Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle lettera di Felice Cavallotti a Yorick figlio di Yorick
Part 6
Così canta Yorick. Ma così non canta la storia. Dalla storia frattanto a ogni buon conto imparo che all'epoca della spedizion di Sicilia lo spirito militare era già così svanito, che per quella impresa, la quale era pur tanto popolare e solleticava tanto le speranze ateniesi, si dovettero adescare i cittadini al servizio alzando di nuovo il soldo militare ad una dramma; e ancora quell'aumento non allettò a mala pena che i proletarj; e di 5100 opliti che Atene potè riunire per quell'impresa a gran fatica, soli 1500 erano _opliti di catalogo_, cioè delle prime tre classi, iscritti sui ruoli; il resto si dovette comporre di proletarj dell'ultima classe e di mercenarj, come di mercenarj si dovettero in massa riempire le milizie leggiere, e le ciurme delle triremi.[128]
Questo innanzi il disastro di Sicilia: e dopo il disastro? Ah, dopo, poi — state attento, caro Yorick, è l'illustre storico grecista italiano Amedeo Peyron, che parla citando — _terminata la spedizione di Sicilia, talmente crebbe la tepidezza degli Ateniesi per le armi_, che Isocrate così scriveva: «Noi, mentre vogliamo dominare sopra tutti, _ricusiam di militare, abbiamo eserciti mercenarj_, composti di uomini esuli, disertori, malfattori, oltraggiatori de' nostri figliuoli, che abbandonano noi, se altri li paghi di più. Noi che difettiamo del vitto quotidiano prendemmo ad alimentare codesti forestieri.» — Ed altrove: «_Noi talmente trascuriam le cose attinenti alla guerra, che non andiamo alle rassegne se non pagati._»[129].
_Questo_ era, caro Yorick, lo zelo, era questo il patriottismo degli Ateniesi dopo la catastrofe di Siracusa. Non erano no i _molli, gli effeminati, gli oziosi_ Cecròpidi che dopo il disastro vestiron l'armi o andarono, come voi dite, a curvarsi sul remo; erano le nuove leve di mercenarj della Tessaglia, della Acarnania, che formavano i nuovi eserciti, le nuove flotte; eran forestieri di Caria, di Tracia e di Creta, i soldati a cui Atene confidava tra quei rovesci la sua salvezza!
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Certo, non tutto, non proprio tutto nella città era abjezione. Quegli stessi eserciti di forestieri assoldati, quelle flotte di mercenarj improvvisate, lo furono con una prontezza di consigli e di provvedimenti, con una larghezza di contributi che fece onore alla città. Vi ebbero Ateniesi molti che in quei frangenti udirono la voce della patria in pericolo ed accorsero a combattere per lei.
Certo, anche questo periodo di prostrazione, di dissoluzione morale, appare qua e là solcato, ad istanti, ad intervalli, da fuggevoli lampi delle antiche virtù: a dati giorni, a date ore, questo popolo che degenera ritrova in sè ancora qualcosa della tempra antica, per prendere a tempo una decisione patriottica nell'assemblea, per afferrare a volo una vittoria sul mare, per rialzarsi con isforzi d'animo tra i rovesci della fortuna.
E chi non sa che il genio, la natura di nessun popolo non si ecclissano, non possono ecclissarsi interamente a sè medesimi in un giorno solo? Non v'ha nella storia nessuna epoca così corrotta che qualche raggio di virtù ancora non vi brilli, che qualche coraggiosa e generosa protesta non vi si faccia sentire: a maggior ragione in Atene, dove ogni pietra quasi, ogni lembo di suolo o di marina rammentava esempli fortissimi, tradizioni magnanime, dove passeggiavano ancora sotto i portici, gloriosi di canizie e di cicatrici, gli avanzi dei vecchi che avevano combattuto in Salamina.
Noi assisteremo anche più tardi, alla vigilia della conquista macedone, quando quelle memorie saranno ancor più lontane, a qualcuno di questi sussulti del gigante antico: ma saranno sussulti galvanici, sforzi spasmodici di una vitalità che reca la morte nel seno. Vedremo ancora splendide figure, quasi meteore luminose attraversare il tempo; udremo fra le brutture dell'età tuonare la indignazione virtuosa di Demostene, come un dì calma e mesta sorridere la ironia santa di Socrate. Ma esse appunto varranno a _stimmatizzarle, non a redimerle_; sarà il _buon genio_ dell'Eliade antica, della gran madre degli _eroi_, che prima di spirare tra l'ignavia dei nepoti, vorrà svincolare dalla catastrofe la propria responsabilità e il proprio nome — e rimetterà per mano di quei giusti — suoi esecutori testamentarj — la sua protesta alla storia.
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E questa protesta, come la storia l'ha raccolta, così tentai consegnarla nel dramma. Queste ultime voci mandate come un rimprovero da una generazione virtuosa che muore a una generazione corrotta che sorge, m'era parso che il poeta potesse e dovesse raccoglierle; m'eran parse interessanti per la morale della storia e per il contrasto della scena.
Giacchè non è poi niente vero che sian tutti fior di mariuoli quelli che parlano e si muovono nel dramma mio; non è niente vero che della faccia dell'epoca io non abbia guardato che un _lato solo_ — il lato più brutto ed ignobile[130]. S'io non erro, sono due le correnti morali che da capo a fondo traversano il dramma, e _intorno_ ad Alcibiade e _dentro di lui_. Se io non erro, Socrate, che rinfaccia le virtù del tempo passato, Timone che impreca i vizj del presente, Lamaco ed Eufemo, i soldati valorosi e leali; Timandra, la cortigiana che alla voce del dovere e della virtù presta le lusinghe divine dell'amore, appartengono a una corrente morale diversa, da quella in cui si muovono Tessalo e Cleonimo, e Diocare ed Aminia; e al basso fra il popolo Cimòto, il parassita di buon cuore, segna il punto di contatto fra le due correnti; in alto, fra i patrizî, Alcibiade segna la sintesi delle due età. Infatto, nessuna figura personificò mai nella storia più al vivo, e con più spiccati colori, i contrasti, le lotte intime d'un periodo di transizione; l'influenza di Alcibiade tra i suoi contemporanei fu straordinaria, perchè egli era il prodotto più naturale, _più vero e più completo_, della sua epoca. Alcibiade è la risultante degli splendori di Pericle, delle glorie eroiche d'Artemisio e Maratona, della corruzione di Cleone e di Iperbolo. È egli la personificazione delle virtù che se ne vanno, e dei vizj che arrivano; è egli stesso il _demos_ d'Atene, del quadro di Parrasio[131]; egli il popolo ateniese colle qualità che lo han fatto grande e con quelle che lo tirano a rovina. Nel fondo della sua anima, come dintorno a lui, le due epoche si incontrano; e il rimprovero severo di Socrate lo disputa alle lascivie d'una cortigiana; il sarcasmo di Timone lo rimorde tra gli intrighi del foro; Cleonimo, il vigliacco lo insidia, e Làmaco il valoroso lo difende. La faccia di Alcibiade è metà rivolta verso i crepuscoli di uno splendido giorno che tramonta, metà verso l'ombre che sopraggiungono. Socrate scomparirà dalla scena, perchè è alla notte che spetta la vittoria; lui scomparso, la resistenza morale, da lui rappresentata nella forma più intransigente, più elevata e più pura, continuerà ancora, ma dovrà cercarsi più al basso altri rappresentanti quali il tempo lo consente, battere alla porta delle caste che la corruzione del tempo ha fatto sorgere.
Questo concetto storico (che almeno nel dramma completo si sviluppa di più), questo contrasto d'idee e di colori, di ombre e di luce, la povera tavolozza del poeta non sarà bastata a ritrarlo: d'accordo: ma al poeta non par troppo il domandare che almeno si piglino le sue intenzioni per quel che furono, pigliando la storia per quella che è; che non si tiri il collo a questa, per dare lo scambio a quelle; e dove egli vuol fare dell'arte a modo suo, non gli si faccia fare, per forza, della politica a modo degli altri. Se politica ci è nell'_Alcibiade_, adagio un po' — caro Yorick e compagni — a sciuparmela: che non l'ho fatta per voi. O che strani, che cocenti amori son questi, signori monarchici d'Italia, che vi pigliano ad un tratto per la repubblica d'Atene? Certo, il vedervi divenuti così fieri repubblicani in causa mia, mi commove nelle viscere, mi insuperbisce e mi consola; che affè non vi sapevo così rossi di dentro, e richiamerò sopra il fatto l'attenzione del Ministero. Ma siate prudenti! Volete si dica che la repubblica per poter piacere a voi, bisogna prima che il vizio l'abbia ben bene imputridita? Volete si dica che per rendervela accettabile, per conciliarvi subito con lei, bisogna prima ch'ella mandi le virtù repubblicane a dormire; che ella metta in carcere Socrate, come Mazzini; che paghi a misura di carbone i vincitori delle Arginuse, come il vincitore di Milazzo; che dia in fatto di corruzione tutto quello che può dare una monarchia?
Quanto a me, non credo proprio che la repubblica possa farmi il viso arcigno, se nei torti del suo passato raccolgo qualche insegnamento del suo avvenire[132].
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E con questo, (permettete Yorick, ho bisogno di dir due parole, a questo signore, qui, dalla barba lunga, che ci ascolta) con questo, gentilissimo signor marchese d'Arcais, mi trovo aver risposto abbondantemente, se non erro, anche alle prime e capitali delle sue censure. Censure ch'Ella ha copiato — ormai, via, lo confessi qui a sei occhi, che il nasconderlo è inutile, dal bravo Yorick qui presente[133] — le ha copiate nella gran fretta, senza controllarle; e quindi, naturalmente, ha detto delle.... _facezie_: delle quali non le faccio torto: ma bensì della _fretta_ che gliele ha fatte dire. Con tutto il possibile rispetto per lei, Ella mi ammetterà, signor marchese, che quando un autore — sia pur mediocre — ha investigato, se non altro, con pazienza e cura un'epoca storica così complessa come quella d'Atene — e presenta al pubblico il frutto, sia pur povero, di indagini parecchie e di studj coscienziosi — _non è serio_ (noti bene la parola signor marchese), _non è serio, dopo poche ore_ dalla recita, uscir fuori come ha fatto lei, con dodici colonne di roba stampata, a sentenziare lì per lì sul valore _storico_ dell'opera, e sul complesso dei problemi storici che l'opera solleva: a meno di posseder già sulla materia degli studj estesi e delle cognizioni che evidentemente — senza farle torto (Ella s'intende a fondo di musica, mi dicono, e non ha obbligo di intendersi anche di storia greca) senza farle torto, a lei mancano, a cominciar dagli elementi. — Dio mi guardi dal credere, calcolando il tempo materiale che a me di solito occorre per raccoglier le idee (ma io sono molto lento, sa!) che tutto quell'ammasso di roba stampata nell'_Opinione_, _poche ore_ appena dopo finita la prima recita del dramma, che tutta quella roba fosse scritta già prima: ma se invece di buttar giù tante pagine di manoscritto con tanta furia, a rischio di storpiarsi qualche dito, Ella si fosse preso almeno un giorno di tempo — e avesse prima almeno data un'occhiata, non dirò alle fonti storiche, ma a qualche buon compendio di storia greca per le scuole — lo Smith per esempio — ella avrebbe potuto forse risparmiarsi qualcheduno dei granchi ch'Ella ha preso. Poichè Ella vede bene — tutto quanto il giudizio, che in mano di Yorick (l'erudizione e il brio nascondono molte cose — non è riuscito Yorick a farsi passare anche per botanico?) in mano di Yorick poteva parere un paradosso ingegnoso, ora in mano sua, non è proprio più che un granchio solo.
Ella mi parla della grandezza dell'antica Grecia, e di Atene (grandezza di cui più addietro le ho anche spiegato le ragioni), e non s'accorge che la mi confonde insieme due o tre epoche fra di loro; poichè non è l'epoca della grandezza, ma della decadenza politica e morale quella in cui vive Alcibiade e in cui il mio dramma si svolge. Non siamo all'indomani delle grandi vittorie, siamo alla vigilia delle grandi catastrofi. Ella mi afferma che col mio dramma quella grandezza d'Atene non si spiegherebbe più: anzi, a chi conosce la storia, resta spiegata benissimo; poichè essa se ne va coll'andarsene delle virtù che l'han prodotta; poichè — Dio buono! — non è già la _grandezza_, ma è la _caduta di Atene ch'io spiego!_
Ella mi afferma che la _civiltà greca_ bisogna cercarla _altrove che nei parassiti, nelle cortigiane, nei vaniloqui dei politicastri_. Sicuramente! la civiltà greca (che razza di confusioni la mi fa mai!) ha dato qualche cosa di assai meglio, e più in su glie n'ho mostrato anche il come; ma all'epoca di cui le parlo, se appena Ella vorrà farvi qualche studio sopra, vedrà che appunto i _parassiti_, le _cortigiane_, i _politicastri_ — v'aggiunga pure, se crede, i sofisti[134], i mercenari, gli eliasti venali e tutto il rimanente — sono prodotti _caratteristici_ di quella civiltà; ed è precisamente perchè i prodotti son diventati questi, che i vincitori ed i liberi di un secolo innanzi, diventeranno i vinti ed i servi del secolo dopo. E se non vuol credere a me, creda agli scrittori del tempo; e per pigliarne uno solo, creda al pittoresco Alcifrone, il qual volendo descrivere i costumi di quella età, non parla che di etère e di parassiti, di sofisti e di barattieri!
Le figure del dramma non son però queste sole. Ella afferma che io dell'epoca non ho riprodotto che un lato solo, il più ignobile; eppure il lato più nobile, come mostrai, gli ruba almeno la metà dei personaggi e del posto; glie ne ruba, per ragioni d'arte, assai più di quello che la storia non concederebbe!
Ella afferma che la corruttela del costume forma il lato _meno importante_ della età che io descrivo. Eppure è precisamente il contrario che è vero! È il nuovo ambiente morale di Atene che prepara e matura le sue catastrofi.
Perchè giammai le grandi crisi dei popoli avvennero isolate e senza causa, per capricci del caso; un popolo grande jeri, non muore oggi, lì per lì, di morte fortuita, per una battaglia perduta, per una tegola cascata sulla testa. Ma all'epoca d'Alcibiade il guasto morale aveva invaso tutto, e la virtù era divenuta l'eccezione. Se quell'epoca invece corrispondesse alla idea falsa che il signor marchese se n'è formato — allora sì _le catastrofi di Atene e della Grecia non si spiegherebbero_, e la storia conterebbe un enigma di più.
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A cert'altre delle sue censure (sulla questione del titolo di _scene_ mi pare d'essermi spiegato già) permetterà, signor marchese, ch'io passi sopra. Ella vede bene, noi siamo un po' lontani dall'intenderci. Ella parte da un concetto dell'epoca sbagliato e vorrebbe che io adattassi il mio dramma alle sue idee storiche sbagliate. Ella mi richiama al rispetto della verità storica e vorrebbe che per accontentarla io commettessi degli anacronismi. Ma per contentar lei, dovrei disgustare gli intelligenti e i grecisti, come per esempio il chiarissimo cav. A. Franchetti dell'_Antologia Italiana_ e il signor Garofalo dell'_Unità Nazionale_, che pur criticandomi in parecchie cose, mi dichiarano, se non altro, fedele alla storia[135]. Or Ella certo è troppo discreto per volere ch'io esiti tra l'autorità dei competenti in materia e la sua.
Ella mi invita a una discussione seria: ma è il _discutere con lei_ che è già un affar troppo serio. I suoi giudizi sono di quelli dai quali un povero autore non sa come difendersi, per il semplice motivo che sfuggono alla discussione.
Quand'Ella dice «_uno scambio di madrigali non basta a richiamare alla mente tutta la greca poesia_» cosa vuole mai ch'io le risponda? Eh mio Dio, sicuro che non basta; ma la «_greca poesia_» da Omero in giù, messa in volumi, mi occupa una libreria: ed io credevo di avercene già messa, per saggio, più del bisogno, tanto più che altrove Ella mi accusa di non _saper fare che declamazioni_! come si fa dunque a contentarla!
Quand'Ella dice che _poche parole di Socrate_ non bastano a riprodurre tutta la greca filosofia, cosa vuole che io le risponda? Certamente che la _greca filosofia_ di chiacchiere ne ha fatto assai di più; ma a mettere nell'_Alcibiade_ tutti i dialoghi di Platone tradotti da Ruggiero Bonghi, c'era pericolo che il pubblico mi tirasse le panche sulla scena.
E poi, chi le dice che Socrate sia lì per quello, e ch'io abbia voluto riprodurre nell'_Alcibiade_ tutti i sistemi filosofici della Grecia antica? Sarei stato matto da legare se a questo scopo e a questi lumi di luna mi fossi messo a scrivere un dramma! Questo suo giudizio è tanto serio quanto quell'altro che io abbia preteso di _giudicare col furto di una torta tutta quanta la legislazion di Licurgo_! Ma le pare! Queste pretese io le lascio a lei, che in due tratti di penna — e con quegli studj che lei possiede — lì sui due piedi mi sa risolvere i problemi più complicati della storia! Io mi ero contentato, vede, trovandomi a Sparta, di buttar là qualche schizzo comico di leggi e di usanze spartane; certo non tutte, perchè un dramma non è un bollettino di leggi ed è molto strana — in bocca a lei che rimprovera il mio dramma di non essere abbastanza _teatrale_! — la pretesa ch'io avessi a farne anche un trattato enciclopedico di poesia, di filosofia, e di legislazione! Ma che poi delle usanze di Sparta io non abbia accennato che una _sola_, la legge famosa sul furto, quest'è una semplice sua _bugia_ — signor marchese — e niente più: di leggi e di tratti del costume spartano, per dare un'idea dello ambiente, io ne avrò accennate — vede — almeno una _trentina_: naturalmente, se Ella avesse qualche cognizione della materia, li avrebbe subito a volo riconosciuti: ma non è ancora una ragione per isputar sentenze così a tondo su cose che si ignorano: e poi la scena di Cinesia (che ella trova _triviale_ e il Fanfulla trova _mirabile_: oh diversità dei giudizi umani! facciamo il male in mezzo e mettiamo che non sia nè l'uno nè l'altro) la scena di Cinesia non è che una parte di quel quadro di costumi: e l'eforo Endio e il soldato Brasida ci entrano pure per qualche cosa![136]
Perchè, signor marchese, — se lo lasci dire — ciò che urta i nervi singolarmente nelle sue critiche è il tòno. _Errare humanum est_, e tutti possono benissimo commettere degli errori giudicando di un lavoro d'arte, come io certo nello scriverne, e sarebbe strano che l'infallibilità fosse privilegio dei critici: ma non tutti buttan là i loro errori con quel sussiego con cui li butta lei. — Non tutti si dan l'aria, come lei, di buttar fuori degli oracoli. Dove meno Ella ne sa, e più Ella ingrossa la voce. Pur dovrebbe conoscere l'adagio: _ne sutor ultra crepidam_. Veda, per es., perfino quella storiella de' baffi! Ella non si contenta di dire, sia dritta o storta, la sua; ma impone addirittura al signor Emanuel di tagliarseli i baffi (povero Emanuel che ci tien tanto) — e perchè mai? Perchè io, marchese D'Arcais, 1.º e solo — «=posso assicurarlo= _che Alcibiade non li portava_!» _Posso assicurarlo!_ E perchè Emanuel non si crede ancora abbastanza _assicurato_ e se li tiene, Ella monta in collera e accusa il signor Emanuel di mancarle d'obbedienza e di rispetto! Ma perchè mo' invece di sciupar tempo e fiato in tante _assicurazioni_, non la si piglia in mano un volume del Winkelmann o dell'Ennio Quirino Visconti, o non la va — Ella che parla di far la barba ai moderni — non la va in qualche museo ad istruirsi prima sul modo con cui se la facevano gli antichi? perchè essendo Ella in tanta intimità con Alcibiade, non è andata _almeno una volta_ a fargli visita al Campidoglio e al Vaticano? Come!? Ella impone ad Emanuel in nome di Alcibiade di _radersi i baffi_ e non si informa prima se il suo amico Alcibiade ne è contento? Ella abita da un pezzo in Roma, discorre di cose d'arte, e non visita nè il museo del Vaticano, nè quello del Campidoglio, e ignora che in quest'ultimo ci è un marmo antico di Alcibiade, e nel primo ce ne sono _tre_ — tutti co' baffi![137] Ma sa che è grossa — e basta per far perdere la voglia di credere alle sue _assicurazioni_! mi dirà che non sapeva che quei marmi fossero Alcibiadi, perchè non c'era sotto il nome, e quello che lo ha, lo ha scritto in greco, ed ella non è obbligata a capirlo: ma allora non si discorre di cose greche!
Ed è Ella che giudica del grado maggiore o minore della erudizione mia!
Ecco perchè, signor marchese, più sopra dicevo che discutere con lei è un guajo serio. Ella afferma, trincia, sentenzia con un tono di autorità, con una sicurezza che sconcerta: e, a non volerle mancare di rispetto, non si sa da che parte pigliarla. O dovrei occuparmi a ribattere la sua caritatevole insinuazione, che la buona fortuna fin qui arrisa all'_Alcibiade_ è dovuta a _ragioni estranee all'arte_, cioè alla _claque_ de' miei amici politici? O dovrei spiegarle — a lei che mi onora di giudizi così serii e così pii — spiegarle perchè ho riso tanto di quell'altra sua notizia faceta, colla quale informa da sè i suoi lettori, come e qualmente Ella è un critico _imparziale_, che non fa in arte della politica di partito? _Excusatio non petita_, ecc.
Ma queste son cose che si.... ammirano e non si commentano. — Passiamo oltre, passiamo oltre.
* * *
Poichè la via lunga ne sospinge — ed ho ancora a difendere da parecchi capi d'accusa il mio povero protagonista. Il quale in vita sua ha viaggiato molto: ma si è trovato che nel mio dramma non ha viaggiato abbastanza. Uno si lamentò per non averlo visto ad Atene, nel ritorno; un altro voleva vederlo anche a Samo: un altro anche a Sardi, alla corte di Farnabazo, e così via, in questa o quest'altra circostanza omessa della sua vita.
Rispondo: il carattere di Alcibiade è così complesso, presenta un tal numero di lati, che a volerli ritrarre, almeno _tutti i più essenziali_, — nei limiti di un dramma e della _ragion drammatica_ — bisognava procedere con _economia_. — Perciò, _scegliere_ tra le fasi della vita dell'uomo; seguir sì dal principio alla fine le passioni dominanti e costanti, ma nel loro mutar delle forme per certi tratti del carattere contentarsi di un incidente solo, di una scena sola; evitar le fasi, le scene in cui si ripetesse su per giù lo stesso lato morale; affinchè dalla varietà degradante nelle tinte principali, uscisse più vivo il contrasto, più completa la fisionomia.
Nel caso concreto, il quadro del ritorno ad Atene, era stato fatto[138]; ma dovendo pur sopprimerne per la scena qualcuno, ho soppresso questo: Alcibiade il glorioso, il beniamino del popolo e maneggiatore delle sue passioni, è già comparso nell'atto secondo.
A Samo poi non l'ho seguito; perchè Alcibiade, il patriota generoso che pensa a salvare, a dispetto degli ingrati e dei malvagi, la sua città, lo ritroveremo più tardi in faccia ai capitani in Egospotamo.
È vero che questo mi tirerà addosso un altro guajo. Un critico sapiente di un foglio milanese, e il signor Roberto Stuart del _Daily News_, si scandalizzeranno di veder un Alcibiade che prega[139]. Neh, che scandalo! Questi signori critici si son fatti degli eroi a modo loro — tutti d'un pezzo, come nella tragedia antica — e con un orgoglio di fabbrica loro speciale. Uno poi di quei signori avendo sentito dire per combinazione[140], che c'era stato al mondo un certo signor _Ajace Oileo_ così fiero e superbo, ch'era morto sfidando gli Dei, voleva ch'io facessi fuori del mio Alcibiade un altro Ajace. Ma Alcibiade era un eroe più _umano_. Il suo orgoglio era altissimo — ma non orgoglio zotico, brutale: orgoglio d'un uomo rotto ai casi della vita, che ha la forza di adattarsi agli eventi per lottare contro di loro, che ha l'anima capace di alti sentimenti e aperta alle grandi passioni. La superbia insomma di tutti i grandi uomini della storia, buoni e cattivi, sia che si lascin battere, come il superbo Temistocle, pensando alla salute della patria, sia che _servano_ come il Corso fatale _pensando al regno_. Ed è perciò forse che Shakespeare — il quale del cuore umano ne sapeva un po' più di quei critici e di me insieme — costrinse alla preghiera fin Coriolano, che fu un uomo di una superbia ben più feroce e più intrattabile dell'Ateniese.