro che l'emancipazione! Questa malattia di Giovannino era pure un brutto contrattempo.

La cosa andava in lungo. Il medico curante desiderò un consulto, e chiamammo uno tra più distinti chirurghi del paese, il quale, dopo molti preamboli, concluse che s'era formato un tumore, che il bambino doveva aver tendenze linfatiche, che occorreva per lo meno una cura lunga, e altre allegrezze consimili.

Da quel momento la gamba del povero Giovannino fu martoriata in tutte le maniere. Empiastri, vescicanti, tagli, iniezioni caustiche, ogni mattina c'era una nuova tortura.