Alessandro Manzoni, Studio Biografico Letture fatte alla Taylorian Institution di Oxford nel maggio dell'anno 1878, notevolmente ampliate

Part 3

Chapter 33,721 wordsPublic domain

Il Manzoni ed il Parini.

Nella sua prima maniera satirica il Manzoni parineggia; il Parini, egli non avea conosciuto di persona, se bene lo potesse per le relazioni che il poeta di Bosisio avea avute con la famiglia Beccarla. Quando il Parini morì, il Manzoni, quattordicenne, incominciava già a sentire la poesia e ad ammirare veramente i poeti; si narra anzi ch'egli leggesse per l'appunto la celebre Ode _La caduta_, quando gli venne annunciato che il Parini era morto.[1] Il Manzoni vecchio dolevasi con Giovanni Rizzi di non averlo cercato, e scusavasi malamente col dire che allora egli era "un ragazzaccio che non sapeva nulla di nulla." Il vero è che non ci avrà pensato, che non avrà, come accade, creduto il Parini già così vicino a morire, e che la vita di collegio gli avrà pure diminuite le occasioni d'incontrarlo. Che se, al dire di Giulio Carcano, quando, nel Collegio de' Nobili, il giovinetto Manzoni fu, la prima volta, presentato al Monti come nipote di Cesare Beccarla, il Monti gli parve un Dio, è probabile che il vecchio Parini, quantunque non bello, gli avrebbe lasciata nell'animo una impressione più soave e più durevole. Ricordano gli amici del Manzoni che egli sapeva a memoria tutto il _Giorno_ e che, sul fine della propria vita, quando sentiva affievolirsi la memoria, per assicurarsi di non averla perduta tutta, soleva trascrivere a mente qualche verso del suo Parini.[2] Quando, nel settembre dell'anno 1803, il diciottenne Manzoni mandava al suo maestro Monti un Idillio allegorico intitolato: _L'Adda_, egli lo accompagnava con una lettera, di cui, perchè si vegga quanta destrezza e causticità d'ingegno era già nel giovine Poeta, riporterò qui le prime parole: "Voi mi avete più volte ripreso di poltrone, e lodato di buon poeta. Per farvi vedere che non sono nè l'uno nè l'altro, vi mando questi versi."[3] Il discepolo domanda al maestro un parere sopra i suoi nuovi versi, per limarli, ed, intanto, invita il Monti alla propria villa. Nell'Idillio, il fiume Adda personificato in una Dea si volge così al Monti:

Te, come piacque al ciel, nato a le grandi De l'Eridano sponde, a questi ameni Cheti recessi e a tacit'ombra invito.

L'Adda sa bene di non poter contendere col Po, presso il quale il Monti è nato, e prima di lui Lodovico Ariosto ed il Guarini, ma pur si gloria che presso le sue rive abbia cantato un giorno Giuseppe Parini, l'Orazio lombardo. L'Adda dice:

Quivi sovente il buon cantor vid'io Venir trattando con la man secura Il plettro di Venosa e il suo flagello, O traendo l'inerte fianco a stento, Invocar la salute e la ritrosa Erato bella, che di lui temea L'irato ciglio e il satiresco ghigno; Ma alfin seguïalo e su le tempie antiche Fêa di sua mano rinverdire il mirto. Qui spesso udillo rammentar piangendo, Come si fa di cosa amata e tolta, Il dolce tempo della prima etade, O de' potenti maledir l'orgoglio, Come il genio natìo movealo al canto E l'indomata gioventù dell'alma. Or tace il plettro arguto e ne' miei boschi È silenzio ed orror. Te dunque invito, Canoro spirto, a risvegliar col canto Novo rumor Cirreo. A te concesse Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi E le imagini e l'estro e il furor sacro E l'estasi soavi e l'auree voci Già di sua man rinchiuse. A te venturo Fiorisce il dorso brïanteo; le poma Mostra Vertunno e con la man ti chiama, Ed io, più ch'altri di tuo canto vaga, Già mi preparo a salutar da lunge L'alto Eridano tuo, che, al nuovo suono, Trarrà meravigliando il capo algoso, E tra gl'invidi plausi de le Ninfe, Bella d'un inno tuo corrergli in seno.

Nonostante la grazia di questo voluttuoso invito, il Monti non può muoversi, e se ne scusa con una lettera, la quale incomincia cerimoniosamente col _voi_ e prosegue affettuosamente col _tu_. Loda moltissimo i versi, e conchiude: "Dopo tutto, sempre più mi confermo che in breve, seguitando di questo passo, tu sarai grande in questa carriera; e se al bello e vigoroso colorito che già possiedi, mischierai un po' più di virgiliana mollezza, parmi che il tuo stile acquisterà tutti i caratteri originali." Nell'amore del Parini fu ancora confermato il Manzoni dall'affetto che lo legò poco dopo alla memoria del più caro discepolo dell'Autore del _Giorno_, l'Imbonati, dall'ombra del quale, nel noto Carme, ei si fa dire:

......Quei che sul plettro immacolato Cantò per me: _torna a fiorir la rosa_,[4] Cui, di maestro a me poi fatto amico, Con reverente affetto ammirai sempre, Scola e palestra di virtù.

E i consigli dell'Imbonati non sono altro, in somma, se non quelli che si trovano già espressi nei versi sentenziosi del Parini. Il Manzoni sentì che erano veri, e li fece suoi proprii, per seguirne i precetti. Scegliere il vero per farne argomento e fondamento di alta poesia è virtù di pochi ingegni potenti. Il Manzoni non solamente sceglie bene, ma quello ch'egli ha scelto, perfeziona e migliora. Spoglia, a poco a poco, di una parte del loro apparato classico e mitologico i nobili pensieri del Parini e li rifeconda col proprio sentimento, per esprimerli con un linguaggio più caldo e più semplice.

[1] Tutti ricordano il principio commovente dell'Ode pariniana:

Quando Orïon dal cielo Declinando imperversa, E pioggia e nevi e gelo Sopra la terra ottenebrata versa, Me, spinto nella iniqua Stagione, infermo il piede, Tra il fango e tra l'obliqua Furia de' carri la città gir vede; E per avverso sasso Mal fra gli altri sorgente O per lubrico passo Lungo il cammino stramazzar sovente, ec.

Il Manzoni vecchio che, per timore di cadere, soleva sempre, quando usciva, farsi accompagnare, dovette spesso pensare al suo Parini. "Una volta (mi scrive il Rizzi), quando egli andava a passeggio, una carrozza signorile passò così accosto a una povera donna che quasi la schiacciava. Avessi veduto che occhi fece, in quel momento! E pazienza gli occhi! Gli scappò nientemeno che questa frase: _porchi de sciori!_ (porci signori!). E tutti intorno la sentirono."

[2] Le ultime parole trascritte dal Manzoni, per quanto me ne assicura il professor Giovanni Rizzi, furono versi del _Giorno_.

[3] Cfr. il libro del signor Romussi, _Il Trionfo della libertà._

[4] Allude all'Ode _La educazione_, che il Parini scrisse pel giorno natalizio del suo allievo undicenne Carlo Imbonati all'uscire da una malattia, e che incomincia:

Torna a fiorir la rosa Che pur dianzi languia E molle si riposa Sopra i gigli di pria. Brillano le pupille Di vivaci scintille.

Questi versi sentenziosi del Parini dovettero far pensar molto il Manzoni, e persuaderlo; il Carme _In morte dell'Imbonati_ ha perfetto riscontro di pensieri ed anche di parole con essi:

Dall'alma origin solo Han le lodevol opre. Mal giova illustre sangue Ad animo che langue. --Chi della gloria è vago Sol di virtù sia pago. --Giustizia entro il tuo seno Sieda e sul labbro il vero.-- --Perchè sì pronti affetti Nel core il ciel ti pose? Questi a Ragion commetti, E tu vedrai gran cose. --Sì bei doni del cielo, No, non celar, garzone, Con ipocrito velo, Che alla virtù si oppone. Il marchio, ond'è il cor scolto, Lascia apparir nel volto. Dalla lor mèta han lode, Figlio, gli affetti umani.

Si può, si deve combattere per la patria, ma chi vince

Pietà non nieghi Al debole che cade.

Soccorriamo il povero, e l'uomo si mostri _fido amante_ e _indomabile amico._ Il Giusti, nell'_Elogio_ del Parini, scriveva: "La Lombardia perdè il suo poeta e non poteva cadere in mente ai cittadini, che lo piangevano, di consolarsene nel caro aspetto di un fanciullo di tredici anni ch'era allora in Milano e che di lì a poco fu quell'uomo che tutti sanno." Il Manzoni avrebbe pure potuto far propria la famosa strofa dell'Ode pariniana, _La vita rustica_:

Me non nato a percotere Le dure illustri porte, Nudo accorrà, ma libero, Il regno della morte. No, ricchezza nè onore Con frode o con viltà Il secol venditore Mercar non mi vedrà.

Il Manzoni vide pure, come il Parini, nell'educazione un mezzo per rialzare non solo i costumi, ma la patria infelice ed oppressa. Nella Canzone: _Per l'innesto del vaiuolo_, il Parini intese anco a preparar fanciulli sani, perchè potessero un giorno dar prova

D'industria in pace o di coraggio in guerra.

Nell'Ode: _L'educazione_, facendo apostrofare da Chirone il giovinetto Achille

Nato al soccorso Di Grecia,

il Parini rammenta al giovine Conte lombardo che può intraprendere ogni più ardua impresa per la patria

Un'alma ardita, Se in forti membra ha vita.

Così la poesia pariniana non è un vano giuoco, come non saranno mai pel Manzoni le lettore; tutta la sua letteratura è civile, anche dove scopre meno direttamente il suo intento educativo.

VI.

Il _Trionfo della Libertà_.

Il Manzoni, per sua natura, s'accostava, invero, più al fare un po' rigido del Parini che a quello pieno ed ampio, ma un po' reboante del Monti; quindi il Monti, che pur lo lodava tanto, desiderava in lui alcuna maggiore larghezza e rotondità di frase, ossia, come diceva, "un po' più di virgiliana mollezza," che si sarebbe ancora definita convenientemente "pastosità lombarda." Nel Sonetto giovanile che vi ho già riferito, il Manzoni si accusa da sè stesso come "duro di modi." Questa durezza è pure un poco nella sua poesia, quando alcun sentimento specialmente soave e vivace non viene a commuoverlo, obbligando il critico arcigno a tacere innanzi al poeta commosso. Tuttavia il Manzoni, negli anni de' suoi studii a Pavia, più tosto che un alunno e un ammiratore del discreto, austero e _parco di versi tessitor_, ci si dimostra un seguace dell'impetuoso Monti, verseggiatore facile, ad un tempo, e solenne ed altitonante, dal quale egli dovette pure avere appreso a studiare e ad imitar la _Divina Commedia_.[1] Dall'_Autobiografia_ del medico inglese Granville, il quale nell'anno 1802 studiava la Medicina nell'Università di Pavia, rilevo che, in quell'anno medesimo, egli vi conobbe il Manzoni, il quale doveva esservisi recato per frequentare specialmente le lezioni di eloquenza italiana di Vincenzo Monti. Sappiamo ancora che il Monti, dalla sua cattedra di Pavia, fulminava dantescamente il governo temporale de' preti, parlava alto dell'amore di Dante per la patria e per la libertà. Le impressioni ricevute a quella scuola si rivelano chiaramente nel primo componimento manzoniano che si conosca, un poema in terza rima, diviso in quattro canti, intitolato: _Il Trionfo della libertà_, scritto ad imitazione dei _Trionfi_ del Petrarca, e con molte reminiscenze della _Divina Commedia_, della _Bassvilliana_ e della _Mascheroniana_ del maestro Monti; il Manzoni lo concepì e lo scrisse fra il 1800 e il 1801, il che vuol dire tra il fine del suo quindicesimo e il principio del suo sedicesimo anno. Rileggendo alquanto più tardi il suo lavoro giovanile, il Manzoni, che lo poteva fare, poichè non s'era pubblicato, non lo distrusse; ma si contentò di porvi su la seguente Avvertenza: "Questi versi scriveva io Alessandro Manzoni nell'anno quindicesimo dell'età mia, non senza compiacenza e presunzione di nome di Poeta, i quali ora, con miglior consiglio e forse con più fino occhio rileggendo, rifiuto; ma veggendo non menzogna, non laude vile, non cosa di me indegna esservi alcuna, i sentimenti riconosco per miei; i primi come follia di giovanile ingegno, i secondi come dote di puro e virile animo." L'Avvertenza manca di quella lucidità e naturalezza che divenne, specialmente nella prosa, uno de' privilegi dello stile manzoniano, il che mi fa naturalmente sospettare che risalga essa stessa ad un tempo, nel quale il Manzoni, non più giovinetto, ma pur sempre giovanissimo, non era ancora interamente padrone di sè come prosatore, e probabilmente all'anno, in cui egli scriveva la faticata _Urania_. Il Manzoni parlando di un ritratto che gli aveano fatto in gioventù (forse quello di Parigi), con gli occhi rivolti al cielo, diceva: "Io era in quell'età, nella quale chi si lascia fare un ritratto, si crede in obbligo di prendere l'attitudine di un uomo ispirato." In quell'età soltanto il Manzoni poteva, dunque, parlando di sè, scrivere "io, Alessandro Manzoni," e vantarsi del suo "puro e virile animo." Il Manzoni, divenuto cattolico convinto, avrebbe della propria persona e delle proprie virtù parlato con molto maggiore umiltà. Il Manzoni vecchio poi non solo avrebbe scritta altrimenti quell'Avvertenza, non solo vi avrebbe condannati molti de' sentimenti sdegnosi espressi in quel poema; ma, cosa più probabile, ei non l'avrebbe scritta affatto, che, invece di scriverla, egli avrebbe semplicemente distrutti, con uno spietato _auto-da-fè_, i versi giovanili che rifiutava. Quando, assai più tardi, egli disapprovò pure ed anzi ripudiò, per molte gravi ragioni, i versi _In morte dell'Imbonati_, non era più in suo potere il distruggerli, perchè già troppo divulgati. È cosa certa poi, o almeno può tenersi come probabile fino alla certezza, che il Manzoni, dall'anno 1818 in qua, non avrebbe mai scritta in prosa la parola _laude_, invece di _lode_, la sintassi finalmente dell'Avvertenza rivela ancora l'impaccio del periodo classico, dal quale il Manzoni pose dipoi tanto studio a liberarsi. Il prosatore Manzoni, che conosciamo come maestro di mirabile naturalezza ed evidenza, non avrebbe mai detto, per esempio: _non cosa di me indegna esservi alcuna_; ma semplicemente: _non esservi alcuna cosa indegna di me_. Sono minuzie, lo vedo, delle quali parrà forse superfluo che si pigli nota in un breve discorso biografico. Ma, se io ammettessi che il Manzoni non pur vecchio, ma dopo il suo anno ventesimoterzo, avesse potuto scrivere quella singolare Avvertenza, non comprenderei più il Manzoni e sarebbe un cattivo principio per chi ha impreso a parlarne con la pretesa, la quale vedrete voi stessi in qual misura sia legittima, di farlo meglio conoscere agli altri. Il Manzoni tra i venti e i ventidue anni, non ancora risoluto di credere cattolicamente, ma già seguace di Zenone lo Stoico ed avido insieme di gloria poetica, poteva benissimo, nella fiducia di aver fatto qualche progresso nell'arte sua, ripudiare la forma letteraria del suo primo componimento per impedirne la stampa e, in pari tempo, compiacersi nella manifestazione di sentimenti, ai quali non aveva ancora rinunciato, nè poteva facilmente rinunciare fin che si trovava in mezzo ai liberi ragionari degli atei o deisti, dei materialisti o ideologi, dei rivoluzionarii, in ogni modo, e in pari tempo, galantuomini suoi amici, i quali frequentavano la _Maisonnette_. Il Manzoni vecchio sarebbe stato forse alquanto più indulgente, per quella serenità olimpica ch'è la bontà de' vecchi, ai difetti letterarii del suo componimento giovanile; ma egli ne avrebbe, senza dubbio, deplorato i sentimenti che vi si esprimono in modo violento, contro la Madre Chiesa, e contro quella povera Maria Antonietta, la quale, appena che il Manzoni incominciò a studiare criticamente la storia della prima rivoluzione francese, diventò una delle sue più forti simpatie storiche. Io so bene che a molti deve piacere il poter affermare che il Manzoni, riconoscendo come proprii i sentimenti espressi nel suo poema giovanile, si schierò addirittura contro il Papato e coi repubblicani; ma per un tale riconoscimento la questione cronologica è di capitale importanza, quando noi non vogliamo, per seguire le nostre fantasie o le nostre passioni, foggiarci, ad inganno di noi medesimi, in un discorso biografico sopra il Manzoni, un Manzoni diverso dal vero. Il quindicenne Manzoni, nel suo poemetto intitolato: _Il Trionfo della libertà_, ci dà l'aspetto di un generoso aquilotto che vuol tentare il primo suo volo. Egli sente già le ali che gli battono i fianchi generosi, ma ignora ancora quale via terrà. Si capisce già che egli ambisce volar alto, quando invoca la sua Musa, perchè rinfranchi la cadente poesia italiana, perchè sostenga la virtù che vien meno:

Tu la cadente poesia rinfranca, Tu la rivesti d'armonia beata, E tu sostieni la virtù che manca;

mirabili versi per un poeta di quindici anni che esce dalle scuole de' frati e da un secolo cicisbeo educato fra le canzonette del Metastasio e del Frugoni; ma il giovinetto non ha ancora potuto pensare a crearsi una propria forma letteraria. Noi vediamo nel suo _Trionfo_ piuttosto la destrezza di un forte ingegno imitatore, nutrito di buoni studii, che gl'indizii del più originale fra i nostri scrittori moderni. Egli ha già studiato molto, e incomincia a sentire gagliardamente, ma gli manca ancora l'abitudine, che fa grande l'artista, di meditare lungamente sopra i suoi sentimenti ed il proposito virile di esprimerli con naturalezza. Si sente già in parecchi versi il fremito di un'anima ardente, ma il paludamento del poeta è ancora tutto classico. Qualche indizio di originalità lo troviamo, appena, in que' passi, ove il poeta abbassa la tonante terzina ad uno stile più umile, vinto dalla propria urgente natura satirica. Egli incomincia allora ad esercitare la più difficile e la più utile di tutte le critiche, quella che uno scrittore intraprende sopra sè stesso, temperando talora l'iperbole di alcune immagini sproporzionate. Dopo avere, per esempio, dantescamente imprecato contro la città di Catania, onde era partito l'ordine regio delle stragi napoletane, dopo aver fatto invito tremendo all'Etna, perchè getti fuoco e cenere sopra tutta la città, il Poeta s'accorge da sè stesso che sarebbe troppo castigo, e che non si può per un solo reo punire tutto un popolo innocente; dominato però da quel sentimento della giusta misura così raro nell'arte, e pel quale appunto egli divenne poi artista così eccellente, modera e corregge l'imprecazione, trasportandola sopra il solo capo della regina Carolina:

Deh! vomiti l'acceso Etna l'ultrice Fiamma, che la città fetente copra E la penetri fino a la radice. Ma no; sol pèra il delinquente; sopra Lei cada il divo sdegno, e sui diademi, Autori infami de l'orribil'opra. E fin da lunge e nei recessi estremi, Ove s'appiatta, e ne' covigli occulti L'oda l'empia tiranna, odalo e tremi.

In altri passi del poema pare affacciarsi direttamente il poeta satirico, ossia incominciarsi a rivelare uno de' caratteri più specifici dell'ingegno manzoniano. L'attitudine de' Lombardi innanzi al Francese arrivato come liberatore, e dominante come padrone, non contenta il giovine Poeta, anzi gli muove la bile; rivolto pertanto all'Italia, egli le domanda che cosa facciano i suoi figli, per rispondere tosto:

...... I tuoi figli abbietti e ligi Strisciangli intorno in atto umile e chino; E tal, di risse amante e di litigi, D'invido morso addenta il suo vicino, Contra il nemico timido e vigliacco, Ma coraggioso incontro al cittadino. Tal ne' vizii s'avvolge, come Ciacco Nel lordo loto fa; soldato esperto Ne' conflitti di Venere e di Bacco. E tal di mirto al vergognoso serto Il lauro sanguinoso aggiunger vuole, Ricco d'audacia e povero di merto. Tal pasce il volgo di sonanti fole, Vile, di patrio amor par tutto accenso, E liberal non è che di parole.

Un giovinetto capace di scrivere tali versi annunzia non solo un ingegno precoce, ma ancora una precoce e formidabile esperienza della vita.

[1] Cfr. il _Trionfo della libertà_, e il Carme: _In morte dell'Imbonati._

VII.

Il Manzoni poeta satirico.

In questi versi vi è già la forza, ma non ancora la finezza dell'umorismo manzoniano. Egli li apprese troppo di fresco nelle scuole, per poterli già smettere, quell'accento rettorico, quel fare magniloquente che presto sdegnò ed evitò poi sempre negli altri suoi scritti. La rima stessa doveva inceppargli il pensiero; la terzina imporgli quasi l'obbligo d'imitare ora il Dante ora il Monti, quando, non imitando alcuno, egli avrebbe già, fin d'allora, potuto rivelarsi come Manzoni. Negli anni seguenti, sebbene egli ricordasse ancora altri modelli poetici, avendo preferito il verso sciolto e quella forma di sermone pedestre che, nel secolo passato, il veneziano Gaspare Gozzi avea messo in qualche voga, il Manzoni potè sfogar meglio il suo umore satirico. I suoi _Sermoni giovanili_ che si conoscono, pubblicati dal professore Antonio Stoppani, risalgono agli anni 1803 e 1804. Il terzo Sermone, diretto all'amico Pagani, fu scritto dalla patria stessa del Gozzi, nel marzo dell'anno 1804.[Veggasi la lettera diretta da Venezia al Pagani, pubblicata dal signor Carlo Romussi] Il Poeta sente d'avere un po' malato il cervello; egli s'era innamorato in quel tempo, egli, diciottenne studente, di una ragazza veneziana sulla trentina, ed era andato tanto in là ne' desiderii e nelle speranze da chiederle la mano. "All'età vostra (gli fu risposto) si pensa ad andare alla scuola, non a fare all'amore."--"Sotto quella doccia a freddo (scrive lo Stoppani) la guarigione fu istantanea, nè di quell'aneddoto altro rimase al Manzoni che la memoria per riderne piacevolmente coi famigliari negli anni più tardi." Egli si consola dunque della disgrazia amorosa nella gioconda vita e nei versi; non ha ardori belligeri, nè smania di divenire un gran filosofo, od un legislatore e uomo di Stato potente; la sua cura solenne sono i versi:

Valido è il corpo in prima, e tal che l'opra Non chiegga di Galen; men sano alquanto Il frammento di Giove, e non è rado Che a purgar quei due morbi, ira ed amore, O la febbre d'onor, mi giovin l'erbe Dell'orto epicureo. Chè se mi chiedi: "A che l'ingegno giovinetto educhi?" Non a cercar come si possa in campo Mandar più vivi a Dite, o, con la forza Del robusto cerèbro, ad un volere Ridur le mille volontà del volgo, E i feroci domar; ma freno imporre Agli indocili versi, e i miei pensieri Chiuder con certo piè; questa è la febbre, Di cui virtù di farmaco o di voto Non ho speranza che sanar mi possa.

A scuola, noi lo abbiamo già detto, i versi gli erano sempre piaciuti; ora che egli, avendo il primo pelo sul mento, potrebbe quasi già venir coscritto fra le milizie del Regno, risolve consacrar tutto il suo tempo alla poesia:

Ed or di pel già sparso il mento e quasi Fra i coscritti censito, in quella mente Vivo, e quant'ozio il fato e i tempi iniqui A me concederanno, ho stabilito Consacrarlo alle Muse. Or come il mio Furor difenda, dolce amico, ascolta.

Egli, discepolo ideale del Parini, non cura le ricchezze, nè l'illustre discendenza, nè i palazzi, nè la gran signoria, nè il rumore di eccelsi fatti, perchè ne parlino i tardi nepoti; Giove, a lui più mite, lo obbliga ai versi. Ma quali versi? Oramai gli vennero a noia i sonanti, e però, prendendo nota di ciò che vede intorno a sè, che non è degno di poema, egli prosegue a scrivere umili sermoni, ad occuparsi di quella povera plebe, che sarà pure primissima cura dell'Autore de _Promessi Sposi_:

Or ti dirò perchè piuttosto io scelga _Notar la plebe con sermon pedestre_, Che far soggetto ai numeri sonanti Detti e gesta d'eroi. Fatti e costumi Altri da quei ch'io veggio a me ritrosa Nega esprimer Talìa.

Egli avrebbe bisogno, per rappresentar degli eroi, di vederne intorno a sè; ma non ne vede pur troppo; quelli che vorrebbero passare per eroi, invece di destare in lui ammirazione, lo fanno più tosto ridere. Quando la fantasia lo porta fra gli antichi, _al fervido pensiero_, ei dice: