Alessandro Manzoni, Studio Biografico Letture fatte alla Taylorian Institution di Oxford nel maggio dell'anno 1878, notevolmente ampliate

Part 16

Chapter 163,620 wordsPublic domain

[1] Nell'anno 1832 (il Camerini afferma nel 1831) troviamo l'Azeglio stabilito in propria casa con la figlia primogenita di Alessandro Manzoni, la Giulia, che ebbe per padrino il Fauriel, divenuta sua moglie, intento a dipinger quadri e a limare il _Fieramosca_. "Le lettere (egli scrive ne' _Miei Ricordi_) erano rappresentate in Milano da Alessandro Manzoni, Tommaso Grossi, Torti, Pompeo Litta, ec. Vivevano fresche memorie dell'epoca del Monti, Parini, Foscolo, Porta, Pellico, di Verri, di Beccaria; e per quanto gli eruditi od i letterati viventi menassero quella vita da sè, trincerata in casa ed un po' selvaggia, di chi non ama d'esser seccato, pure a volerli, e con un po' di saper fare, c'erano, e si poteano vedere, Io mi trovavo portato in mezzo a loro come genero di Alessandro Manzoni; conoscevo tutti, ma mi ero specialmente dimesticato con Tommaso Grossi, col quale ebbi stretta ed inalterata amicizia sino alla sua pur troppo precoce morte. A lui ed a Manzoni specialmente, desideravo di mostrare il mio scritto e chiedere consigli, ma di nuovo mi era presa la tremarella, non più pittorica, ma letteraria. Pure bisognava risolversi, e mi risolsi; svelai il mio segreto, implorando pazienza, consiglio e _non indulgenza_. Volevo la verità vera. Fischiata per fischiata, meglio quella d'un paio d'amici che quella del pubblico. Ambidue credo che si aspettavano peggio di quello che trovarono, a vedere il viso approvativo, ma un po' stupito, che mi fecero, quando lessi loro il mio romanzo. Diceva sorridendo Manzoni: "Strano mestiere il nostro di letterato; lo fa chi vuole dall'oggi al domani! Ecco qui Massimo: gli salta il grillo di scrivere un romanzo, ed eccolo lì che non se la sbriga poi tanto male." Pare che il Manzoni abbia detto invece: "Eccolo lì che ci riesce alla prima."--Lo stupore del Manzoni e del Grossi, del resto, aveva il suo fondamento, se è vero, come pare verissimo, quello che il signor Gaspare Barbèra disse aver inteso dalle stesso D'Azeglio: "Quando io scrissi (avrebbe detto l'Azeglio) la prima volta per illustrare la _Sacra di San Michele_ (che fu stampata nel 1829), mi posi al lavoro dopo aver fatto raccolta di modi italiani, i quali mi pareva che dovessero fare un grande effetto sui lettori, e ne riempii più che potei il mio scritto. Andato in quei giorni a Milano, offrii a Manzoni una copia della _Sacra_, e lo pregai di notarmi ciò che gli fosse parso errore o difetto nello stile. Assunse di buon grado l'incarico; e dopo alquanti giorni essendomi fatto rivedere, il Manzoni mi fece per l'appunto notare quei passi che a me parevano i più belli e studiati, richiamandomi alla maggiore semplicità del dire. E coteste note accompagnate dalle sue osservazioni verbali mi aprirono un nuovo orizzonte nell'arte della scrivere e del dipingere."--Il Camerini lasciò pure scritto che il Grossi ed il Manzoni aiutarono l'Azeglio a correggere le bozze di stampa del _Fieramosca_. Quando poi si pubblicò il _Niccolò de' Lapi_, l'opinione che premeva di più all'Azeglio, ch'egli temeva di più, era quella del Manzoni, ond'egli, nel dicembre dell'anno 1840, scriveva alla sua seconda moglie, Luisa Blondel (la prima moglie, la figlia del Manzoni, di cui è figlia la vivente egregia marchesa Alessandrina Ricci, gli era morta dopo quattro anni di matrimonio): "Se puoi sapere che cosa dice Manzoni del mio lavoro, scrivimene qualche cosa; chè, confesso, desidero di uscir d'incertezza. Già sai che da lui mi basta sentire un: _Tanto può passare_." Col suo matrimonio con la Blondel l'Azeglio era diventato una seconda volta parente del Manzoni; tuttavia non può dirsi che i loro caratteri, le loro idee, i loro sentimenti si convenissero. La marchesa Alessandrina Ricci, figlia dell'Azeglio, nipotina del Manzoni, mi rappresenta in questo modo espressivo il contrasto morale che impediva ai due grandi di avere fra loro più intime relazioni: "Erano (ella scrive) di troppo diversa natura, dissentivano troppo in alcuni punti religiosi e politici. Mio nonno, fosse carattere o maggior filosofia, vedeva, per esempio, tutto _color di rosa_, prendeva le cose come venivano, sapeva insomma passar sopra facilmente a quelle che più lo contrariavano; ciò che, unito alla sua robusta costituzione, gli permise di campare fino ad ottantotto anni. Mio padre, invece, non prendeva, pur troppo, le cose come venivano; e di lui si può veramente dire ciò che io rimpiango continuamente, _que la lame avait usé le fourreau_."--I dissensi politici fra l'Azeglio ed il Balbo da una parte e il Manzoni dall'altra si rivelarono specialmente nell'anno 1848, nel quale il Manzoni, nella terza giornata, dopo aver quasi rischiato il capo, firmando l'indirizzo dei Milanesi a Carlo Alberto, invocato in soccorso dei Lombardi, appena Carlo Alberto fu entrato in Lombardia, vide in lui più tosto un usurpatore che un liberatore; e si associò pertanto alla parte repubblicana che voleva una Lombardia indipendente. Tuttavia, i due grandi trattavano ad un modo le questioni di civile decoro. Un giorno il conte Andrea Cittadella, insigne e coltissimo gentiluomo di Padova, ciambellano dell'Imperatore d'Austria, si presentò al Manzoni per offrirgli col miglior garbo possibile una decorazione austriaca. Il Manzoni rifiutò non solo con fermezza, ma persino con una certa durezza, anzi non permise altrimenti che si continuasse un tale discorso. La Blondel aveva annunciato il caso all'Azeglio, e questi rispondeva: "La condotta di Manzoni porterà un ribasso almeno del 25% alla partita croci; e lo vado dicendo a tutti. Un giovane assai caldo mi parlava di questo fatto in modo che avrei avuto una terribile tentazione di dire: anch'io nel mio piccolo, eccetera; ma son uscito vittorioso dal conflitto, e spero che il mio avvocato difensore potrà giovarsi di questo fatto nell'assise della valle di Giosafat." Questi uomini dunque, che forse non si amavano molto, erano invincibilmente legati l'uno all'altro da un mutuo rispetto, fondato sopra la stima leale delle loro reciproche eccellenti qualità morali. È noto poi come siano state le premure dell'Azeglio governatore a Milano che fecero ottenere al Manzoni, presidente dell'Istituto Lombardo, quella pensione di dodicimila lire annue, con le quali il grand'uomo potè passar meno angustiati gii ultimi anni della sua vita.

[2] La questione della lingua (mi scrive il Rizzi) fu, come tutti sanno, una delle passioni della sua vita. Ne parlava quanto più poteva, e con tutti; e si può dire che, dopo l'unità politica, era la cosa che gli stava più a cuore di tutte. Negli ultimi giorni della sua vita, le idee gli si erano confuse, ed egli tratto tratto diceva cose che non avevano senso, o, per lo meno, legame; ma, se si tirava il discorso sulla questione della lingua, parlava ancor sempre con quella maravigliosa lucidità, che fu uno de' suoi pregi più notevoli in tale questione; lui, così mite, così pieno di riguardi con tutti, diventava insofferente, s'irritava e qualche volta anche si sfogava. E non era già la contradizione che gli désse noia; era il modo con cui gli avversarii ponevano la questione, era il vedere che le sue ragioni non erano, anche dai migliori, combattute con altre ragioni, o negate così all'ingrosso, o trascurate, come se non meritassero nemmeno attenzione. E anche in questa, come nelle altre questioni, egli non era uomo da accontentarsi di un'adesione parziale. O tutto, o niente; la sua logica non gli permetteva di fermarsi e di acquetarsi in un punto intermedio."

[3] Sopra l'importanza vera del _Discorso storico_ del Manzoni intorno alla storia dei Longobardi abbiamo l'opinione stessa dell'Autore, quale egli dovette esprimerla al Fauriel ed al Cousin. Parlando di quel Discorso, il Sainte-Beuve diceva: "Vorrei quasi paragonarlo ad alcuna di quelle argutissime lettere critiche di Agostino Thierry sulla nostra storia di Francia. Senza aver la pretesa di schiarire quella del Settentrione d'Italia nel IX secolo, questo Discorso produce l'effetto di rendere _visibile l'oscurità_, dimostrando come quella che pareva esser luce, non era. Quel che impazientava il Manzoni sovra ogni cosa e lo impazientava al pari del suo _confratello_ Thierry (ch'egli chiamava con questo nome), erano le formole vaghe, volgari, vigliacche, con le quali gli storici moderni avevano nascoste e quasi soffocate le questioni che essi non intendevano. Egli era solito epilogare, scherzando, il senso del suo _Discorso_ storico in questi termini a un dipresso:--Ho fatto sapere ad essi che non sapevano nulla; ho detto loro che non avevo nulla da dire; dopo di che li saluto, pregandoli di far lunghi studii, affine di sapercene dir qualche cosa. E mi pare che anche questo si chiami aver fatto un passo."--Sopra il valore del Manzoni come storico ci promette un saggio critico importante l'illustre storico lombardo Cesare Cantù.

XVII.

Intermezzo lirico: Le strofe del _Marzo 1821_. Il _Cinque Maggio_.

Ho promesso di discorrere finalmente de' _Promessi Sposi_; ma, cosa che parrà alquanto singolare, questi non s'intendono bene se prima non rileggiamo insieme le strofe del _Marzo 1821_ ed il _Cinque Maggio_. Ho detto rileggiamo, ma io temo pur troppo che le prime non solo alla maggior parte de' lettori stranieri, ma ad un gran numero di lettori italiani non siano note affatto; e le doveva ignorare il Settembrini, quando, con improvvida leggerezza, lanciava al Manzoni l'accusa di essere stato il _poeta della reazione_. Le conosceva invece benissimo e le faceva gustare vivamente al pubblico affollato di Zurigo nell'anno 1856 l'illustre critico Francesco De Sanctis, conchiudendone la lettura concitata con queste belle parole: "Non è una _Marsigliese_, neppure una poesia del Berchet, potentissimo de' nostri poeti patriottici. Ne' versi di costui sentite una certa profondità di odio che spaventa, la tristezza dell'esigilo, l'impazienza del riscatto, ed un tale impeto e caldo di azione che talora vi par di sentire l'odore della polvere ed il fragore degli scoppi; qui è il suo genio. La poesia del Manzoni non è solo un inno di guerra agl'Italiani, ma un richiamo a tutte le nazioni civili; la parola del poeta è indirizzata agl'Italiani ed ai Tedeschi insieme. In tanta concitazione di animi non gli esce una sola parola di odio, di vendetta, di bassa passione; lontano parimente da ogni iattanza, non vi è il fremito e la spuma della collera, ma la quieta temperanza di un'anima virile." Ma questa bellissima tra le liriche manzoniane fu il meno fortunato de' suoi componimenti; nato nel marzo del 1821, alto scoppiar della rivoluzione torinese, quando s'attendeva da un giorno all'altro che l'esercito liberatore piemontese varcasse il Ticino, compresso dalle armi del Bubna e del Latour ogni moto rivoluzionario in Piemonte, rimase nascosto fino al giugno dell'anno 1848, quando la rivoluzione lombarda non solo era già scoppiata, ma ferveva calda e vivissima la pugna fra gl'Italiani e gli Austriaci. Prostrata nuovamente ogni speranza italiana, tornò a nascondersi in Lombardia fino all'anno 1859, e solo fece capolino nella _Rivista Contemporanea_ dell'anno 1856, dopo che il De Sanctis l'ebbe recitata a Zurigo. Nel 1859 si ristampò, ma oramai come una poesia già vecchia, divenuta rara, non già come una lirica viva, eloquente, e piena di affetti vigorosamente italiani. Così essa tornò a dimenticarsi, e non si trova ancora, ch'io sappia, in alcuna nelle nostre antologie poetiche.

[1] E pure mancò poco che per essa il Manzoni non rischiasse il capo, quando si pensi che per assai meno si empirono di generosi patriotti italiani le carceri di Gradisca e dello Spielberg. È noto come il Confalonieri, quando in attesa de' Piemontesi si ponevano già dai congiurati lombardi del 1821 le prime basi di un Governo provvisorio, abbia pregato l'amico suo Manzoni di adoprare i suoi buoni amici presso il canonico Sozzi di Bergamo, affinchè questi si disponesse a prendervi parte; il Sozzi fu abbastanza avveduto per rispondere: "Vengano prima e allora ci troveranno tutti pronti." Nel processo, il Confalonieri ebbe il torto di parlar troppo e nominò pure, quasi a propria scusa, il Sozzi fra i membri designati al futuro Governo provvisorio; un commissario di Polizia si recò prontamente presso il canonico; ma questi, evitando a studio di nominare il Manzoni, si strinse soltanto nelle spalle, dichiarando semplicemente che al Confalonieri egli non avea parlato mai e che non era mai nè pure passata fra loro alcuna lettera; il che era vero; così il Manzoni per quella volta fu salvo, ma il pericolo corso fu assai grande e gli dovette porre nell'animo un vivo sgomento. Il Confalonieri, che aveva il difetto di parlar troppo, sapeva a memoria le tremende strofe manzoniane per la rivoluzione piemontese del marzo e, se avesse parlato, il Manzoni era perduto. Quindi il Manzoni si ritrasse, in que' giorni pieni di sospetti e di denuncie, da Milano a Brusuglio, ove per tutto il tempo che durarono i processi politici, non cessò di temere. Non mai la poesia politica italiana aveva spiccato il suo volo così alto. Vi è una grande serenità e tranquillità in tutto l'Inno; ma quella pace sarebbe stata tanto più minacciosa ai tedeschi dominatori, se allora essi avessero potuto prenderne notizia. Col dedicarla poi nell'anno 1848 a Teodoro Koerner, il Manzoni che, come s'è detto, avea avuto la fortuna d'essere stato compreso e consacrato dal Goethe[2] volle fare intendere alla Germania che egli sapeva distinguere il popolo tedesco da' suoi Governi tirannici; ben disse dunque il Carcano che quella dedicatoria era omaggio insieme e rimprovero alla nobile nazione che ci calpestava. Il ritrarsi del Manzoni a Brusuglio, se fu consiglio di prudenza domestica, non fu già una viltà civile. Egli non faceva all'Austria alcuna concessione. Egli non le abbandonava nulla. Egli avea cessato di sperare nell'opera immediata della rivoluzione, quindi ritirava il suo Inno per riserbarlo a tempi migliori. Ma intanto continuava a protestare, e dolersi del presente, a custodire tutte le sue speranze patriottiche dell'avvenire. La rivoluzione piemontese era fallita; di là dunque per il momento non c'era da attendere altro. Ma nessuno ebbe una fede più viva del Manzoni nell'opera del tempo. Ed egli continuò a scrivere anche ne' giorni più desolati come un uomo che spera. Sentì e si persuase che egli non era fatto per cospirare, che la parte anche piccolissima da lui, quantunque inettissimo, presa alla congiura del Confalonieri non era adatta al suo temperamento; ma sentì che come scrittore, col permesso della Censura, la quale non avrebbe capito ogni cosa e approvato molte cose che non capiva, egli avrebbe ancora potuto fare un gran bene. Egli mostravasi ossequente alla censura; ne accettava tutti i tagli, bene persuaso che ciò che sarebbe rimasto sarebbe bastato a far penetrare il suo pensiero. Così sappiamo ora che la Censura austriaca fece parecchi tagli nell'_Adelchi_. Il Manzoni, specialmente quando egli scriveva il _Discorso storico_, ne' Longobardi raffigurava non già i Lombardi, ma la stirpe germanica, i Tedeschi, gli Austriaci. Il Giannone avea scritto che la signoria de' Longobardi doveva ormai risguardarsi come una signoria nazionale, perchè dominante in Italia da oltre due secoli; il Manzoni, in quegli anni, ne' quali la Grecia si agitava per la sua guerra d'indipendenza, demandava semplicemente se non fossero pure stranieri i Turchi in Grecia, benchè vi dominassero da tre secoli. La Censura soppresse quel brano. Quattro altri bei versi, ne' quali il giovine Adelchi, supplicando il padre a far la pace con papa Adriano, parlava dell'attitudine degli oppressi Latini, ossia degli oppressi Italiani:

Di questa plebe che divisa in branchi, Numerata col brando, al suol ricurva, Ancor dopo tre secoli, siccome Il primo dì, tace, ricorda o spera,

furono pure sacrificati. Così, nel Coro dell'_Adelchi_, scritto dopo che fallì la rivoluzione piemontese del 1821, tra gli altri versi vennero soppressi questi, ove l'Autore si rivolgeva agl'Italiani:

Stringetevi insieme l'oppresso all'oppresso, Di vostre speranze parlate sommesso.

Ma il censore che si credeva furbo, lasciò passare nello stesso Coro questi altri versi, ove il volgo latino vedendo arrivare i Franchi guerrieri (si legga Buonaparte coi Francesi),

rapito d'ignoto contento, Con l'agile speme precorre l'evento, E sogna la fine del duro servir.

I Franchi, ossia i Francesi, arrivano contro i Longobardi, ossia contro i Tedeschi di Lombardia, contro gli Austriaci; ma, invece di liberare, portano in Italia una nuova tirannide, la tirannide napoleonica; e il censore si contenta che l'ultima strofa del Coro manzoniano dica così:

Il forte si mesce col vinto nemico, Col novo signore rimane l'antico; L'un popolo e l'altro sul collo vi sta. Dividono i servi, dividon gli armenti, Si posano insieme su i campi cruenti D'un volgo disperso che nome non ha.

Era un canto di dolore, che dovea seguire naturalmente a quello tutto fiducioso che, nel marzo 1821, il Manzoni stesso avea composto, quando i congiurati lombardi aspettavano con ansia le novelle che l'esercito rivoluzionario piemontese avea passato il Ticino. Ma il censore non capì intanto che era l'Austria _la rea progenie_,

Cui fu prodezza il numero, Cui fu ragion l'offesa, E dritto il sangue, e gloria Il non aver pietà,

e che con quelle parole il Manzoni vendicava finalmente nel 1822 i martiri piemontesi e lombardi della libertà italiana. Dopo il 1821, il Manzoni fece della Censura austriaca la propria alleata, per divulgare i suoi pensieri patriottici; prima di quel tempo, aveva, invece, anch'esso, se bene inutilmente, cospirato un poco. Ne' _Cento Giorni_, quando si temeva in Italia una nuova ristorazione della tirannide napoleonica, il Manzoni aveva, fra il 23 aprile e il 12 maggio 1814, composta una Canzone che si conserva inedita a Milano, diretta contro la signoria francese in Italia. Ne reco qui, per saggio, la prima strofa, la quale mi pare abbastanza significante pel suo particolare sapore manzoniano:

Fin che il ver fu delitto, e la menzogna Corse gridando, minacciosa il ciglio, Io son sola che parlo, io sono il vero, Tacque il mio verso e non mi fu vergogna. Non fu vergogna, anzi gentil consiglio; Che non è sola lode esser sincero, Nè rischio è bello senza nobil fine. Or che il superbo morso Ad onesta parola è tolto alfine, Ogni compresso affetto al labro è corso; Or si udrà ciò che sotto il giogo antico Sommesso appena esser potea discorso Al cauto orecchio di provato amico.

Dopo il 1822, il Manzoni giudicò cosa più prudente e più pratica il confidarsi tutto all'ignoranza de' suoi censori. Quando il 5 maggio 1821 morì Napoleone, il nostro Poeta si trovava a Brusuglio. Parve a sua madre che quella morte sarebbe stata degno soggetto di un suo canto. Il Manzoni si raccolse brevemente in sè stesso, e bastarono sole ventiquattro ore ad ispirargli una delle più belle liriche del nostro secolo, nella quale il soggetto epico trae pure calore lirico dalle impressioni stesse che il poeta aveva ricevute nella sua gioventù alla vista di Napoleone. Lo Stoppani ci ha fatto noto che il verso del _Cinque Maggio_, ove si rappresenta il modo terribile, con cui il primo Napoleone poteva talora guardare:

Chinati i rai fulminei,

risale ad una impressione ricevuta dal Manzoni giovinetto al _Teatro della Scala_. Dopo la battaglia di Marengo il Buonaparte era venuto a Milano più da padrone che da liberatore: entrò una sera in teatro, e scorse in un palco la contessa Cicognara, nemica implacabile che non gli perdonava l'ignobile mercato di Venezia. Incominciò a puntare gli occhi sopra di lei, quasi per fulminarla, e per tutta la sera non si rimosse. "Che occhi! (diceva il Manzoni, il quale stava nel palco della Contessa), che occhi aveva quell'uomo!" e richiesto se potesse esser vero che quegli occhi gli avessero suggerito il noto verso, rispose: "Proprio così, proprio così." Il Buonaparte gli aveva lasciato certamente per questo ricordo e per altri consimili una forte, viva e profonda impressione. Al poeta Longfellow, che, in una sua visita al Manzoni, avvertiva la Impossibilità, nella quale egli si era trovato di render convenientemente in inglese tutte le bellezze di quell'Inno straordinario, il Manzoni con la sua solita originalità ed arguzia, pur facendosi tutto rosso in viso, rispondeva: "Dio buono! Era il morto che portava il vivo!" Il Manzoni era, del resto, sinceramente persuaso che si fosse un poco esagerato il merito del proprio componimento, a cui fu senza dubbio non piccola gloria e pari fortuna l'essere stato proibito dalla Polizia austriaca, tradotto in tedesco dal Goethe, imitato in francese dal Lamartine.[3] L'Austria aveva tosto riconosciuto nel _Cinque Maggio_ del Manzoni un omaggio troppo splendido al suo temuto nemico, che pareva come evocato dal suo sepolcro, in quelle strofe potenti. Non ne permise la stampa; ma il Manzoni ebbe l'accorgimento di presentarne alla Censura due esemplari: un esemplare il censore tenne gelosamente presso di sè; dell'altro esemplare non prese alcuna cura; ed il caso volle che andasse smarrito negli stessi ufficii di Polizia, o sia che qualche impiegato lo trafugasse e trafugato lo divulgasse; onde il Manzoni poteva poi dire con la sua consueta maliziosa bonarietà, ch'egli il _Cinque Maggio_ non l'aveva proprio stampato mai, non avendone mai avuto il tempo, poichè quella Polizia che ne avea proibita la stampa, si era essa data briga di farlo divulgare, tanto che usci la versione tedesca del Goethe prima che ne fosse conosciuta alcuna edizione italiana. Ogni grande scrittore ha nella sua vita il suo momento epico; il Manzoni lodato dal Goethe che canta Napoleone, dovette sentire tutta la potenza del suo genio poetico, e ch'egli, in quel punto, dominava veramente le altezze:

Lui sfolgorante in soglio Vide il mio genio e tacque.

L'_io_ Manzoniano qui appare potente come in quei _forse_ già da me notato, forse più ambizioso di qualsiasi più audace affermazione:

E scioglie all'urna un cantico Che forse non morrà.

Il _Cinque Maggio_ è il degno epilogo poetico di una grande epopea storica, tanto più grande e più eloquente in bocca d'un poeta che poteva, con fiero e legittimo orgoglio, quasi unico tra i poeti italiani e francesi del suo tempo, dirsi innanzi alla memoria di Napoleone

Vergin di servo encomio, E di codardo oltraggio,

quantunque la notizia che abbiamo ora di una Canzone antinapoleonica, non codarda certamente e non oltraggiosa, ma pure scritta dal Manzoni, quando il colosso napoleonico non lo poteva più ferire, scemi una parte dell'efficacia potente che avevano que' due mirabili versi.[4]

[1] Mi giova qui pertanto rimetterla sotto gli occhi de' lettori nella sua integrità:

MARZO 1821 -- ALL'ILLUSTRE MEMORIA DI TEODORO KOERNER POETA E SOLDATO DELLA INDIPENDENZA GERMANICA, MORTO SUL CAMPO DI LIPSIA IL GIORNO XVIII D'OTTOBRE MDCCCXIII NOME CARO A TUTTI I POPOLI CHE COMBATTONO PER DIFENDERE O PER RICONQUISTARE UNA PATRIA --------- ODE