Alessandro Manzoni, Studio Biografico Letture fatte alla Taylorian Institution di Oxford nel maggio dell'anno 1878, notevolmente ampliate

Part 20

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[1] Il Fauriel, scrive il Sainte-Beuve, s'andava proponendo, circa quel tempo, di comporre un romanzo storico, di cui avrebbe certamente collocata la storia nel Mezzodì della Francia, in una di quelle epoche ch'egli conosceva così bene. Dopo aver finito l'_Adelchi_, il Manzoni, abbandonata l'idea di una tragedia _Spartaco_, si mise anch'egli a pensare di comporre il romanzo _Promessi Sposi_. Circa lo stesso tempo, il suo amico Grossi s'occupava intorno ad un grande poema storico: _I Lombardi atta prima Crociata_. Era il tempo del grande ardore per l'_Ivanhoe_. Di qui nuove attivissime discussioni, e nuovo moto alle idee, sia per lettera, sia a voce, nel soggiorno del Fauriel in Italia (la Prefazione che precede il supplemento al secondo volume dei _Canti popolari della Grecia_ del Fauriel reca la data di _Brusuglio vicin di Milano_) dal 1823 al 1825. Discutevasi, per esempio, come questione principale, tra i due amici, intorno al modo d'innestare la storia con la poesia, senza che l'una noccia all'altra. Il Fauriel inclinava a credere che, quindi in poi, la lotta condurrebbe la poesia propriamente detta a rimanere ogni dì più soccombente. Il Manzoni pensava altrimenti, e sosteneva contro le apparenze e i cattivi pronostici che _la poesia non ha volontà di morire_. E tutti due s'accordarono a dire che, in un certo sistema di romanzo, "c'è posto per l'invenzione de' fatti nella rappresentazione di costumi storici." Ebbene, la è questa appunto, replicava il Manzoni, una di quelle forze potentissime che restano tuttavia alla poesia, la quale, com'io vi diceva, non ha volontà di morire. La narrazione storica non è fatta per lei; giacchè il racconto de' fatti ha virtù di svegliare nell'uomo, naturalmente e ragionevolmente curioso, una tale attrattiva da disgustarci delle invenzioni poetiche che vi si volessero mescolare fino a farle parere puerili. Ma riunire i caratteri distintivi di un'epoca della società, rischiararli o porli in moto con un'azione, profittar della storia senza mettersi in concorrenza con essa, senza pretender di fare quel che esse sa far meglio sicuramente, ecco ciò che mi sembra tuttavia riservato alla poesia; che anzi essa sola può fare. "Non crediamo ingannarci (soggiunge il Sainte-Beuve), epilogando per tal modo l'opinione del poeta."

[2] Ecco le parole proprie del Filangieri, quali si possono leggere nel libro IV, capo 40, art. 3°, della _Scienza della Legislazione_: "Io propongo la lettura de' romanzi pe' fanciulli che sono giunti all'età che si richiede secondo l'ordine da noi esposto (cioè l'età di nove anni compiuti), per assistere ai morali discorsi. Ma quali debbono essere questi romanzi? quali i soggetti, sui quali formar si dovrebbero? Ogni condizione può avere i suoi eroi, può avere i suoi mostri. Presso tutte le nazioni, in tutte l'età, in tutti i Governi, se ne trovano in tutte le classi dello Stato. I cenci dell'ultimo cittadino e la toga del primo magistrato nascondono spesso le più grandi virtù e i vizii più vili. L'occhio del filosofo penetra a traverso di questo velo, nel mentre che il volgare non vi vede che cenci e toga. Su questi fatti che l'istorie di tutti i tempi ci manifestano, formar si dovrebbero i romanzi, de' quali io parlo. L'eroe esser dovrebbe della classe, della quale son coloro, a' quali ne vien destinata la lettura. L'agricoltore dunque, il fabbro, il semplice soldato, o il duce che ha cominciato dall'esserlo, e che ha condotto l'aratro prima di condurre la legione, somministrar dovrebbero il soggetto e l'eroe dei romanzi che pe' fanciulli di questa classe io propongo. L'arte dello scrittore esser dovrebbe di mettere nel maggior aspetto quelle virtù così civili come guerriere che sono più alla portata degl'individui di questa classe; di dipingere co' colori più neri que' vizii, ai quali sono più esposti; di fecondare que' semi dell'amor della patria o della gloria, che si van gittando in tanti modi nel cuore de' nostri allievi, e d'ispirare quell'elevazione di animo, ch'è altrettanto più gloriosa, quanto meno si combina colla ricchezza delle fortune e coll'originaria dignità della condizione. _Io vorrei che il soggetto del romanzi fosse per lo più un fatto vero, e non interamente immaginato, e vorrei che l'autore ne assicurasse colui che legge. È incredibile quanto questa prevenzione ne renderebbe più efficace la lettura_. La moltiplicità e l'eccellenza delle opere che son comparse in questo genere presso tutte le nazioni, ed in tutte le lingue dell'Europa, renderebbe molto facile la collezione di questi romanzi d'educazione che io propongo. Gli effetti e i vantaggi, che ne produrrebbe la lettura, sono noti a chiunque conosca la forza dei sentimenti e l'influenza che questi aver possono sulla formazion del carattere e sullo sviluppo delle passioni."

[3] Questa notizia ch'io rilevo da una lettera del professore Giovanni Rizzi, trova pure conferma nelle seguenti parole del Buccellati: "Rattristato, per i rovesci del 1821, la morte e la prigionia degli amici, (il Manzoni} disse a Grossi ch'egli non potendo più vivere a Milano, intendeva ritirarsi colla famiglia a Brusuglio. Grossi trovò savio il pensiero di Manzoni, e se ne valse anche per suo conto, seguendo l'amico nel suo eremitaggio. Tra i libri che Manzoni portava seco da Milano eravi la _Storia_ del Ripamonti e l'_Economia e Statistica_ del Gioia, in cui si trovano citate le Gride contro i Bravi e gl'inconsulti Decreti annonarii. Oh! che tempi, diceva Manzoni a Grossi, segnando specialmente le pagine del Ripamonti che alludono all'Innominato. Sarebbe bene porre sottocchio in modo evidente queste istorie...."

[4] Lo riferisco, quantunque notissimo, perchè nella biografia manzoniana sembrami avere una importanza speciale: ".... La presenza di Federigo era infatti di quelle che annunziano una superiorità, e la fanno amare. Il portamento era naturalmente composto, e quasi involontariamente maestoso; non incurvato, nè impigrito punto dagli anni; l'occhio grave e vivace, la fronte serena e pensierosa; con la canizie nel pallore, tra i segni dell'astinenza, della meditazione, della fatica, una specie di floridezza verginale; tutte le forme del volto indicavano che, in altra età, c'era stata quella che più propriamente si chiama bellezza; l'abitudine de' pensieri solenni e benevoli, la pace interna d'una lunga vita, l'amore degli uomini, la gioia continua d'una speranza ineffabile, vi avevano sostituita una, direi quasi, bellezza senile, che spiccava ancor più in quella magnifica semplicità della porpora. Tenne anche lui, qualche momento, fisso nell'aspetto dell'Innominato il suo sguardo penetrante; ed esercitato da lungo tempo a ritrarre dai sembianti i pensieri; e, sotto a quel fosco e a quel turbato, parendogli di scoprire sempre più qualcosa di conforme alla speranza da lui concepita al primo annunzio d'una tal visita, tutt'animato; "Oh!" disse, "che preziosa visita è questa! e quanto vi devo esser grato d'una sì buona risoluzione: quantunque per me abbia un po' del rimprovero!" "Rimprovero!" esclamò il signore maravigliato, ma raddolcito da quelle parole e quel fare, e contento che il Cardinale avesse rotto il ghiaccio, e avviato un discorso qualunque. "Certo, m'è un rimprovero," riprese questo, "ch'io mi sia lasciato prevenir da voi; quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venir da voi io." "Da me voi! sapete chi sono? V'han detto bene il mio nome?" "E questa consolazione ch'io sento, e che, certo, vi si manifesta nel mio aspetto, vi par egli ch'io dovessi provarla all'annunzio, alla vista d'uno sconosciuto? Siete voi che me la fate provare; voi, dico, che avrei dovuto cercare; voi, che almeno ho tanto amato e pianto, per cui ho tanto pregato; voi de' miei figli, che pure amo tutti e di cuore, quello che avrei più desiderato d'accogliere e d'abbracciare, se avessi creduto di poterlo sperare. Ma Dio sa fare Egli solo le meraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza, de' suoi poveri servi." L'Innominato stava attonito a quel dire così infiammato, a quelle parole, che rispondevano tanto risolutamente a ciò che non aveva ancor detto, nè era ben determinato di dire; e commosso, ma sbalordito, stava in silenzio. "E che?" riprese ancor più affettuosamente Federigo: "voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare?" "Una buona nuova, io? Ho l'inferno nel cuore; e vi darò una buona nuova? Ditemi voi, se lo sapete, qual'è questa buona nuova che aspettate da un par mio." "Che Dio v'ha toccato il cuore e vuol farvi suo," rispose pacatamente il Cardinale. "Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov'è questo Dio?" "Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l'ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v'attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d'una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l'imploriate?" "Oh, certo! ho qui qualche cosa che mi opprime, che mi rode! Ma Dio! Se c'è questo Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?" Queste parole furon dette con un accento disperato; ma Federigo, con un tono solenne, come di placida ispirazione, rispose; "Cosa può far Dio di voi? cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua bontà: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare. Che il mondo gridi da tanto tempo contro di voi, che mille e mille voci detestino le vostre opere...." (l'Innominato si scosse, e rimase stupefatto un momento nel sentir quel linguaggio così insolito, più stupefatto ancora di non provare sdegno, anzi quasi un sollievo): "Che gloria," proseguiva Federigo, "ne viene a Dio? Son voci di terrore, son voci d'interesse, voci forse anche di giustizia, ma d'una giustizia così facile, così naturale! Alcune forse, pur troppo, d'invidia di codesta vostra sciagurata potenza, di codesta, fino ad oggi, deplorabile sicurezza d'animo. Ma quando voi stesso sorgerete a condannare la vostra vita, ad accusar voi stesso, allora.... Allora Dio sarà glorificato! E voi domandate cosa Dio possa far di voi? Chi son io, pover'uomo, che sappia dirvi fin d'ora che profitto possa ricavar da voi un tal signore? Cosa possa fare di codesta volontà impetuosa, di codesta imperturbata costanza, quando l'abbia animata, infiammata d'amore, di speranza, di sentimento? Chi siete voi, pover'uomo, che vi pensiate d'aver saputo da voi immaginare e fare cose più grandi nel male, che Dio non possa farvene volere e operare nel bene? Cosa può Dio far di voi? E perdonarvi? e farvi salvo? e compiere in voi l'opera della redenzione? Non son cose magnifiche e degne di Lui? O pensate! se io omiciattolo, io miserabile e pur così pieno di me stesso, io qual mi sono, mi struggo ora tanto della vostra salute, che per essa darei con gaudio (Egli m'è testimonio) questi pochi giorni che mi rimangono, oh pensate! quanta, quale debba esser la carità di Colui che m'infonde questa, così imperfetta, ma così viva, come vi ami, come vi voglia Quello che mi comanda e m'ispira un amore per voi che mi divora!" A misura che queste parole uscivan dal suo labbro, il volto, lo sguardo, ogni moto ne spirava il senso. La faccia del suo ascoltatore, di stravolta e confusa, si fece da principio attonita e intenta; poi si compose a una commozione più profonda e meno angosciosa; i suoi occhi che dall'infanzia più non conoscevan le lacrime, si gonfiarono; quando le parole furon cessate si coprì il viso con le mani, e diede in un dirotto pianto, che fu come l'ultima e più chiara risposta."

[5] "Nell'Italia nostra (vi si diceva) vi sono tuttavia gli Aristotelici delle Lettere, come vi furono della Filosofia; e sono quei tenaci adoratori delle parole, i quali fissano tutti i loro sguardi sul conio di una moneta, senza mai valutare la bontà intrinseca del metallo e corron dietro e preferiscono nel loro commercio un pezzo d'inutile rame, ben improntato e liscio, a un pezzo d'oro perfettissimo, di cui l'impronta sia fatta con minor cura. Immergeteli in un mare di parole, sebben anche elleno non v'annuncino che idee inutili o volgarissime, ma sieno le parole ad una ad una trascelte, e tutte insieme armoniosamente collocate nei loro periodi, sono essi al colmo della loro gioia. Mostrate loro una catena ben tessuta di ragionamenti utili, nuovi, ingegnosi, grandi ancora, se una voce, se un vocabolo, una sconciatura risuona al loro piccolissimo orgtano, ve la ributtano come cosa degna di quella."

[6] "Due però (scrive il Manzoni) erano i libri che Don Ferrante anteponeva a tutti e di gran lunga in questa materia; due che, fino a un certo tempo, fu solito di chiamare i primi, senza mai potersi risolvere a qual de' due convenisse unicamente quel grado: l'uno, il _Principe_ e i _Discorsi_ del celebre Segretario fiorentino; mariuolo sì, diceva Don Ferrante, ma profondo: l'altro la _Ragion di Stato_ del non men celebre Giovanni Botero; galantuomo sì, diceva pure, ma acuto." Il Manzoni dovea pensare ne' suoi studii storici un po' come il suo Don Ferrante: "Ma cos'è mai la storia senza la politica? Una guida che cammina, cammina, con nessuno dietro che impari la strada, e, per conseguenza, butta via i suoi passi; come la politica senza la storia è uno che cammina senza guida." L'Autore entra spesso in iscena anche come attore. Così dopo aver fatto una descrizione, forse un po' troppo minuta della biblioteca di Don Ferrante, soggiunge: "Noi cominciamo a dubitare se veramente il lettore abbia una gran voglia di andar avanti con lui in questa rassegna, anzi a tornerò di non aver già buscato il titolo di copiator servile per noi, e quello di seccatore da dividorsi con l'anonimo sullodato, per averlo bonariamente seguito fin qui, in cosa estranea al racconto principale, e nella quale probabilmente non s'è tanto disteso, che per isfoggiar dottrina, e far vedere che non era indietro del suo secolo. Però lasciando scritto quel che è scritto per non perder la nostra fatica, ometteremo il rimanente, per rimetterci in istrada."

[7] È il Manzoni stesso che ce lo fa sapere in una sua lelterina a Cesare Cantù, il quale, valendosi, com'è noto, in gran parte dei materiali di studio dei _Promessi Sposi_ che avevano servito al Manzoni, compose il suo _Commento storico_ ai _Promess Sposi_: "L'Innominato (scriveva il Manzoni) è certamente Bernardino Visconti. Per l'_aequa potestas quidlibet audendi_ ho trasportato il suo castello nella Valsássina. La duchessa Visconti si lamenta che le ho messo in casa un gran birbante, ma poi un gran santo." Nella Valsássina aveva avuto signorìa, nel tempo in cui è collocata l'azione del romanzo, la casa Manzoni. L'aver fatto l'Innominato il signore della Valsássina parmi un altro segno evidente che il Manzoni voleva, in qualche modo, rappresentar sè stesso nell'Innominato, per l'_aequa potestas quidlibet audendi_. Vogliono che il Manzoni un giorno a chi lo ringraziava del bene ch'egli avea fatto co' suoi scritti, rispondesse; "Senta, se c'è un nome che non meriti autorità, questo nome è il mio. Lei forse non sa che io fui un incredulo e un propagatore d'incredulità e _con una vita conforme alla dottrina, che è il peggio_. E se la Provvidenza mi ha fatto vivere tanto, è perchè mi ricordi sempre che fui _una bestia e un cattivo_."

[8] "Lodovico (scrive il Manzoni) aveva contratte abitudini signorili; e gli adulatori, tra i quali era cresciuto, l'aveano avvezzato ad esser trattato con molto rispetto. Ma, quando volle mischiarsi coi principali della sua città, trovò un fare ben diverso da quello, a cui era accostumato; e vide che a voler esser della loro compagnia, come avrebbe desiderato, gli conveniva fare una nuova scuola di pazienza o di sommissione, star sempre al di sotto e ingozzarne una ogni momento. Una tal maniera di vivere non s'accordava, nè con l'educazione, nè con la natura di Lodovico. S'allontanò da essi indispettito. Ma poi ne stava lontano con rammarico, perchè gli pareva che questi veramente avrebber dovuto essere i suoi compagni; soltanto gli avrebbe voluti più trattabili."

[9] Forse vi è pure qualche cosa delle idee di quel parroco conosciuto dal Manzoni, nel battibecco fra Agnese e Don Abbondio sul titolo da darsi al cardinal Federigo "illustrissimo" o "monsignore" o "eminenza," ove Don Abbondio prova che il Papa ha decretato che i Cardinali si chiamino eminenze, perchè troppi si appropriarono il titolo d'illustrissimi. Un giorno, è vero, si chiameranno tutti eminenze, gli abati, i proposti, ma intanto per un po' di tempo, perchè gli uomini son fatti così, sempre voglion salire, sempre salire, i soli curati a tirar la carretta, e a pigliarsi del reverendo fino alla fine del mondo. Piuttosto, non mi meraviglierei punto che i cavalieri, i quali sono avvezzi a sentirsi dar dell'illustrissimo, a esser trattati come i Cardinali, un giorno volessero dell'eminenza anche loro. E se lo vogliono, vedete, troveranno ehi gliene darà. E allora il Papa che ci sarà allora, troverà qualche altra cosa per i cardinali.

[10] Enrichetta Blondel, moglie del Manzoni, morì cinque anni dopo la pubblicazione dei _Promessi Sposi_ nel 1833, e il Manzoni ne rimase per lungo tempo inconsolabile. Il Tommaseo ricordava, in proposito; un aneddoto commovente: "Il Manzoni era a Stresa per assistere all'agonìa dell'amico Antonio Rosmini; e fu soggetto d'ammirazione agli astanti la venerazione figliale di lui più vecchio ed il cordoglio di quella morte; e io posso dire quanto profondamente (non parendo ai profani) egli sentisse i dolori. Rincontratomi seco a Stresa, a caduto il discorso su Virgilio {religione dell'anima sua) rammentando io quel sovrano concetto d'Evandro; _Tuque o santissima coniux, felix morte tua_, egli continuava la citazione: _neque in hunc servata dolorem_, accompagnandola coll'atto del viso e della mano abbandonata sul ginocchio, e sentì la _diletta e venerata sua moglie_, la sua ispiratrice, della quale consunta da lento languore ei diceva con parole degne di chi ci ritrasse Ermengarda morente:,--Tutti i dì la offro a Dio, e tutti i dì gliela chieggo.--Veggasi pure quanto scrive in proposito il professor Prina nel suo diligente _Studio biografico sopra il Manzoni._

[11] Il Tommaseo, scrivendo al signor Giovanni Sforza, gli diceva: "Nel marzo (1827) egli (Manzoni) stava scrivendo gli ultimi fogli, e io sul principio di quell'anno o sulla fine del precedente lessi buona parte del terzo volume all'abate Rosmini che, passeggiando la sua stanza, sorrideva e ammirava. Un giorno che Don Alessandro correggeva le bozze e le metteva al sole che s'asciugassero: _vede che ho qualcosa anch'io al sole_, coll'arguzia solita, nel vedermi entrare, sorridendo egli disse."