Alessandro Manzoni, Studio Biografico Letture fatte alla Taylorian Institution di Oxford nel maggio dell'anno 1878, notevolmente ampliate

Part 22

Chapter 221,601 wordsPublic domain

Vennero numerosi imitatori: nessuno, non esclusi i migliori, come il Varese, il Bazzoni, l'Azeglio, il Grossi, il Cantù, riuscirono a darci un romanzo _manzoniano_; chi si avvicinò di più, per alcune parti, al tipo, fu Giulio Carcano con la sua _Angiola Maria_; ma questa, più ancora che i _Promessi Sposi_, arieggia il _Vicario di Wakefield_ del Goldsmith. Il Manzoni previde il caso, e col suo bravo discorso contro il Romanzo storico mise, come suol dirsi, le mani innanzi, per non venire confuso co' suoi probabilmente numerosi seguaci, che si credettero e non furono e non potevano essere imitatori. Egli non può naturalmente, per modestia, parlare di sè; ricorre quindi ad un altro esempio illustre, ed esclama: "Mi sapreste indicare, tra le opere moderne e antiche, molte opere più lette e con più piacere e ammirazione dei romanzi storici di un certo Walter Scott? Voi volete dimostrare, con questo e con quell'argomento, che non doveano poter produrre un tal effetto. Ma se lo producono!--Che quei romanzi siano piaciuti, e non senza di gran perchè, è un fatto innegabile, ma è un fatto di quei romanzi, non il fatto del romanzo storico." Con questo argomento egli salva il proprio libro dal naufragio, in cui si accorge che tutti i romanzi storici devono andare perduti; e meglio ancora da questo argomento, che richiede sempre il sussidio della prova, lo salva, fuor di ogni dubbio, la creazione di alcuni tipi; il poeta creatore di tipi salva il romanziere. Non si domanda, invero, nè importa sapere in qual secolo, in qual villaggio precisamente, Don Abbondio abbia vissuto; ciò che rileva è che si abbia in lui rappresentato al vivo un certo carattere umano, un certo tipo di parroco italiano. Il romanzo può perire; Don Abbondio e l'artista che lo scolpì, vivranno immortali. Ma il genere, insomma, è proprio falso. "Un gran poeta e un gran storico (disse con ragione il Manzoni sentendo sè stesso) possono trovarsi, senzo far confusione, nell'uomo medesimo, ma non nel medesimo componimento.--Il positivo non è, riguardo alla mente, se non in quanto è conosciuto; o non si conosce se non in quanto si può distinguerlo da ciò che non è lui; e quindi l'ingrandirlo con del verosimile non è altro, in quanto all'effetto di rappresentarlo, che un ridurlo a meno, facendolo in parte sparire. Ho sentito parlare di un uomo più economo che acuto, il quale si era immaginato di poter raddoppiare l'olio da bruciare, aggiungendoci altrettanta acqua. Sapeva bene che, a versarcela semplicemente sopra, l'andava a fondo, e l'olio tornava a galla; ma pensò che, se potesse immedesimarli mescolandoli e dibattendoli bene, ne resulterebbe un liquido solo, e si sarebbe ottenuto l'intento. Dibatti, dibatti, riuscì a farne un non so che di brizzolato, di picchiettato che scorreva insieme, ed empiva la lucerna. Ma era più roba, non era olio di più; anzi, riguardo all'effetto di far lume, era molto meno. E l'amico se ne avvide, quando volle accendere lo stoppino." Quando il Manzoni ebbe pubblicato il suo Discorso contro il Romanzo storico--_Siamo fritti!_--scriveva Tommaso Grossi a Cesare Cantù. E si capisce che, dopo avere pensato e scritto un tale discorso, ove ogni pagina, anzi ogni parola rivela una profonda persuasione, egli non si sarebbe mai accinto a scrivere un secondo libro sul tipo dei _Promessi Sposi_. Prima di tutto, un libro simile non può essere altrimenti che unico per uno scrittore e per una letteratura. Concepite, se vi riesce, due _Iliadi_ per la Grecia, due _Divine Commedie_ per l'Italia, due _Amleti_ per l'Inghilterra, due _Faust _per la Germania, due _Don Chisciotti_ per la Spagna; l'uno dei due deve essere una freddura o una caricatura. Così non si può dare in Italia un altro libro simile ai _Promessi Sposi_, e il Manzoni avea troppo buon senso per immaginarsi di poterlo scrivere; egli non era, per dire il vero, un grande ammiratore del Tasso; anzi è strano il disprezzo che mostrò a questo nostro grande e infelice ingegno; ma, se ammirava qualche cosa in lui, la _Gerusalemme Conquistata_ dovea parergli una grande miseria nel confronto della _Gerusalemme Liberata_. Egli dunque non avrebbe mai commesso lo sbaglio di comporre un secondo poema, o sia un secondo romanzo; ma nel capitolo 22 del suo romanzo si era letto questo passo, relativo alla storia della Colonna infame ed agli Untori: "È parso che la storia potesse esser materia di un nuovo lavoro. Ma non è cosa da uscirne con poche parole; e non è qui il luogo di trattarla con l'estensione che merita. E, oltre di ciò, dopo essersi fermato su quei casi, il lettore non si curerebbe più certamente di conoscere ciò che rimane del nostro racconto. Serbando però a un altro scritto la storia e l'esame di quelli, torneremo finalmente ai nostri personaggi." Fu uno sbaglio quella pubblica promessa; poichè si trovarono subito, non so se speculatori o spigolatori, o l'uno e l'altro insieme, che gli sfiorarono l'argomento, così chiaramente indicato alla curiosità del pubblico, di maniera che quando il Manzoni ebbe pronta la sua _Storia della Colonna infame_, troppi dei documenti ch'egli aveva esaminati il primo, aveano già vista la luce. E poi il pubblico s'era immaginato da quella aperta promessa, e dalla lunga aspettativa, che sarebbe uscito un nuovo racconto; quando, invece, s'accorse di che si trattava, esso si credette burlato, e mormorò, quantunque il Manzoni l'avesse, con onesta previdenza, messo subito sull'avviso, scusandosi da sè stesso della soverchia curiosità, con cui s'era attesa la _Storia della Colonna infame_. "In una parte (egli scrive) dello scritto precedente (_I Promessi Sposi_), l'Autore aveva manifestata l'intenzione di pubblicare la storia; ed è questa che presenta al pubblico, non senza vergogna, sapendo che da altri è stata supposta opera di vasta materia, se non altro, e di mole corrispondente. Ma, se il ridicolo del disinganno deve cadere addosso a lui, gli sia permesso almeno di protestare che nell'errore non ha colpa, e che, se viene alla luce un topo, lui non aveva detto che dovessero partorire i monti." Il Manzoni, proseguendo l'opera di Pietro Verri che nel secolo innanzi aveva scritto le _Osservazioni sulla Tortura_, voleva fare inorridire per le iniquità dei sistemi di procedura, insistendo sui processi degli Untori, non tanto per far prendere in odio la tortura già scomparsa, quanto per rendere odiosi i processi che l'ignoranza rende ancora sempre arbitrarii e fallaci. "Noi (egli scrive), proponendo a lettori pazienti di fissar di nuovo lo sguardo sopra errori già conosciuti, crediamo che non sarà senza un nuovo e non ignobile frutto, se lo sdegno e il ribrezzo che non si può non provarne ogni volta, si rivolgeranno anche, e principalmente, contro passioni che non si posson bandire come falsi sistemi, nè abolire come cattive istituzioni, ma render meno potenti e meno funeste, col riconoscerle ne' loro effetti e detestarle." Si meraviglia il Manzoni e si duole e s'arrabbia ad una volta che, per un secolo e mezzo, non pur dal volgo, ma da uomini dotti ed onesti siasi non pur creduto agli Untori, ma diffusa per gli scritti l'opinione che gli Untori esistessero, e che fosse carità e giustizia il perseguitarli. "Se non che (osserva il Manzoni) anche quella indegnazione alla rovescia, anche il dispiacere che si deve provare nel riconoscerla, porta con sè il suo vantaggio, accrescendo l'avversione e la diffidenza per quell'usanza antica e non mai abbastanza screditata di ripetere senza esaminare, e se ci si lascia passar quest'espressione, di mescere al pubblico il suo vino medesimo, alle volte quello che gli ha già dato alla testa." I processi erano condotti con la ferma intenzione di trovare materia di condanna, e di provare ad ogni costo la reità dell'accusato. A proposito del Mora, il quale sotto la tortura si confessa reo, il Manzoni osserva: "Così eran riusciti a far confermare al Mora le congetture del birro, come al Piazza le immaginazioni della donnicciola; ma in questo secondo caso con una tortura illegale come nel primo con un'illegale impunità. L'armi eran prese dall'arsenale della giurisprudenza; ma i colpi eran dati ad arbitrio e a tradimento." Il Manzoni mirava evidentemente a colpire con queste parole la pretesa legalità dei processi politici austriaci, ai quali premeva provare la reità degli accusati; sopra questi processi si dovea poi scrivere la storia. Ora noi vediamo quale opinione avesse il Manzoni degli storici ufficiali, quando leggiamo quello che egli scriveva intorno al Ripamonti: "Il Ripamonti era istoriografo della città, cioè uno di quegli uomini, ai quali, in qualche caso, può esser comandato e proibito di scriver la storia." Così egli fa una critica degli storici, quando giustifica sè d'aver fatto la storia di povera gente: "I giudizii criminali e la povera gente, quand'è poca, non si riguardano come materia propriamente della storia." Nella seconda parte del suo scritto, il Manzoni cogliendo l'occasione che gli si offre di cercare quello che gli storici avean detto degli Untori, intraprende pure una critica eruditamente demolitrice di Pietro Giannone, storico audacemente plagiario, e la conchiude con queste parole: "Chi sa quali altri furti non osservati di costui potrebbe scoprire chi ne facesse ricerea; ma quel tanto che abbiam veduto d'un tal prendere da altri scrittori, non dico la scelta e l'ordine de' fatti, non dico giudizii, l'osservazioni, lo spirito, ma le pagine, i capitoli, i libri, è sicuramente, in un autor famoso e lodato, quel che si dice un fenomeno. Sia stata, o sterilità, o pigrizia di mente, fu certamente rara, come fu raro il coraggio, ma unica la felicità di restare, anche con tutto ciò (fin che resta), un grande uomo. E questa circostanza, insieme con l'occasione che ce ne dava l'argomento, ci faccia perdonare dal benigno lettore una digressione, lunga, per dir la verità, in una parte accessoria di un piccolo scritto." Dopo aver citato i versi del Parini, che fanno eco alla tradizione popolare degli Untori e della Colonna infame:

O buoni cittadin, lungi, che il suolo Miserabile infame non v'infetti,