Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle lettera di Felice Cavallotti a Yorick figlio di Yorick

Part 9

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Cito questa ragione, che taglia la testa al toro, per farla spiccia; che se poi volessi essere severo, allora con rincrescimento dovrei trovare sconveniente e _fenomenale_ che un critico _professore_ ignori come la costituzione di Licurgo era appunto nel suo più bel fiore ai tempi e di Alcibiade e di Platone, il quale, dopo studiatala sul vivo, la tolse a modello ne' suoi libri politici della _Repubblica_ e delle _Leggi_; che un critico professore ignori la testimonianza di tutti gli scrittori sulla fenomenale durata delle leggi di Licurgo, delle quali Tucidide e Lisia parlano siccome in pienissimo vigore al loro tempo, già dopo finita la guerra del Peloponneso[163]; delle quali Plutarco ricorda come traversassero intatte ed inalterate lo spazio di _oltre cinque secoli_[164] da Licurgo (800 circa av. l'E. V.) in giù; anzi di _sette secoli_, sino all'anno 190 avanti l'E. V., secondo Livio[165] e secondo Cicerone[166]; anzi di _otto secoli_, se si vuol dar retta a Macchiavelli: «_Licurgo ordinò in modo le sue leggi a Sparta, che dando le parti sue ai re, agli ottimati, ed al popolo, fece uno stato che durò più che ottocento anni con somma laude sua e quiete di quella città_»[167]. — Ma fermiamoci ai cinque secoli abbondanti di Plutarco, che son la cifra giusta, e ce n'è d'avanzo. —

E ancora, se volessi esser severo, noterei che quello sproposito del signor professore lo denota affatto digiuno di studj di critica storica; poichè se è logico e naturale che l'autore drammatico faccia attribuire da uno Spartano le leggi di Sparta a Licurgo, viceversa è strano che un _professore_ ignori come le così dette _leggi di Licurgo_ non fossero in ultima analisi che le antiche costumanze di tutti i popoli dorici, assai più antiche di Licurgo stesso, delle quali egli — od altri per lui — non fece verosimilmente che ravvivar l'osservanza, riportandole al tipo primitivo, che se n'era conservato più che altrove fedele in Creta; che Licurgo non è in fondo se non la personificazione — alquanto mitica — (come lo attesta il culto tributatogli in Isparta) di usanze e di leggi che non potevano già essere l'opera improvvisa ed isolata di un uomo, ma bensì il portato del genio, dell'indole, del carattere della stirpe, e perciò nate può dirsi insiem con lei, fra i dirupi delle sedi native, a piè dell'Olimpo; che una costituzione infatti, la quale toccava le corde più intime della natura umana, e regolava a suo modo i più importanti e gelosi fra i diritti naturali dell'uomo, non avrebbe potuto durar rispettata, nonchè cinque secoli, neppure cinque anni, da tutto un popolo, se non fosse stata ingenita alla sua natura stessa, già fatta per così dire carne e sangue con lui e confondentesi colle sue origini;[168] il che spiega appunto come e perchè quelle leggi abbiano potuto durar tanto, e come, per istabilirne così cervelloticamente come fa il prof. Z. la data del principio e quella della fine, quelle leggi bisogna non averle affatto affatto nè studiate nè capite.

* * *

Altra scoperta del signor critico professor Z. che, speriamo almeno, non sia professore di storia greca.

«Ad Atene i plebei erano possidenti e chi non possedeva poteva essere commerciante, agricoltore, artigiano, ma non perveniva giammai alla cittadinanza, al godimento dei diritti politici.»

Ohibò! ohibò! Ad Atene, giusta la costituzione solonica, la quarta classe dei _cittadini_ abbracciava appunto i plebei _proletarj_ (θῆτες, _capite censi_) che o non possedevano che al disotto di 150 dramme di rendita annua, _o non possedevano un bel niente_ — e si guadagnavan la vita _col lavoro_. Ed essi _godevano dei diritti politici_ (sicuro, signor Z.) comuni alla loro classe e alle altre tre, esercitando il loro ufficio di cittadini, sia come popolo sovrano nell'assemblea, sia come eliasti ne' tribunali[169].

Meglio ancora. Perfino gli schiavi e i _meteci_, anche non possedendo, potevano passare nella classe dei cittadini per benemerenze verso la repubblica o i loro padroni, servigi in campo o sulle triremi, ecc., ecc.

Via, sentiamone un'altra — sempre del signor Z:

«Ad Atene erano schiavi tutti quelli che esercitavano le arti manuali. La repubblica non permetteva il lavoro: non riconosceva per cittadini quelli che erano obbligati a corrompere il corpo esercitando un mestiere. Chi faceva da governatore, da giudice e da soldato, chi costituiva la democrazia e la repubblica non era la moltitudine che lavorava.»

Ecco: era precisamente e semplicemente tutto il rovescio.

Ad Atene le leggi soloniche punivano l'ozio, e, lungi dal proibire il lavoro, lo _imponevano_ ai cittadini per obbligo; e un _mestiere_ bisognava averlo; di Solone[170], scrive Plutarco ch'egli _ai mestieri aggiunse dignità_ (ταῖς τέχναις ἀξίωμα περιέθηκε) e gli Areopagiti vigilavano perchè i cittadini poveri si guadagnassero tutti la vita con qualche _arte manuale_.

E appunto perchè i cittadini poveri, dovendo attendere a bottega al mestiere di cui campavano, non potevano frequentare abbastanza il foro, e i ricchi quindi, nemici a Pericle, vi restavano in maggioranza, Pericle ci rimediò chiamando i poveri coi tre oboli: ai quali un po' per volta essi pigliarono tanto gusto, che ai tempi di Alcibiade il più degli artigiani piantavano lì la mattina il loro lavoro e i loro arnesi, per andar a far da giudice nei tribunali. Ecco perchè, signor Z., nel secondo atto del mio dramma, la vede correre al foro cittadini falegnami, mercanti e calzolai. Ed eccole come _la moltitudine che lavorava_ — ma, per quegli oboli benedetti, trascurava il suo lavoro, — _governava proprio essa la repubblica_; laonde il buon Senofonte introduce Socrate a lamentarsi perchè a' suoi tempi il foro (attento signor Z.) appunto riboccava _di lavoratori, di calzolai, di fabbri, di agricoltori, di mercanti_ e simili[171]: e Platone anch'egli, sempre per bocca di Socrate, enumerando i cittadini che dan consigli nella Assemblea sulla amministrazione della città, nomina «_architetti, fabbri-ferraj, calzolaj, mercanti, nocchieri ecc._»[172].

Ed Ella mi scrive che il foro era vietato agli artigiani! come si fa, ai nostri giorni, con tanti studj e tanti progressi della critica storica sull'antichità, a parlare ancora di storia greca a questo modo![173]

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Quanto agli altri giudizi del signor Z., per quanto severi, Dio mi guardi dal pigliarmela con lui.

Il signor Garofalo scrive[174], da quel buon monarchico ch'egli è, che «_il popolo corrotto di Atene è il popolo di tutti i tempi e di tutti i luoghi in una repubblica democratica_» — e il signor professor Z. mi ripete[175], che «_infine quel popolo così corrotto è il popolo di tutti i tempi, di tutti i luoghi, quando la democrazia impera, quando la repubblica governa._»

Il signor Garofalo scrive che Timandra è fredda «_perchè manca nel suo carattere la causa di tanto amore e ciò che non ha causa non commuove_» — e il signor Z. mi ripete, che «_in Timandra manca ciò che più importa, la causa dell'amore e un amore che non è definito non può commuovere._»

Il signor Garofalo scrive: «_Alcibiade così felicemente delineato nei primi atti, dopo non è più il medesimo: l'autore lo abbandona: e diventa monotono, malinconico, irresoluto, non pensa più a donne e piaceri_» — e il signor Z. saviamente osserva: «_Alcibiade è ben delineato nei primi atti: ma dopo diventa monotono, malinconico, irresoluto, non pensa più alle donne, i piaceri non lo esaltano più._»

Il signor Garofalo mi avverte che «_il vero Alcibiade non si attristò, non si ammalinconì giammai_» — (oh, bella! questa poi, ammesso che Alcibiade fosse un uomo, non la sapevo!) — e il signor Z. egregiamente ribadisce: «_L'Alcibiade della storia non si contristò, non si afflisse giammai._»

Riassumendo, il signor Garofalo sentenzia, che «_alcune parti dell'Alcibiade sono bellissime e perfette, ma l'opera tutta insieme è sbagliata_» — e il signor Z. sapientemente conclude, che «_nell'Alcibiade vi sono scene perfettamente riuscite, ma l'insieme del lavoro è sbagliato._»

Evidentemente io sarei troppo ingiusto se volessi male pe' suoi giudizi al signor Z... poichè non è la buona volontà che gli manca, ed è chiaro che egli avrebbe cantato un'altr'aria, se il signor Garofalo avesse suonato un'altra musica.

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E ho citato questo caso non per farne un torto speciale al signor Z., ma solo per mettere in luce un altro lato della critica italiana ai nostri giorni. È rincrescevole a dirsi, ma è un fatto che i due terzi delle critiche che compaiono in Italia su pei giornali, quando non sono scritte colla sapienza storica del marchese D'Arcais, si scrivono colla originalità critica del signor Z.

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Quanto al signor Garofalo è certo che di storia egli ne sa, ciò che mi consola: anzi ci tiene a saperne fin troppo, ciò che mi disturba.

Per esempio egli mi avvisa e mi ammonisce «_che il mio Zamolchi colle sue feste religiose non è mai giunto fino al Chersoneso, perch'egli è il mitico legislatore dei Geti, e non dei Traci._»

Che Zamolchi avesse culto fra i Geti, verissimo: però noti il signor Garofalo che Tucidide chiama Sitalce figlio di Tere _re dei Traci_ e sotto questo nome comprende tanto i Traci propriamente detti, di qua del monte Emo e del Rodope, quanto i Geti di là dell'Emo: e che tra gli uni e gli altri, e i Triballi, e i Dii e i varj popoli traci in generale era affinità quasi completa di carattere e di costumanze e di riti[176]: e per questo Giovanni Boemo Aubano, che raccolse le usanze dei popoli antichi, nomina Zamolchi _legislatore dei Traci_, ricorda il culto dei Traci per lui, e descrive come usanza di tutti i _Traci_[177] il famoso invio del messo sulla punta dell'aste, col celerissimo per l'altro mondo.

Che se poi il libro di Boemo Aubano il signor Garofalo non lo ha letto, un grecista suo pari dovrebbe però aver letto almeno Luciano: anzi avrebbe l'obbligo strettissimo di saperlo a memoria: ora nel mio caso è Luciano in persona che avvisa ed ammonisce il signor Garofalo come il Dio Zamolchi sia proprio _precisamente e particolarmente il Dio dei Traci_ — e non d'altri![178] E l'autorità del signor Garofalo sarà grande quanto si vuole, ma quella di Luciano lo sarà sempre un po' di più.

È contento, signor Garofalo? Oh bravo — non la mi secchi altro.

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Perchè non la finirei proprio più, se dovessi aggiustarmela con tutti i critici.

Uno del Veneto, non mi ricordo più quale, mi ammonì che la mia Glicera è troppo più ingenua e troppo meno spiritosa che nol fosse l'amante di Menandro. Ma l'amante gentile del gentile poeta, che vive ancor bella delle grazie antiche nelle pagine d'Alcifrone, ed in quelle di Wieland, non poteva essere la Glicera mia, perchè Alcibiade visse un secolo prima di Menandro.

Un altro, triestino, mi rimproverò di non aver messo Pindaro nel dramma. Ma non potevo metterlo, perchè Alcibiade visse un secolo dopo di Pindaro!

Un altro, veneziano, scrive che gli Ateniesi tenevano le adunanze del popolo nel Partenone. Ma il Partenone era il tempio di Minerva sull'Acropoli, e le adunanze del popolo si tenevano invece nel Teatro di Bacco o nello _Pnice_!

Un altro, ferrarese,[179] parlando della mia Aspasia, la chiama la _famosa reggitrice del Cinosarge_. Ma il Cinosarge era un ginnasio fuori la porta Diomea, consacrato ad Ercole e riserbato ai poveri, ai figli dei liberti e ai bastardelli: e la splendida moglie di Pericle non ci avea che fare. Anzi — a rendere il granchio più ameno — invece dalla poetica e poco virtuosa società della Milesia e delle sue vaghe alunne, ci bazzicava proprio in quel luogo della gente virtuosissima, che facea scappar la poesia lontano mille miglia: nientemeno che Antistene, l'austero filosofo, che nel Cinosarge aperse la scuola de' suoi cinici, le cui sucide persone sapevano ben d'altri profumi che non delle essenze e degli unguenti delle elegantissime etere.

Poi lo stesso critico scrive che Socrate «è quello che a _Delio salvò la vita ad Alcibiade_.» La cosa è all'opposto. Fu Alcibiade che a Delio la salvava a Socrate.

Poi nota sapientemente che il grammatico del terzo atto è Aristarco: se fosse, lo avrei chiamato col suo nome. Potrà darsi che sia della famiglia; ma in ogni caso è un dei nonni: perchè Aristarco non venne al mondo che quasi tre secoli dopo!

Poi nota....

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Noti quel che vuole, è tempo che mi fermi. Perchè questa lettera comincia ad esser lunga, minaccia già di passare il peso di tariffa dei 20 centesimi, e non vorrei, caro Yorick, farvi pagare la sopratassa: e per quello che intendevo di provare, credo di averne detto quanto basta.

Certo una cosa non riuscirò a provar mai: che il mio dramma sia un capolavoro, o giù di lì. Pur troppo ce ne vuole. E il papà dell'_Alcibiade_ è il primo a non trovarsi, in fondo, del tutto contento del suo figliolo. Parecchie altre idee su questo lavoro mi frullavano pel capo, allorchè, orditone il disegno, mi posi a scriverlo, cominciando dall'ultimo quadro; e alle quali, giunto alla fine del lavoro, al primo quadro, mi trovai di non aver potuto dar corpo. Il piano _geometrico_ preventivo del lavoro, e la cura, probabilmente eccessiva in opera d'arte, di certe corrispondenze simmetriche deve averci prodotto dei guasti. S'intende poi che le mie stortatine di collo alla storia o alla cronologia, qua e là, di soppiatto, col pretesto dell'arte, me le son permesse, e il bello è che sono _precisamente quelle_ di cui i critici sapienti non si sono accorti.

Potrebbe anche darsi che quei critici medesimi che presi uno per uno han detto delle corbellerie storico-critiche, presi poi tutti in blocco, avessero ragione nell'insieme: _censores mali viri, censura autem bona bestia_. E infine se mi mettessi a farla io, la critica all'_Alcibiade_ e a rivedergli le buccie, avrei da scriverne per una lettera assai più lunga di questa: ma non son così matto nè così ingenuo per farlo, visto che son tante le anime pie che sarebbero pronte a prendermi in parola.

Una cosa però credo di aver provato: che la critica in Italia, fatte le debite ed onorande eccezioni[180], è ancora per la maggior parte un po' lontana da quel grado di serietà e di competenza che le è necessaria per adempiere la sua missione. Deficienza di studi, incoerenza, confusione od assenza di criterj artistici; mancanza di idee nette sullo indirizzo dell'arte, sull'ufficio del critico; culto pedantesco delle frasi fatte, delle idee fatte, dei pregiudizi fatti; preoccupazione grande di mostrare quel che vale il critico e pochissima di cercare quel che val l'autore; precipitazione, leggerezza, superficialità molta nei giudizi, prosunzione molta nelle forme — queste ed altre, per non parlare dei moventi meno nobili, sono le cause che tengono la critica fra noi ad un livello ben inferiore a quello di altri paesi.

Eppure — parlo qui come artista in un interesse generale — bisogna che tutto questo cambii, se vogliamo davvero che l'arte progredisca. La vita della critica è troppo indissolubilmente legata a quella dell'arte: ed oggi che il teatro italiano, per parlar di questo solo, àuspici Ferrari e Cossa e Marenco e Torelli e Castelnuovo e tanti altri, accenna ad un progresso serio e incontestabile, è necessario assolutamente che la critica si decida a far lo stesso. È impossibile che l'uno cammini, e l'altra rimanga indietro stazionaria: perchè guai per la critica, se l'arte comincia ad abituarsi all'idea di poter camminare senza di lei. Guai alla critica, a questo _trainard_, se l'arte, strada facendo, sul più bello si voltasse indietro per farsi dare il braccio da lei, e non trovandosi più al fianco la compagna, s'accorgesse che è già da un pezzo ch'ella cammina da sè. Ella finirebbe per ricordarsi che Omero scriveva l'_Iliade_ ed Aristarco non era nato ancora.

Quel giorno la missione della critica sarebbe finita e non sarebbe, no, l'arte che ci avrebbe guadagnato. Perchè se è vero che la critica per il genio non esiste e non ha mai esistito, se è vero che egli ha sempre fatto e farà sempre senza di lei, a modo suo, di genj in arte non ne sorgono ogni anno, in ogni paese, a ogni canto di via: da Omero ad Eschilo, da Eschilo a Dante, da Dante a Shakespeare, quattro nomi in ventiquattro secoli.

Il secolo nostro non ne ha visti che due: Byron e Victor Hugo.

Ma poche gigantesche apparizioni, isolate nel tempo e nello spazio, non sono l'arte esse sole: dell'arte quelli sono i grandi legislatori, in nome della natura umana della quale hanno ascoltato le voci più ignorate e profonde, in nome della _verità_ che si è loro palesata sul Sinai, nelle sue linee più segrete. Le loro leggi, le loro tradizioni, forme divine dello eterno ideale, la critica le ha raccolte; se ne è fatta depositaria, custode: e bene sta. Ella si è assunto l'obbligo di rammentarle costantemente a coloro che alla ricerca di quello ideale si vanno affannando, con desiderio intenso, ma fatto amaro e periglioso dalla scarsezza delle forze. Perchè anche costoro, a mente calma, le conoscono quelle leggi, al par di lei; ma la tensione della mente, la fatica del viaggio, la trepidanza del non riuscire, soventi loro le fan perdere di vista. Corrono, corrono innanzi, e tra l'ansia e la fretta, non vedono le lapidi miliarie lasciate dai grandi maestri sulla via, e non s'accorgono che tardi d'aver sbagliato strada. Essa, la critica, appunto perchè non è assorta nè distratta dalla fatica affannosa della ricerca, dalla tensione dello sforzo creativo, dalla trepidanza del rischio, essa ha la mente più tranquilla e più serena per vedere i pericoli del viaggio, accorgersi dei sassi e dei fossati della strada, avvertire l'artista quando sbaglia direzione e fuorvia. Essa può gridargli: «Ferma! di lì si va a casa della _Femme de Claude_! Guarda i segnavia: lì è scritto _Sardanapalo_: qui _Cesare_: e lì _Amleto_: per di lì è passato Shakespeare: di là Byron: e il Conte Ricciardi per di qui.»

A questo patto, in questo modo, amica, consigliera, compagna fedele dell'arte, la critica può aiutarla, sorreggerla, serbarla al culto delle grandi tradizioni, preservarla dalle corse sfrenate, salvarla dalle grandi cadute.

Ma bisogna che la critica faccia questo: se non vuol diventare inutile e dannosa. E per farlo, bisogna che il critico studj quanto l'artista: che le facoltà riflessive dell'uno lavorino anch'elle quanto le facoltà imaginative dell'altro.

Le leggi dell'arte, sola stregua del giudizio critico, non si imparano, la finezza del senso critico non si improvvisa nè in un giorno nè in due: e _fin dove_ le ricerche dell'arte vanno, bisogna che la critica abbia _tanto di studj_ da potervela seguire.

Altrimenti succederà quel che ho detto: che l'arte andrà innanzi da sè, a proprio rischio e pericolo. — Per poco che la critica continui di questo passo a lavorare da sè al proprio discredito, a mettere ogni dì in luce la propria insufficienza, a far ridere delle proprie corbellerie, — noi assisteremo nell'arte ad un fatto del quale vediamo prodursi già i sintomi: la insurrezione degli autori contro la critica. Il brillante ingegno di Ferdinando Martini dimostrava, dì sono, la tesi discutibile che il teatro non ha migliorato nessuno; qualcheduno potrà essere tentato di affrontare un'altra tesi più facile, e di chiedere quali sono gli autori, che la critica, da alcuni anni a questa parte, fatta com'è ora, ha migliorato. Sarebbe più facile dimostrare i danni ch'ella ha prodotti, arrogandosi (salvo sempre le eccezioni onorande) funzioni che non le spettano, e non rendendosi conto della gravità de' suoi doveri. Perchè una censura leggiera, ingiusta, assurda, o può uccidere da' primi passi, coll'amarezza dello sconforto, una vocazione; o se l'artista vi ha già fatto il callo, può produrre nel suo animo — _poetæ irritabile genus_ — una reazione dannosa: e dal ridere oggi di uno sproposito, all'abituarsi a ridere domani di un biasimo giusto, il passo è breve.

Una volta cacciata, a furia di corbellerie critiche, in testa all'autore l'idea, che, dando ai critici ascolto, egli non farà nulla di buono, e dirà degli spropositi da far rabbrividire, egli si metterà in guardia contro que' signori; l'amor proprio naturale non domanderà di meglio che di secondarlo in quella sua disposizione; ed egli finirà per involgere tutta la critica in un giudizio solo, e non farà più distinzione tra le censure ridicole e le assennate, per riserbarsi il diritto di infischiarsi egualmente di tutte. Il danno verrà poi: chè il suo esempio troverà subito imitatori in tutti i poveri di spirito, i quali non chiedon di meglio che d'essere convinti del proprio genio e della propria infallibilità: ed ogni più infelice scrittorello si terrà autorizzato a vilipendere ogni censura più equa: e la rivolta cominciata dalle coscienze artistiche contro la prosunzione, finirà nella rivolta della prosunzione contro il senso comune.

Se non è a questo che si vuol venire, pensiamoci: e dopo aver detto in Italia a noi medesimi anni sono: _facciamo il teatro_, — io domando se non sia tempo di aggiungere: _facciamo la critica_.

Lo domando a voi, caro Yorick, che avete autorità di rispondermi: e se le mie parole avessero soltanto efficacia di richiamar l'attenzione su questo che parmi un problema ormai grave per l'avvenire dell'arte, non sarà stata inutile del tutto la mia fatica.

* * *

Quanto a' miei moderni fratelli di fede, ai quali ve n'andaste oratore sì facondo, a sporgere contro di me la querela dei fratelli del tempo antico, — non io certo m'aspettavo siffatto ambasciatore: poichè ci siete, compite l'opera e portate loro la mia risposta.

È proprio delle cause che non hanno un _domani_, riporre ogni risorsa negli errori e nelle colpe degli avversarj. Matteo Visconti, profugo, aspetta in Verona che _gli errori dei Torriani siano maggiori dei suoi_. Le cause che hanno un avvenire hanno anche un compito più alto innanzi a sè: pensare a meritarselo. Triste, infeconda pausa, sarebbe quella imposta, per poco, dagli eventi alle speranze della democrazia, se questa non ne approfittasse per raccogliersi in sè, e domandare a sè medesima le cagioni che tante volte han reso vane le sue vittorie. Nè ella mostrerebbe fiducia alcuna dei proprj destini, nè ella meriterebbe le vittorie materiali che l'aspettano un giorno, se non affermasse fin d'ora sui proprj nemici questa grande superiorità morale: del confessare a sè stessa i proprj errori. Domandiamo il perchè di tanti disinganni; il perchè la democrazia tante volte sia stata fatta zimbello di coloro ch'essa aveva innalzato sugli scudi. Domandiamci s'ella ha sempre risposto alle grandi voci solitarie, che la chiamavano sulla via del dovere; se molti santi appelli non siano caduti inascoltati tra l'infiacchimento morale delle tempre e l'indifferentismo utilitario dell'età.