Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle lettera di Felice Cavallotti a Yorick figlio di Yorick
Part 5
È vero che la pietosa Eugenia di Montijo soffia nel fuoco; la mano gentile di una donna dirige nelle Tuileries il mestolo della politica e spinge il compiacente marito a sperimentare sui volontarj le meraviglie dei nuovi Chassepot. Era probabilmente per non invidiar nulla ad Aspasia, l'antica e gentile mestatrice politica, consigliatrice dell'olimpico marito; ad Aspasia, _per le cui istanze e per compiacere alla quale_[85] Pericle anch'egli si risolve alla iniqua spedizione contro Samo, e va a sperimentare su quei poveri isolani che difendono la loro libertà, le nuove macchine guerresche di Artemone «_la novità delle quali recava perfino meraviglia a lui stesso_»[86]!
Inique meraviglie; esperimenti infami: d'accordo. Ma intanto, di impresa in impresa, la gloria delle armi sorride al genio del figlio di Zantippo e alla fortuna del suo coronato imitatore. Atene e la Francia servono ad un uomo; ma il loro orgoglio nazionale è soddisfatto. Al di fuori la gloria delle armi e il primato fra i popoli le compensano entrambe della perduta libertà. Al di dentro, la prostrazione morale dei caratteri è nascosta sotto uno strato di prosperità materiale. I due despotismi camminano entrambi per le stesse vie; spargono entrambi sui loro passi il vizio colle sue magnificenze, perchè sia semenza di servi. Chiamano complici entrambi dell'opera le Muse, perchè la loro presenza dissimuli la scomparsa della gran Dea che se n'è andata. Atene e Parigi, divenute belle, magnifiche, grandiose, vedono rifiorir l'era degli artisti e dei letterati, delle _lorettes_ e delle _cocottes_. La casa di Pericle e di Aspasia ha per succursali l'Academia e i tempj di _Venere etéra_; i ricevimenti delle Tuileries completano le sedute dell'Istituto e i balli di Mabille. Si assiste alla efflorescenza delle menti e alla depravazione dei costumi; le arti sono in rialzo e le coscienze sono in ribasso.
E in mezzo a tutto ciò, ad Atene come a Parigi, una irrequietudine vaga, incessante, prodotto di una quantità di cattivi umori che la tirannide ha fomentato, di cattivi istinti che essa ha accarezzato; un senso indefinito, profondo di malessere, il senso della mancanza di qualche cosa, che lascia il popolo insoddisfatto, che sveglia incessantemente in lui desiderî, rancori, memorie, passioni, a cui bisognerà pur trovare uno sfogo, perchè non diventino un pericolo. Atene, malcontenta fra i suoi splendori, guata il Peloponneso; la Francia, malata in mezzo alla sua opulenza, adocchia il Reno. Antipatie di razza, ad arte fomentate, aizzano le funeste cupidigie; e le due tirannidi, felici di aver trovato al di fuori questo potente diversivo ai pericoli di dentro, slanciano i due popoli a cuor leggiero sulla via delle grandi catastrofi e delle grandi espiazioni. E nel secolo V avanti l'Era volgare come nel secolo XIX il mondo assiste egualmente all'identico spettacolo di un popolo elegante, spiritoso, ciarliero, leggiero, vivacissimo; banditore un giorno di libertà agli altri, incapace a serbarla per sè; democratico di principj, arrogante di fatti; rappresentante di una civiltà splendida, raffinata, ma corrotta, snervante, dissolutrice della famiglia e del senso morale; di questo popolo che si scaglia ad un duello tremendo contro una stirpe ruvida, tarda, riflessiva, austera, fatta gagliarda dalla ferrea disciplina, dalla severità del costume, dal culto religioso della patria e della famiglia; più che sobria di parole, lenta, ponderata al risolvere, tenacissima all'opere. E perchè il riscontro sia più completo, tutte e due le volte è la nazione democratica che provoca alla lotta colla prepotenza; ed è il popolo cresciuto nella tradizione autoritaria che prende l'armi a difesa della sua indipendenza minacciata. L'urto è terribile e le vicende dei due conflitti son diverse, ma l'esito finale è il medesimo; perchè è forse scritto nelle leggi segrete della storia che agli stessi errori dei popoli presiedano gli stessi castighi. Il calcolo la vince sulla leggerezza; la disciplina sull'avventataggine, la scienza militare sulla presunzione, Lisandro su Tideo. — La ignoranza superba dei generali d'Atene in Egospotamo dà l'esercito ateniese, quasi senza colpo ferire, tutto quanto prigione in mano di Lisandro, e l'incapacità vanitosa dei marescialli consegna a Moltke gli eserciti della Francia. Lisandro entra ad Atene e Moltke a Parigi. La grandezza politica dell'Atene di Pericle finisce nella umiliazione di Lampsaco, la potenza del secondo impero nel fango di Sedan; e i due popoli espiano ben duramente la complicità morale coi loro padroni, nella provocazione della lotta spaventosa.
Atene, tornata libera e datasi ai demagoghi dopo la morte di Pericle, avea continuato nondimeno la guerra, come la continuò la Francia tornata repubblicana dopo caduto Napoleone III. Ma gli uomini erano scomparsi, e le conseguenze della loro opera restavano; ed erano queste — appunto queste — che rendevano ai due popoli non iscongiurabile il destino.
* * *
Però Atene fu assai più tarda a subirlo, e potè lottare contro di esso per ben trent'anni: e perchè potentissima la sua marina, e perchè troppo diverse le circostanze e i metodi di guerra; e perchè in tempo la sovvenne il genio militare di Alcibiade: e perchè infine lo stato di Atene, quando Pericle morì, era ancora lungi dall'essere così fracido come lo stato della Francia alla caduta di Napoleone III. I germi, i fattori della dissoluzione sociale e morale che doveano portar lo stato alla rovina, Pericle pur troppo ve li avea deposti già tutti e alimentati da un pezzo: ma, come dissi più addietro, essi avean trovato lui, vivente, un correttivo nella sua moderazione, nel suo genio, nella sua stessa onestà relativa: era alla morte di lui che essi dovevano trovare il loro pieno e tristo sviluppo, invadere senza ritegno e corrodere dalle radici tutto quanto l'organismo politico e sociale dello Stato. Ciò dovette esigere qualche tempo: ma i risultati dovettero esserne ugualmente ben terribili, perchè nè la marina potentissima, nè il genio di Alcibiade non bastassero più neppur essi a scongiurarli, e Atene dovesse un bel giorno cader in mano del suo nemico come una pera fracida distaccata del ramo.
E alla morte di Pericle che troviamo la demagogia ateniese, come un pupillo malamente educato ed uscito in mal punto di tutela, impaziente di rifarsi dei suoi quarant'anni di inazione perduti; tanto più avida di far valere, per dritto o per traverso, la sua sovranità, quanto più priva per il lungo disuso e per la indecorosa abdicazione di tanti anni, delle virtù necessarie al suo esercizio; provvista di tutti i mezzi, di tutti gli incentivi di corruzione che Pericle le ha posto in mano, senza saperli, come lui, indirizzare a qualche altezza di fini politici;[87] prorompente sfrenata e vanagloriosa dappertutto, spargente dappertutto il contagio dei vizi che la _sapienza_ di Pericle le ha inoculati, ma già abbastanza lontana, per distanza di tempo, dalle grandi tradizioni del principio del secolo, perchè il riflesso ne arrivi come un rimprovero sino a lei, e le imponga almeno il pudore del rispetto per la memoria delle antiche virtù.
È in quest'epoca che si svolge il mio dramma — e le leggi austere e i costumi virtuosi dell'epoca solonica quanto sono già lontani, quanto sono lontani da lei!
E l'epoca di cui abbiamo le informazioni in Aristofane, in Tucidide, in Platone, in Senofonte, in Isocrate, e nelle lettere di Alcifrone e nei _Caratteri_ di Teofrasto: di cui possiamo chieder conto allo stesso Demostene; perchè sebbene ei sia vissuto nel secolo dopo, _il periodo morale e storico è uno solo_ e medesimo: le piaghe morali che danno Atene in mano al Macedone sono le stesse che l'han data in mano di Sparta: e son già tutta roba ereditata dai contemporanei di Socrate i bei progressi del costume fulminati dall'eloquenza del Peanese[88].
Le Assemblee del popolo — ormai cessate negli ultimi tempi di Pericle (da che egli non avendone omai più bisogno, avea trovato più comodo di farne senza) — richiamano di nuovo il popolo in folla, colla raddoppiata avidità de' tre oboli. — Ma la nuova tèmpra del costume ha reso già troppo incomode e viete le prescrizioni di Solone, che pretendeano escludere dal foro gl'indegni, gli oziosi, i rotti ai vizi, e sottoporre a sindacato la moralità degli oratori. Tanto varrebbe spopolar le adunanze. Anzi, al contrario, da che i vizi hanno invaso tutto, i peggiori, i più corrotti son quelli naturalmente che più gridano, più si danno attorno, più spadroneggiano nell'Assemblea. Una moltitudine _pigra, cianciatrice, avara, ingorda di salarj_[89], venuta su nell'ozio e nelle tristi abitudini dell'ozio[90], ascolta oratori, senza onestà e senza meriti, rotti a ogni bruttura, a ogni mercato[91], ladri dell'erario[92], corrotti e corruttori, dediti alle ambizioni più basse e all'adulazione più servile[93]. Siam lontani dal tempo che la legge puniva i venali, i ladri, i corruttori, d'infamia e di morte: oggi gli oratori in voga, i capi del popolo, i beniamini dell'Assemblea si chiamano Cleone che ruba a man salva i talenti dell'erario, e Iperbolo le cui laidezze arriveranno a disonorar l'ostracismo. Oggi non si tratta più per gli oratori di dar giusti e sapienti consigli per il bene della città; si tratta di salire in alto, mendicando suffragi per le piazze[94] e raggirando il popolo colle arti de' sofisti; perchè ora sono i sofisti — eviratori di menti e di caratteri — che da Pericle in poi tengono il campo, e il nuovo gusto del popolo vuol oratori usciti dalle loro scuole. Egli non vuol più che bei giuochi di parole e adulazioni ben condite. Non va più allo Pnice per sentirsi rampognare o far la predica da un Aristide o da un Cimone: ma per essere _spettatore di discorsi_[95] che siano bene declamati e gesticolati, o di buffonerie che lo tengano di buon umore: e ride e batte le mani al ciarlatano Cleone che entra già ubbriaco all'assemblea, avvisando il popolo ch'egli non ha tempo di parlar d'affari, e che differirà la seduta a un altro giorno perchè ha invitato degli amici a pranzo.
La lotta di influenza tra gli oratori ridotta gara di smancerie: a chi più basso, adula il popolo, lo liscia di più.[96] Il resto lo fa il danaro. La corruzione regola i voti, crea le improvvise fortune.
«Ora tutto come in mercato sta a prezzo ed è scambiato da passioni che già appestarono la Grecia: avara sete di mancie: riso a chi la confessa: perdono al convinto: e tutte l'altre necessità di corruzione.»[97]
«Una volta i convinti di corruzione eran dannati nel capo; ora vengono eletti generali.»[98]
Una volta s'ammiravano le case modeste di Temistocle e di Cimone: ora i poveri, venuti da jeri agli affari, andar in cocchio a tiro due;[99] «alzar case più sontuose e superbe de' pubblici edificj, comprar sì vaste distese di terreno, che _neppur sognando l'avrebbero potuto sperare_.»[100]
E non il foro soltanto ma i tribunali or sono teatro a' mercati. I cittadini a frotte abbandonano le officine, i ginnasj, per correre all'Eliea, poi che la mancia del _dicastico_ è stata portata da un obolo a tre:[101] addio sane ed oneste abitudini del lavoro; la manìa dei giudizj moltiplica i processi, le condanne: la plebe, invasa dalla epidemia litigiosa, è tutta una vasta _confraternita di triobolisti_[102]. La vita del cittadino è un perpetuo conflitto legale: non passa dì, tranne le feste, ch'ei non sia occupato d'affari legali, o come giudice, come parte, o come procuratore, o come testimone[103]. Non vede, non pensa, non parla che di processi; «di notte non dorme e se chiude gli occhi un pocolino, la sua mente vola intorno alla clessidra dei giudizj; nel sonno sogna aver in mano il ciottolo dei voti, e scrive sulle porte: _Bello è il bossolo dei voti_. Se il gallo canta in sulla sera, grida che si è lasciato corrompere per isvegliarlo, e ha preso danaro dagli accusati. Dopo cena, corre al tribunale; sul far del giorno corre al tribunale, ci dorme appoggiato a una colonna, e tira dormendo lunghe righe in segno di condanna; in tal modo vaneggia e ha sempre la mente rivolta a quel suo giudicare[104].
E la manìa dei giudizj sviluppa naturalmente la manìa delle accuse: fioccano le false denunzie, pullula d'ogni parte — nuova piaga del senso morale — la ignobile genìa dei sicofanti. Un triste, incessante, sospettarsi a vicenda: e più sospettar di coloro che più si tengono appartati dal contagio de' costumi; già si mormora di Socrate perchè s'astiene da' giudizi e dal foro[105]. Se altre accuse mancano affatto, ci son quelle di irreligione o di cospirazione, che non mancan mai.
«L'accusa di _cospirar_ per la tirannide è fatta più comune della carne salata. Se alcuno compera triglie e lascia le sardelle, tosto grida colui che lì presso vende le sardelle: _sembra che costui di tali viveri provvedendosi, abbia in animo di farsi tiranno._ Se alcuno poi chiede un porro per condire le acciughe, l'erbivendola, guatandolo coll'occhio del porco, gli dice: _dimmi un po': tu chiedi il porro: vuoi forse farti tiranno?_»[106]
E quel che avanza di tempo ai giudizj e alle condanne, le feste e gli spettacoli se lo portan via. Il _diobolo_ di Pericle fa furore, e il popolo è sempre più puntuale nell'esigerlo. Altro che i tempi in cui rinunziava ai danari del Laurion per provveder di navi la città! Ora in un giorno delle Dionisiache, in ecatombi di buoi per un banchetto popolare, l'Erario spende l'importo di intere spedizioni navali[107]; or fra poco si bandirà pena di morte contro chi _tenterà di stornare per le spese militari i denari delle feste_[108]; ora fra poco sentiremo Demostene prorompere indignato: _Voi popolo invilito, fiacco, spiantato, derelitto, più non siete che schiavi: e tanto sol che vi snocciolino il denaro degli spettacoli o vi ingoffino di un pezzo di bue ne fate gran festa; così incatenandovi nella patria stessa, vi ammansano ad abbiettezza e servitù_: chè non sorge a grandi e generosi sentimenti chi infiacchisce in vili cure, e dai costumi del vivere non van disformi i pensieri.[109]
Infatti, tra quelli ozj, tra quelle baldorie, la fortezza de' padri se n'è andata. La legge, sopraffatta dall'ignavia del costume, non colpisce più come un tempo dei rigori estremi — chè troppi dovrebbe colpirne — i renitenti, i disertori, i codardi, che nelle battaglie fuggirono, abbandonarono l'armi e le schiere[110]. Già sotto Pericle, come accennai, la paga di una dramma a mala pena bastava ad allettare i cittadini poveri all'armi; dopo Pericle, diminuita di due oboli, per sopperire agli scialaqui e ai vuoti dell'erario, e ridotta a quattro oboli soli, non basta più. In fuor di quelli che non han proprio altro modo di procacciarsi il vitto[111], la ripugnanza alla milizia si va ogni dì facendo più estesa; invano le liste di leva dei cittadini sono affisse alle statue degli eroi; è di forestieri, di mercenarj traci, tessali, cretesi ed acarnani che bisogna riempir per forza i vuoti delle falangi e delle triremi[112].
Nè già i ricchi fan fronte al contagio: chè come i poveri ricusano il servizio, ed essi ricusano il denaro delle triremi[113]: alla guerra poi non amano andarci, perchè troppe mollezze li adescano nelle case, e in campo rifuggono dal trovarsi colla ciurmaglia de' mercenarj. Frattanto illanguidirsi ogni spirito di emulazion militare; ogni gara di valore; più frequenti in battaglia gli esempj di codardia, non puniti tutt'al più che da qualche motteggio de' comici[114]; moltiplicarsi invece in ragione inversa, e prodigarsi a piene mani, e immeritati, gli onori, le ricompense serbate in antico solo a' fortissimi; d'altrettanto scaderne lo allettamento ed il pregio; incapaci ed indegni salire spesso a' primi gradi dell'armi[115]; indi affievolirsi la disciplina, la fiducia, e tutte le virtù che in campo fanno valente il soldato, e le armate salde e poderose.
E intorno intorno a questo quadro di costumi publici, la brutta cornice de' costumi privati: una licenza, una oscenità di modi, di linguaggio, di usanze, così laidamente sfacciata, che Aristofane per flagellarla è costretto a far uso di altrettanta sfacciataggine[116]; rotti i vincoli della famiglia; i giovani _spendere tutto il dì per le bische e per le case di suonatrici di flauto_[117]; l'adulterio, il concubinato, sottratti ai rigori delle leggi antiche, liberamente, publicamente ostentati; comune usanza de' mariti il publico trescar colle etere; e queste — bandite da Sparta — qui cresciute di numero, di fasto, di importanza, occupare sole il posto serbato alla donna nella società; le mogli — laggiù a Sparta così influenti e rispettate — qui fatte arredi di casa, appartate da ogni vita sociale, confinate in fondo a' ginecei, a lavorar di conocchia e di cucina, e là nelle lascivie riscattarsi della perduta libertà[118]; lenoni, buffoni, barattieri, sofisti, parassiti, — non più ministri di riti sacri, ma scrocconi di mense profane — invadere i trivii, le piazze, le case, rallegrar l'orgie de' voluttuosi _Calocágati_, spargere fra il popolo la scioperataggine e le dissolutezze delle classi più ricche, spargere fra i ricchi la trivialità e le sconcezze della plebe.
Questa l'epoca. I fatti, le stragi di Melo e di Scione; il bando di Alcibiade; la condanna dei capitani delle Arginuse; la condanna di Socrate. La conclusione — per il momento Egospotamo: più tardi Cheronea.
* * *
E poichè l'epoca era tale, e tutte le eleganze fiorite della vostra prosa, caro Yorick, non valgono a cambiarla — io, repubblicano, amante della mia fede e credente nel suo avvenire, non auguro alla repubblica del mio paese nè di alcun altro i _progressi morali_ di quel periodo della repubblica ateniese.
Sono stato ingiusto io dunque, nel mio dramma, verso Atene? bugiardo in faccia alla storia?
Ma come crederlo, quando voi per il primo siete costretto a darmi ragione e ridotto a non poter sostenere la vostra tesi altrimenti che con curiosi anacronismi, con una strana confusione di tempi e di date, che nessuno storico vi può menar buona, e che ancora non capisco come al vostro acume storico possa essere sfuggita?
Come crederlo, quando voi stesso, per dar le prove della vostra affermazione, siete costretto a risalire ad un periodo che non ha nulla, _nulla_ di comune col periodo del dramma mio; e le vostre prove me le andate pescando in un'epoca la cui grandezza morale e le cui virtù formano appunto il rimprovero più eloquente alla ignavia dei tempi che il mio dramma dipinge?
Io attacco i costumi dell'età di Alcibiade: e voi, per difenderli, che cosa mi rispondete? Ah, sentiamovi un po', che val la pena:
«Il popolo ateniese non era poi quella peste che il signor Cavallotti ci dipinge.... Quale splendida epopea nel gran movimento nazionale che _respinse l'invasione di Dario!_ Che meravigliosa costanza di propositi, che slancio ardente di patriottismo nella cacciata di Serse, _proprio allora_ (proprio davvero? adagio Yorick!) che Atene _teneva in Grecia il primato_ delle armi, delle lettere, delle arti!... Come si battevano bene i demagoghi ateniesi e quante volte la salute della Grecia fu dovuta alle sanguinose vittorie di quella democrazia turbolenta e ciarliera!... Lo dicano gli eroi di Artemisio, celebrati nei versi di Pindaro quali fondatori della greca libertà; lo dicano i guerrieri di Salamina e di Platea, trionfatori della possanza persiana, dopo che le sorti della Grecia erano cadute con Leonida e co' suoi Trecento nella funesta stretta delle gole tessaliche! _Un pover'uomo che non sappia tutte queste bellissime cose_ deve tornarsene a casa singolarmente turbato nell'anima dalla lezione di storia sceneggiata dal sig. Cavallotti.»
Ebbene, un pover'uomo _che le sappia_ tutte queste bellissime cose, dirà che tutto questo è magnificamente scritto, ma non è serio, perchè tutto questo si chiama cambiar le carte in mano! Ma chi ve li attacca — che Dio vi benedica! — i vostri eroi di Artemisio, di Platea e di Salamina? Non ho io speso fin qui tante pagine (il mio amico carissimo, l'editore Rechiedei, che sa il suo Cornelio a memoria, mi assicura anzi che sono fin troppe) non ho io speso tante pagine ad esaltarli! Certo, all'epoca che essi cacciavano Serse, Atene non teneva proprio un bel niente di tutto quel che voi dite; nè il primato dell'armi, nè quello delle lettere e dell'arti[119]; ma fu per loro virtù che Atene in poco tempo potè alzarsi al colmo della sua grandezza, e ci voleva l'ignavia dei degeneri nepoti per precipitamela!
Ora dunque, se è di quest'epoca che mi parlate, aspettate prima ch'io abbia scritto un _Temistocle_, od un _Aristide_, non già un _Alcibiade_. Se è di quest'epoca e di quegli uomini che mi parlate, non solo io cavo loro di cappello insiem con voi, ma prego voi per il primo a rispettarli un po' di più. Perchè tutte le concessioni che andate facendo al mio dramma, per quella brava gente, diventano tante calunnie; non era, no, non era nè venale, come voi dite, nè _inchinevole alla gozzoviglia e ai brutali piaceri del senso_, quel popolo che fabbricava le sue navi coll'obolo volontario dei poveri, e le cui leggi — _modellate_, come voi dite benissimo, sui _costumi_ — punivano di pene severissime i turpi vizj e facevano santi il lavoro e i vincoli della famiglia![120]. E non era no all'epoca di Salamina che Atene vedea tra le sue mura la _ignobile vendita degli impieghi e delle dignità elettive al miglior offerente_[121] e vi sfido a citarmene, nelle fonti storiche, un esempio solo!
Ma se non è quella l'epoca del dramma mio, oh allora per carità, caro Yorick, tralasciamo di sfondar le porte aperte! Lasciamo alle scuole di retorica i pregiudizî che per lungo tempo non permisero — come ben dice il Cappellina — di vedere dei popoli liberi dell'antichità che il lato grande ed eroico.
Non rivanghiamo le storielle solite sulla rivoluzione francese! Non venite a parlarmi della clemenza dell'Atene di Alcibiade e successori[122]; perchè la strage dei Mitilenesi[123] e gli abitanti di Melo e di Scione passati a fil di spada son là per ismentirvi![124] Non mi parlate dell'assenza delle esecuzioni capitali; perchè i supplizj per il processo delle Erme, e la condanna a morte dei dieci generali colpevoli d'aver vinto in battaglia il nemico, e i supplizj della rivoluzione dei Quattrocento, e la cicuta di Prodico, e quella di Socrate, e quella più tardi di Focione vi potrebbero guastar le citazioni! Non venite a vantarmi la moralità dei magistrati e degli oratori _vigilata dall'Areopago_[125], perchè già da un pezzo questo sindacato, prescritto dalla legge solonica, l'Areopago non lo esercitava più[126]: da un pezzo Pericle avea messo freno all'autorità e alla vigilanza di quell'incomodo sorvegliatore[127] e ormai da un pezzo Atene vedea gli onori della bigoncia e delle cariche dischiusi a' libertini, ai truffatori dell'erario e ai ciarlatani!
È dunque solo lo spirito militare e patriottico che nell'Atene di quei tempi vorreste darmi per vivo?
«Quando nella funesta spedizione di Sicilia Atene ebbe perduto il fior de' suoi guerrieri e l'eletta de' suoi marinaj, pochi mesi bastarono ai cittadini della grande repubblica per armare nuove triremi, per radunare nuovi eserciti! Gli eleganti Ateniesi, i molli, i cialtroni, gli effeminati, gli oziosi, corsero tutti a impugnare la spada e a curvare il dorso sul remo, e questa forza d'animo nel momento della sventura era l'espressione del patriottismo di un popolo intero.»