Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle lettera di Felice Cavallotti a Yorick figlio di Yorick
Part 4
Vero è che in quella affettazione di sicurezza celavasi alcunchè di forzato e Pericle in fondo non era così tranquillo sulle conseguenze della sua politica come ostentava di esserlo. Nel bel cielo sereno di quella prosperità viaggiano nuvolette annunziatrici di tempesta. Poche repressioni parziali e brutali non bastano a rendere più spontanea la soggezione della Grecia e a far accettare con maggior rassegnazione l'arrogante tirannia dell'antica liberatrice. Atene lo sa e lo sente. Ella comprende che le città greche non le stan più soggette che per la _prepotenza dell'armi_[54] e confessa a sè medesima che il giorno in cui quella prepotenza venisse meno, quelle se gli volterebbero contro[55]: pericolo e minaccia permanenti. Gli odii da lei soffocati colla forza perdurano latenti e van guadagnando sordamente intorno a lei di estensione e di intensità. Atene pensa con inquietudine al giorno che quel contagio propagandosi avrà stretto le città greche in una tacita lega contro di lei: perchè colla stessa facilità delle repressioni isolate, non le sarà dato estinguere l'incendio fatto generale.
Ma ciò che Atene sente, Sparta, la vigile, la gelosa, l'emula Sparta, lo osserva. L'Olimpio Pericle è inquieto, perchè qualcuno lo sta spiando; perchè sente istintivamente l'occhio di Sparta posato su di lui: occhio in apparenza calmo, immobile, ma a cui nulla sfugge: che studia la situazione e calcola il momento. Sparta d'uno sguardo ha misurato i disegni di Atene, e le resistenze de' suoi sudditi. Quelle resistenze abbisognano di una mano che le aiuti a prorompere, intanto che sono ancor fresche e tenaci e Atene è costretta a difendersene: più tardi, quando Atene avrà rassodato colla forza il suo dominio, elle saranno rese impotenti a farsi vive. Più tardi, Atene, se è lasciata fare, avrà realizzato il suo sogno d'impero assoluto su tutta quanta la Grecia; e sarà tardi per opporsele; chè nella parte soggetta, ella già vien spazzando un dopo l'altro gli ultimi avanzi delle greche autonomie; e le triremi di Pericle van sempre più lontano; e una nuova conquista non aspetta l'altra; e dopo aver soggiogata la Grecia jonica, Atene già intende palesemente ad intaccar la Grecia dorica. Infatti alleata con Argo ha già distrutto Micene; ha messo la mano su Megara; si è impadronita d'Egina; vincitrice ad Enofiti è entrata in Tebe[56]; ha battuto quei di Corinto e di Sicione[57]; ha preso Zante e Naupatto; devastate le coste di Laconia; alleatisi gli Achei. È tempo per Isparta, per la metropoli dorica, di muoversi — e provvedere ai casi proprii.
E certo era naturale che Sparta fosse gelosa di Atene; ma sarebbe stata anche sciocca — e avrebbe smentito la sapienza del suo legislatore — se non avesse approfittato delle occasioni che Atene le forniva per ovviare al pericolo che si veniva realmente avvicinando. Le città greche mordono impazienti il giogo di Atene; anelano a liberarsene, come un tempo dai Persiani; e Sparta, oscurata da Atene nella propria gloria, ferita nell'amor proprio, danneggiata nella propria potenza fra i popoli dorici, minacciata nella propria indipendenza e libertà, — Sparta sarebbe rimasta inoperosa, le braccia conserte, ad attendere che l'emula finisse l'opera incominciata e già condotta sì innanzi?
Era troppo pretendere dalla sua abnegazione.
La guerra tra Corcira e Corinto e le mosse di Atene a Corcira e a Potidea (dove Alcibiade comincierà la sua carriera) segnano a Sparta il momento aspettato. Corinto ricorre a Sparta e Sparta non si fa pregare. La scintilla è accesa e la guerra del Pelopponneso scoppia.
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Come, con che veste, con che titolo scende Sparta sul campo?
«Dalla vetta de' suoi monti, spingendo lo sguardo oltre lo spesso cerchio degli Iloti curvi sulla gleba, lo Spartano cercava ansioso il tremulo orizzonte marino e pel ceruleo piano dell'Egeo indagava fra i gruppi delle ridenti isolette il numero ognora più grande degli _amici_ e degli alleati d'Atene... d'Atene la miscredente, la scettica[58], che osava inalberare il vessillo della libertà, fondare gli ordini dello Stato sul consenso dei cittadini.... Bisognava trovare un pretesto per metter fine allo scandalo.... E il pretesto fu subito trovato.... Atene _durò un pezzo a schermirsi dalla necessità_ di impugnare le armi contro i vecchi commilitoni delle vittorie sui barbari, ma _provocata in mille guise_[59], _messa colle spalle_ al muro, obbligata a battersi o a perdere inonoratamente la sua preminenza, scese finalmente in campo, e cominciò la lotta tremenda che doveva finire così miseramente per lei....»[60].
È bella, caro Yorick, è commovente, è poetica questa vostra narrazione delle origini della guerra: ma ahimè! la storia, la nuda, la prosaica storia, sciupa le tinte della vostra poesia e mi guasta maledettamente il vostro racconto.
Certo l'antipatia di razza entrava per qualcosa nelle origini della guerra; v'entrava il contrasto degli ordinamenti politici; non tutto era puro nelle intenzioni della gelosa Lacedemone e l'assegnamento fatto sugli ajuti dello straniero basterebbe a provarlo[61]. Ma quante dunque doveva averne fatte Atene, perchè allo scoppiar della guerra, nell'opinione di tutta la Grecia, le intenzioni di Sparta apparissero nobili, e la sua causa diventasse la giusta!
Io interrogo la storia ed essa mi dice che Sparta iniziava la guerra in nome dell'indipendenza dei popoli greci, in difesa delle greche autonomie.
Interrogo la storia e mi dice che Sparta prendea le armi nel momento che l'ambizione di Pericle, deposta la maschera, camminava diritta ed ardita a far serva _tutta_ la Grecia[62]; che Sparta prendea le armi come protettrice della libertà greca, e accompagnata del libero appoggio, dal plauso e dai voti de' suoi proprj alleati e delle stesse città suddite di Atene.
Questo schierarsi risoluto delle simpatie di tutta l'opinione nazionale greca dal lato di Sparta è un fatto altrettanto incontrastabile e riconosciuto dagli storici[63], quanto poco considerato finora, secondo me, nel suo valore rispetto alle origini della guerra. Noi vedremo più tardi nel corso di questa le città alleate di Sparta rimanerle generalmente fedeli, anco nella contraria fortuna dell'armi; e all'opposto le città tributarie di Atene ribellarsi e passare a Sparta non appena un qualche rovescio degli Ateniesi o qualche altra vicenda della guerra ne fornisca loro l'occasione[64]. Un giorno son quei di Eritrea e di Chio, della _fedele_ Chio, che si rivoltano; un altro giorno i Milesj; un altro i Rodii, gli Abideni, i Bizantini, gli Eubei[65]. Questo fatto, caro Yorick, che influirà sull'esito finale della guerra, assai più della defezion d'Alcibiade — da voi reputata sola causa del disastro — questo fatto mi pare valga la pena di tenerne conto, prima di dipingermi, come fate, la mistica, la feroce, la despotica Sparta che esce dal chiuso del suo covile per uccidere in Grecia la libertà. O come mai allora ella si trova aver tutta la Grecia per complice? Alla libertà i Greci di quel tempo ci tenevano pure qualche poco, e la loro opinione — nel giudicar da che parte stessero o almeno prevalessero il diritto e la giustizia — _la loro opinione_ di interessati e competenti in causa mi sembra debba pure pesar per qualche cosa; magari, se lo permettete, qualche cosa più della vostra e della mia.
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Se fosse qui il caso d'intercalare un confronto storico, (anche per far la parte, caro Yorick, a ciò che havvi di vero nei giudizî vostri) direi che la fisionomia della guerra del Peloponneso offre una singolare analogia con quella della guerra di liberazione che sul principio del nostro secolo finiva a Lipsia e a Waterloo. Napoleone I rappresenta ben Pericle, come la Francia democratica serva dell'uno, rappresenta la democratica Atene serva dell'altro: tutti e due han dato, l'uno alla Francia, l'altro ad Atene, la gloria e il triste vanto di tiranneggiar sugli altri, in compenso della perduta libertà. Atene trascina per forza nella guerra le città alleate tributarie Chio, Samo, Lesbo, ecc., come il primo impero vi trascina, legati per forza alla fortuna delle sue bandiere, i soldati d'Italia e della Confederazione del Reno. E contro Atene la colta, la gentile, la democratica, si leva la rozza, l'aristocratica Sparta; contro la Francia imperiale, la splendida erede degli Enciclopedisti dell'89, si levano l'aristocratica Inghilterra, la Germania feudale e patriarcale, la Russia semibarbara. Naturalmente la Santa Alleanza pensava e mirava a qualche cosa d'altro, oltre la liberazione e la fratellanza dei popoli iscritte nella sua bandiera; ma chi negasse che la guerra del 1813 non fosse per la Germania una guerra di liberazione; che non fosse splendido l'entusiasmo divampante dai palazzi ai tugurî che suscitava come un solo uomo i popoli tedeschi contro l'invasore; che non fosse giusta la causa santificata dagli inni e dal sangue di Körner, costui negherebbe la storia. Il disastro di Sicilia e il disastro di Russia annunziano alla Grecia serva di Atene, all'Europa serva della Francia, l'ora propizia della libertà. I confederati del Reno disertano le odiate bandiere sul campo di battaglia come i confederati Joni disertano da Atene. Le defezioni e le cospirazioni interne completano il quadro, e dentro Parigi come dentro Atene preconizzano e affrettano la catastrofe: qua Francesi che preparano la ristaurazione e cospirano con Wellington e con Blücher; là Ateniesi che instaurano l'oligarchia e cospirano collo Spartano; qua le trame di Marmont e di Fouché, là le trame di Pisandro e di Antifonte[66]: tristi, ignobili spettacoli entrambi, ma frutti della spossatezza generale, del bisogno di pace, della reazione dei tempi. E il giorno che le due catastrofi succederanno, che sotto i colpi della coalizione esterna e delle interne congiure cadranno i due imperi, alla distanza di ventidue secoli i popoli manderanno lo stesso respiro più libero, alzeranno lo stesso grido di soddisfazione e lo saluteranno egualmente come un giorno foriero di libertà. Verranno poi gli storici al minuto, abituati a veder le cose in piccolo, e, dimenticando le grandi leggi della storia, attribuiranno a piccoli episodii le due grandi cadute; qua al tradimento di Grouchy a Waterloo, là alla defezion di Alcibiade, al tradimento dei capitani in Egospotamos. Intanto la storia, guardando dall'alto, dirà che i due imperi caddero per legge fatale di eventi: perchè l'opinione del tempo e la congiura dei popoli stavano contro di loro. Vero è che i popoli saranno delusi nelle loro speranze, perchè all'indomani della vittoria i vincitori avran dimenticate le loro promesse: e la egemonia di Sparta, fatta tirannica, infierirà nella Grecia dopo Egospotamos, come la reazione imperverserà sull'Europa dopo Waterloo. Ma alla umiliazione della Francia sotto l'asta del Cosacco come a quella di Atene sotto la verga dei Trenta, sopravviveranno gli splendori del genio di entrambe; e le due grandi decadute, pure espiando i loro errori, conserveranno il loro posto nella storia della civiltà.
Non è però ancora una ragione perchè la storia non sia severa e imparziale anche con loro, e non constati in quei loro errori la vera causa delle loro catastrofi.
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Voi mi parlate degli _amici_ di Atene! Ma allo scoppiar della guerra, lo abbiam veduto, Atene non ne aveva di amici! Avea città suddite che la seguivano per forza, e da cui sapevasi e da cui confessavasi _odiata_.
Mi parlate delle provocazioni di Sparta! Certo Sparta fu quella che mandò prima le intimazioni[67]; ma ciò riguarda il principio materiale della guerra[68]: e Atene non aveva aspettato fin allora per far capire dove miravano le sue conquiste, e far sapere ai popoli dorici la sorte che li aspettava. Ho già ricordato più sopra i suoi colpi di mano su Megara, Corinto, Egina, Tebe, Sidone, Naupatto. Sparta trae la spada dal fodero all'ultimo momento, quando il pericolo ai Dori sovrasta imminente[69] e i suoi confederati già le rimproverano altamente gli indugi[70].
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Del resto a mostrar come Sparta rappresentasse realmente in quella lotta la difesa delle autonomie greche, basta uno sguardo di confronto alle due confederazioni avversarie. La jonica, come mostrai, non ha più di confederazione che il nome, ad ironia: le città greche tributarie si trovano in faccia ad Atene nello stato di _servitù_ (δουλεία) come Nasso, o di _schiavitù_ (ἀνδραποδισμὸς) come Ejone, o come Sciro: quelle che serve addirittura non sono, pur serbando le forme democratiche, obbediscono a soprastanti ateniesi (ἐπίσκοποι, φύλακες), dipendono da Atene pei tributi, per le leggi, pei giudizî, per le navi, per tutto, la seguono nelle imprese militari, senza alcun diritto nè di consiglio nè di voto. E Atene decreta la guerra senza pur degnarsi di interpellarne i confederati.
Nella confederazione dorica è tutto all'opposto. I confederati, dalla egemone Sparta all'ultima città, conservano nella lega la loro piena autonomia, si governano ognuno secondo le patrie leggi. Autonomi i giudizi in ciascuna città; delle contese fra alleati decide non l'egemone, ma l'oracolo di Delfo o una città qualunque scelta arbitra dai contendenti. La pace, la guerra, gli altri interessi comuni, trattati e decisi in comune assemblea, che la egemone convoca, ma la cui convocazione può essere chiesta dalle città; e nell'assemblea, parità di voto per ogni città confederata, dalla più grande alla più piccola: obbligatorie le decisioni della maggioranza. Gli alleati non pagano a Sparta nessun tributo: ma, a guerra votata, uno dei due re di Sparta ha il comando supremo delle forze, e ciascun confederato contribuisce il suo contingente stabilito di provvigioni, di denaro, di soldati e di navi[71]. Naturalmente, in quella lega così stabilita sul piede di un'_assoluta eguaglianza_, l'unione tra i confederati era vieppiù cementata dalla spontaneità dell'adesione, dalla libertà del voto, dalle affinità di sangue e dalla somiglianza delle istituzioni, foggiate dal più al meno a repubblica aristocratica, secondo l'indole e il genio delle razze doriche.
Questa la _grande tirannia_ con cui Sparta si fa innanzi a nome dei Greci, sullo scoppiar della guerra![72] E non vi si decide se non dopo che l'assemblea delle città confederate a maggioranza di voti l'ha per ben due volte decretata[73]; e incaricata di dar corso al decreto, tenta prima se mai l'apparato delle forze basti a smuovere Atene da' suoi disegni; reclama libera Potidea, libera Egina, revocato il decreto contro i Dori di Megara. E poi che Pericle risponde con ripulse superbe, qual'è l'_ultimatum_ della tirannica Sparta?
«_Vogliono i Lacedemoni la pace: e si avrà, se lascerete che i Greci vivano indipendenti, e si governino colle proprie leggi._»[74].
È onesto, è giusto; ma è precisamente quello che Atene non può accordare e non accorderà. Perchè la sua nuova grandezza, le sue ricchezze, il suo commercio, sono il frutto della sua tirannia, ed essa ormai vive _necessariamente_ di questa; perchè gli _odj_ che la tirannide le ha attirati, se appena la tirannide rallentasse, scoppierebbero[75]; perchè rendere ai Greci la libertà significherebbe per lei restar sola e decadere dal primato.
La sua politica è netta, ed è logica; e le sue risposte sono degne della sua politica.
— Sì, è vero, il nostro imperio è tirannico; ma or che l'abbiamo, il timore e l'utile ci prescrivono di tenercelo[76].
Sì, è vero, la nostra tirannide è odiata: ma è massima costante che il forte detti la legge al debole[77].
Sì, è vero, abbiam tolto ai greci alleati il diritto di reggersi colle leggi proprie; ma essi devono ringraziarci se _dal nostro grado ci abbassiam fino a loro_, e se nei litigi facciam loro l'onore di giudicarli colle leggi nostre![78]
È vero, è verissimo, abbiam tolto loro la libertà; ma essi devono _esserci riconoscenti se non li privammo di maggiori beni_.[79]
Così risponde Pericle; rispondono a Sparta gli inviati di Atene; di questa povera, innocente, virtuosa Atene, ingiustamente aggredita, _provocata in mille guise, messa colle spalle al muro_, che ha impietosite le viscere — pietose sempre — di Yorick! Risposte, nel cinismo, incredibili, se uno storico ateniese e contemporaneo — il più rispettato e il più autorevole degli storici antichi — non ce le avesse conservate — e se le opere non avessero fatto fede delle parole!
Son questi i nuovi principj, le nuove idee di fratellanza e di patriottismo che la Atene di Pericle annunzia al mondo greco; questa è la missione di libertà, di giustizia, di uguaglianza, che la repubblicana Atene, l'antica liberatrice, inalbera e proclama innanzi alla Grecia, cinquantasette anni dopo Maratona, quarantotto anni dopo Salamina, quarantacinque anni dopo il patto fraterno giurato in Delo!
Ah, la politica _materiale_ di Pericle ha già ben lavorate le coscienze ateniesi, ha già ben trasformato i rigidi repubblicani! Il carattere ateniese è ben mutato dal giorno che i padri, sul campo di Platea, offrian di cedere al Tegeati il posto d'onore, niun'altra gara chiedendo che di fortezza e di virtù![80]
Una profonda rivoluzione morale evidentemente si è già compiuta all'ombra dei magnifici monumenti del secol d'oro; e alla distanza soltanto di mezzo secolo, un abisso separa due periodi della vita e della storia della stessa città. Ma l'autore di quella rivoluzione non arriverà in tempo a vederne tutte le conseguenze morali e materiali: fortunato ancora, egli non vedrà che l'alba dei giorni tristi che la sua mano ha preparato ad Atene, e morirà ancora in tempo per potersi gloriare dei giorni di splendore che le ha procacciati. Egli morirà in tempo per potersi illudere, dal letto di morte, sul giudizio e sulla severità della storia; egli, il più grande certo e relativamente il più onesto, fra quanti corruttori di popoli si sian mai fatti grandi, sagrificando all'utile il giusto. Il ricordo delle sue glorie verrà solo a visitarlo al capezzale: eppure forse sarà un rimorso e un presentimento segreto, sarà un segreto bisogno di farsi perdonare qualche cosa dai suoi concittadini e dai posteri, quello che morendo lo spingerà a reclamare, per la memoria del suo nome, fra tante glorie, una sola:
«_Nessun Ateniese, per cagion mia, non si è mai vestito a bruno._»
Parole sante. Ma la storia non le accetterà. Essa accorderà a Pericle il suo posto nel Panteon: ma fra i colpevoli illustri. Perchè il pervertimento lento, blando del senso morale, dell'anima di un popolo, è colpa più triste delle violenze e degli eccessi della tirannide brutale. Questi hanno già in sè ed affrettano da sè stessi il rimedio: quello lascia più lungo e più funesto il suo solco nel tempo. Atene sorge più balda, più forte dalla tirannide sanguinaria di Ippia: ma il veleno lento di Pericle la consegnerà morta al Macedone. Da Tarquinio v'è appello a Bruto: ma dalla corruzione del magno Cesare, si va diritto a Comodo e a Caracalla.
Nel nostro secolo, che ha visto difendere tutte le tesi, si doveva veder difesa — che dico? malamente copiata in trono — anche la politica di Pericle. Grote, il principe degli storici della Grecia, andrà ancora un passo innanzi, e secondando lo spirito ardito di critica innovatrice che ha invaso le regioni della storia, intraprenderà la difesa anche dei demagoghi successori di Pericle, e prenderà sotto il suo sapiente patrocinio Cleone il conciapelli e i suoi illustri colleghi. Ma la morale resta una sola sotto tutte le forme politiche, e formula le sue condanne, anche dopo tutte le scoperte della critica sapiente ed erudita[81].
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_Malamente copiata in trono_ — ho detto dianzi: e certo sarebbe uno studio interessante quello di chi, senza fermarsi a Cesare, nè ad Augusto, nè a Leone X, nè a Cosimo o Lorenzo de' Medici, nè a Luigi XIV, cercasse i punti di confronto tra il figliuolo di Zantippo e il suo infelice imitatore morto in esilio a Chislehurst. Entrambi arrivano al potere puntellandosi sulla democrazia. Entrambi si accattano popolarità, ostentando zelo per il benessere delle classi inferiori, e facendo al bisogno del socialismo di falsa lega. L'uno spazza via l'opposizione cogli ostracismi, l'altro cogli esilii e le deportazioni. E l'uno e l'altro fanno il popolo rassegnato alla perdita delle sue franchigie, adescandolo coi vantaggi materiali, e paralizzando le virtuose resistenze col contagio della venalità. L'uno mette a prezzo tutti gli uffici della sovranità popolare; l'altro apre mercato di impieghi, dallo stallo del senatore e del consigliere di Cassazione all'ultimo dei sostituti Procuratori. Là senatori a una dramma il giorno, qui senatori a trentamila lire l'anno. Là un'assemblea venale, qui un Corpo legislativo cortigiano. Là eliasti venali, qui giudici compiacenti e servili.
E all'uno e all'altro abbisogna il lustro dell'armi. Quello assolda per la prima volta la milizia, e colla lue dei mercenari corrompe nell'esercito le tradizioni pure ed eroiche del patriottismo; questo satolla l'esercito di favori, di paghe e ne dissocia gli interessi e gli affetti dagli affetti e dagli interessi del paese.
Intanto l'uno si vanta che, se dipende da lui solo, _i suoi concittadini ponno far conto di vivere sempre immortali_[82]. L'altro rimette la formula a nuovo e annunzia che l'impero è la pace.
Ciò non impedisce naturalmente agli Ateniesi di morire nelle spedizioni lontane del Chersoneso e del Ponto Eusino, a Samo, a Tanagra, a Sidone, nell'Eubea; e quanto alla pace dell'impero, essa pianta i suoi ulivi in Crimea e in Africa, nel Messico e in Cocincina, a Gravellotte ed a Sedan.
Ma per giungere al primato materiale anco un po' di prestigio morale, di influenza morale sui popoli non guasta. Qualche bella iniziativa pacifica od umanitaria, a tempo e luogo, è tanta polvere eccellente nell'occhio dei popoli. _Per alzar l'animo del popolo a pensieri più grandi_,[83] (intanto che lavora a farne la libertà un po' più piccola) Pericle invita ad un _congresso_ in _Atene_ _tutti gli Stati greci dell'Europa e dell'Asia_, tutte le città grandi e piccole, per consultare in comune sui sagrifici agli Dei, sulle cose del mare, sui modi di provvedere alla sicurezza della navigazione, del commercio, alla conservazione della pace. Ventidue secoli dopo, il Napoleonide trova l'idea ancora ottima; e siccome anch'egli ha bisogno di dare alla Francia qualche soddisfazione morale in cambio delle tante di cui l'ha privata, così anch'egli bandisce il suo bravo _congresso_, e invita i Potentati _a Parigi_ per discutere sui mezzi di assicurare ai popoli la pace e la prosperità. E come in _illo tempore_ gli staterelli più piccoli tra i Greci — i piccini sono sempre di buona pasta — così fan ressa ad accettare i sovranelli europei; ma Sparta capisce il latino — anzi il greco — di Pericle e gli manda sul più bello il suo congresso in fumo; la Prussia capisce il francese delle Tuileries e manda l'altro congresso a farsi benedire.
Dai fiaschi morali però c'è sempre ricorso alle rivincite. Pericle si consola del fiasco del suo congresso, colla guerra sacra — la spedizione a Delfo — e il Napoleonide del fiasco del suo, con un'altra guerra sacra — il secondo intervento a Roma. Pericle va contro Delfo in odio di Sparta,[84] perchè questa ha la strana idea di pretendere che Delfo, la città santa, appartenga ai Delfiesi; Napoleone va contro Roma in odio di Bismark, perchè sospetta la sua zampa dietro quella di Garibaldi, e trova assurda la pretesa che Roma, la città santa, appartenga ai Romani.