Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle lettera di Felice Cavallotti a Yorick figlio di Yorick

Part 3

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E il regno delle _etére_ non era ancora sorto. La corruzione ingentilita non aveva ancor pensato a far bella la prostituzione del nome santo dell'amicizia e a decorare del dolce nome d'_amiche_ (ἐταίρα, _compagna_, _buona amica_) le alunne impudiche della Venere Volgare[26]. Demostene non iscriveva ancora: _Abbiamo le etere per il piacere dell'animo, le donne legittime per la procreazione della prole_[27]. Ristretta a poche schiave comperate all'uopo (πόρναι) e confinate rigorosamente ne' bordelli, la prostituzione ancora non rappresentava che un'istituzione di pubblica igiene[28], sotto la vigilanza dello stato. Il pubblico dispregio manteneva un cordone sanitario di isolamento intorno a quelle case, intese a prevenire il concubinato e a preservare dalla corruzione e dall'adulterio le famiglie. Siamo ancora lontani dal tempo che donne affrancate e libere eleggeranno spontanee la condizione lucrosa di _cortigiane_, usurperanno per proprio conto tutto il posto delle mogli, e rotti i vincoli delle famiglie faranno delle proprie case il luogo elegante di convegno del fiore della città.

E non era ancora il tempo dei _parassiti_, nel senso novissimo ed ignobile della parola. Essi ancora non erano che i venerandi _commensali_ dei sacerdoti; eletti fra gli ottimi dei cittadini e soprintendenti alla scelta e alla percezione del frumento sacro[29] e dell'altre primizie offerte agli Dei. — La gola e l'infingardaggine non avevano ancora messa al mondo, sotto quel nome, un'altra generazione di commensali; in una città che obbligava i poveri all'onesto lavoro, non c'era ancor posto per quella casta di poveri scioperati e viziosi, che doveva più tardi divenire l'elemento caratteristico di una corrotta società.

E non era ancora il tempo dei sofisti. Le _sapienti_ sottigliezze idealistiche della scuola eleatica e della megarica e dell'altre scuole non avean ancora sviluppato il funesto contagio della filosofia _eristica_; colla sua falange di ignoranti e ciarlataneschi cavillatori. Le ciancie vuote di senso non avevano ancora preso il posto dei fatti virili.

Questi — e non prolungo gli esempj — i costumi, le leggi, gli uomini. I fatti — si chiamavano Maratona e Artemisio; Salamina e Platea; Micale e Menfi.

In meno di otto lustri dalla cacciata dei Pisistratidi il piccolo popolo di montanari, di coloni e di pescatori, dimenticato là in un angolo di terra, sugli scogli di Sunio — è divenuto il primo fra gli stati della Grecia, è divenuto Atene la libera, la forte, la _pingue_, la gloriosa, i cui soldati portano la libertà fra i Greci dell'Asia e le cui triremi scorrono da padrone il mare, dal Ponte Eusino all'Egitto.

Atene raccoglie il frutto della sua grandezza morale e la lega degli stati greci congregata in Delo, nel santuario della stirpe Jonica, conferisce ad Atene, col patto di Bisanzio, l'egemonia (477 a. E. V.). Ella fa giurare ai collegati i patti dell'alleanza fraterna e della guerra ad oltranza contro lo straniero; e duce della lega, depositaria del giuramento, per bocca d'Aristide, impreca con riti solenni agli spergiuri[30].

* * *

Ma già da quel momento comincia a verificarsi un fenomeno frequente nella storia degli stati. La prosperità genera l'insolenza. Atene la liberatrice dei Greci non tarderà a trovar troppo scarsa la gloria del primato morale e materiale, e a sentire il bisogno di signoreggiare la Grecia con ben altro impero[31].

Che Sparta dovesse cominciare a rammaricarsi della nuova potenza di Atene e del primato perduto, era ovvio; che la superba oligarchia dorica si dovesse adombrare di questo imponente allargarsi della jonica democrazia, era naturale; ma che Atene si affrettasse a legittimare le gelosie della sua emula, e a fornir pretesto a' suoi reclami, è altrettanto incontrastabile.

Già ella si vien preparando astutamente le vie del dominio, prolungando ad arte contro il Persiano la guerra che non ha più ragione di essere; ad arte stancando gli alleati, costretti a seguirvela, fin ch'essi non prescelgano esonerarsi, con tributo in denaro, dalla sovvenzione pattuita di uomini e di armi[32]. E intanto che Atene concentra in sè tutte le forze militari, gli imbelli alleati si van man mano convertendo in tributarj.

Undici anni appena sono scorsi, e Nasso, stanca di una lega la quale più non serve oramai che alle viste particolari di Atene, domanda d'uscirne: essa crede che l'alleanza sia libera come nel giorno in cui v'è entrata. Atene non tarda a disingannarla. Assedia Nasso e la riduce in servitù[33]. Sciro, Caristo, Samo, gli altri alleati che seguono Nasso nelle sue velleità, non tardano a seguirla nella sua sorte.

Però Atene non aveva aspettato fino allora a far chiari i suoi intendimenti. Già il suo primo atto come egemone era stato un atto di prepotenza diretto a togliere alla lega, ch'essa divisava di opprimere, il primo mezzo dell'indipendenza: il danaro; in attesa di toglierle le armi.

Pochi anni dopo il patto federale, a dispetto dei giuramenti giurati e col pretesto di mettere il tesoro della lega al sicuro dai Persiani, essa lo trasporta da Delo nell'acropoli ateniese[34], ove non tarda a confonderlo col tesoro cittadino, e a servirsene, come di cosa propria, per i bisogni della città. Più tardi, ad aumentar viemaggiormente le sue risorse e le sue ricchezze e a convertire il primato in assoluta signoria, essa graverà di nuovi tributi le città alleate insorte e ricostrette all'obbedienza, si impadronirà delle loro navi, distribuirà fra coloni ateniesi le terre dei vinti, ridotti da proprietarj alla condizione di fittabili, obbligherà i nativi delle città fatte suddite a recarsi per le loro cause civili e criminali in Atene, — nuova bazza e cospicua di introiti e di guadagni per il suo erario e per i suoi giudici cittadini[35].

Autore e consigliatore di quel primo passo al dominio che fu il trasporto del tesoro degli alleati in Atene — un vero furto — era stato un oratore giovane e già insigne: Pericle, figliuolo a Zantippo. Era il medesimo che ai danni di Atene stessa già macchinavane un altro: — il furto delle sue libertà.

* * *

Ingegno vasto ed acuto, accortamente ambizioso, studiatore profondo di uomini e di cose, Pericle conosceva il suo popolo e il suo tempo. L'ambizione smisurata ed il talento degno dell'ambizione, lo chiamavano in alto; la riflessione e l'esperienza glie ne spianavano la via. Al primo giungere agli affari, trovò, egli, di stirpe nobile, la parte aristocratica stretta intorno a Cimone, del quale era vano emular la gloria dell'armi: la democrazia, potente di numero per il cresciuto navilio, per i politici ordinamenti. Comprese che la democrazia soltanto poteva essergli sgabello a salire.

Solone, Clistene, Aristide, avean dato molto al popolo, per renderlo sovrano di sè stesso: bisognava dargli di più, per renderlo soggetto. Le virtù antiche, il disinteresse antico avevano fatta e mantenuta libera Atene dai Pisistratidi in poi; bisognava intaccare quelle virtù alla radice, per intaccar l'albero della libertà. E la libertà era la seconda vita d'Atene; perchè Atene si acconciasse a perderla, bisognava darle in compenso qualcosa d'altro che ne tenesse il posto.

Bisogna rendere al popolo — e ad usura — in beni e godimenti materiali, ciò che gli si toglie di beni morali. Bisogna che il corpo stia bene, perchè l'anima si contenti di poco. Antica massima del despotismo sapiente — in tutte le età.

Cimone, figliuol di Milziade — insigne per le virtù, per la gloria dell'imprese, per l'appoggio della fazione aristocratica fatta autorevole dalla maestà dell'areopago — Cimone sbarra a Pericle la via del primato e del dominio. A Cimone, alla sua fazione, bisognerà contrapporre il basso popolo e cattivarselo nell'assemblea.

Ma Cimone, ricco, era beneviso al popolo per la sua generosità: lui del proprio imbandir cene ai poveri, fornirli di vesti, sovvenirli di danaro: lui togliere da' suoi campi le siepi perchè il coglierne i frutti fosse libero ad ognuno[36]. Pericle, men ricco e più taccagno, pensa di superarlo, con minore spesa; e introduce — a gran festa della plebe — la mercede dei _tre oboli_ per l'intervento alle assemblee (μισθὸς ἐχχλεσιαστιχὸς). Cimone non dà al popolo che delle elemosine incerte. Pericle gli dà degli stipendi fissi. Cimone gli apre la propria borsa, che a lungo andare s'asciuga; Pericle, più furbo, gli spalanca le casse dello stato. Il popolo naturalmente non esita nella scelta; e Cimone è sbandito coll'ostracismo. Tucidide lo seguirà.

Così l'esercizio di un grande dovere e del diritto più nobile del cittadino diventa un impiego; e la _sovranità popolare_ è fatta venale.

Ma i cinquecento del senato son scelti anch'essi tra il popolo: è il senato che propone i decreti, dirige le adunanze; bisogna ingraziarsi, per salire, anco il senato. Pericle paga anche i senatori e assegna loro la mercede di una dramma per ogni seduta.

Però il partito aristocratico è ancor potente nei tribunali: domina nell'areopago, magistrato supremo, correttor de' costumi. Anco ne' tribunali bisognerà contrapporgli ed ingraziarsi la plebe. Le attribuzioni dell'areopago saran mutilate e deferite ai giudici popolani (_eliasti_); e questi saran portati a seimila, e giudicheran tutte, quasi, le cause civili e criminali; ogni Corte di giustizia dell'Eliea avrà aspetto di una vera assemblea politica e giudicherà colle passioni di quella[37]. Perchè la somiglianza sia più completa, Pericle paga anche gli Eliasti: e assegna ai giudici cittadini la mercede di un obolo per ogni seduta in giudizio, di una dramma ai senatori (μισθὸς δικαστικὸς)[38]. E perchè i giudizî e gli oboli fiocchino, tutte le cause dei cittadini dell'altre città — alleate di nome — già suddite di fatto — sono avocate ai tribunali d'Atene.

Così l'esercizio di un altro officio augusto della sovranità diventa un altro impiego: l'avidità degli oboli distacca i cittadini dal lavoro, e genera la manìa dei giudizii; e la _giustizia_ è fatta anch'essa venale.

Ma gli aristocratici disciplinati da Tucidide[39] resistono, e sono ancora per l'ambizione di Pericle una minaccia; poi, quest'amore della vita pubblica, alimentato nel popolo dalle paghe, può degenerare col tempo in pericolo. Quando le franchigie e gli uffici della sovranità popolare son adoprati a stromento di dominio, bisogna che il popolo non se ne pigli se non quel tanto che può giovare a chi li adopra. Il troppo discorrere nel foro, l'applicazione troppo intensa agli uffici publici, agli affari publici, a lungo andare, alla tirannide non giovano; il popolo bisogna divagarlo. Pericle ci penserà. Si aumenteranno le feste, si bandiranno in teatro nuovi spettacoli; e siccome a teatro l'ingresso è stato fin allora gratuito, ma i ricchi aristocratici pagan due oboli per sedersi e il popolo sovrano che non paga sta in piedi, Pericle riparerà l'ingiustizia e farà pagare sull'erario publico due oboli ai popolani per recarsi a teatro (θεωρικὸν). Ma il teatro non sempre è aperto tutte le feste: e nell'altre i ricchi la scialano in sagrifizi e banchetti tra di loro: perchè il popolo non resti a bocca asciutta, Pericle a spese dell'erario darà lauti banchetti anche al popolo e gli farà pagare dallo Stato i due oboli anche in tutte l'altre feste[40]. Le feste in Atene son molte, il doppio che negli altri Stati: i popolani sono a migliaia: e la mercede festiva, che svilupperà nel popolo le abitudini dell'ozio e del vizio, peserà sull'erario per grosse cifre di talenti[41]. Verrà il giorno che Platone chiamerà la democrazia d'Atene convertita in _teatrocrazia_[42]; che Plutarco farà il conto _aver gli Ateniesi nelle Bacche, nelle Fenisse, negli Edipi, nelle Antigoni, nelle disgrazie di Medea, speso assai più che non nelle guerre sostenute per la libertà contro i barbari_[43].

Ma non anticipiamo gli eventi: e sentiamo per ora il giudizio di Plutarco, gran lodatore di Pericle, su quelle sue mercedi:

«Distribuendo denari per gli spettacoli e per le giudicature, e dispensando altre mancie, premj e donazioni, Pericle corruppe la moltitudine, dell'opera della quale servivasi contro il senato dell'Areopago....: onde essendo il popolo stesso malavezzato, _divenne per tali istituzioni scialaquatore e dissoluto, di sobrio ch'egli era e avvezzo a procacciarsi il sostentamento co' proprj lavori._»[44]

* * *

In tanto scialaquo di paghe che aveano rotta l'antica austerità, e fatto merce di ogni diritto, un solo servizio pubblico restava ancora gratuito: la milizia. Dai tempi più antichi il diritto di difendere la patria coll'armi era stato tenuto il primo e il più santo dei doveri del cittadino ateniese: e dalla gara in adempierlo ripeteva Atene le sue glorie. Servivano i cittadini delle quattro classi a proprie spese, fornivan del proprio, secondo il vario censo, quelli la trireme, quegli altri il cavallo, questi altri le armi. Ma ormai anco il servizio dell'armi doveva per forza seguir la sorte degli altri. I facili e lauti guadagni delle nuove mercedi han presto sviluppate le abitudini della mollezza, dell'ozio, del viver dolce: come costringere, ad affrontare — e a proprie spese — la vita aspra dei campi e delle triremi, e i rischi delle battaglie, dei cittadini ormai avvezzi a scialarla metà dell'anno nelle feste, spossati dai divertimenti, abituati a pigliar danaro d'ogni parte e come niente, stando beatamente seduti a chiacchierare in teatro, nel foro, nella eliéa? Come costringerveli? Buon Dio! sarebbe stato il modo più sicuro per farsi mandar da quella gente a benedire e per perdere il frutto di tutte le mercedi spese a guadagnarsela. Poi, che che bisogno d'armi? Il barbaro è vinto per sempre: e Atene primeggia fra i Greci. Pure un esercito ci vuole per conservar la signoria: ci vuole per tener a segno gli alleati indocili che cominciano a trovar l'alleanza d'Atene troppo pesante ed incomoda. E Pericle ha bisogno di armi per le sue vaste mire sulla Grecia: e la forza maggiore di Atene è nelle navi, e il contingente navale è dato quasi tutto dalla plebe, che bisogna aver devota ad ogni costo. Quindi Pericle, cassato il severo obbligo antico, retribuirà di stipendio anco il servizio militare: e per contentare il popolo e allettarlo, fisserà la paga per ogni soldato o marinajo ad una dramma il giorno, il doppio cioè della mercede dei giudizj e del foro. Questo naturalmente non basterà per ridestare l'emulazione militare di Salamina: ma darà in mano a Pericle un altro elemento di popolarità e di forza, e svilupperà più tardi la piaga, già aperta, dei mercenarj.

* * *

Così Pericle, già padrone dei voti nel foro, nei giudizj, già divenuto l'idolo del popolo, si vien spazzando davanti gli ultimi ostacoli dell'avverso partito: il capo di esso, Tucidide, colpito anch'egli di ostracismo, segue Cimone nell'esilio e Pericle rimane solo, senza emuli: Pericle, per cui la signoria di Atene non era nulla, se non significava in pari tempo la signoria di tutta la Grecia.

Naturalmente, tutto quello scialaquo di mercedi ha dissanguato le casse: l'erario di Atene non vi basta più. Pericle vi supplisce, come abbiam visto, col tesoro degli alleati, e fa complice il popolo, per cui lo spende, nella propria prepotenza; in attesa di averlo complice in altre prepotenze e in altre ingiustizie. Gli alleati protestano, e Pericle persuade il popolo a non farne conto; si ribellano, e Pericle li vince coll'armi, li multa in tributi, ne confisca le navi, ne confisca le terre, impone loro condizioni di servitù. La iniqua ripartizione delle terre dei Greci vinti, fra i coloni ateniesi, diventa un nuovo titolo di Pericle in faccia alla democrazia d'Atene. Il giogo imposto agli antichi alleati diventa un nuovo titolo della sua grandezza. Atene, fatta pingue delle spoglie conquistate ai Greci dei quali avea giurato difendere contro il barbaro gli averi e la libertà, Atene seguirà Pericle più docilmente e gli obbedirà più mansueta. Si obbedisce più volontieri quando si comanda a qualcuno.

Il tributo delle città federate — ormai tributarie — da 460 è portato a 600 talenti: e aumenterà ancora: finchè ai tempi della guerra del Peloponneso toccherà le cifra dei 1200 (sei milioni e mezzo).[45]

L'aumento della marina ha vinto la concorrenza commerciale di Egina, di Megara, di Samo, di Corinto, e dato ad Atene anche il monopolio del commercio nell'Jonio e nell'Egeo. All'argento del Laurion si è aggiunto l'oro di Taso. La città di Cecrope gavazza nell'oro e Pericle pensa al modo di spenderlo. Atene «_la incoronata di viole_»[46] avrà un'altra corona più superba di statue, di palazzi e di monumenti.

La ricchezza diventata opulenza ha rammorbidito le tempre, ingentilito e rammollito il costume, moltiplicati i bisogni. Le gioje pure della famiglia più non bastano a un popolo di gaudenti, annojato del lavoro. Bellezze famose convengono in Atene e i ricchi ateniesi corrono lor dietro. Il regno delle etère comincia e quello delle donne oneste se ne va. Pericle dà il buon esempio, ripudiando la moglie per una cortigiana di Mileto: e la casa di Pericle e di Aspasia, la gentile etèra fornita di tutti i doni delle Muse, diventa ad un tempo il luogo di convegno della società equivoca femminile e del fiore della società maschile di Atene. Là convengono le bellissime etère a dividere colla milesia l'impero della bellezza, della grazia e dello spirito: là convengono i più distinti Ateniesi a ricrearsi dalle brighe della vita pubblica e dalle noje del matrimonio. Le arti, le lettere, le scienze eleggon la sede in quelle adunanze geniali: e gli artisti, i poeti, i filosofi, vi accorrono. Si chiamano Sofocle ed Euripide, si chiamano Fidia, Mnesicle, Polignoto, si chiamano Anassagora: si chiamano Socrate. Il genio greco irraggia da quel centro sulla città, tutto investendo, anco il vizio, delle più splendide forme. La vita di una _coquette_ è la vita di Atene: e Pericle adorna, indora, abbellisce Atene come una _coquette_[47]. Mentre nelle Panatenee e nelle Dionisiache si recitano la _Fedra_ e l'_Edipo_, si ascolta la storia di Erodoto, Mnesicle innalza i Propilei, Ittino e Callicrate il Partenone, Corebo il tempio di Eleusi, Fidia modella il _Giove_ e la _Minerva_, Polignoto e Zeusi dipingono i Portici. Il Greco e il barbaro accorrono d'ogni parte ad Atene ad ammirare i nuovi miracoli dell'arte, e il popolo ateniese, uscendo dall'assemblea ove è stato a sentir gli oratori commensali di Pericle, recandosi allo Pnice e ai dicasteri a guadagnarvi i tre oboli largiti da Pericle, andando a teatro a papparsi i due oboli, dono della larghezza di Pericle, — s'arresta con orgoglio, nominando Pericle, innanzi ai colossali monumenti, che ricorderanno la grandezza della sua patria alle età più lontane, ma diventeranno anche le pietre sepolcrali della sua libertà.

Egli deve troppo a Pericle per non lasciarsene governare e condurre a suo talento; a un uomo che ha fatto Atene così ricca, così grande, così bella, si può bene fidare ad occhi chiusi anche il deposito delle franchigie che l'han fatta libera e virtuosa.

E Pericle governa per 40 anni la democratica Atene con tanta pienezza d'autorità quanta a pochi sovrani assoluti sia stata concessa mai.

Sentiamo Plutarco: «Distrutta ogni fazione contraria, ei trasferì tutto in sè medesimo il dominio d'Atene: _tutto dipendeva da lui quanto dipendeva prima dagli Ateniesi_, i tributi, le spedizioni militari, le triremi, l'isole, il mare: _egli solo_ avea autorità e potenza grande dinanzi ai Greci, dinanzi ai barbari. Però non era già più quel desso di prima; non cedea più così facilmente alla moltitudine: ma tirando la briglia a quel troppo rilassato popolare governo, lo fece aristocratico, anzi pur quale è quello che dipende da un solo re.... Chiamavano i comici nuovi Pisistratidi i famigliari suoi, a dinotar l'eccesso del suo potere, troppo gravoso e sproporzionato a governo democratico. Teleclide poi dice che gli Ateniesi posero in di lui mano i tributi della città e le città medesime, sicchè potesse altre legarne, altre disciorne a suo talento, e l'autorità di alzar mura, di atterrar le inalzate: e insomma _le convenzioni, la pace, le forze, le ricchezze, la felicità loro. Nè questo già in circostanze che così richiedessero_, nè solo nel breve tempo che era in vigore l'amministrazione sua: ma primeggiò per lo spazio di ben quarant'anni.... e dopo l'ostracismo di Tucidide per ben quindici anni: _avendo ristretta in sè medesimo e renduta una sola l'autorità e possanza ch'era divisa in annue magistrature_.»[48]

* * *

Furono è vero, quarant'anni di un'epoca splendida, unica nella storia; e avete ragione, caro Yorick, di ricordarlo, la memoria di essa va sfidando i secoli.

Che importa che in quei quarant'anni di _minorità politica_ si vada man mano alterando e perdendo nel popolo la dignità e l'abitudine del vivere libero, la coscienza di sè stesso e della sua sovranità, sicchè, quando alla morte di Pericle crederà di averla ripresa, si troverà tornato bambino e inetto a valersene, e della libertà ricuperata non troverà più in sè le virtù nè per usarla nè per mantenerla?

Che importa che si vadan perdendo via via gli istituti, le leggi, i costumi severi, lo spirito di abnegazione, gli slanci magnanimi, e tutte le austere virtù repubblicane dei padri che avean dato ad Atene le pagine più belle della sua storia?

Che importa che Atene vada smarrendo la coscienza della sua grande missione democratica e liberatrice, ond'era sorta un giorno, per libera elezione dello affetto reverente dei popoli, al primato morale nella Grecia?

Che importa che in mezzo a tutti quei nuovi splendori si prepari sordamente la corruzione morale e politica che crescerà rapida e gigante dopo la morte di Pericle, quando la mano sapiente di lui, che ne ha gittati i germi, non sarà più là per correggerne, e infrenarne almeno lo sviluppo? Che quelle apparenze di prosperità materiale debbano un giorno comparire al giusto Socrate niente più di un'_enfiatura marciosa_, perchè in mezzo ad essa si sarà spento il senso morale del popolo, divenuto _ingiusto ed intemperante_?[49]

Che importa che tutti quelli splendori, tutte quelle magnificenze siano il prodotto di una _tirannide odiosa_[50] sulle città greche, del loro danaro e delle loro spoglie[51] assai più che non delle spoglie e del danaro dei barbari? Che alle feste ed alle allegrezze di Atene faccian lugubre contrasto le stragi e le catene servili di Nasso, di Samo, della Eubea? Che quel fasto, quelle pompe, quei prodigi dell'arte siano il prezzo delle lagrime, del sangue, e dell'_odio_ (notatela la parola, caro Yorick, voi che mi parlate degli _amici_ di Atene) dell'_odio_, dico, dei Greci!

Che importa, che importa!! «La nostra tirannide ci ha fatti _odiosi_ e _gravosi_, lo sappiamo; ma è massima antica che il forte tenga il debole in riga: e ancora ci ringraziino se non li tiranneggiamo di più.»[52] L'essere al presente esosi e gravi, dirà Pericle al popolo, _è sorte inevitabile di quanti reputarono sè stessi degni di signoreggiare altrui; ma chi per alti fini si attira odio, quegli rettamente si consiglia. Imperocchè l'odio non contrasta a lungo; laddove il subitaneo splendore e la fama avvenire rimane sempre mai memoranda._»[53]

E il popolo batte le mani, il popolo è contento. Atene serve ad un uomo, ma comanda a molte città. È odiata, è corrotta, ma è splendida. Venga pur l'odio! è dolce raccoglierlo all'ombra del Partenone.

* * *