Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle lettera di Felice Cavallotti a Yorick figlio di Yorick
Part 7
Che cosa vuol dir mai non pensarla allo stesso modo! Quei signori critici trovano che un Alcibiade che _prega_ è un Alcibiade _rimpicciolito_: ed io invece gli faccio dire da Timandra: _Prega Alcibiade, e sarai più grande!_ Quei signori — basati sulle loro _profonde_ ricerche — accusano me di aver _alterato_ con quelle preghiere il carattere di Alcibiade; ed io — basato sui miei studi incompleti — affermo che questa accusa è la prova più _palmare_ che quei signori non solo mancano di criterio drammatico, ma non sanno nè dove il carattere di Alcibiade stia di casa, nè _chi_ egli sia stato. — E il bello è che uno di quei signori critici, con una _intuizione così acuta_ dei grandi caratteri storici, aveva avuto la faccia franca di mettersi a compilare un libro sui caratteri: per fortuna l'han fermato sul principio.
Nel fatto concreto poi, non solo la scena ha un fondamento storico — prego quei critici che, vedo, non lo sanno, a legger Plutarco[141] ed informarsene — ma a me era parso (spiego il mio concetto soltanto — e potrà ben darsi che la povertà delle mie forze lo abbia tradito) che lì fosse uno dei lati _essenziali_ del carattere di Alcibiade, senza il quale la sua figura sarebbe rimasta addirittura affatto incompleta, e quindi non vera. — Migliorato dall'amore e dalla sventura il fondo dell'uomo[142], anco il suo orgoglio ha migliorato le forme; è una nuova faccia di questo suo orgoglio che si palesa; è un'altra grandezza morale — a lui nuova — che amaramente lo tenta. Alcibiade prega, ma, com'egli ha cura di rammentarlo ai duci, solo =perchè= _è per Atene ch'egli prega_; perchè sente che questo motivo è il solo che gli dà ancora nella sua sventura una _superiorità morale_ sui duci competitori; perchè Timandra è là, testimone affettuosa della sua eroica abnegazione. — Lo sforzo ch'egli fa sopra sè medesimo, è esso stesso l'elemento drammatico della scena; che se, tornate vane le preghiere, la fierezza antica d'Alcibiade rompe le barriere e prorompe, egli è che — per le nature che non son di santi — tutte le prove morali hanno i loro limiti.
Ora, tornando a quella tal ragione dell'economia che dicevo, è verissimo che il mio protagonista non l'ho neppur seguito — come altri volevano — in Persia, tra le effeminatezze del fasto asiatico. Egli è che l'Alcibiade effeminato, dedito al lusso, al fasto e alle mollezze, era già apparso ad Atene; e se il figliuol di Clinia in Persia, per tornare quel d'una volta non dovette far molta fatica, — in teatro, il ritoccar le stesse corde avrebbe potuto produrre molta noia.
E sempre per la stessa ragione — e per un'altra ancora — visto che la coscienza del mio protagonista era già non troppo pulita — l'ho alleggerita della distrazione commessa a Sparta colla moglie del re Agide, la bella Timea. Di che, grande scalpore del signor Garofalo nell'_Unità Nazionale_ e del signor Z. nella _Gazzetta Livornese_. L'uno, il pudico signor Z., in nome della _moralità_, che mi accusa di aver offeso coi discorsi di Cinesia, voleva ch'io mostrassi «_un'altra donna accesa di amorosa passione_» e Alcibiade occupato a soffiar la moglie a quel povero diavolo di re: l'altro, il dottissimo signor Garofalo mi assicura che per i contrasti e per il dramma quella seduzioncella proprio ci voleva, come le stacchette di garofano nel ragù. Ebbene, di _donne accese di amorosa passione_ per quella buona lana del figliuolo di Clinia, io credeva di averne già mostrato un numero sufficiente in Aspasia, in Eufrosine, in Glicera ed in Timandra; e del talento del mio uomo nel condur l'acqua delle donne al suo mulino, avendo egli già dato qualche saggio, non mi pareva necessario di fargli ritentar la prova, a meno di rubar a Ovidio il mestiere e di ridurre tutto il dramma ad un trattato teorico e pratico sulla materia. Invece a Sparta c'era qualche _altro lato_ del suo carattere _non ancora sviluppato_ e che secondo me meritava di esserlo: e siccome appunto pensavo a fare un _dramma_ e non delle _scene sconnesse_ — così mi premeva continuar l'azione di Timandra — e dopo aver visto Alcibiade scherzante cogli amori da burla, metterlo alle prese, nelle lotte della vita, con un amor vero.
Sono contenti quei signori? Se no, me ne rincresce tanto: ma l'autore drammatico, quando mette un grand'uomo in iscena, ha qualche cos'altro a fare che non pigliar le situazioni della sua vita e metterle in fila una dietro l'altra: scimunitaggini queste dei critici da un soldo la dozzina. L'autor drammatico alla storia non può sagrificare il _dramma_; ed Ella in ispecie, signor Garofalo, che di storia ne sa — la storia me la insegni pure — ma il dramma me lo lasci fare a modo mio. — Veda: tutti mi rimproverano di aver fatto il dramma troppo lungo: lor signori sono i primi a farmene un torto: e poi se dovessi dar retta a loro, e aggiungere tutto quel che loro vogliono, dieci volumi in quarto non basterebbero. — Questo si chiama metter gli autori in croce, e prova che il criticare è una cosa, e il fare è un'altra.
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Ma e allora, se ci tenevi tanto a evitar le ripetizioni, perchè quella scena dell'atto sesto che riproduce in parte la situazione del quarto? Perchè è una fase nuova e diversa del tipo di Alcibiade che volevo porre in luce e la cui diversità non poteva balzar fuori che dal confronto e dall'_analogia_ delle situazioni. Nel quarto atto Alcibiade a cui le calunnie e l'ingratitudine sbarrano il sentiero della gloria, _si vendica_; nel sesto, Alcibiade, in cui il bisogno della gloria è soddisfatto, attaccato dalla calunnia e dall'ingratitudine, _perdona_.
«_Alcib_..... No, per i Numi! gli oboli della paga ai giudici che devono sentenziar di Alcibiade, non son coniati ancora.
_Timandra_ (_inquieta_, _supplichevole_) Alcibiade, ricordati di Catania!
_Alcib_. Oh rassicurati! La ingratitudine e la invidia mi ritrovano oggi ben più forte di allora. Allora era la fama che mi rubavano; oggi è di questa che mi fanno una colpa. Allora mi toglievano un nome: oggi non possono togliermi più che il comando.... o la vita anche: perchè oggi, se anche morissi, ricorderebbe il mondo che c'è stato un Alcibiade. Tu vedi che mi basta — e non ho più bisogno di una colpa per vendicarmi.»
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E non bastan le accuse. Gran cosa l'amor della storia! Per amore della storia un critico veneto, avendo letto che Alcibiade mangiava l'_erre_ e incespicava nel parlare, mi biasimò di non aver fatto Alcibiade anche balbuziente! E per amor della storia, invece, un altro critico, quel della _Stampa_, si lamentò che io non avessi snodato abbastanza al mio eroe lo scilinguagnolo! Perchè l'eloquenza politica di Alcibiade — secondo lui — non l'ho che abbozzata appena nel secondo atto: egli voleva invece dei bei discorsi alla Pasquale Stanislao Mancini: ma se l'aggiusti dunque con Cicerone che afferma caratteristica della eloquenza politica di Alcibiade la brevità concettosa spinta quasi fino all'oscurità[143]; se l'aggiusti col signor D'Arcais il quale mi rimprovera di averne, di discorsi, fatti troppi! Oh, la storia di quel tale che conduceva l'asino al mercato!
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Cimoto, il buon Cimoto, ha diviso col suo padrone anche la sorte dei giudizj: a cominciar dal critico egregio del _Diritto_, che ha trovato da ridir sul suo mestiere. Il critico del _Diritto_ voleva trovar nel _parassito_ l'antica professione di questo nome[144]. Ma come già da un pezzo il vocabolo avesse mutato fortuna — e ai tempi di Alcibiade significasse un'altra casta — progenitrice rispettabile de' parassiti de' nostri dì — il critico egregio potrà chiarirsene leggendo il libro VI di Ateneo.
Eccogli intanto, se vuole, la metamorfosi spiegata da un parassita in persona, in una commedia di Diodoro da Sinope:
«La mia professione è sempre stata gloriosa ed onesta. La nostra città che rende grandi onori ad Ercole, fa sagrificj in tutti i borghi, dando a questo Dio dei parassiti, scelti fra i primissimi della città, per queste cerimonie sacre. In seguito di tempo, alcuni cittadini agiati, volendo imitare ciò che facevasi per Ercole, si impegnarono a prendere un numero di parassiti per mantenerli; ma non scelsero già persone veramente ammodo: presero invece adulatori sempre pronti a colmarli di elogi: di modo che se il padrone loro rutta sul naso dopo aver mangiato del rafano o del pesce stantìo, essi lo complimentano per le rose e le violette con cui ha pranzato. O p....... egli vicino all'uno all'altro? quegli gira il naso fiutando qua e là, e domanda: Dove prendi tu questo profumo squisito? — È così che i parassiti hanno fatto di ciò che era onesto e rispettato una professione ignobile qual è oggi.»[145]
E' all'inclita categoria di questi parassiti del nuovo stampo che appartiene il _Filippo_ del _Simposio_ Senofonteo: e su questo prodotto caratteristico della corruzione ateniese dallo scorcio del V secolo in giù, chi brami saperne più in là delle storielle di Ateneo, può divertirsi colle _Lettere_ di Alcifrone e con parecchi degli scritti del Samosatense.
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Ma ammessa la patente del suo mestiere, il povero Cimoto non è ancora fuor de' guaj. L'essere diventato da mariuolo un galantuomo non pare, per i tempi che corrono, una cosa lecita ed onesta. In ogni modo, il signor D'Arcais dell'_Opinione_ e il signor Stuart del _Daily News_, e un altro critico o due, non la intendono: peccato che, in fuor di loro, critici e publici l'hanno intesa tutti: e non è parsa strana a nessuno. — Infatti è impossibile che un vero birbante diventi mai arnese da Paradiso: com'è vero che un'indole non cattiva nel fondo, ma solo corrotta dall'ambiente e dalle circostanze della vita, può sperar sempre di aspirare un dì o l'altro al premio Monthyon. Il qual assioma morale non l'ho già scoperto io: credo l'abbia scritto il marchese di Lapalisse sopra i boccali di Montelupo.
«Ma questa conversione doveva essere in qualche modo _preparata_ da uno studio psicologico che il Cavallotti non ha fatto, e che, _siamo giusti, non poteva fare, senza darci un dramma anzichè delle scene_.»
Ebbene io affermo, signor marchese, che l'idea di Cimoto di far la fine del quarto di agnello — idea che nè a lei nè a me (per conto mio) verrebbe in mente — è così stramba, così curiosa, che se la _conversione_ di Cimoto non fosse stata — come lei dice — _preparata_, avrebbe fatto scoppiar dalle risa _qualunque pubblico_ di questo mondo. Perchè certe _sgrammaticature_ psicologiche nessun pubblico le passa — laddove un critico, sia pur lei o il signor Stuart, può benissimo avere sbagliato, senza accorgersene, i suoi studj di psicologia. Che se nessun pubblico ride dell'arrosto dell'ultimo atto — bisogna che una ragione ci sia. Una ragione potrebbe esser questa, che il pubblico ha già assistito da un pezzo al risvegliarsi progressivo della coscienza morale in Cimoto: questa coscienza è già viva, sebben latente, sin dal primo atto, quando Cimoto confessa a sè medesimo con rimorso la disonestà dell'azione commessa: traluce nel secondo, nel terzo e nel quarto, quando Cimoto attacca i nemici di Alcibiade, e si affeziona a lui e lo segue; è venuta crescendo, ed è vivissima nel quinto, dove il parassita si rammarica e si impietosisce sulle disgrazie di Atene, ama davvero il suo padrone e pur lo rimprovera del suo tradimento, gli rinfaccia i caduti per colpa sua, lo richiama al sentimento del suo dovere, accorre giojoso ad associarsi alla vittoria riportata dallo affetto di Timandra. E questa coscienza è già fatta abnegazione affettuosa e virtù di sagrifizio nell'atto sesto, quando Cimoto, accortosi della disgrazia di Alcibiade che sta per fuggire, si affaccia a domandargli di dividere la sorte con lui nello esilio e nella sventura. Sicchè la progressione[146], nel settimo, non lascia ormai più posto che al sagrifizio, senza di che essa sarebbe stata affatto inutile; e il parassita vi reclama come titolo al sagrifizio quello che fu il suo titolo di disonore. Così l'avevano intesa tutti i publici e quasi tutti i critici[147]; così l'aveva intesa l'autore, quando tentò di rappresentare in quel carattere la influenza rigeneratrice che sulle piccole nature esercita il contatto delle grandi. Ma per avvertir la progressione, bisognava nientemeno che star a sentire il dramma: e, _siamo giusti_, il signor D'Arcais non aveva tempo di starlo a sentire, dovendo scrivere le dodici colonne dell'appendice del giorno dopo.
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Socrate fu più fortunato di Cimoto: anzi gli han preso a voler tanto bene, che certuni gli han fatto un carico di parlar troppo poco e di scomparir troppo presto. È vero che nel dramma completo Socrate fa un'altra breve apparizione: prego però quei signori a riflettere che se avessi voluto farlo parlare di più, allora avrei scritto un _Socrate_ e non un =Alcibiade=. Perchè a me la figura del grande filosofo era parsa una di quelle che, dove entrano, hanno diritto a pigliarsi per sè sole tutto il posto che trovano: e se questo non si può o non si vuol fare, allora le esigenze del protagonismo insegnano a non mostrarle che disegnate di _profilo_, nello sfondo, quasi appartate dal resto dell'azione, perchè non restino impicciolite dal frammischiarsi a questa, come figure secondarie, e di lontano conservino nella mente dello spettatore la grandezza ideale dei contorni. E questo m'ero messo in mente, volta che della figura di Socrate, in un quadro drammatico di Alcibiade e della sua età, non si potea far a meno: e al grande maestro bisognava pur fare la sua parte nelle lotte morali del carattere di Alcibiade, e premea chiarir da principio la posizione delle etére[148] rispetto al mondo intellettuale di Atene. Certo, se è libero all'artista di non isbozzare che un profilo, s'intende però sempre che il profilo ha l'obbligo di essere fedele al vero: che quello di Socrate il fosse, la maggior parte de' critici me ne avea dato lusinga fin qui: toccava a quel profondo filosofo che è il signor Stuart il disingannarmi!
— Ecco, io avevo detto fra me; bisognerà che m'ingegni di far parlare Socrate colle sue idee e col suo metodo divenuto proverbiale; accennerò di volo il lato _poetico_ e il lato _pratico_ della sua dottrina, secondo la tradizione de' maggiori fra' suoi discepoli; e quanto al primo, qual poema più bello del _Fedro_? e quanto all'ultimo, poichè non posso occuparmene che _nei riguardi del dramma_, e il dramma è _Alcibiade_ — quale imagine più vera, più bella, più completa dell'azione morale del gran maestro sul suo vizioso discepolo, di quella che Platone ci presenta nel _Primo Alcibiade_ e nel _Convito_? Quale sintesi più fina di questa parte nobile, moralizzante della filosofia socratica, di quel breve dialogo nel III dei _Memorabili_ di Senofonte, che riproduce l'identico concetto del _Primo Alcibiade_ e mostra Socrate intento a reprimere la baldanza prosuntuosa di Carmide? Piglierò l'idea cardinale di que' dialoghi, me ne servirò per l'azione del dramma, ossia per la spedizione di Sicilia; accomoderò ai limiti e alle esigenze della scena le lungaggini del dialogare socratico, pur conservandone la fisionomia; presenterò così in iscorcio i rapporti fra Alcibiade e il suo maestro; e in bocca al grande vecchio, là in mezzo allo ambiente depravato che lo circonda, farò suonare la santa sdegnosa protesta della virtù. —
Non l'avessi fatto! Ecco il sapiente sig. Stuart — che dei dialoghi platonici non ha neppure la nozione più lontana — il quale mi incolpa di non aver fatto entrare nel carattere di Socrate i suoi rapporti con Platone, col vecchio Critone, coll'ambizioso Crizio (voleva dir Crizia) e la condanna a morte e la cicuta — e perfino (ah questa poi non l'avrei mai indovinata) le sue relazioni col «matto Apollodoro» e collo «scettico Pirro» (voleva dire Pirrone), il quale, poveretto,.... ebbe la disgrazia di nascere un po' troppo tardi dopo che Socrate era già morto, per poterlo conoscere!
Ecco qua un altro critico che conta nel dialogo di Socrate i punti interrogativi e mi dice che quello non è il suo metodo, perchè non l'ho scritto come un catechismo, tutto a domande e risposte! Ma se quel critico volesse ascoltar meglio, s'accorgerebbe che il dialogo procede precisamente tutto per interrogazioni, fino a che Socrate non ha costretto l'avversario a scoprirsi; e se non tutte le interrogazioni finiscono _materialmente_ col punto interrogativo, egli è che l'indole del dialogo socratico consiste in ben altro; e molte domande son fatte nella forma _suggestiva_, caratteristica della socratica ironia.
Ma ecco appunto qui il peggio; Socrate, proseguendo quella forma ironica, finge di dar ragione alle risposte del suo discepolo, per meglio ridurlo nelle strette, ed attaccarlo poi. Ebbene, capita un critico che mi piglia quella finzione sul serio, e mi biasima di aver fatto che Socrate «_finisca col ceder così debolmente accettando ad occhi chiusi i progetti ambiziosi del suo discepolo!_» — Ma se ve lo dico io, caro Yorick, che è meglio fare il lustrascarpe che non l'autore drammatico!
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Ed anche Glicera — (ah pallido, romantico Yorick, che Glicera stupenda, se vedeste, la signora Giulia Zoppetti!) anche alla povera Glicera è toccata la sua. Ma vi pare? Una _etera_, una _grisette_ di quei tempi, essere così ingenua, così sentimentale, così virtuosa, così ignorante di certe cose che dovrebbero sapere fin le donne oneste, e farsi menare a quel modo per il naso! Un critico di Trieste[149] non l'ha voluta mandar giù.
Eppure mi facevan credere gli storici e i comici che di queste ingenue allieve Aspasia ne crescesse e ne istruisse parecchie in casa sua: eppure doveva essere tanto carina quella ragazza ricordata in Antifane:
«Avea costui per vicina una giovane cittadina: appena la vide che la fece sua amante: cosa tanto più facile ch'ella non aveva nè tutori nè parenti: era una ragazza dalle inclinazioni più virtuose, oneste, d'aurei costumi: insomma quel che può dirsi veramente una _meretrice_ (ἑταίρα), diversa da altre che disonorano un nome così bello.»[150]
Ed era una _grisette_ di buoni costumi e niente più scaltra della mia Glicera la bellissima Pizia di Aristeneto:
«Benchè ella sia etera di condizione, pure conserva la nativa ingenua semplicità e l'indole irreprensibile e i costumi assai migliori della di lei condizione: nulla tanto mi fece innamorare di lei quanto la sua innocenza!»[151]
E non era un portento di astuzia femminile neppur la piccola etera Filemazio che a' suoi galanti scriveva:
«Voi credete di facilmente ingannarmi, perchè sono una fanciulla senza alcuna esperienza di amore, non ancora iniziata ai misteri di Venere; e potermi accalappiare più facilmente che non possa il lupo una agnellina dormente.»[152]
È persuaso quell'egregio critico che c'erano a que' tempi delle _etere_ anche più ingenue di qualche ragazza da collegio dei nostri giorni?
Me ne appello a voi Yorick, ed invoco in appoggio, sulla materia, la vostra sapiente autorità.
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Glicera mi richiama a Timandra. Imitazione di _Atte_![153] Nego. Il mio amico Cossa, nel suo impareggiabile _Nerone_, ha pensato, per le sue buone ragioni, ad una cosa, ed io ho pensato ad un'altra: perchè la diversità dei protagonisti riflette una luce diversa sui loro amori. La passione di _Atte_ è essenzialmente una passione fisica: perchè, se nol fosse, una donna che sente e pensa come Atte non potrebbe amar un uomo che pensa e sente come Nerone. La passione di Timandra si scalda ad altre fiamme che a quelle sole della Venere sensuale. L'amor di Atte e di Nerone è quello di due nature _opposte_, che non hanno niente di comune, nessuna corda unisona, nessun punto di contatto fra loro, unite da una specie di fatalità che è più forte di loro: quello di Timandra e di Alcibiade è l'incontro di due anime sorelle, che han molte corde comuni, che si sentono affini nella energia della tempra e nello istinto del piacere, nello amore del bello e della gloria; di due anime fatte per intendersi, naturalmente chiamate una verso l'altra, e che perciò, al loro primo incontrarsi nella vita, subito si ravvisano e si riconoscono. È il riconoscimento istantaneo delle anime, descritto da Socrate nell'Atto Primo. Atte _si impone_ a Nerone, dal quale la separa un'abisso morale, colla ferrea energia che all'altro manca; gli parla un linguaggio che l'altro non può, non deve intendere; e Nerone subisce riluttante il suo fascino[154]; — Timandra _si insinua_ in un carattere che è energico quanto il suo; tocca una dopo l'altra in lui delle corde di cui ella conosce e l'altro sente, suo malgrado, l'efficacia; e anche quando ella investe Alcibiade più irruente e più severa, l'armonia segreta di quelle due anime non cessa un istante solo. Degli attacchi di Atte, Nerone, sempre conseguente a sè, si annoja o si impaurisce; dinanzi agli attacchi di Timandra, Alcibiade quando va in collera si giustifica, e quando non vuol rispondere si commuove.
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Ma io ho un bel ricorrere a Socrate; quella teoria del _riconoscimento_ subitaneo delle anime, o, per così dire, degli innamoramenti _a colpo di sole_, i critici posati e flemmatici non me l'accettan per buona: e fra le categorie della specie non me la ammettono.
«L'amore di Timandra ad Alcibiade è posticcio: non ha causa apparente nel dramma: viene non si sa da dove, nasce lì per lì, non si sa come»[155].
Nego. E ho spiegato or dianzi perchè nego. Mostrare al critico poi, nella ragione psicologica dei due caratteri e nella ragione intima del dramma, la causa di quell'amore dov'è; e il perchè quell'amore, a differenza degli altri, l'ho fatto nascere a quel modo, e il _come_ di quella fiamma che s'accende istantanea al primo contatto delle due nature — mi porterebbe a discutere col critico sopra le leggi del cuore umano, per sentirmi rispondere che egli non le intende a modo mio. Questione di gusti! risparmio la fatica e me ne appello a Stendhal e alla sua _Fisiologia dell'amore_. E se Stendhal non basta — oh allora poi — me ne appello alle donne.
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Un altro critico egregio piglia la cosa in altro modo. «_O non era assai più naturale dare a Timandra nel primo quadro la parte commessa a Glicera, e farla poi ricomparire nel terzo a ricevere il premio del suo affetto gentile?_» E subito un terzo: _Sicuro! Sicuro! Glicera e Timandra non son che un duplicato_[156].
Sicuro un bel niente! Perchè sono due tipi affatto diversi, messi lì appunto a porre in luce due faccie diverse dell'anima del protagonista. Perchè la innocente e ingenua Glicera, _quale mi occorreva_ nel primo atto, non era mai la donna che potesse esercitare la menoma influenza sul carattere di Alcibiade, a meno di cessar di essere un carattere _vero_, e di diventare il solito _angiolo del bene_, rubando il mestiere alla _Alice_ del _Roberto il Diavolo_; viceversa poi, la donna capace di esercitare un fascino e un dominio sull'animo del _Don Giovanni_ ateniese, _non poteva_ mai essere la vittima delle sue gherminelle dell'atto primo. Perchè infine, quel fascino, quell'influenza, è il risultato di una armonia morale fra Timandra ed Alcibiade, che appunto manca tra i caratteri di Alcibiade e di Glicera; di un'armonia che permette a Timandra di leggere subito nel fondo dell'anima dello eroe, di indovinarvi i più nascosti pensieri e impadronirvisi delle più segrete emozioni, mentre la povera Glicera ne sa tanto del suo seduttore, da restar presa lì subito, come un pesciolino all'amo, al sentimentalismo delle sue bugie.
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Ora se permettete, Yorick — intanto che il signor marchese D'Arcais è andato a prendermi i volumi della _greca filosofia_ da incastrar nell'_Alcibiade_ — per ingannare il tempo finirò qui col signor Roberto Stuart il discorso più sopra incominciato.