Alla finestra: Novelle

Part 1

Chapter 13,867 wordsPublic domain

ALLA FINESTRA

NOVELLE

DI ENRICO CASTELNUOVO

_Seconda edizione, con numerose aggiunte._

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI. 1885.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

Tip. Fratelli Treves.

AVVERTENZA DEGLI EDITORI.

_Questo libro non è una semplice riproduzione di quello da noi pubblicato con lo stesso titolo nel 1878, e completamente esaurito. L'autore ne tolse alcune novelle ed alcune ne aggiunse. Tolse quelle che gli parevano più scadenti, aggiunse altre inserite già in precedenti raccolte, del pari esaurite e da lui credute non indegne di rivedere la luce._

_Così dei sedici lavori che si trovano oggi riuniti sono riprodotti dalla nostra prima edizione i seguenti:_ Alla finestra, Le chiacchiere della nonna, Nevica, La gamba di Giovannino, Il fratello del grand'uomo. Due ore in ferrovia, La democrazia della signora Cherubina, La confessione di Doretta, La pagina eterna.

_Invece _Un raggio di sole_ e _Il colpo di stato di Clarina_ appartengono al volume _Racconti e bozzetti_ stampato nel 1872 a Firenze dal Le Monnier; _Lo specchio rotto, Il parassita indipendente, Il maestro di calligrafia, L'orologio fermo, La lettera di Margherita_ sono tolti dai _Nuovi racconti_ editi a Torino nel 1876 dal Casanova._

_È insomma una scelta fatta dall'autore tra varie sue pubblicazioni e speriamo che la scelta non sarà sgradita ai lettori._

ALLA FINESTRA

I.

Alla finestra ci si sta negli altri paesi per veder la gente che passa; in molte parti di Venezia ci si sta sopratutto per discorrere. E chi conosce questa città singolare non deve farne le meraviglie; parecchie delle nostre _calli_ sono così anguste che la camera dell'inquilino dirimpetto è assai spesso la cosa che si vede meglio affacciandosi al verone; le finestre si aprono le une nelle altre e paiono strette in sodalizio di mutuo soccorso; tu guarda qui, io guarderò costà. In queste viuzze, d'inverno, le donne si ammiccano dietro i vetri, si salutano con la mano; nella buona stagione, appena possono, si appoggiano al davanzale e mandano innanzi quei dialoghi che non hanno nè principio nè fine, e che il nostro Goldoni coglieva sul vero. Si ciancia di tutto: del tempo e dell'economia domestica, delle funzioni della chiesa e delle tresche della vicina, del grasso e del magro, delle bizzarrie dei bimbi e dei numeri del lotto, del cappello che la tale aveva domenica a messa e del rincaro del pollame, del puzzo dei _rii_ e del travaglio che danno le zanzare. In mezzo a queste chiacchiere innocenti si formano adagio adagio i pettegolezzi, le permalosità; indi mille soggetti di commedia che aspettano l'autore comico. Talora fra le due finestre, se da una parte vi è un uomo, s'inizia un intrigo galante che andrà a terminare nel matrimonio, oppure si risolverà in nulla come una bolla di sapone. Ma in tal caso, disgraziate quelle due finestre! Esse si terranno il broncio fin che non muti l'uno o l'altro degli inquilini.

Fra le tante _calli_ che vi sono in Venezia ce n'è una chiamata _Calle lombarda_. Il perchè di questo nome domandatelo agli eruditi; noi profani non sappiamo assolutamente che cosa ci abbia da fare la Lombardia. Da un lato, e precisamente a destra di chi ci entra, nè ci si entra che da una parte sola, sorgono alcune casupole disuguali, povere e affumicate; di fronte c'è il muro posteriore di un palazzone del seicento, la cui facciata guarda sul Canal grande, e un braccio di questo muro facendo angolo retto col lato principale viene ad occupare i due metri che fronteggiano l'imboccatura della _calle_, e le dà appunto in tal modo il carattere di via cieca. Il palazzo, dalla famiglia che l'ha edificato, è conosciuto sotto il nome di Cà Dareni e sul Canale fa abbastanza bella mostra di sè. Verso la _calle_ invece esso non presenta che una muraglia sgretolata, nelle cui fessure cresce il musco, e che finisce in un cornicione sotto il quale han posto il nido i colombi. La porta, un po' piccina per quella mole ciclopica, ha un pregevole martello di bronzo raffigurante un Prometeo legato alla rupe. Sopra la porta, a tre piani diversi, ci sono tre finestroni difesi da grosse inferriate. Sono i finestroni delle scale. Del resto, lungo tutto il muro, per quanto è alto e largo, non ci si vede che una finestra, precisamente all'estremità interna del vicolo. Essa dà luce ad un gabinetto, che viene a terminare una fila di stanze, l'ultima delle quali guarda il Canalazzo e le altre guardano un _rio_. Il muro di Cà Dareni è alto e le catapecchie di rimpetto son basse, ragione per cui il sole conforta le lucertole che sbucano dalle screpolature del palazzo e non manda mai un raggio benefico alle creature umane le quali abitano nelle catapecchie. Quanto alla _calle_, essa nuota nelle tenebre tutto il giorno, ma è rischiarata la notte da un fanale a gaz posto sull'angolo. Nondimeno la mancanza assoluta di sole mantiene il selciato in una condizione semipaludosa che fa acquistare ai passanti la buona abitudine dei piediluvi. Dico passanti così per dire, perchè in verità non vi passano che gl'inquilini delle case e del palazzo, quando se ne eccettui forse qualche coppia sentimentale che trova il luogo propizio alle sue espansioni. Si sbaglierebbe però a credere che la _calle_ fosse sacra al silenzio. Prima di tutto vi sono i rumori esterni, perchè la _calle_ sbocca in una stradicciuola non larga ma brulicante sempre di gente. Poi c'è il fruttaiuolo sulla cantonata che vale per dieci. Dal giorno in cui la prima castagna raccolta sui monti arriva a Venezia fino al giorno in cui è lecito arrostire castagne, egli vende i suoi marroni caldi, e richiama i compratori gridando a squarciagola — _Di bollio! Ma di bollio!_ Egli intende così di esprimere in pretto toscano che i suoi marroni bruciano anzi _bollono_, secondo la sua elegante dicitura. D'autunno egli lascia l'ufficio di urlare alla moglie, la quale magnifica in note di soprano sfogato la zucca santa e baruca, e non si stanca mai di ripetere _Cò negra! Ma cò negra!_ Finalmente nelle sere d'estate i due coniugi a vicenda proclamano ai quattro venti i meriti delle loro _angurie_ (cocomeri).

A ogni modo, nella _Calle lombarda_ la conversazione è languida. Ciò dipende dall'esser tutte le finestre, meno una, da una parte sola, dimodochè per vedersi bisogna sporger la testa fuori del davanzale e rischiare di prendere un torcicollo. Aggiungasi poi che in questa infelice condizione di cose _siora_ Annetta può discorrere con _siora_ Gertrude che le sta _muro con muro_, ma stenta a scambiare i suoi pensieri con _siora_ Veronica che abita quattro finestre più in là. Una conversazione generale è difficilissima e non si tiene regolarmente che il sabato dopo l'estrazione del lotto. Quando uno dei monelli che assistettero all'estrazione in piazzetta, passa davanti all'imboccatura della _calle_ con le sue polizzine di numeri in mano e gridando _Cò bei! siora_ Annetta, _siora_ Gertrude, e siora Veronica balzano tutte alla finestra e una di esse chiama il ragazzo, cala il panierino col suo centesimetto e ritira la lista di cui legge poi ad alta voce il contenuto. Allora si discute sui numeri che naturalmente si trovano assurdi perchè non si è guadagnato, e si conclude che oramai non _c'è più regola_, e che anche la cabala è diventata vecchia e bisognerebbe cambiarla.

Abbiamo già detto che sul muro del palazzo, oltre ai finestroni delle scale a cui non s'affaccia mai nessuno, si apre una finestra. Precisamente di fronte ad essa, sulla linea delle casupole, c'è una finestretta molto invidiata dai vicini perchè è la sola che possa vedere dentro Cà Dareni. Non s'invidia però la persona che da tanti e tanti anni siede a quel posto e non se ne muove che per coricarsi sopra un letticciuolo lì presso. Povera Gegia!

II.

Fino a dodici anni ella era stata un amore di bimba. Aveva lunghi capelli biondi, occhi grandi e bruni e una personcina svelta, elegante, su cui i cenci facevano l'effetto di sete e di trine. Mòrtale la mamma mentr'essa era ancora in cuna, ella fu l'orgoglio del padre, gondoliere presso una famiglia signorile, il quale, rimasto vedovo, aveva preso in casa una sorella nubile per attendere alla fanciulla. Filippo (egli si chiamava così) godeva di una singolare reputazione presso i barcaiuoli come quegli che aveva vinto il primo premio in due _regate_, e che conosceva tutte le regole dell'arte sua. Lo nominavano padrino nelle sfide, lo invocavano a giudice nelle contese e quando una parola era stata detta da Filippo, nessuno rifiatava più. Egli era inoltre un avvenentissimo uomo e si pavoneggiava nella sua livrea blù coi galloni d'oro. I bimbi lo guardavano con ammirazione e le donne più ancora dei bimbi. Egli faceva buon viso alle donne ed al vino, ma mostrava d'amar sopratutto la sua Gegia, che a nove anni sapeva leggere correntemente, conosceva la _dottrina_ come un canonico, e dava scacco matto per bellezza a quant'erano le fanciulle della parrocchia. L'accompagnava ogni domenica a spasso e di tratto in tratto la conduceva a visitare i suoi padroni che le regalavano o una chicca, o una moneta, o una vesticciuola. Di questi doni la moneta era il meno gradito per lei, giacchè suo padre la metteva in tasca ed ella non ne sapeva più notizia.

Anche i Dareni, patrizi molto boriosi e molto bene incamminati verso il fallimento, si degnavano di sorriderle e di carezzarla e avevano perfino consentito alle loro bambine d'invitarla a casa. La Gegia ci era entrata come in un castello di fate, era corsa per la lunghissima sala, aveva visto gli specchi e i lampadari di Murano su cui si frangevano i raggi del sole, aveva visto i quadri coi parrucconi e le poltrone dai grandi schienali dorati, aveva visto infine il conte Luca alzar dalle pieghe della _Gazzetta di Venezia_ il suo naso monumentale, tirar fuori di tasca un fazzoletto di colore e soffiarsi con uno strepito da svegliare i morti. Ma il suo maggior gusto era stato quello di chiamare a nome dalla finestra del palazzo che dava sulla _calle_ tutti i bambini di sua conoscenza e di salutarli con un _bondì_ pieno di degnazione. Le aveva fatto poi un effetto singolare lo spinger gli occhi da colà entro la stanzuccia della sua casa.

Quest'amicizia della Gegia coi _zentilomini_ suscitava certo qualche malumore, qualche invidiuzza, ma in complesso ella era benvoluta da tutti. Era buona, servizievole, facile ad affezionarsi, e la sua _aria di contessina_ non le faceva sdegnare la compagnia di quelli ch'erano da meno di lei. L'avevano carissima anche nella fabbrica di _conterie_ ove ella era entrata a undici anni e ove si distingueva per la sua assiduità al lavoro e per la sua intelligenza. Il signor Menico, il vecchio commesso che distribuiva le paghe il sabato, le pizzicava volentieri la guancia e ogni tanto le donava un cartoccio di perle colorate ch'ella portava a casa come un trofeo e con le quali si conquistava il cuore di tutti i bimbi del vicinato, comprese le contessine Dareni.

Quest'ultime però dovevano sparir presto dalla scena. Un bel giorno si seppe che il palazzo andava all'asta e che i Dareni si stabilivano in campagna. Infatti essi si dileguarono in silenzio lasciando dietro a sè un lungo strascico di debiti. Le contessine non si curarono punto di salutare la Gegia e la finestra sulla _Calle lombarda_ si chiuse.

La Gegia ne provò un vivo dolore, ma in quell'età le afflizioni non durano a lungo e l'ingresso del nuovo parroco avvenuto dopo alcune settimane la compensò ad usura della conversazione che le era mancata. Che spettacolo quell'ingresso! Tappeti a tutte le finestre, iscrizioni per tutti i muri, festoni lungo le strade, e baracche sui _campi_ ove si friggevano i _galani_, e si vendevano giocatoli. Il babbo, che nella pompa della sua livrea la teneva per la mano, aveva speso dieci centesimi per comperarle una specie di girandola, e l'aveva poi presa in collo in mezzo alla folla affinchè ella potesse veder meglio ogni cosa. In questa posizione eminente ella aveva letto quattro versi scritti in color verde sul muro della canonica nei quali si faceva giocare con molto spirito il nome e cognome del nuovo pastore:

_Dei parrocchiani il core_ _Conforti Don Vittore,_ _Il cor dei parrocchiani_ _Conforti Don Milani._

Le donnicciuole gridavano in estasi: _Siesta benedeta! Co'ben che la leze! Co'bela che la xè!_ Alla funzione in chiesa ella aveva poi saputo attirare perfino l'attenzione del parroco, che s'era informato con molta premura di lei.

A rendere ancora più memorabile quella giornata, la Gegia seppe che il palazzo Dareni era stato appigionato ad una famiglia forestiera, dimodochè fra poco si sarebbe riaperta la finestra prospettante quella della sua casa.

Ma, prima che ciò avvenisse, la fanciulla infermò di un male strano. Il medico della parrocchia non ci capiva nulla, un altro dottore che Filippo fece venire a veder la figliuola, disse che c'era un rammollimento della midolla spinale, che sarebbe occorsa una cura lunga, una di quelle cure che la povera gente non può fare a casa sua, e per le quali ci sono gli ospedali apposta. Ma alla parola ospedale la Gegia gridò come un'ossessa, Filippo dichiarò che sua figlia non andrebbe _in quei luoghi_, e le comari della _calle_ dissero a una voce e con molta solennità che i medici non ne indovinano una. Si ricorse quindi ai sapienti consigli di una empirica, la quale si rese mallevadrice della guarigione in quindici giorni. E siccome le febbri che avevano prima travagliato la fanciulla andarono via via rimettendo della loro intensità fino a sparire del tutto, così si cantò vittoria. _Siora_ Veronica, la moglie del falegname, giocò al lotto i numeri della guarigione, e guadagnò un ambo.

Fatto si è che la Gegia non tardò a poter essere levata dal letto e messa sopra una sedia, ma non c'era caso di farle fare un passo. Sarà debolezza — dicevano il padre e la zia e le vicine; ed aspettarono. Ma il tempo, il gran medico, non seppe giovare in nulla alla povera creatura. Le sue gambette che parevano fatte al torno si assottigliarono, s'incurvarono; pareva che un soffio maligno avesse arrestato lo sviluppo della leggiadra pianticella.

Con la beata spensieratezza della sua età, ella non dubitò un momento che sarebbe guarita; si metteva piena di fede certi empiastri che le erano suggeriti dalla ciarlatana, e faceva assegnamento sulla buona stagione. Il male l'aveva colta d'autunno, poi era sopraggiunto l'inverno, ma dopo l'inverno veniva la primavera, e con la primavera, chi non lo sa? rinasce tutto a questo mondo.

Intanto s'era fatta trasportare nella cameretta, la cui finestra guardava nella _calle_, e prospettava quella del palazzo Dareni. Questa cameretta si apriva sulla scala, e aveva servito fino allora come luogo di passaggio, ma la Gegia la preferiva alla stanza ove aveva dormito per lo addietro, appunto per poter vedere i nuovi inquilini del palazzo e sentire nella _calle_ le voci dei suoi compagni di giuoco. Ed ogni mattina, o si strascinava ella stessa carponi, o si faceva collocar dalla zia sopra una sedia vicino alla finestra. Teneva uno sgabello piuttosto alto sotto i piedi, e con una ciotola di conterie sui ginocchi e un mazzetto d'aghi in mano passava tutta la giornata a infilar perle. Dietro i vetri foschi e giallastri si vedeva così da mane a sera la sua testina di Madonna, più spesso curvata sull'opera sua, talora volta all'insù a cercar l'azzurro del cielo, e talora intenta a guardar dentro il palazzo che s'era riaperto.

III.

Era venuta ad abitar Cà Dareni una ricca famiglia tedesca e il gabinetto di fronte alla cameruccia della Gegia serviva di abbigliatoio ad una ragazza di tredici anni, già alta di statura e in via di acquistare proporzioni matronali. La chiamavano Lotte (Carlotta), aveva occhi azzurri, capelli castani, di cui le scendevano due lunghe treccie giù per le spalle; le rosee guancie davano l'immagine della salute. Con un po' di tempo sarebbe certo divenuta una bella ragazza. Quando vedeva la Gegia le sorrideva. Ma la vedeva poco, perchè era d'inverno, ed essa sollevava di rado le cortine, e più raramente ancora apriva la finestra.

La buona stagione non portò alla Gegia alcun miglioramento. I fanciulli del vicinato ripigliarono i loro giuochi nella _calle_, le rondini tornarono a far sentire i loro trilli armoniosi, ma ella era inchiodata nella sua sedia a infilar perle. Un dolore inatteso le aveva poi recato lo strano contegno di suo padre verso di lei. Nei primi tempi della sua malattia egli le aveva prodigato ogni sorta di cure; adesso, non isperando più ch'ella guarisse, era freddo, ingrugnato, le teneva il broncio. Gli è che Filippo, nel fondo, era un grande egoista. Aveva amato sua figlia finchè la bellezza di lei, gli elogi che le venivano diretti, lusingavano il suo orgoglio; adesso la commiserazione ch'ella destava negli antichi conoscenti muoveva la sua stizza, gli pareva un'offesa; adesso sarebbe stato lieto di poter dimenticare che aveva una figlia. Aveva amato il suo sorriso, non amava la sua mestizia e le sue lagrime; l'aveva amata ritta, svelta della persona, vispa delle movenze; non sapeva più amarla così rattratta, così pallida, così diversa insomma da quella ch'ella era. E cercava ogni pretesto per venire a casa meno che fosse possibile. Finalmente disse un giorno che d'ora in poi doveva passar la notte nel palazzo dei padroni, ed era vero, ma era vero altresì che aveva sollecitato egli stesso questo favore e che per ottenerlo s'era offerto di far la guardia al _padrone vecchio_, il quale contava più di settant'anni, e aveva bisogno che qualcheduno gli dormisse nell'anticamera. Presa questa risoluzione, Filippo lasciava trascorrere anche una settimana senza veder la sua figliola e credeva di adempir largamente a' suoi doveri di padre pagando la pigione di casa, e dando a sua sorella un piccolo peculio per mantenere sè e la Gegia. Ma queste poche lire non avrebbero bastato nemmeno a toccar la metà del mese, se non vi si fossero aggiunti i quattrini che la fanciulla continuava a guadagnarsi anche dopo la malattia col suo mestiere di infilatrice di perle. E l'ottimo signor Menico le portava in persona ogni sabato il suo salario, e non poteva capacitarsi che la più vispa delle sue operaie fosse ridotta così. Ma in cospetto di lei si mostrava pieno di fiducia, le discorreva dei miglioramenti introdotti nella fabbrica, dei nuovi locali che si erano aperti, e del posto ove la si sarebbe messa, quando fosse guarita. Ella stava intenta ad ascoltarlo, e sperava, e rinfrancata dalle sue visite, subiva con animo paziente l'abbandono del padre e gli umori bisbetici della zia Marianna. Costei non era cattiva ma brontolona, ed era affetta da una sordità che cresceva ogni giorno. Diceva che la Gegia non aveva voce affatto, ma s'arrabbiava poi s'ella gridava un po' forte, come se avesse da discorrere con una sorda. E nella sua stizza si chiudeva in cucina e faceva al gatto lunghe e feroci requisitorie contro la nipote, che sentiva benissimo le impertinenze a lei dirette, e sospirava.

Nell'aprile di quel primo anno di malattia, una bella mattina, la Lotte spalancando le imposte si affacciò al davanzale della sua finestra. Aveva un bianco accappatoio sulle spalle e doveva ancora pettinarsi.

Ella vide la Gegia nel solito posto.

La Lotte aveva imparato un po' d'italiano, e raccogliendo tutte le sue cognizioni, chiese:

— Come ti chiami?

— Gegia, signora.

— E stai sempre a quella finestra?

— Sempre.

— O perchè non ti muovi?

La poveretta arrossì, e sentì venirsi le lagrime agli occhi.

— Sono malata — rispose.

— È vero. Sei un po' pallida. O che cosa hai?

— Ho male alle gambe.

— Da un pezzo?

— Da sei mesi.

— Oh, ma guarirai certo.

— Sì, spero, quest'estate.

Da quel giorno le conversazioni fra le due finestre si rinnovarono spesso. La Lotte era riconoscente alla fanciulla della buona cera ch'essa le faceva. In quel tempo (era nel 1862) i Tedeschi non erano avvezzi in Venezia ad esser trattati con cordialità.

— Che cosa fai? — domandò un dì la forestiera alla Gegia, vedendola occupata in un lavoro diverso dall'ordinario.

— Faccio un sottolume di perle a colori.... tanto per distrarmi.

— Dovresti vendermelo.

— Oh! Venderglielo, no.

— Perchè?

— Perchè vorrei regalarglielo.... se non si offende....

— Poverina! No, che non m'offendo.... Ma tu non sei ricca.

— Oh questa roba qui non val nulla.

— Senti, Gegia, accetto il tuo regalo ad un patto.

— Quale?

— Che tu mi permetta ch'io t'insegni un lavoro che ti distrarrà ancora di più.

— Oh magari? E sarebbe?

— Vedrai.

Così dicendo la Lotte si ritirò dalla finestra e scomparve.

Di lì a pochi minuti la Gegia sentì bussare all'uscio della scala, chè quanto alla porta di strada essa soleva rimaner socchiusa gran parte del giorno.

Tirò il cordone ch'era a portata della sua mano ed aperse.

Quale fu la sua maraviglia allorchè si vide dinanzi la Lotte in persona accompagnata dalla cameriera, che per dir la verità aveva un'aria scura ed uggita!

— Non c'è in casa nè il babbo nè la mamma — disse la ragazza — e ho voluto prendermi un po' di vacanza. — Poi rivoltasi alla cameriera, soggiunse in tedesco. — Dà qui. — La donna tolse, brontolando, un involto enorme di sotto il braccio, e lo consegnò alla sua padroncina che lo posò sopra il tavolino, e lo aperse. C'erano fogli di carta di tutti i colori, forbici, fili di ferro, ecc., ecc. La Gegia guardava esterrefatta.

— Non capisci? Voglio insegnarti a fare i fiori di carta?

— Oh! — esclamò la Gegia, battendo le mani per la contentezza.

— Non c'è da sedersi in questa camera? — ripigliò la tedesca. E in pari tempo andò in cucina, ove la zia Marianna stava attizzando il fuoco, prese due seggiole di paglia, una per sè, l'altra per la sua cameriera, e senz'aggiunger parola tornò dalla Gegia.

La sorda, sbalordita da quell'apparizione, le corse dietro col ventolo gridando: — Ehi chi è là? Chi è là?

La Lotte diede in una risata sonora.

Quando la donna riconobbe la signorina dirimpetto cominciò una filza di scuse e di complimenti. La ragazza le rispose qualche cosa, ma visto che l'altra intendeva a rovescio non si occupò più di lei, e si consacrò tutta alla sua lezione.

— To' — diss'ella ad un tratto picchiandosi il fronte. — Ci manca il meglio. — E con un ordine breve e con un gesto imperioso mandò la cameriera a prendere quello che le mancava. Costei uscì borbottando e in un paio di minuti fu di ritorno con un mazzolino di fiori. C'era una camelia bianca cinta di violette.

— Ecco — osservò la Lotte pigliando il mazzolino — gli esemplari dipinti e gli stampi sono belli e buoni, ma quando non s'abbiano i fiori vivi davanti non se ne fa nulla.

La Gegia mostrava una singolare attitudine ad imparare, e la sua maestra la lasciò dopo un paio d'ore assai soddisfatta.

— E questa roba? — chiese timidamente la Gegia.

— Che roba?

— Questa carta, questi modelli?

— Ti regalo tutto, diamine.

— Oh, ma è troppo....

— Ti ripeto che ti regalo tutto, e basta. Non sono avvezza a sentirmi contraddire. Del resto anche tu mi regali il sottolume.... Via, non vo' sentir altro, — e le pose la mano alla bocca, — ripiglieremo la nostra lezione domani, posdomani, quando vuoi. — Le carezzò i capelli e senza lasciarle tempo a rispondere fu fuori della porta.

La Gegia era tra commossa e confusa. Pur pensava che non poteva trascurare troppo il suo mestiere, e che avrebbe quindi dovuto rallentare un po' la foga della sua amica. Ma non ce ne fu punto bisogno; la Lotte era stranamente volubile, e corsero parecchi giorni prima ch'ella riparlasse dei fiori di carta. Intanto la Gegia faceva singolari progressi da sè, e non ci volle molto prima ch'ella ne sapesse quanto la maestra.

Una volta la Lotte comparve con un signore vestito di nero.

— Ho condotto qui il nostro medico, — ella disse, — voglio ch'egli ti veda.

La Gegia arrossì.

— C'è quella noiosa di tua zia?

— No, è fuori.

— Tanto meglio.