Part 15
In queste poche parole viene espresso, dodici anni prima, il concetto fondamentale dell'_Arnaldo_ del Niccolini. Il Manzoni perciò non poteva in nessun modo accordarsi coi Gesuiti, i quali volevano che la Chiesa s'impacciasse nel governo politico del mondo; e fin dall'anno 1819, scrivendo da Parigi al suo proprio confessore Tosi un po' giansenista, esprimeva chiaramente il suo pensiero in proposito: "A malgrado (egli diceva) degli sforzi di alcuni buoni ed illuminati Cattolici per separare la religione dagli interessi e dalle passioni del secolo, malgrado la disposizione di molti increduli stessi a riconoscere questa separazione, e a lasciare la religione almeno in pace, sembra che prevalgano gli sforzi di altri che vogliono assolutamente tenerla unita ad articoli di fede politica che essi hanno aggiunto al _Simbolo_. Quando la Fede si presenta al popolo così accompagnata, si può mai sperare che egli si darà la pena di distinguere ciò che viene da Dio da ciò che è l'immaginazione degli uomini? I solitarii di Porto Reale l'hanno fatto, ma erano pochi, erano dotti, erano separati dal mondo, assistiti da quella grazia che non cessarono d'implorare." Ciò che è nuovo nel carattere religioso della letteratura manzoniana è, per l'appunto, questo richiamo della religione a' suoi principii fondamentali di carità e di libertà, questo accordo dei principii umanitarii del Vangelo coi principii umanitarii proclamati dalla Rivoluzione francese, la quale non gli osservò poi sempre essa medesima, ma intanto gli ha come consacrati nella società moderna. Gli scrittori cattolici francesi più venerati, come il Chateaubriand ed il Montalembert, rimasero, per questo riguardo, molto più indietro del Nostro. Il Montalembert, per esempio, che conobbe il Manzoni a Brusuglio nel 1836, discorreva un giorno con esso intorno all'assetto politico che si poteva sperare o disperare di dare all'Italia. Il Manzoni disse tosto che il suo ideale sarebbe stata l'unità d'Italia con un Principe di casa Savoia. Sperava il Francese che il Manzoni avebbe fatta un'eccezione pel dominio temporale del Papa, non potendo ammettere che un cattolico supponesse possibile qualsiasi attentato contro di esso; e però strinse i panni al Manzoni, chiedendogli quello che contasse di fare del Papa-Re. "Quando vi ho detto (rispose il Manzoni senza scomporsi) che voglio l'unità con un Principe che non è il Papa, mi par d'avere già risposto in anticipazione alla vostra dimanda." Nell'anno 1848, quando tutta l'Italia delirava per Pio IX e in casa dello stesso Manzoni il suo primogenito si faceva bello con la medaglia del Papa, il Manzoni fu de' pochissimi che non si lasciarono sedurre da un entusiasmo, che a lui pareva più funesto che utile all'unità italiana. Egli non si lasciava trasportare dalle opinioni volgari, quando non gli pareva che il senso volgare fosse il buon senso; ma voleva camminare co' suoi tempi, e progredire; anche nel modo di vestire, desiderando evitare ogni ridicola stranezza, fino agli ultimi anni di sua vita desiderava sempre mostrarsi uomo moderno. Di ogni ritorno al passato, di ogni passo che si dèsse per andare indietro, si doleva. Venerava i dommi cattolici, ma non trovava certamente che fossero pochi; e però quando intese che se ne voleva aggiungere uno nuovissimo, quello dell'infallibilità papale, il vecchio Manzoni si trovò intieramente d'accordo col giovinetto protestante del _Trionfo della Libertà_, si schierò dunque animosamente tra gli antinfallibilisti più risoluti e più rigorosi; "ma quando (scrive il Rizzi) egli, cattolico, seppe che in Vaticano era passata, come si direbbe noi laici, la nuova legge, non fece che esclamare: _pazienza!_, e non ne parlò più. E forse in questa sua sottomissione della ragione alla fede c'entrava per molto l'esempio del suo dottore e maestro l'abate Rosmini, il quale pure avea dichiarato di sottomettersi alla censura inflitta al suo libro delle _Cinque Piaghe_." Ma, in somma, egli si rallegrò che Roma fosse tolta al governo del Papa, ed accettò con piacere l'onore di venire ascritto nell'albo de' cittadini di Roma capitale, dove il Papa infallibile si era rintanato a fare il broncio a quell'Italia, che, come ben disse lo stesso Manzoni, egli benedisse prima del Quarantotto, per mandarla, dopo il Quarantotto, a farsi benedire. Egli conosceva il pregio di certi onori, i quali ricevono importanza dall'occasione e dalla qualità speciale di chi li riceve e di chi li concede; perciò egli che, a malgrado dell'intercessione del conte Andrea Cittadella e di Alessandro Humboldt, non avea temuto offendere l'Imperatore d'Austria ed il Re di Prussia, ricusando le loro decorazioni, gradiva poi una stretta di mano del re Vittorio Emanuele, una rosa del generale Garibaldi, ed un ben tornito complimento del più dotto fra i coronati viventi, Don Pedro d'Alcantara. Un tempo, quando pubblicò i _Promessi Sposi_, egli avea pure gradito le cortesie del Granduca di Toscana; ma non dimentichiamo ch'era quello il decennio glorioso, in cui nella piccola ospitale Toscanina riparavano gli esuli delle altre provincie d'Italia, il Pepe, il Colletta, il Poerio, il Leopardi, il Tommaseo, il Giordani ed altri più che venivano a riscaldare le loro speranze intorno alla più coraggiosa ed importante delle Riviste letterarie italiane, l'_Antologia_, e nel Gabinetto letterario del ginevrino Giampietro Vieusseux. Ed il Manzoni di nessuno faceva maggiore stima che di quegli Italiani, che aveano avuto la fortuna non solo di scrivere, ma di patire e di combattere per l'Italia; quando il Settembrini si dimenticò pertanto a segno da paragonare il Manzoni _al vecchio Priamo che scagliava il suo telo senile_, egli, sebbene sentisse tutta l'indegna acerbità dell'offesa, la voleva perdonare, non tanto perchè come cristiano egli lo avrebbe dovuto, ma perchè egli pensava che si dovesse perdonar molto ad un uomo, il quale era stato in prigione per la patria. È noto che il Manzoni, negli ultimi anni della sua vita, lavorava intorno ad un _Saggio comparativo fra la Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859_. L'opera, tuttora inedita, non potè venir terminata; nella parte che riguarda la Rivoluzione francese, egli ammira l'Ottantanove e deplora e condanna il Novantatrè, che non gli pare sia stato nè utile nè, in alcun modo, necessario; trova, in somma, che il Novantatrè era un Ottantanove peggiorato; sono rimasti intatti di questa parte ben 286 fogli. La parte italiana, quale rimane fra le carte inedite del Manzoni, si compone di soli diciotto fogli; al nostro scopo, che è quello di mostrare quale concetto civile e politico il Manzoni si faceva della letteratura, basterà qui il riferirne, poichè la gentilezza e la memoria di un amico ci aiuta, alcuni saggi che il Manzoni stesso veniva leggendo ai più intimi ed assidui suoi frequentatori. Di Dante che voleva l'unità con Arrigo di Lussemburgo, il Manzoni scriveva: "Dante, il grande e infelice Italiano, che cercava in una qualche forza viva il mezzo di ottenere l'unità, credette di poterlo trovare nell'Impero. Ma, per verità, sarebbe difficile il decidere se questo sarebbe stato meno atto a crearla davvero o a mantenerla." Il Manzoni ammirava il Piemonte e sperava molto da esso; perciò lasciò scritto: "La concordia nata nel 1849 tra il giovane Re di codesta estrema parte della patria comune e il suo popolo ristretto d'allora, fu la prima cagione di una tale indipendenza; poichè fu essa, e essa sola, che rese possibile anche il generoso e non mai abbastanza riconosciuto aiuto straniero; e essa sola che fece rimaner privi d'effetto gli sforzi opposti della Potenza allora prevalente in Italia, e fatalmente avversa a questa indipendenza." Ma il Manzoni voleva il Piemonte italiano, non già l'Italia piemontese, e ancora meno l'Italia esclusa dal Piemonte o il Piemonte dall'Italia. Perciò quando il Piemonte formava con la Sardegna un regno separato, e l'Accademia delle Scienze, la quale soleva aggregarsi come _Accademici stranieri_ gl'illustri Italiani delle altre provincie, nel 1833 eleggeva _Accademico straniero_ il Manzoni, questi, rifiutando un tale onore, rispondeva al Presidente dell'Accademia conte Prospero Balbo in questi termini: "Un tanto onore sarebbe caramente pagato, se io non lo potessi ottenere che col titolo di _Accademico straniero_; standomi più a cuore l'esser compatriotta di Lei e degli altri uomini insigni, di cui codesta Accademia si vanta, che d'esser loro collega; chè, se questo è un effetto della degnazione loro, quello è un dono di Dio, che mi ha fatto nascere in questa Italia, che è superba di chiamarli suoi." L'ultime sue parole d'affetto furono pure per la città di Torino. Egli le scrisse nell'anno 1873, poco prima di morire, e suonano così: "Trista condizione di cose, in cui anche gli uomini di alta mente e amici della patria non potevano far altro che disperare o sognare." Vittorio Emanuele gli pare: "Un Re che al coraggio e alla costanza della sua stirpe univa un sentimento per l'Italia, che in questo caso non consentiremmo di chiamare ambizione, perchè la parte di vanità e d'interesse personale sottintesa in un tale vocabolo scompare nella grandezza e nella nobiltà del fine." Riconosce l'antica forza di resistenza opposta allo straniero invasore dall'esercito del piccolo Piemonte, con una felice similitudine: "L'esercito piemontese aveva saputo tener addietro, da quella parte, per ben tre anni, il novo invasore, come quel valente ragazzo olandese aveva opposta all'acqua che stava per prorompere da un punto dell'argine la sua piccola, ma tenace schiena, aspettando soccorso." Riconosce l'importanza del soccorso, che ci diedero i Francesi nel 1859; ma, nello stesso tempo, osserva che l'Italia si è pure un poco aiutata da sè: "La vita d'una nazione non può essere un dono d'altri. È bensì vero che una nazione divisa in brani, inerme nella massima parte, e compressa da una preponderante, ordinata e vigilante forza straniera, non potrebbe da sè rivendicare il suo diritto di essere; e questa è la sua infelicità e un ricordo di modestia. Ma è anche vero che non lo potrebbe nemmeno con qualunque più poderoso aiuto esterno senza un forte volere e uno sforzo corrispondente dalla sua parte. Un braccio vigoroso può bensì levar dal letto un paralitico, ma non dargli la forza di reggersi e di camminare." Per la stessa ragione il Manzoni ammirava la grande impresa compiuta dal generale Garibaldi; ma, quanto più gli appariva meravigliosa, tanto più ei vi riconosceva l'opera del popolo italiano che la secondò: "E mille valorosi condotti, come a una festa, da un valorosissimo a conquistare a questa patria comune un vasto e magnifico tratto del suo territorio, da principio con l'armi, a un'immensa disuguaglianza di numero, come a prova dell'ardire, e poi con la sola forza del nome e della presenza, come a prova della spontaneità dell'assenso." Questa pare a me e deve parere a molti bella e buona sapienza politica; si chiama pure (a dispetto di certe sottigliezze e squisitezze di stile che possono talora apparir soverchie) un parlar chiaro e sicuro, come d'uomo profondamente convinto. Il Manzoni ebbe pure la grande fortuna che gli eventi gli diedero ragione. Nel 1848 egli voleva essere più tosto repubblicano con l'unitario Mazzini, che federalista col re Carlo Alberto; del che dolevansi i suoi amici piemontesi, in ispecie il Balbo e l'Azeglio. Quest'ultimo, perciò, scrivendo a sua moglie sfogava un po' di risentimento politico contro il Manzoni ed i suoi amici:[1] "Salutami gli amici, Grossi, Manzoni, e di' a tutti che io, a forza di girare, conosco l'Italia più di loro; che non si fan repubbliche senza repubblicani; e di questi non ne ho quasi incontrati in Italia. Di' a Manzoni che, se riesce a far repubblicano Carlo Alberto, non riescirà a far Pio IX. Sarebbe metter in seno all'Italia due serpi che si combatterebbero e lacererebbero loro e lei. Per amor di Dio, contentiamoci di fare uno Stato forte sul Po, costituzionale; e preghiamo Dio di trovare un venti per cento che capisca _de quoi il s'agit_. A star sempre in una camera, parlar cogli stessi uomini, si giudica male un paese e il mondo pratico. Lasciamo andar la donna del giudizio di Salomone e il suo bambino; a lei Salomone dava la scelta, a noi la necessità la nega. Giudizio, cose possibili, e non poesia, per carità!" Pare che il Manzoni opinasse allora che chi amava l'Italia dovea piuttosto come, nel giudizio di Salomone, imitar la vera madre, la quale preferiva piuttosto saper viva ed intatta in mano altrui la propria creatura, che riscattarla dalle altrui mani per farla in pezzi, L'Azeglio dava al Manzoni del poeta, altri, con parola che vorrebbe significare il medesimo, lo qualificavano, a motivo delle sue idee unitarie, per un utopista; al che egli rispondeva: "Eh! ben anche la vostra federazione è un'utopia; poniamo pure che l'unità sia un'utopia; la federazione è un'utopia brutta, come l'unità è invece un'utopia bella." Dolevasi, invero, che i Francesi avessero chiesto un compenso del sangue versato in Lombardia, col privare l'Italia occidentale di due suoi antichi baluardi; ma, dominato dal suo concetto unitario, egli provava a consolarsi della dolorosa iattura con una similitudine: "Se la culla del Regno d'Italia (egli pensava) è stata la Savoia, come il fanciullo cresciuto in età, non avendo più bisogno della culla, la può dar via, così fece il Regno d'Italia cedendo la Savoia alla Francia." Ma la Savoia era all'Italia, più ancora che una culla, una fortezza poderosa; chi la ricevette, invece, non si rallegrò forse di un acquisto proporzionato alla gravità della nostra perdita. Ma in Savoia non si parlava italiano, e uno de' più forti elementi per costituire fortemente l'unità della patria pareva al Manzoni l'unificarla in un solo linguaggio. Quindi il sacrificio nazionale, per la perdita di Nizza e Savoia, ma specialmente della Savoia, al Manzoni dovette parer minimo. Essa non poteva, secondo il concetto manzoniano, convergere al centro comune della patria, non poteva associarsi e partecipare all'opera vivificatrice del linguaggio, che doveva aver sede unica e base fondamentale in Firenze. Poichè ogni unità, ma specialmente ogni unità organica, ha il suo centro di attrazione e di gravità, poichè ogni albero ha la sua radice, la radice dell'albero della lingua italiana, ond'essa dovea ricevere succo e forza vitale, era pel Manzoni in Firenze, nella parlata fiorentina, come quella che in Toscana appare meno incerta, e, come più ricca di storia civile, necessariamente anco più ricca di parole adatte per esprimere un maggior numero di pensieri. "In fatto di lingua (diceva egli con vivacità a' suoi amici), in fatto di lingua non c'è un più o un meno; non c'è che il tutto o il niente." Egli voleva il tutto; e non ammetteva alcuna diminuzione di questo concetto ch'ei si era fatto dell'unica base stabile e conveniente alla lingua italiana.[2] Chi, dicendosi manzoniano, cercava l'italiano in altre parti della Toscana, fuori del Contado fiorentino, spostava la sua questione, mostrava di frantenderla e irritava il valentuomo che l'aveva proposta, forse più degli avversarii aperti, i quali volevano che la lingua si pigliasse dove tornava più comodo. La questione della lingua non è punto nuova in Italia; essa è nata, si può dire, con la nostra letteratura. Merito principale del Manzoni fu d'avere ricominciato a trattarla _nazionalmente_, con quella stessa serietà, con la quale l'aveano posta nel Trecento e nel Cinquecento il primo poeta e il primo prosatore d'Italia, Dante e il Machiavelli. Il merito dovea parere tanto maggiore nell'anno 1824, quando il Manzoni s'accinse la prima volta di proposito allo studio della lingua italiana, poichè Vincenzo Monti con la _Proposta_ e gli Accademici della Crusca coi loro illustri e minuti battibecchi facevano anzi nuova mostra infelice, con meschini dispetti provinciali, dell'antica e funesta discordia italiana. Il Manzoni poi, lasciando stare le questioni minori, prese, come suol dirsi, il toro per le corna, si domandò se lingua c'era, dov'essa era migliore, e quando la fiorentina si riconoscesse migliore, richiese che quella sola si studiasse e adottasse per farne la lingua di tutti gl'Italiani. Il ragionamento pareva molto ovvio e semplice; il Manzoni aveva rinnovato il miracolo dell'uovo di Colombo. Ma quando tutti ebbero capito quello che prima non capivano, pur volendo mostrare di saperne di più, invece di convenire che egli avea ragionato bene, si voltarono contro di lui come contro un sofista che, invece d'allargare la questione, l'avea ristretta troppo. Ma egli aveva ragionato anche questa volta da unitario. Egli ammirava forse nella storia più Firenze che Roma, e si sarebbe contentato che la sede del Regno d'Italia rimanesse in Firenze anzi che trasferirsi a Roma, la quale in ogni modo desiderava di gran cuore ridonata all'Italia libera dal dominio temporale de' Papi. I Fiorentini doveano parere al Manzoni gli Ateniesi d'Italia, la lingua fiorentina la nostra lingua attica. Ma, perch'egli potesse avere pienamente ragione, era prima necessario ascoltarlo; ora l'Italia non convenne a Firenze, per avvivarne l'antica floridezza, per mettervi dentro tutto il suo sapere, tutta la sua civiltà e per farne veramente la prima città d'Italia, com'era un tempo Atene per la Grecia; l'Italia vi si attendò per cinque anni, non vi pose stabile radice e, migrando nel 1870 ad altra riva, la lasciò più povera e più negletta di prima. La teoria manzoniana quindi ci pare ora più che mai eccessiva, poichè in Firenze non s'accentra più, com'era sperato dal Manzoni e dall'Azeglio, il fiore della civiltà, il nerbo della vita italiana; ed una lingua per ottenere il consenso universale d'una nazione ha bisogno di derivar la sua forza da una vita locale più gagliarda delle altre. Questa vita privilegiata potrebbe esistere, ma non può dirsi, pur troppo, che esista ora in Firenze; quindi la necessità di ammettere la ragionevolezza di que' temperamenti che il Fauriel proponeva già al Manzoni fino dal loro primi colloquii intorno alla lingua italiana. "Il Fauriel (scriveva il Sainte-Beuve), udendo le ingegnose ragioni del Manzoni, non ardiva contradirle in tutto, ma nondimeno aveva qualche cosa da ridire. L'Italia ebbe pure in tutti i tempi i suoi grandi scrittori; perchè dunque non potrà averne anche oggi? È poi un male così grande ed irrimediabile, alla fin fine, d'esser costretto a scegliere, ed anche, in un certo senso, a comporsi la lingua, a tenerla sollevata dalle trivialità, a cercare d'indirizzarla verso un tipo superiore, che s'appoggia direttamente, ma in modo larghissimo, all'esempio degli antichi maestri? È vero che, superate le difficoltà, ci vuole poi l'ingegno per far bene. Ma il Fauriel mostrava che qui il campo era assai vasto e glorioso. E ardiva, per certo, rimandare all'amico un rimprovero che ne avea ricevuto sovente; e incitarlo a non voler prendere per regola del suo lavoro un ideale di perfezione, a cui non è dato giungere interamente, neppure a coloro che ne hanno in sè il sentimento. E rifacevagli quella guerra che spesso il Manzoni compiacevasi fare a lui, per troppa incontentabilità. Il Fauriel era infatti incontentabile in ciò che componeva, ma sulle cose; il Manzoni sullo stile." Noi possiamo ora trovar ragionevoli i temperamenti del Fauriel, ma dobbiamo essere persuasi ch'essi non convincevano il Manzoni, il quale mirava ad ogni specie di perfezione, e riconosceva come un elemento di perfezione l'unità. Bisognava in Italia scrivere popolarmente per essere intesi da tutti, bisognava parlare una sola lingua, avere una sola fede religiosa, una sola fede politica; senza di ciò non vi è armonia e vera grandezza italiana. Il centro dell'unità del linguaggio doveva esser Firenze, quello dell'unità della fede Dio, come lo intende e lo spiega la Chiesa cattolica. Voleva pure unità di stirpe nel popolo italiano, e però nel suo celebre _Discorso sopra la Storia de' Longobardi_ che ebbe il merito di promuovere in Italia una nuova serie d'indagini storiche molto importanti,[3] escludeva i Longobardi conquistatori da quel popolo italiano che aveano vinto ed oppresso e derubato, ma in nessun modo, potuto assimilarsi. Voleva bontà ed unità di leggi, liberate dal capriccio; quindi la critica legislativa della sua storia della _Colonna Infame_, ove, col pretesto di biasimar le antiche leggi, colpisce nella stessa condanna le nuove sommamente arbitrarie dell'Austria. Anche le idee avevano il loro principio, il loro centro d'unità; nel _Dialogo sull'Invenzione_ egli sostiene la dottrina rosminiana delle idee innate, e le fa, per conseguenza, anche se non lo dice, risalire a Dio. Per lo stesso sentimento d'armonia universale, il Manzoni sente l'alto dominio della poesia, che abbraccia in sè l'universalità delle cose sentite e pensate, e la superiorità della poesia alla storia. "È una parte (egli esclama nel suo _Discorso sul Romanzo storico_) della miseria dell'uomo il non poter conoscere se non qualcosa di ciò ch'è stato, anche nel suo piccolo mondo; ed è una parte della sua nobiltà e della sua forza il poter congetturare al di là di quello che può sapere." La realtà per lui era la base, l'ideale, la corona di ogni edificio poetico; perciò il suo edificio piantato sopra la terra poteva facilmente salire fino al cielo. Per questi supremi diritti concessi alla poesia, il Manzoni, sebbene confessi che ad ogni uomo d'ingegno giova il consenso altrui per assicurarsi delle proprie forze, sentendo sè stesso tanto superiore al volgo da poter talvolta osare di andar contro le opinioni volgari, lasciò pure scritto: "La maggior parte de' poeti, le cui opere sopravvissero a loro, ebbero qualche pregiudizio da vincere, e non divennero immortali se non con l'affrontare il loro secolo in qualche cosa." Ma non frantendiamo: il Manzoni, per quanto grande rivoluzionario egli fosse in letteratura, non ha già voluto dire ai giovani che, per riuscire originali, essi hanno ad urtare i sentimenti più squisiti e più delicati del loro tempo; lo strano ed il grottesco non vogliono già dire l'originale; il Manzoni è sempre ragionevole anche quando egli è maggiormente poeta, ossia quando il suo ingegno si alza di più; egli ha definito una volta la poesia _l'esaltazione del buon senso_, e basta questa definizione per farci intendere quello ch'egli crede si possa dire o non dire in poesia. Il reale e l'ideale devono essere fusi insieme; l'ideale deve alzare il reale, non abbassarlo, non abbassarsi ad esso; l'uno fuori dell'altro non istà nella poesia; e con uno solo di questi elementi non c'è vera poesia. Il Manzoni, in questo come in altri casi, vuole tutto o niente. Egli, così destro e fine nel cogliere i particolari accidenti delle cose, li nota soltanto per le loro attinenze con quell'armonia generale che, nell'età nostra, nessuno ha sentita più del Goethe. E quantunque assai lontano il Nostro dal possedere quelle profonde conoscenze nelle scienze fisiche e naturali, che il Tedesco aveva acquistate, è mirabile la loro concordia nell'alto concetto dell'unità ideale della scienza, o, se vogliam meglio, delle scienze. "Questo esser costretti (scriveva il Manzoni) a spezzar lo scibile in tante questioni, questo vedere come tante verità nella verità ch'è una, e in tutte vedere la mancanza e insieme la possibilità, anzi la necessità d'un compimento, questo spingerci che fa ognuna di queste verità verso dell'altre, questo ignorare che pullula dal sapere, questa curiosità che nasce dalla scoperta, com'è l'effetto naturale della nostra limitazione, è anche il mezzo, per cui arriviamo a riconoscere quell'unità che non possiamo abbracciare." Io mi sono forse troppo dilungato a parlare d'un Manzoni diverso da quello che gli stranieri si figurano. Ma tante volte mi è accaduto di sorprendere sulle labbra di gentili forestiere un sorriso ironico perchè richiesto d'indicar loro uno scrittore italiano da leggersi, io raccomandavo a tutte ostinatamente il Manzoni, tante volte mi sentii rispondere: sono pur noiosi que' suoi _Promessi Sposi_ ch'io ho voluto dimostrare dapprima: che il Manzoni sarebbe per noi un grande uomo anche senza i _Promessi Sposi_; ed ora mi proverò a dichiarare le ragioni, per le quali i _Promessi Sposi_ non possono parer noiosi a noi, e, se non mi lusingo troppo da me stesso, non dovranno parer più noiosi ai forestieri, pur che s'avvezzino a leggerli a quel modo con cui siam soliti a leggerli in Italia da un mezzo secolo e specialmente da alcuni anni in qua, la guida costante di un _rationabile obsequium_.