Alessandro Manzoni, Studio Biografico Letture fatte alla Taylorian Institution di Oxford nel maggio dell'anno 1878, notevolmente ampliate

Part 9

Chapter 93,550 wordsPublic domain

Come la madre al fantolin caduto, Mentre lieto al suo piè movea tumulto, Che guata impaurito e già sul ciglio Turgida appar la lagrimetta, ed ella Nel suo trepido cor contiene il grido, E blandamente gli sorride in volto Per ch'ei non pianga; un tal divino riso Con questi detti a lui la Musa aperse: "A confortarti io vegno. Onde sì ratto L'anima tua è da viltade offesa? Non senza il nume delle Muse, o figlio, Di te tant'alto io promettea."--"Deh! come, Pindaro rispondea, cura dei vati Aver le Muse io crederò? Se culto Placabil mai degl'Immortali alcuno Rendesse all'uom, chi mai d'ostie e di lodi, Chi più di me, di pregi e di cor puro, Venerò le Camene?[4] Or, se del mio Dolor ti duoli, proseguir, deh! vogli L'egro mio spirto consolar col canto" Tacque il labbro, ma il volto ancor pregava, Qual d'uom che d'udir arda, e fra sè tema Di far, parlando, alla risposta indugio. Allor su l'erba s'adagiàro, il plettro Urania prese; e gli accordò quest'inno Che, in minor suono, il canto mio ripete.

Ma spogliando il Carme del suo apparato mitologico, noi troviamo in esso i sentimenti particolari del poeta e però un nuovo elemento biografico, del quale ci giova tener conto. Il poeta Pindaro, dopo aver dato prove del suo valore poetico ed onorate le Muse, riesce improvvisamente dubitoso delle proprie forze; onde la Musa discende a rimproverarlo insieme ed aggiungergli coraggio. Il Manzoni, quantunque vago di riposo, quando s'accingeva all'opera non s'arrestava facilmente innanzi alle cose difficili; anzi, metteva più forte impegno per riuscire; il modo con cui tormentò sè stesso negli _Inni Sacri_, lo sforzo giovanile per frenare i versi volubili e ribelli, il lungo, ostinato studio ch'egli, lombardo, pose nella parlata fiorentina, possono servire di commento a questi versi dell'_Urania_:

.... Baldanza a quel voler non tolse Difficoltà, che all'impotente è freno, Stimolo al forte.

Le Muse e le Grazie discendono sulla terra e recano i loro benefici ai mortali, cioè la pace, la concordia, la pietà. I versi seguenti del Manzoni, non ancora cattolico, concordano perfettamente col fine dell'Inno sulla _Pentecoste_, e col precetto evangelico che la mano sinistra non deve sapere quello che fa la destra, e ci dimostrano insomma ch'è una poco pia menzogna il miracolo della conversione dall'ateismo, dal materialismo e dal cinismo del Manzoni, che non fu mai nè ateo, nè materialista, nè cinico. Ma su questo argomento avremo occasione di ritornare; intanto, spogliando della loro veste classico-mitologica i versi che seguono, compiacciamoci di veder già vivo sotto di essa un Manzoni cristiano. Scrivendo nel 1805 al Monti, il giovine Manzoni gli ricordava già che le lettere non sono buone a nulla, se non servono a ringentilire i costumi; nell'_Urania_, le Muse devono fare qualche cosa di più, insegnarci la pietà ed il perdono delle offese, e la carità benefica e modesta:

Così dal sangue e dal ferino istinto Tolser quei pochi in prima; indi lo sguardo Di lor, che a terra ancor tenea il costume Che del passato l'avvenir fa servo. Levâr di nuova forza avvalorato. E quei gli occhi giraro, e vider tutta La compagnia degli stranier divini, Che alle Dive fea guerra. Ove furente Imperversar la Crudeltà solea Orribil mostro che ferisce e ride, Viver pietà che mollemente intorno Ai cor fremendo, dei veduti mali Dolor chiedea: Pietà, degl'infelici Sorriso, amabil Dea. Feroce e stolta Con alta fronte passeggiar l'Offesa Vider, gl'ingegni provocando, e mite Ovunque un Genio a quella Furia opporsi, _Lo spontaneo Perdon che con la destra Cancella il torto e nella manca reca Il beneficio, e l'uno e l'altro obblia._

Per virtù delle Muse nasce nell'uomo l'amor della fatica industre, il sentimento dell'onore, della fedeltà, dell'umana ospitale fratellanza,

.... che gl'ignoti astringe Di fraterna catena; e tutta in fine La schiera pia nell'opra affaticarsi Videro, e nuovo di pietà, d'amore Negli attoniti sorse animi un senso, Che infiammando occupolli.

I poeti si destano e cantano alla turba le _vedute bellezze_, la terra non più squallida, ride; al discendere dell'armonia nel cuore dei mortali, l'ira tace e sii sveglia un secreto ardente desiderio di carità e di pace, onde la vita si fa bella e riposata:

L'ira V'ammorzava quel canto, e dolce, invece, Di carità, di pace vi destava Ignota brama.

Dopo aver'cantato, le Muse risalgono all'Olimpo e ne ricevono le lodi di Giove, ma per tornar sollecite presso Pindaro, a que' luoghi che un gentile ricordo rende cari,

.... chè ameno Oltre ogni loco a rivedersi è quello Che un gentil fatto ti rimembri.

Le Muse spiegano a Pindaro che, se egli, a malgrado dell'amor delle Muse, non potè ancora sciogliere canti immortali, ciò accade per la vendetta d'un Nume, poich'egli, fino ad ora, negò il canto alle Grazie; senza le quali nè pure gli Dei

.... son usi Mover mai danza o moderar convito. Da lor sol vien se cosa in fra i mortali E di gentile, e sol qua giù quel canto Vivrà che lingua dal pensier profondo Con la fortuna delle Grazie attinga. Queste implora coi voti, ed al perdono Facili or piega. E la rapita lode Più non ti dolga. A giovin quercia accanto Talor felce orgogliosa il suolo usurpa; E cresce in selva, e il gentil ramo eccede Col breve onor delle digiune frondi: Ed ecco il verno le dissipa; e intanto Tacitamente il solidario arbusto Gran parte abbranca di terreno, e mille Rami nutrendo nel felice tronco Al grato pellegrin l'ombra prepara. Signor così degl'inni eterni, _un giorno, Solo in Olimpia regnerai_: compagna Questa lira al tuo canto, a te sovente Il tuo destino e l'amor mio rimembri.

Qui il Manzoni sembra certamente voler fare qualche allusione personale. È evidente ch'egli lascia rivolger la parola a Pindaro, perchè gli parrebbe cosa troppo vana ed orgogliosa obbligar le Muse a discendere dall'Olimpo per lui e augurargli di regnar solo in Olimpia. Se così è, noi dobbiamo riconoscere in questa giovine quercia olimpica, che un giorno regnerà sola, il Manzoni stesso, e domandargli chi possa nascondersi sotto la felce orgogliosa che ingombra intanto la via alla giovine quercia, ma che, in pena della sua temerità, vivrà un anno solo. Gl'indizii precisi od anco probabili ci mancano per arrischiarci a qualsiasi congettura. Osservo, invece, come una potente ragione segreta dovette determinare il Manzoni a compiere la sua prima formola poetica _sentir e meditare_, con un nuovo elemento che le mancava, _la grazia_. Il Manzoni vecchio diceva che l'arte deve aver per oggetto il _vero_, per fine _l'utile_, per mezzo _l'interessante_, ossia il bello. Il senso dei versi dell'_Urania_ è il medesimo:

.... sol qua giù quel canto Vivrà che lingua dal pensier profondo Con la fortuna delle Grazie attinga.

Io dubito che l'amore abbia dettato que' versi, e che nell'anno 1807 il Poeta avesse già veduta la giovinetta che dovea l'anno seguente sposare. L'_Urania_, a malgrado della bellezza di alcune parti, riesce, tuttavia, un componimento freddo e stentato, a motivo specialmente della morta Mitologia evocata a velare più che a significare i sentimenti vivi e contemporanei del Poeta. Lo studio ch'e' fece per nascondersi, dopo essersi molto e forse troppo scoperto nel Carme per l'Imbonati, gli fece parer buoni quegli stessi mezzi mitologici, sopra i quali, pochi anni dopo, egli medesimo dovea gettar tanto ridicolo. Ed è a dolersi che l'amico Fauriel non abbia sconsigliato il Manzoni dal ritentar quella vana forma poetica. È da dolersi, ma non da stupire; poichè, in quel tempo medesimo, il Fauriel traduceva la _Parteneide_, poema alpestre del poeta danese Jens Bággesen,[5] ove non solamente si rimettono in iscena gli Dei ma si crea una nuova dea della _Vertigine_, dove la _Jungfrau_ o la _Vergine_ è allegoricamente rappresentata come una poetica persona viva. Nè pago il Fauriel di tradurre in francese il poema che il Bággesen avea composto in tedesco, invitava il Manzoni a tradurlo in italiano. Ma il Manzoni, che intanto avea già fatto, con la madre, nel 1806 il suo viaggio in Isvizzera e ammirato dappresso le montagne, che vi ritornò forse nel 1807, invece di tradurre, si provò a comporre un poema originale sopra le montagne, accompagnandone l'invio al Fauriel suo _secondo duca_ alpestre, come il Bággesen era stato il primo, con una epistola in versi, della quale il Sainte-Beuve ci ha fatto conoscere un frammento "Alla Vergine ideale" del Danese egli opponeva nell'epistola e nel poema una Vergine che le somigliava, da lui conosciuta _sui colli orobii_, in una villa del Bergamasco: siamo, ove precisamente egli conobbe la sua Enrichetta Blondel. Il suo matrimonio con essa si celebrò in Milano il 6 febbraio dell'anno 1808 innanzi all'ufficiale civile. Enrichetta Blondel aveva sedici anni, era nata a Casirate, apparteneva ad una famiglia di origine ginevrina, di confessione evangelica riformata, onde nel giorno stesso in cui celebravasi il matrimonio civile, veniva in Milano da Bergamo il pastore protestante Giovanni Gaspare Degli Orelli a benedire quelle nozze evangelicamente; testimone dello sposo era non solo un cattolico, ma un prete, il sacerdote Francesco Zinammi (o Zinamini?). Dopo le nozze, gli sposi partirono per Parigi, ov'era rimasta la signora Beccaria. Il 31 agosto dell'anno 1808, il Manzoni scriveva da Parigi al suo amico Pagani: "Ho trovato una compagna che riunisce veramente tutti i pregi che possono rendere veramente felice un uomo e me particolarmente; mia madre è guarita affatto, e non regna fra di noi che un amore ed un volere." In Parigi nasce al Manzoni una figlia; vien battezzata secondo il rito cattolico e le s'impone il nome di Giulia, in onore della madrina ch'era la nonna, e di Claudina, in onore del padrino Claudio Fauriel.

[1] Per la Francia bastavano in ogni modo quelle del Fauriel, per l'Italia quelle del Foscolo.

[2] Il signor Romussi crede pure che il Torti nella _Torre di Capua_ raffigurasse il Manzoni convertito in Fra Calisto da Firenze:

......rifuggissi alla Scrittura, o quando S'avvenne al loco, ove il Maestro disse Che stretto è in quel d'amare ogni comando, Fu come gli occhi della mente aprisse: Tutto qui sta (diss'ei) vivere amando, E amar fu sua scienza fin ch'ei visse; Di che pur reso in suo sermon potente Innamorava di ben far la gente.

[3] Anche il Monti, del resto, scrivendo nel 1818 a Giovanni Torti, gli avea detto: "Da chi avete voi imparata l'arte di far versi così corretti, così belli? _Fatene di più spessi _e crescete la gloria degl'Italiani, il più caldo lodatore della vostra Musa sarà sempre il vostro Monti."

[4] In quell'anno medesimo il Manzoni aveva composto una Canzone di tessitura classica, in onore delle Nove Muse. Ne ho veduto un frammento non molto felice. Ogni strofa dovea descrivere una Musa.

[5] L'incontro del Manzoni in Parigi con questo illustre poeta danese non fu, di certo, senza risultamenti. Il Bággesen era nato nel 1761 da una povera famiglia; ricevuto gratuitamente all'Università di Copenhagen, diede tosto parecchi saggi del suo valore nel poetare. In età di ventun anno avea pubblicata la prima raccolta de' suoi versi, alla quale, dopo sette anni, era serbato l'onore di una versione tedesca; a ventiquattro anni, usciva il suo dramma _Uggiero il Danese_, che cadde intieramente dopo la parodia che ne fece l'Heiberg intitolata: _Uggiero il Tedesco_. Allora il giovine poeta disgustato desiderò lasciare il proprio paese e visitare la Germania, la Svizzera e la Francia; il Duca di Augustemborgo, suo protettore, gliene fornì i mezzi. Il Bággesen viaggiò così fuori di patria per quattro anni, e s'addestrò in questo tempo specialmente nella lingua tedesca, la quale divenne per lui come una seconda lingua. Impromessosi a Berna con una nipote dell'Haller, rientrò per poco in patria, per ripartirne nell'anno 1793 e visitare nuovamente la Svizzera, Vienna e l'Italia. Lo ritroviamo nel 1796 a Copenhagen, aggregato a quel Corpo universitario; ma l'anno dipoi egli s'era già rimesso in viaggio, avea perduto la moglie a Kiel e sposava, in seconde nozze, a Parigi, come più tardi il Manzoni, la figlia di un pastore di Ginevra, con la quale, nell'anno 1798, ritornava in Danimarca. Chiamato a prender parte nella direzione di quel Teatro reale, vi rappresentava un proprio dramma, che fu molto applaudito. Ma, nel 1800, tornava a chiedere un congedo per recarsi a Parigi, dove, dopo avere pubblicato in Amburgo due volumi di poesie tedesche assai maltrattate dai giornali di quel tempo, e il suo poema della _Parteneide_, scritto pure in tedesco, nell'anno 1806 faceva ritorno a Copenhagen, dove intanto il Rahbez e l'Oehlenschlaeger, coi giovani ammiratori del Goethe e della scuola romantica di Weimar, avevano preso il posto del Bággesen nella simpatia del pubblico. Il nostro poeta ne sentì pena. Volle col suo _Labirinto_ provare di esser anch'esso capace di trattare quel genere di poesia che piaceva ai romantici, ma intanto non si rattenne dallo scrivere una satira contro la moderna scuola, dal pubblicare epigrammi contro i capi romantici, e specialmente contro il Goethe che avea ammirato e certamente molto studiato, come lo prova lo stesso suo dramma _Il perfetto Faust_, e contro l'Oehlenschlaeger da lui prima molto onorato. Non potendo più esser riguardato come primo fra i poeti della Danimarca, il Bággesen lasciava nuovamente il suo paese nell'anno 1807, e soggiornava ora in Francia, ora in Germania, fino all'anno 1814, scrivendo ora satire ed epigrammi, ora inni d'amore pel suo paese, secondo il suo vario umore poetico. Natura mobile, egli subiva facilmente e mutava impressioni ed idee, in contradizione e lotta continua fra lo spirito romantico ed il classico, fra la fede e lo scetticismo. Il nostro giovane Manzoni, per mezzo del Fauriel, conobbe il Bággesen in Parigi fra gli anni 1806 e 1808, e fu tra i suoi più caldi ammiratori. Il Fauriel non fu amico inutile dei letterati e filosofi, dei quali divenne famigliare; com'egli rivedeva, prima della stampa, gli scritti del Tracy, attirava il Cabanis alle ricerche storiche, come più tardi traduceva e raccomandava ai Francesi le tragedie del suo Manzoni, così, innamoratosi della _Parteneide_ del Bággesen, imprese a tradurla e quasi a rifarla, facendola precedere da una introduzione, ove scriveva il Sainte-Beuve: "A la définition délicate qu'il donne de l'idylle, à la peinture complaisante et suave qu'il en retrace, je crois retrouverà travers l'écrivain didactique l'homme heureux et sensible, l'hôte de la _Maisonnette_ et l'amant de la nature." Il Fauriel confessava poi che, primo il Bággesen, nella _Parteneide_, gli aveva dato: "le sentiment des Alpes," e per questo pregio gli perdonava molte stranezze; il Botta ed il Manzoni parteciparono a quell'ammirazione. Quando nel 1810 il Fauriel pubblicò finalmente la _Parteneide_ in francese, il primo gli scriveva: "Vous avez rencontré des beautés pures et presque angéliques, vous avez été attiré vers elles, vous les avez saisies, vous en avez été pénétré et nous les avez rendues avec le ton et le style qui leur conviennent;" il secondo, come scrive il Sainte-Beuve, "réinstallé à Milan, adressait _A Parteneide_ une pièce de vers allégoriques dans le genre de son _Urania_, et il semblait se promettre de faire en italien une traduction, ou quelque poème analogue sur ses montagnes. Voici" prosegue il Sainte-Beuve "un passage dans lequel il exprime l'impression vive qu'il ressentit lorsque la belle _Vierge_ lui fut présentée par son second guide, par ce cher Fauriel, qui la lui amenait par la main. Manzoni nous pardonnera d'arracher à l'oubli ces quelques vers de sa jeunesse, ce premier jet non corrigé (_non corretto_, est-il dit en marge); il nous le pardonnera en faveur du témoignage qu'il y rend a son ami:"

......... Col tuo secondo duca Te vidi io prima, e de lo sacre danze O dimentica o schiva; e pur sì franco. Sì numeroso il portamento, e tanto Di rosea luce ti fioriva il volto, Che Diva io ti conobbi, e t'adorai. Ed ei sì lieto ti ridea, sì lieta D'amor primiero ti porgea la destra, Di sì fidata compagnia, che primo Giurato avrei che per trovarti ei l'erta Superasse de l'Alpe, ei le tempeste Affrontasse del Tuna, e tremebondo Da la mobil Vertigo e da l'ardente Confusïon battuto in sul petroso Orlo giacesse. Entro il mio cor fêan lite Quegli avversarii che van sempre insieme, Riverenza ed Amor; ma pur sì pio Aprivi il riso, e non so che di noto Mi splendea ne' tuoi guardi, che Amor vinse, E m'appressai sicuro. E quel cortese, Di cui cara l'immago ed onorata Sarammi, infin che la purpurea vita M'irrigherà le vene, a me rivolto, Con gentil piglio la tua man levando, Fêa d'offrirmela cenno. Ond'io più baldo La man ti stesi.

Mi piace ora aggiungere che _Parteneide_ rispose al Manzoni, in lingua tedesca, per bocca dello stesso Bággesen in una poesia intitolata precisamente: _Parthenais au Manzoni_, la quale si legge nella quinta parte delle Poesie del Bággesen pubblicate dal figlio del poeta a Lipsia nell'anno 1836. Una nota dice: "Questa poesia si fonda sul fatto che dopo che il Fauriel ebbe tradotta la _Parteneide_ in francese, il Bággesen ricevette dal Mansioni la promessa ch'egli l'avrebbe tradotta in italiano. La traduzione francese è in prosa; il Manzoni si proponeva di adoperare la terza rima. Non sappiamo per quali motivi il lavoro non sia poi stato seguito." Debbo questa notizia alla cortesia del signor Kr. Arentzen, autore di un pregiato lavoro biografico sopra il Bággesen pubblicatosi di recente in lingua danese. Il signor Arentzen ebbe pure la bontà di trascrivermi gli esametri tedeschi del Bággesen diretti al Manzoni. Anche in essi come nel poema della _Parteneide_, egli si cela sotto il nome di _Nordfrank_, il poeta viaggiatore._ Parteneide_ parla e dice come, guidata dal Bággesen, ella visitò la regione del Nord, guidata dal Fauriel la regione dell'Occidente; l'amicizia del Fauriel, essa dice, mi è cara, come quella di _Nordfrank_. Si compiace in tale compagnia, quando sente un dolce richiamo verso il Mezzogiorno; le par di sognare, le par di viaggiare verso un mondo incantato, e stende la mano al nipote di Dante, del Tasso e del Petrarca, all'amico del Fauriel e del Bággesen, al simpatico Manzoni:

Ach! und ich ahne dass mildere Duft and sanftere Tüne Wonniger noch mit der blühenden Gluth lebhafterer Farben Würden umwehn und vollenden den Schmück, wenn irgend ein Enkel Dantes', Tasso's oder Petratk's mit gönnte der Bildung Blümenkron, geflückt in des jungfraubeiligen Maro's Muttergefild. O reichte die Hand mir Fauriel's Freund und Nordfranks! _Liebe zuletzt noch lernte, holder Manzoni! Hold sunt Erröthen Dir schon die freundschaftseliger Jungfrau_.

Questi due versi sembrano lasciar capire che al Bággesen fosse noto che nel tempo in cui il Manzoni tornato in Lombardia si preparava a tradurre la _Parteneide_ (1807), per la prima volta conoscesse veramente l'amore, nel suo incontro con un'altra Vergine, la giovinetta Blondel, che divenne, poco dopo, sua moglie e che ciò possa essere, lo confermerebbe pure la seguente nota che troviamo nel caro libriccino dello Stoppani: _I primi anni di Alessandro Manzoni_, pag. 234: "I versi pubblicati di preferenza dal Sainte-Beuve, perchè gli tornavano bene ad illustrare il suo soggetto, sento ora con piacere che esistono fra le carte del Manzoni, preceduti da pochi altri che formano il principio del Carme, e seguiti da un numero maggiore che ne costituiscono come il corpo, sia questo o non sia del tutto compiuto." Chi mi dà questa notizia aggiunge che, dopo aver letti quei versi, glien'è rimasta l'impressione che il Manzoni abbia cominciato il suo Carme col richiamo della Vergine ideale della _Parteneide_, per dire in seguito, come infatti dice, che egli ha trovato in Italia, sul _colli orobii_, una Vergine a lei somigliante. Sarebbe poi sua opinione che questa seconda Vergine del Manzoni non fosse ideale, ma reale, molto probabilmente la stessa Enrichetta Blondel, che fu poi sua sposa, o che egli deve aver conosciuta la prima volta da vicino, o presso i di lei zii Mariton in una lor villa, nelle vicinanze di Bergamo. Ad ogni modo non sarebbe questo Carme, secondo lui, quel lavoro, a cui allude il Sainte-Beuve, che il Manzoni sembrava _promettersi di fare in italiano_, perchè un poemetto _sul gusto di quello di Bággesen_ il Manzoni diceva di averlo fatto realmente_ in ottava_ rima, e alcune stanze le recitava, anche in questi ultimi anni, a chi l'accompagnava nella passeggiata. Sfortunatamente questo poemetto non si trovò fra i suoi scritti, e pare indubitato che egli l'abbia consegnato alle fiamme. La stessa Vergine ci descrive finalmente il Poeta in un'Ode giovanile, della quale citerò te strofe più espressive. Il Poeta, ancora irretito nelle immagini mitologiche, ci assicura che la sua fanciulla gli apparve la prima volta in forma somigliante a quella della dea Cinzia. Crediamogli sulla parola, e compiacciamoci ora nel veder partitamente descritte le qualità esteriori della sedicenne sposa sperata dal Manzoni, la quale dovea poi aver tanta parte, per quanto destramente dissimulata, nell'arte sua:

Tal prima agli occhi miei, Non ancor dotti d'amorose lagrime, Appariva costei, Vincendo di splendor l'emule vergini Per mover d'occhi dolcemente grave E per voce soave. Dagl'innocenti sguardi, Che ancor lor possa e gli altrui danni ignorano, Escono accesi dardi; Non certi men, nè di più lieve incendio, Se dal fronte scendendo il crine avaro Lor fa lene riparo; Oh qual tutta di nuove Fatali grazie ride allor che l'invido Crin col dito rimove: E doppio appresta di beltà spettacolo Sul fronte schietto, trascorrendo lieve Con la destra di neve. Nè tacerò la bella Bocca gentil, fonte di riso ingenuo E di cara favella; E in cui prepara, ahi, per chi dunque! Venere I casti baci e le punture ardite E le dolci ferite.

Non giova al Poeta il suo proposito, fatto nel Carme per l'Imbonati, di voler seguire la dottrina di Zenone; l'Amore lo ferì; egli è invitato ad amare e a cantare d'amore, quando per l'appunto ben più alti soggetti e più fieri gli occupavano la mente; Amore non vuole, egli esclama:

..........ch'io canti rossa Di sangue Italia, onde ancor pochi godano; Nè di plebe commossa Le feroci vendette ed i terribili Brevi furori, e i rovesciati scanni Dei tremanti tiranni.