Part 14
E voi di tanta madre incliti figli, Fratelli, i preghi della madre udite: Di sentenza disgiunti e di consigli, Che pensate, infelici, e chi tradite? Una deh sia la patria, e ne' perigli Uno il senno, l'ardir, l'alme, le vite. Del discorde voler che vi scompagna, Deh non rida, per Dio! Roma e Lamagna.
Si può anche ammettere che il Monti fosse in quel momento sincero, ed esprimesse con tali versi il proprio intimo sentimento; ma egli cantò tante volte idoli diversi, dal Braschi a Napoleone, dal Suvaroff all'Imperatore d'Austria, che una sua strofa unitaria non può far di lui un poeta unitario. Prima dell'anno 1860 gli unitarii in Italia si potevano contare; tra i liberali d'idee più avanzate prevaleva generalmente l'idea della federazione. Il professor De Benedetti racconta in questo modo il colloquio che il Mazzini avrebbe avuto col Manzoni: "Vede, Don Alessandro (avrebbe detto il Mazzini), durante un pezzo siamo stati noi _due soli_ a credere all'unità di quest'Italia. Ora possiamo dire che avevamo ragione." Al che il Manzoni volendo mostrare che egli vi aveva avuto poco merito, perchè l'unità era inevitabile, con un malizioso sorriso avrebbe risposto: "Il padre del nostro amico Torti, che aveva sempre freddo, cominciava al primo fresco di settembre a dire: _Vuol nevicare_. A ottobre e novembre sentiva crescere il freddo e ripeteva: _Nevica di sicuro_. Finalmente, a gennaio o febbraio s'aveva una gran nevicata, e il buon Torti esclamava: _L'avevo detto io che doveva nevicare_." Ma, un anno innanzi, prima che il Mazzini gli facesse visita, egli, che era sempre stato un po' repubblicano e molto unitario, compiacevasi, in somma, di avere indovinato giusto giusto come il padre del Torti. "Alla fede dell'unità d'Italia (egli diceva) ho fatto il più grande dei sacrificii che un poeta potesse fare: quello di scrivere _scientemente_ un brutto verso." Questo brutto verso si trova in un frammento di Canzone petrarchesca composta dal Manzoni nell'aprile dell'anno 1815, quando Gioachino Murat bandiva il suo famoso Proclama di Rimini, col quale chiamava alle armi gli Italiani, in nome dell'_Unità italiana_. Ma intanto che il Manzoni scriveva, la rotta di Tolentino, con tutti gli ambiziosi disegni del Murat, faceva cadere la penna di mano al nostro giovine Poeta, che, a mezzo della quinta strofa, si arrestava. Il frammento, più che quattro strofe finite, ci presenta un solo abbozzo, ove conviene tener molto conto de' pensieri ed usar qualche indulgenza alla inelegante povertà del verso. Nello stesso anno il giovinetto Leopardi componeva una specie di Orazione rettorica e reazionaria, della quale mi fece vedere una copia il marchese Ferrajoli di Roma. Quando verrà pubblicata, se pure a quest'ora non è già pubblica, sarà utile il riscontrare la Canzone del _reazionario_ Manzoni con la prosa del Leopardi, il quale, per quanto intesi, era, alcuni anni dopo, col Nicolini tra quelli che si sdegnavano più forte contro il pietismo manzoniano e contro la sua teoria del perdono delle ingiurie. Il Manzoni nei versi del frammento, per la forma, classicheggia un po' pedestremente; ma ne' concetti egli si rivela moderno, e libero e coraggioso profeta d'un avvenire, intuito e sperato per l'Italia da pochi sapienti:
O delle imprese alla più degna accinto, Signor, che la parola hai proferita, Che tante etadi indarno Italia attese; Ah! quando un braccio le teneano avvinto Genti che non vorrìan toccarla unita, E da lor scissa la pascean d'offese; E l'ingorde udivam lunghe contese Dei re tutti anelanti a farle oltraggio; In te sol uno un raggio Di nostra speme ancor vivea, pensando Ch'era in Italia un suol senza servaggio, Ch'ivi slegato ancor vegliava un brando. Sonava intanto d'ogni parte un grido, Libertà delle genti e gloria e pace, Ed aperto d'Europa era il convito; E questa donna di cotanto lido, Questa antica, gentil, donna pugnace, Degna non la tenean dell'alto invito; Essa in disparte, e posto al labbro il dito, Dovea il fato aspettar dal suo nemico, Come siede il mendìco Alla porta del ricco in sulla via; Alcun non passa che lo chiami amico, E non gli far dispetto è cortesia. Forse infecondo di tal madre or langue Il glorïoso fianco? o forse ch'ella Del latte antico oggi le vene ha scarse? O figli or nutre, a cui per essa il sangue Donar sia grave? o tali, a cui più bella Pugna sembri tra lor ingiuria forse? Stolta bestemmia! eran le forze sparse, E non le voglie; e quasi in ogni petto Vivea questo concetto: Liberi non sarem se non siamo uni; Ai men forti di noi gregge dispetto, Fin che non sorga un uom che ci raduni. Egli è sorto per Dio! Sì, per Colui Che un dì trascelse il giovinetto ebreo Che del fratello il percussor percosse; E fattol duce e salvator de' sui, Degli avari ladron sul capo reo L'ardua furia soffiò dell'onde rosse; Per quel Dio che talora a stranie posse, Certo in pena, il valor d'un popol trade; Ma che l'inique spade Frange una volta, e gli oppressor confonde, E all'uom che pugna per le sue contrade L'ira e la gioia de' perigli infonde. Con Lui, signor, dell'itala fortuna Le sparse verghe raccorrai da terra, E un fascio ne farai nella tua mano...
I versi non belli, in questo frammento, sono parecchi; ma il Manzoni alludeva, nel suo discorso, a questo:
Liberi non sarem se non siamo uni.
Per questa unità da lui voluta, sperata, predicata, fin da giovinetto, il Manzoni aveva il coraggio di combattere apertamente, quantunque così devoto al Capo spirituale della Chiesa, il potere temporale de' Papi. Per questo riguardo, il Manzoni s'accordava perfettamente con l'antico e col nuovo poeta Ghibellino, con l'Alighieri e col Niccolini; il Poeta quindicenne, nel _Trionfo della Libertà_, e però prima della sua pretesa conversione, mentrechè egli mostra come Dio, ossia la religione, insegni soltanto l'amore:
Ei, con la voce di natura, chiama Tutti ad armarsi, e gli uomini accompagna E va d'ognuno al cor ripetendo: _ama!_
si rivolge dantescamente a Roma:
Ahi! de la libertà l'ampia ruina Tutto si trasse ne la notte eterna, Ed or serva sei fatta di reina. Che il celibe Levita ti governa Con le venali chiavi, ond'ei si vanta Chiuder la porta e disserrar superna. E i Druidi porporati, oh casta, oh santa Turba di lupi mansüeti in mostra Che de la spoglia de l'agnel s'ammanta, E il popol riverente a lor si prostra In vile atto sommesso, e quasi Dei Gli adora e cole, oh sua vergogna e nostra!
Si offendeva il giovinetto Manzoni nel vedere che in Italia molto più che Cristo si adorasse il suo Vicario; egli presentiva già il giorno, in cui il Papa avrebbe finito per dichiararsi infallibile; perciò arditamente cantava:
Infallibil divino a le devote Genti s'infinse, che a la putta astuta Prestâro omaggio e le fornîr la dote.
Si dirà facilmente da alcuno di que' devoti che si preparavano alla beatificazione di Alessandro Manzoni, che non è da tenersi conto del linguaggio intemperante di un giovine studente traviato; ma il guaio è che il Manzoni, quantunque ossequente alla Chiesa, in tutto ciò che riguarda la materia dommatica del Cattolicismo, non s'immaginava mai che verrebbe un giorno, in cui l'infallibilità e il potere temporale de' Papi diventerebbero due nuovi dommi, due nuovi articoli del _Credo_ cattolico! Nell'_Adelchi_, lo stesso Desiderio re de' Longobardi, a cui l'Autore impresta pure i suoi proprii sentimenti religiosi, tanto da fargli dire vinto da Carlo Magno queste parole di sommissione, per le quali si riconosce nel vincitore la potenza del dito divino:
In te del cielo Io la vendetta adoro, e innanzi a cui Dio m'inchinò, m'inchino,
quando si tratta di definire quali possano essere le relazioni di un Re che ambisce la piena signoria d'Italia col Papa, esclama:
.... Roma fia nostra; e, tardi accorto, Supplice invan, delle terrene spade Disarmato per sempre, ai santi studii Adrian tornerà; re delle preci, Signor del Sacrifizio, il soglio a noi Sgombro darà.