Part 17
Soffermati sull'arida sponda, Volti i guardi al varcato Ticino, Tulti assorti nel novo destino, Certi in cor dell'antica virtù, Han giurato: non fia che quest'onda Scorra più tra due rive straniere; Non fia loco, ove sorgan barriere Tra l'Italia e l'Italia, mai più! L'han giurato; altri forti a quel giuro Rispondean da fraterne contrade, Affilando nell'ombra le spade Che or levate scintillano al Sol. Già le destre hanno strette le destre; Già le sacre parole son porte: O compagni sul letto di morte, O fratelli su libero suol! Chi potrà della gemina Dora, Della Bormida al Tanaro sposa, Del Ticino e dell'Orba selvosa Scerner l'onde confuse nel Po; Chi stornargli del rapido Mella, E dell'Oglio le miste correnti, Chi ritogliergli i mille torrenti Che la foce dell'Adda versò; Quello ancora una gente risorta Potrà scindere in volghi spregiati, E a ritroso degli anni e dei fati Risospingerla ai prischi dolor: Una gente che libera tutta, O fia serva tra l'Alpe ed il mare, Una d'arme, di lingua, d'altare, Di memorie, di sangue e di cor. Con quel volto sfidato e dimesso, Con quel guardo atterrato ed incerto, Con che stassi un mendìco sofferto Per mercede nel suolo stranier, Star doveva in sua terra il Lombardo; L'altrui voglia era legge per lui; Il suo fato un segreto d'altrui; La sua parte servire e tacer. O stranieri, nel proprio retaggio Torna Italia, e il suo suolo riprende; O stranieri, strappate le tende Da una terra che madre non v'è. Non vedete che tutta si scote Dal Cenisio alla balza di Scilla? Non sentite che infida vacilla Sotto il peso de' barbari piè? O stranieri! sui vostri stendardi Sta l'obbrobrio d'un giuro tradito: Un giudizio da voi proferito V'accompagna all'iniqua tenzon: Voi che a stormo gridaste in quei giorni: "Dio rigetta la forza straniera; Ogni gente sia libera, e pêra Della spada l'iniqua ragion." Se la terra, ove oppressi gemeste, Preme i corpi de' vostri oppressori, Se la faccia d'estranei signori Tanto amara vi parve in quei dì; Chi v'ha detto, che sterile, eterno Sarìa il lutto dell'itale genti? Chi v'ha detto che ai nostri lamenti Sarìa sordo quel Dio che v'udì? Sì, quel Dio, che nell'onda vermiglia Chiuse il rio che inseguiva Israele, Quel che in pugno alla maschia Giaele Pose il maglio ed il colpo guidò; Quel che è Padre di tutte le genti, Che non disse al Germano giammai: "Va, raccogli ove arato non hai; Spiega l'ugne, l'Italia ti do." Cara Italia! dovunque il dolente Grido uscì del tuo lungo servaggio, Dove ancor dell'umano lignaggio Ogni speme deserta non è; Dove già libertade è fiorita, Dove ancor col segreto matura, Dove ha lagrime un'alta sventura, Non c'è cor che non batta per te. Quante volte sull'Alpi spiasti L'apparir d'un amico stendardo! Quante volte intendesti lo sguardo Ne' deserti del duplice mar! Ecco alfin dal tuo seno sboccati, Stretti intorno a' tuoi santi colori, Forti, armati de' propri dolori, I tuoi figli son sorti a pugnar. Oggi, o forti, sui volti baleni Il furor delle menti segrete; Per l'Italia si pugna, vincete! Il suo fato sui brandi vi sta. O risorta per voi la vedremo Al convito de' popoli assisa, O più serva, più vil, più derisa Sotto l'orrida verga starà. O giornate del nostro riscatto! O dolente per sempre colui Che da lunge, dal labbro d'altrui, Come un uomo straniero le udrà! Che a' suoi figli narrandolo un giorno Dovrà dir, sospirando: "Io non v'era;" Che la santa vittrice bandiera Salutata in quel dì non avrà.
Notiamo, tuttavia, come ci sembri molto probabile che l'ultima strofa sia stuta composta dal Manzoni tra il poetico furore delle Cinque gloriose Giornate di Milano.
[2] Un opuscolo tedesco intitolato: _Interesse di Goethe per Manzoni_ fu tradotto per cura dell'Ugoni in italiano. Ma alle notizie contenute in quell'opuscolo conviene premettere le poche parole che si trovano negli _Annalen_ del Goethe, le quali non mi ricordo che siansi finqui citate dai biografi del Manzoni, neppure del Sauer. Raccogliendo dunque il Goethe nella memoria i casi principali della sua vita, nell'anno 1820, scriveva: "Quanto alla letteratura straniera, io m'occupai del _Conte di Carmagnola_. L'amabilissimo autore Alessandro Manzoni, un poeta nato, per avere infranta la legge di unità di luogo, fu da' suoi concittadini accusato di romanticismo, sebbene de' vizii di questo non se ne sia appigliato alcuno a lui. Egli s'attenne al procedimento storico; la sua poesia prese un carattere interamente umano; e sebbene egli indugi poco nelle metafore, i suoi voli lirici divennero gloriosi come gli stessi critici malevoli furono costretti a riconoscere. I nostri buoni giovani tedeschi potrebbero vedere in lui un esempio per mantenersi naturalmente in una semplice grandezza; ciò servirebbe forse a trattenerli da ogni falso trascendentalismo." L'anno seguente, negli stessi _Annalen_, il Goethe scriveva che dall'Italia aveva ricevuta l'_Ildegonda_ del Grossi, ove doveva ammirare molte cose, senza essersi tuttavia potuto formare un concetto pieno e preciso del lavoro; e soggiungeva: "Perciò tanto più gradito mi riesce il _Conte di Carmagnola_, tragedia del Manzoni, un vero e schietto poeta, che concepisce chiaramente, che va a fondo delle cose, e che sente umanamente." L'articolo del Goethe nel giornale: _Ueber Kunst und Alterthum_, si compendiava in queste parole: "Noi non abbiamo trovato nel suo dramma un solo passo, ove avremmo desiderata una parola di più o di meno. La semplicità, la forza e la chiarezza sono nel suo stile fuse indissolubilmente, e, per questo riguardo, non ci periteremo di definire come _classico_ il suo lavoro."
[3] Dopo aver letto il _Cinque Maggio_, il Lamartine ne aveva scritto così al suo amico De Virieu: "J'ai été bien plus satisfait que je ne m'y attendais de l'ode de Manzoni; je faisais peu de cas de sa tragédie (_Il Conte di Carmagnola_); son ode est parfaite. Il n'y manque rien de tous ce qui est pensée, style et sentiment; il n'y manque qu'une plume plus riche et plus éclatante en poésie. Car, remarque une chose, c'est qu'elle est tout aussi belle en prose et peut-être plus; mais n'importe; je voudrais l'avoir faite." Quest'ultima confessione, in bocca del Lamartine, vale quanto il più splendido elogio.
[4] In un articolo intitolato: _Storia dei maneggi letterarii in tempo del dominio di Buonaparte_, inserito, alla caduta del primo Impero, nel secondo numero del giornale _Lo Spettatore_, leggiamo che parecchi del così detto _partito filosofico_ che manteneva idee repubblicane e però avverse a qualsiasi tirannide, finirono con far la corte al primo Console e poi all'Imperatore. Il poeta Lebrun riguardava come soverchia degnazione, come una discesa, il sedersi del Buonaparte sul trono dei re:
Et l'heureux Bonaparte est trop grand pour descendre Jusqu'au trône des rois.
Il poeta Chènier, pel suo _Ciro_, riceveva una pensione di seimila franchi. Non mancarono i poeti genealogisti. L'Esmenard, per esempio, faceva discendere il Buonaparte da un Baldus re degli Ostrogoti, e lo fingeva parente del re di Svezia Gustavo IV. "Il padrone disgradò la ridicola adulazione, non fece alcun caso di quell'ostrogoto lignaggio, e nobilmente dichiarò che la famiglia Buonaparte incominciava dal 18 brumaio, êra di salute per la Francia. Pure il poeta genealogista, sulle prime fischiato, dopo due o tre anni ricavò frutto dalla sua cortigianeria." Nell'elogio del Viennet proferito all'Accademia francese dal conte di Haussonville, troviamo che il Viennet repubblicano avea risposto all'Esmenard con un'Epistola, ov'era questa strofa:
J'estime tes aïeux, mais j'aime mieux te voir Être grand par toi-même, et ne leur rien devoir. La France, en t'elevant au trône de ses maîtres, A compté tes hauts faits, et non pas tes ancêtres.
Dicono che l'Imperatore, pur ignorandone l'autore, abbia molto gradito l'Epistola, e siasi esso stesso preso la briga di divulgarla. Quanti fatti consimili avrà avuto occasione di notare e però di ricordare il giovine Manzoni in Francia ed in Italia, e quanto disgusto deve egli aver provato alla caduta di quel Grande, nel vederlo indegnamente insultato da quegli stessi che l'avevano maggiormente esaltato! Il Rosini, ne' suoi _Cenni di Storia contemporanea_ (Pisa, 1851), dice del Buonaparte console com'egli "nelle sue prime campagne in Italia onorò gl'ingegni dei viventi e dei trapassati, come una festa solenne celebrar fece per Virgilio, come un'altra egli ne promosse pel trasporto delle Ceneri dell'Ariosto, come una Iscrizione ordinò d'apporre sulla porta della casa, dove abitò Corilla in Firenze, come fondar fece una cattedra di Letteratura dalla Nazione israelitica, per farne grazia al loro poeta (Salomone Fiorentino), e come finalmente, volendo conoscer di persona l'Alfieri, e ributtato da lui, gli rispondesse non già come appare dalla _Vita_ di quello (anno 1800, cap. 28), ma, per quanto allor se ne disse, precisamente così:--Aveva letto le vostre opere, e aveva desiderato di conoscervi; ho letto il vostro biglietto e me n'è passata la voglia.--" Ma il Buonaparte fece destituire il Cicognara, consigliere di Stato in Milano, per aver accettata la dedicazione de' versi del poeta Ceroni Mantovano, il quale sotto il nome di _Timone Cimbro_ lamentava la caduta e il destino della Repubblica di Venezia. Secondo il Cantù (_Cronistoria dell'Indipendenza italiana_) deve attribuirsi al Ceroni il Sonetto che incomincia:
Tinse nel sangue de' Capeti il dito Il ladron Franco; e, di sue fraudi forte, Vincitor scese nell'ausonio lito, Ebbro gridando: Libertade o morte.
E finisce:
Che più? fra noi seder dee un Gallo in trono? Ahi! se cangiar tiranno e libertade, O terra, ingoia il donatore e il dono.
In un breve scritto di Giovanni Rosini: _Sugli Epistolari del Cesarotti e del Monti_, trovo intorno al Cicognara questa notizia: "Tornato in questo tempo in Milano e creato Consigliere di Stato, co' nobili suoi modi e col suo bell'ingegno a sè attirava gli sguardi dell'universale il conte Leopoldo Cicognara, e insieme con lui, anzi, come è più naturale, al disopra di lui, la bella, colta ed animosa sua consorte. Col cuore sempre vòlto a compiangere la caduta e il destino della veneta Repubblica, sua cara patria, ella fece gran plauso a certi versi del poeta Ceroni Mantovano, che trattavano quell'argomento e che furon letti, per quanto mi venne riferito, tra un gran numero di convitati, a pranzo da lei. Per l'arditezza dei sentimenti levaron grido, e mentre alcuni se ne ripetevano imparati a memoria, pochi giorni appresso comparvero stampati colla intitolazione: _Versi di Timone Cimbro a Cicognara_. Colui che comandava in Milano le armi francesi, partir fece un giandarme, che, cambiatosi di brigata in brigata, recò velocissimamente i _Versi_ a Napoleone, il quale colla stessa sollecitudine ordinò la destituzione del Cicognara, e la sua cacciata da Milano. Allora fu che riparossi in Toscana, dove si diede a continuar lo studio delle Belle Arti, che gli affari politici gli avevano fatto interrompere. Ma la Contessa rimase in Milano." Il Monti, invece, del primo Console cantava:
L'anima altera, Che nel gran cor di Bonaparte brilla, Fu dell'italo Sole una scintilla;
poi volgendosi al Console stesso per rappresentargli le miserie d'Italia, aggiungeva:
Vedi che, _priva Del Creator tuo sguardo_, appena è viva.
Il poeta Lodovico Savioli, nel 1803, salutava in Napoleone "il guerrier della vittoria alunno;" Luigi Lamberti "l'eroe dei Numi amor," e infine esclamava:
Fondar popoli e far con sante leggi La virtute reina e il vizio domo, Impresa è sol d'immortal Nume, o d'uomo Che a Nume si pareggi.
Il poeta Veneto Buttura diceva da Venezia a Napoleone:
Sull'indegne mio piaghe affisa il ciglio, Vien, vinci, abbatti i coronati mostri; E rendi a te la gloria, a me la vita.
Son note le basse adulazioni del Cesarotti, autore della _Pronea_, che parlava in versi a Napoleone, dicendo:
Parlo in prosa ai mortali, in versi ai Numi.
Il Foscolo non inneggiò a Napoleone, ma non fu insensibile alle grazie della vice-regina Beauharnais:
Novella speme Di nostra patria, e di sue nuove grazie Madre e del popol suo, bella fra tutte, Figlia di regi, e agli Immortali amica.
Un'Ode del Crocco scritta per la _Nascita del Re di Roma_ e citata dal Cantù, cantava:
Si scosse il Tebro, lo squallor depose Roma, rinata allo splendor dal soglio, Ed alla maestà si ricompose Del prisco orgoglio. Brillò limpido il Sol, di repentina Gioia su i sette Colli alzossi un grido, E più superba l'aquila latina Uscì dal nido.
Il Gagliuffi voltava in distici latini il Codice napoleonico. Il Monti aveva celebrato nel vincitore di Marengo il liberatore d'Italia:
Il giardino di Natura No, pei barbari non è.
Ma nella sua visione presentendo in Napoleone l'ambizione di diventar Sovrano, gli fa consigliar da Dante d'impadronirsi della signoria:
Vate non vile Scrissi allor la veduta meraviglia E fido al fianco mi reggea lo stile Il patrio amor che solo mi consiglia.
Nel tempo stesso scriveva al Cesarotti: "Il Governo mi ha comandato e m'è forza obbedire. Batto un sentiero, ove il voto della Nazione non va molto d'accordo colla politica, e temo rovinare. Sant'Apollo m'aiuti, e voi pregatemi senno e prudenza." Lo stesso Monti dedicando la traduzione dall'_Iliade_ al Beauharnais che gli avea ottenuto il posto di storiografo del Regno d'Italia, scriveva nella dedicazione: "Se il cielo, invidiandovi ai nostri giorni, vi avesse concesso agli eroici, Omero vi avrebbe collocato vicino ad Achille fra Patroclo e Diomede. Noi, testimoni delle vostre alte virtù, vi collochiamo in grado più d'assai eminente; tra Minerva ed Astrea, vicino al massimo vostro Padre." Napoleone tuttavia si doleva di avere per sè tutta la piccola e contro di sè tutta la grande letteratura. Non mancò a Napoleone il suo improvvisatore imperiale, Francesco Gianni, che, pensionato con seimila franchi l'anno, cantava:
Quell'eroe terribil tanto, Onde Ettor di vita uscì, In due lustri non fe' quanto Bonaparte in un sol dì.
Il Mascheroni prima di morire scriveva al Serbelloni: "Vi prego dire a Buonaparte ch'egli è in cima di tutti i miei pensieri," e gli dedicò la _Geometria del Compasso_. "Egidio Patroni, perugino (scrive il Cantù nella _Cronistoria_), oltre altri componimenti, fece la _Napoleonide_, collezione di cento Odi, ciascuna preceduta da una medaglia incisa, celebranti i fasti dell'Eroe." Tra i lodatori del Buonaparte, il Cantù ricorda ancora Quirico Viviani, Giulio Perticari, Carlo Porta, Saverio Bettinelli, Paolo Costa, Cesare Arici, Felice Romani, Davide Bertolotti, Mario Pieri che d'aver lodato si pentì troppo tardi, Angelo Mazza. "Il divinizzare Napoleone (scrive ancora il Cantù) fu un luogo comune dei nostri retori. Nell'Università di Padova, dinanzi al suo busto, il Rettore magnifico conchiuse l'orazione;--Veneriamo, o signori, la presenza del Nume. -" Il Giordani nel _Panegirico_, dove si vanta di "altamente sentire la dignità del secolo," ribocca di espressioni simili a queste: "Il mondo è venuto in potestà di tale, non oso dir uomo. Invitando gl'Italiani a considerare le grandezze de' tuoi benefizii, augusto Principe, in cui la nostra nazione adora il più caro benefizio che riconosca dall'Imperatore in Italia. Quale altro che Iddio, o virtù somiglievole agli Dii, poteva fare sì stupenda consonanza? La virtù di questo divino spirito non ci lascia sembrar temeraria qualunque speranza." Nello stesso _Panegirico_ il Giordani chiama Napoleone "l'Ottimo e Massimo," e loda Cesena di fare ogni anno riaprire l'Accademia con le lodi del Buonaparte, egli che più tardi biasimò poi l'uso dell'Università di Torino di lodare ogni anno il Re di Sardegna.
XVIII
I _Promessi Sposi_.