Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle lettera di Felice Cavallotti a Yorick figlio di Yorick
Part 8
E non la si inquieti, signor Stuart, che sarò corto. Già veramente sul suo _erudito_ opuscolo intorno al mio _Alcibiade_[157] io potrei porre una piccola question _pregiudiziale_.
Ella _opina_ che la _censura deve aver mutilato in gran parte_ il mio dramma; lo opina perchè l'_Alcibiade_ secondo lei «=doveva= _essere un mezzo per isvelare delle opinioni politiche_» e perchè le _tirate_ che ci si _poteano_ far sopra non essendovi, è _impossibile_ — proprio _impossibile_ — _che la loro assenza non sia effetto delle forbici governative_; e dal momento che le _mie idee personali_ la censura _me le aveva soppresse_, non c'era più ragione di pubblicare il lavoro, ed anzi era meglio non farlo, perchè prova soltanto che gli _adulatori del popolo (ch'a son peui mi) sono i primi a conoscere i loro polli_, — e via via dicendo con tante altre amenità di questo stampo.
Ebbene, signor Stuart, ciò ch'ella _opina_ è un'opinione storta, perchè la censura nel mio dramma non ci ha messo becco, e il solo taglio che vi si trovi è quel tale della coda che lei sa. Ma io invece _opino_ e sostengo e mantengo, che quando in una critica d'arte _si opinano_ di queste cose; quando si ha tanta _intuizione_ nello interpretar gli intenti di un autore, e intorno al dramma storico si possiedono di quelle idee, e non si capisce nè il come nè il perchè io non abbia scelto l'occasione dell'_Alcibiade_ per fare il mio manifesto ai miei elettori di Corteolona e Belgiojoso; quando in una critica artistica si dicono queste sorti di banalità, — coll'aggiunta di tutte quell'altre sul collare dell'_Annunziata_, e sugli zuavi pontificj e sui preti del Vaticano, ecc.[158] — fior di roba greca come si vede — si può essere senz'altro ad occhi chiusi rifiutati come giudici in cose d'arte, perchè ciò dimostra, non dirò l'incompetenza, ma la più completa (non se n'abbia male, sa!), la più fenomenale assenza del _criterio artistico_. E quando son queste le idee nuove ed elevate e profonde ch'Ella reca nel campo dell'arte, ah, per Dio, io posso ben consolarmi ch'Ella non abbia trovato nel mio dramma _nè un solo pensiero nuovo nè un solo concetto ardito_: vorrei ben vedercelo io quel concetto che _a lei_ potesse parer bello o parer nuovo, per conciarlo subito colle forbici come si deve!
Ma ha Ella fatto almeno una critica storica? da quell'erudito inglese che Ella è, scorgendo che il mio dramma non è riuscito per mancanza di studî — (già noi Italiani siam molto indietro su queste cose) — Ella ha la bontà di venire in soccorso alla mia ignoranza e di indicarmi le fonti dalle quali avrei potuto ricavare qualche maggior lume per l'opera mia!
Ella _mi informa_ che avrei potuto raccogliere le notizie dalla storia di Tucidide, dalle commedie di Aristofane, dai dialoghi di Platone, _dalla memorabilia_ — sic — (_I Memorabili_, vuol dire?) di Senofonte, dal _Pericle ed Aspasia di Laudor_ e dal _Caricle the Beker_[159].
Ed è qui tutto? Ahimè, signor Stuart, pur troppo mi son digeriti — lo sa il mio stomaco — alcune altre dozzine di volumi ancora; e pur troppo, se la sua erudizione non va niente più in là di quei volumi, ho paura che Ella non abbia che una cognizione _molto_ incompleta del mondo greco. Ma viceversa poi ho un terribile sospetto.... che quei pochi libri che Ella mi indica, Ella..... non li abbia letti neppur quelli!
Ne vuole una _prova_?
Apro il suo opuscolo e ne piglio a caso una pagina; e la trovo tanto _bella_, tanto _saporita_, che la riferisco per paura di guastarla, e perchè è una pagina che, l'assicuro io, _farà epoca_ nel mondo erudito.
È di Tucidide — uno di quei della sua lista — che Ella parla. Attenti tutti!
«Noi abbiamo troppo l'abitudine di contemplare la storia a traverso lenti moderne. _La spedizione di Sicilia_, _per esempio_, fu un grand'affare per Atene. Ma il genere comune dei combattimenti, per il numero dei combattenti e per i _risultati ottenuti_, erano _molto al disotto_ di quelli annunciatici da 18 mesi a questa parte nella lotta dei carlisti.
«Imaginarsi una cronaca non interrotta che ci narrasse come il sindaco e le truppe di Albano avessero marciato contro il sindaco e le truppe di Frascati: che una lotta importante fosse sorta e che _quattro_ abitanti di Albano fossero rimasti feriti ed _uno_ prigioniero.
«Un combattimento più importante gli succede. Le truppe di Tivoli si combattono con quelle di Subiaco, quei di Subiaco _lasciano un uomo_ sul campo.
«_E di questo genere, senza troppo esagerare, sono i combattimenti narrati da Tucidide._»
Ma, o... eruditissimo signor Stuart, a chi crede Ella di venire a contare in Italia queste fandonie?
Il primo venuto che abbia letto Tucidide più in là del cartone le sa dire che quasi _tutti_ i combattimenti di Tucidide eguagliano per numero di morti (se si tratta solo di una ventina di morti e un centinaio di feriti, Tucidide non li tratta che da scaramuccie) i grossi combattimenti dei tempi nostri, e parecchi presentano tali cifre di rimasti sul campo, quali appena le danno le nostre battaglie!
Perchè veda, Tucidide (lasci un po' adesso che la informi io) — il quale è l'autore di una _Storia della guerra del Peloponneso_ in otto libri, ed è con Senofonte il più esatto e scrupoloso degli storici greci — Tucidide di solito non conta che i _morti_, e quando li conta; e lascia a lei la cura di istituire _poi in proporzione_ (ch'è in media generale quella del triplo) il calcolo dei feriti.
Apra dunque Tucidide e veda per es. che al combattimento di Potidea (I. 63) i Potideali perdono _300 morti_, e gli Ateniesi _150_, totale 450 di _soli_ morti, senza contare i feriti; che a quello di Spartolo in Epitracia (II. 79), gli Ateniesi sconfitti dai Calcidesi, perdono 430 morti oltre tutti i capitani; e i feriti Ateniesi e le perdite dei Calcidesi son da aggiungersi al conto; che a quello di Egitio (III. 98) contro gli Etoli, dei soli Ateniesi sconfitti restan morti sul campo _centoventi opliti_ — e lo stesso Procle uno dei capitani — senza contare i loro alleati _dei quali molti morirono_ — e che dovettero essere assai di più!
Alle battaglie navali sulle coste dell'Acarnania, (II. 84, 92), i Peloponnesj sconfitti da Formione perdono nella prima dodici navi, nella seconda sei con tutti gli equipaggi,[160] su cui gli Ateniesi fanno man bassa.
A Milazzo in Sicilia (all'epoca delle prime spedizioni) in una scaramuccia gli Ateniesi attaccano due coorti di Messeni (III. 90) e ne fanno _strage_.
Al combattimento di Olpe (III. 107 e seg.), i Peloponnesj ed Ambracioti, sconfitti dagli Ateniesi di Demostene, perdono _300_ morti; senza contar la strage successiva degli Ambracioti, che assaliti nelle gole di Idomene lasciano oltre _un migliaio_ di morti! (III. 113).
Alla battaglia di Delio (ch'ella, signor Smith mi confonde con Delo!) _ventimila Beoti_ comandati da Pagonda combattono contro gli ottomila Ateniesi di Ippocrate; vi restan _morti_ dei Beoti =cinquecento=; degli sconfitti Ateniesi _mille_ fra cui il capitano Ippocrate, _oltre ad una quantità di fanti leggieri e di saccardi_ (IV. 101) dei quali il numero dovette _uguagliar per lo meno_ quello degli opliti: e ancora i feriti, come sempre, non entrano nel conto!
Alla battaglia di Novara non ne son morti tanti!
Al combattimento di Anfipoli _che fu_, scrive Tucidide, _non un'ordinata battaglia, ma un semplice scontro improvviso_, (V. 11) gli Ateniesi sconfitti lasciano _seicento morti_, compresovi il comandante Cleone; i Lacedemoni vincitori, sette morti, compresovi il fortissimo Brasida.
Alla battaglia di Mantinea (V. 74), degli Ateniesi _muojono duecento_, compresi i due capitani; dei loro confederati _novecento_; dei Lacedemoni vincitori _trecento_. Totale _millequattrocento morti_ — senza il resto!
Il numero circa, se non erro, dei morti nostri alla battaglia di San Martino!
Nella fazione di Mileto, gli Argivi, sconfitti dai Milesj, perdono essi soli _trecento_ morti (VIII. 25)
Al combattimento navale di Eretria (VIII. 95) gli Ateniesi perdono _ventidue_ navi, sui cui equipaggi i Lacedemoni fanno man bassa.
Alla battaglia navale di Abido (VIII. 106) gli Ateniesi vincitori perdono quindici navi; i Peloponnesi sconfitti oltre a venti.
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Quanto poi a quella _spedizion di Sicilia_, — che Ella chiama compassionandola un _grand'affare per que' tempi_, ma non sarebbe, secondo lei, ai tempi nostri, che una bazzecola da ragazzi — oh, vediamola un po' questa bazzecola! Atene si contenta di spedire in Sicilia, da principio — con Alcibiade, Nicia e Lamaco — 136 navi rappresentanti un effettivo di 38500 uomini (tra cui 5100 opliti), a cui tengon dietro di rinforzo — oltre 500 tra arcieri e cavalieri sbarcati a Catania — le 73 navi della seconda spedizione di Demostene ed Eurimedonte con un effettivo di 25000 uomini. Totale delle forze mandate da Atene a quell'impresa, _duecentonove_ navi e _sessantaquattromila_ uomini!
A Lissa, tra le forze italiane e le austriache insieme, non credo che sommassero a quella cifra.
E i fatti d'arme? alla fazione dell'Olimpiéo i _morti_ dei Siracusani son 260, degli Ateniesi 50; all'altra di Epipole, ove muor Lamaco, il numero di morti non è precisato, ma dovettero esser ancor di più; alla prima battaglia navale nel porto i Siracusani sconfitti perdono 11 navi, gli Ateniesi 3; nelle altre battaglie navali nel gran porto, gli Ateniesi perdono una volta (VII. 41) sette navi (_degli uomini_ «_quali fatti prigioni e quali uccisi_»), un'altra volta (VII. 53) _diciotto_ «_delle quali furono uccisi tutti gli uomini_»; il resto dei legni, in fuori di una sessantina, lo perdono nell'ultima funesta battaglia (VII. 72), a cui seguono la ritirata disastrosa, gli ultimi sforzi disperati dell'esercito, la resa dei seimila di Demostene, la strage al varco dell'Asinaro e infine la resa di Nicia.
A 24 mila uomini, tra morti, feriti e dispersi, sommavan già le perdite degli Ateniesi innanzi l'ultima battaglia nel porto; altri 40 mila ne costò la catastrofe, dei quali 7 mila soltanto furono fatti prigioni.
Un totale (non contando i prigionieri) di circa 50 mila perduti in una guerra di poco più d'un anno!
E quella sanguinosa del 1859 non costò alla Francia che 18 mila uomini, al Piemonte 6600, all'Austria 38 mila!
Queste sono le fazioni di Tucidide, scoperte dal signor Stuart, dove i terrazzani di Subiaco o di Boffalora col sindaco alla testa, ammazzano un uomo in battaglia a quei di Frascati o di Abbiategrasso!
* * *
E così si studia Tucidide da' concittadini di Grote! meglio non lo si studia — perchè già, signor Stuart gentilissimo di qui non s'esce — è evidente come la luce del sole, quando splende a mezzogiorno, che Ella Tucidide _non lo ha letto_. Ed è lei che mi raccomanda di leggerlo!!!!
E non avendo letto Tucidide, via, la sia franca, ella ne sa un po' troppo poco per dar giudizj critici di storia su di un dramma che tratta di Alcibiade e della guerra del Peloponneso. Per prender sul serio la sua autorità non ci voleva che il signor marchese D'Arcais, che di storia e letteratura greca ne sa ancora meno di lei!
Avesse almeno letto quegli altri dei quali m'ha raccomandato la lettura!
Ma permetterà che io vada adagio nel crederlo. — Prima di tutto, dopo quel primo saggio; poi perchè mi regala, in poche pagine, certi altri granchii e certe storpiature di parole, che sulla sua erudizione danno molto da pensare. Ed è chiaro, molto chiaro, che non si tratta già di errori di stampa; perchè una certa pratica di cose di stampa, veda, io la ho; e se la sintassi e la lingua del suo opuscolo non son molto corrette, il testo però, quale Ella lo ha scritto, appare evidentemente correttissimo, e di quelle parole ch'Ella poteva sapere, senza sudar troppe camicie, non ce n'è sbagliata neppur una.
Ella mi cambia in _Leochitide_, il re spartano Leotichide (Leotychides o Leutychides) che soppiantò Demarato nel regno.
Ella mi cambia in _Pontidea_ il nome della città di Potidea, nella Calcidica, dove ebbe luogo la battaglia, e dove Alcibiade fece le prime sue armi.
Ella mi confonde _Delo_, l'isola dell'Egeo ov'era la sede e il santuario della Confederazione Ionica e dove non ci furon battaglie, col borgo di _Delio_ situato tra l'Attica e la Beozia, a due marcie da Atene, dove fu data la battaglia così funesta agli Ateniesi, e dove Alcibiade protesse infatti la vita di Socrate, come narra Platone nel _Lachete_.
Ella mi tramuta in _Farnambazo_ il satrapo persiano _Farnabazo_ — e mi inventa un _Crizio_ al posto di _Crizia_ il discepolo di Socrate che fu più tardi uno dei trenta tiranni.
Ella mi scrive che i Greci a Salamina intuonarono il gran _Peama_: voleva dire probabilmente il _peana_ o _peane_ (παιὰν) come chiamavasi il cantico militare che i Greci, particolarmente i Dori, intuonavano in battaglia prima di lanciarsi all'attacco.
Ella mi cambia in _Eudio_ il nome dell'eforo _Endio_ col quale Alcibiade aveva rapporti di prossenìa.
E per compiere il _bouquet_ con qualche fiore degno di lei, Ella ha la bontà di informarmi che Socrate sedusse — oh sentiamo un po' chi sedusse: «l'ambizioso Crizio, lo scapestrato Aristippo, lo _scettico Pirro_ e il matto _Apollodoro_»!!
Vada per Crizia e per Aristippo: benchè se volessi appena guardarla pel sottile, per uno che mi biasima di aver ignorato di Socrate tante cose, mi pare che quella scelta bizzarramente erudita di quei due nomi soli tradisca già una nozione di Socrate un poco incerta e confusa; e che per uno il quale, a mostrar di saperne, ama andar tanto nei particolari, _e di quei pochi che sa non se ne lascia scappar neppur uno_, si sarebbe potuto e dovuto mostrar di saperne un po' di più. Come mai il signor Stuart, il quale crede di dover indicarmi le persone che subirono la influenza personale di Socrate, e trova perciò necessario di occuparsi «dello _scettico Pirro e del matto Apollodoro_» — mi dimentica nientemeno che Senofonte ed Antistene, il fondatore della scuola Cinica; ed Euclide, il fondator della Megarica, che, per sentir Socrate, sfidava il bando severissimo di Atene contro i Megaresi, e veniva da Megara in Atene la sera, travestito da donna, rifacendo alla mattina le dodici miglia di strada; ed Eschine di cui Socrate diceva ch'era il solo che _avesse appreso ad onorarlo_ — Μόνος ἡμὰς οἶδε τιμᾷν — e Simone, e Fedone, e Simmia e Cebete, i fedeli consolatori degli ultimi istanti del filosofo, e Liside, e Lamprocle e Teeteto e Glaucone fatti da Socrate migliori? Che diamine! Insegnarmi chi fu Socrate e togliere tutti questi scolari al maestro di Platone e di Critone!
Ma il signor Stuart m'insegna invece che egli ammaestrò lo _scettico Pirro_ e il _matto Apollodoro_!
Quanto ad Apollodoro, supposto che il signor Stuart non voglia parlare nè del comico della nuova commedia che fiorì ai tempi di Menandro, nè del grammatico discepolo di Aristarco che fiorì verso il primo secolo innanzi l'Era volgare, nè del pittor celebre che fu maestro di Zeusi e visse sì ai tempi di Socrate, ma non è affatto ricordato per rapporti con lui, a chi ha inteso d'alludere il signor Stuart? Al filosofo epicureo ricordato da Cicerone e Diogene Laerzio? Ma Epicuro che fu il suo maestro fiorì dopo Alessandro il grande, e il soprannome che Diogene appiccica a questo Apollodoro è quello di _illustre_, ἐλλόγιμος e non di _matto_. allo scultore ricordato da Plinio che fu detto difatti l'_insensato_ perchè spezzava le sue statue di cui non era contento mai? Ma neppur di questo si ricorda che Socrate abbia avuto che fare con lui. Ah, ora ci sono! Il signor Stuart vorrà parlare dell'Apollodoro falerèo, ricordato di passaggio insiem con altri nel _Fedone_ e nell'_Apologia_, come uno degli assistenti in lagrime alla morte di Socrate e dei mallevadori per lui nel suo processo; soprannominato appunto il _matto_, μανικὸς, da Platone nel _Convito_, viceversa poi soprannominato il _molle_, μαλακὸς, da Senofonte nella lettera a Santippe. Ma di questo Apollodoro, in fuor del nome e dei soprannomi, non si sa altro; nè nella storia nè nella filosofia del suo tempo è alcuna traccia o memoria di lui; egli non è introdotto che come una comparsa in quelle due o tre scarse menzioni dei dialoghi socratici, fra i tanti seguaci affettuosi del grande maestro! E il signor Stuart, che del dramma socratico mi dimentica le più grandi figure — mi va a pigliare le comparse! e me le cita _per antonomasia_, con quella prosopopea affatto priva di discernimento che è tutta propria degli _indotti_, quando vogliono spacciarla da eruditi!
E lo scettico Pirro! Ahimè, allo _scettico Pirro_ (se il signor Stuart conoscesse questo signore almen di nome, lo chiamerebbe _Pirrone_, Πύῤῥων — in quella stessa guisa che scrive Platone, Critone, ecc., che son in greco desinenze identiche), allo scettico _Pirrone_ l'eliense, discepolo di Anassarco, il buon Socrate non ebbe mai il piacere di dare nè il buon giorno nè la buona notte, per la semplice ragione che Pirrone, come dissi già, aspettò a nascere quando Socrate moriva, anzi se non erro, dopo che era già morto! In ogni modo gli storici lo fanno fiorire verso il 370 — e quindi trentun anni circa dopo la morte di Socrate.
Da qualunque lato dunque la si pigli la dotta citazione del signor Stuart, ell'è un'altra amenità da mettere nel mazzo dell'altre, e la quale dimostra che delle faccende di Socrate egli è tutt'altro che al chiaro.
Eppure, il signor Stuart, perchè io non ho messo nel ritratto di Socrate nè il suo signor Pirro nè il suo signor Apollodoro — e perchè ho fatto discorrer Socrate sull'amore — il signor Stuart ignora certo dialogo di Platone che si intitola il Fedro — il signor Stuart mi accuserà che Socrate nel mio dramma è — al pari di Alcibiade — _neppure un'ombra deforme del vero!_
* * *
Il che — diamine! — suppone che l'_idea vera_ del carattere d'Alcibiade, il signor Stuart, benchè ignori Tucidide, la possieda lui!
E per darmela, l'idea _vera_, l'idea _giusta_, il signor Stuart, prima di tutto — naturalmente — mi insegna che un Alcibiade che si abbassa a pregare, col suo orgoglio, è _assurdo_; poi mi informa che l'orgoglio di Alcibiade, se fosse vissuto ai nostri dì, sarebbe stato quello di aspirare «_al posto di prefetto o al gran collare dell'Annunziata!_» Alcibiade, a cui la gloria di Pericle era troppo poca, a cui eran poche la Grecia e l'Europa, Alcibiade che avria preferito non vivere anzichè rinunziare ad essere padrone anche dell'Asia e a spargere il suo nome e la sua potenza per tutto il genere umano[161] — Alcibiade al posto del prefetto Torre, con al collo la decorazione di Lanza e di Minghetti!
Vi basta? Ebbene, se non basta, il signor Stuart, completa il ritratto morale di Alcibiade, e ne trova l'imagine in.... «_Mazzini!_» Povero Mazzini! Se fosse al mondo a sentirlo!
Ciò dimostra a luce di sole che il signor Stuart ha capito perfettamente _chi_ era Alcibiade, e che l'arte ci guadagnerebbe un tanto ad avere, invece del mio «_neppur ombra deforme del vero_» un ritratto artistico di Alcibiade al vero e al naturale, uscito dalle mani del signor Stuart!
Via dunque, dottissimo figlio della dotta Albione, non la si faccia pregare, la ce lo dia questo ritratto di Alcibiade; non dica modestamente, come dice nel suo opuscolo, che per farlo le manca «_la pazienza_»; un po' di pazienza, diamine! quando non manca che questa, volendo la si trova; la trovi, la trovi, per amor dell'arte, che col mio sgorbio — ombra deforme del vero — ho profanato!
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Ora, tornando a noi, diteglielo un po' caro Yorick, diteglielo voi al signor Stuart, che il trovarsi _distante_, com'ei dice, _un abisso, quanto a politica, dall'onorevole Cavallotti_, può essere una ragione che spieghi alcune cose; ma non le spiega e non le scusa tutte: — e che le rabbiuzze di partito non le si accettano in arte per passaporto di corbellerie. Quelle del signor Stuart son tali che mi avrebbero dato diritto a dispensarmi dal rispondere, se non fosse parso mancar di riguardo a uno straniero, e se la sua critica, mandata in luce con pomposa solennità, non avesse prodotto uno scherzo d'ottica curioso. _Fanfulla_, che pure in arte sa il suo conto e di corbellerie sull'_Alcibiade_ non ne ha scritte, piglia in mano il fascicoletto elegante, stampato in Roma coi tipi dell'_Italie_, lo scorre a volo, ci vede a ogni pagina una filza di nomi greci di bellissimo effetto, e così giudicandolo ad occhio e croce, senza guardar tanto più in là, si affretta ad annunziare: _Il signor Roberto M. Stuart ha pubblicato un saggio critico, nel quale, dopo avere minutamente sfogliato e compulsato uno per uno tutti gli autori antichi e moderni, conclude per la condanna del lavoro del deputato di Corteolona._
E subito gli altri giornali a ripetere in coro: _Il signor Stuart, nel suo saggio critico, dopo avere minutamente sfogliato e compulsato uno per uno...._ ecc. ecc. (Segue come sopra).
Cosa vogliono mai dir le frasi fatte!
E il signor Roberto M. Stuart, serio serio come un figlio di Albione, a pigliarsi quei complimenti in buona fede!
* * *
Però gli spropositi del signor Stuart — e qui sono d'accordo col _Fanfulla_ — se non altro son tutti suoi: un altro, il signor Z. della ufficiale _Gazzetta Livornese_, se li fabbrica con minor fatica.
La lunga severa appendice del foglio ufficiale livornese è ricalcata da capo a fondo, giudizio per giudizio, periodo per periodo, frase per frase, su quella del signor Garofalo nell'_Unità Nazionale_: che sugo poi ci sia a far della critica a questo modo non so: ma il signor Z., prevedendo appunto l'obiezione, ci ha incastrato qua e là qualche coserella di suo: e dove incastra sbaglia; e dove sbaglia mi rincresce, perchè mi dicono che il signor Z. sia _professore_, ed io penso naturalmente ai suoi scolari.
Il signor professore Z. — là dove incastra — mi _informa_ che la mia scena dei costumi di Sparta è un _anacronismo_: perchè «_quelle antiche costituzioni, quelle antiche costumanze essendo anteriori di quattro secoli a quell'epoca erano già tolte dall'uso._» Davvero? Allora io _informerò_ il signor professore Z. che quelle antiche costituzioni, quelle antiche costumanze ci vengono confermate dal coetaneo e condiscepolo di Alcibiade, Senofonte; che Senofonte è fra tutti gli scrittori greci il più autorevole nelle cose attinenti agli Spartani[162] fra i quali lungamente visse e coi quali lungamente militò; e quelle leggi ed usanze egli le registra siccome ancora esistenti ed in vigore a Sparta al tempo suo, nella _Repubblica di Lacedemone_, ch'è uno degli opuscoli della sua vecchiaia, scritto in conseguenza molti anni dopo che Alcibiade stesso era già morto!