Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle lettera di Felice Cavallotti a Yorick figlio di Yorick
Part 2
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Perchè di intendimenti, nello scrivere l'_Alcibiade_ — e nelle proporzioni in cui l'ho scritto — io ne ho avuto parecchi. E vada per il signor Roberto Stuart che mi rimprovera di non averne avuto nessuno. Non li avrò raggiunti: d'accordo: chi troppo vuole, nulla stringe: colpa mia. A me basta far sapere quali erano.
Primo: Un intento _drammatico_ (non ne dispiaccia a coloro che si sbizzarrirono intorno a quel mio titolo di scene e vi vollero scorgere — troppo benevoli — una scusa e una attenuante per me). Scrivere un dramma — proprio, un dramma — in cui fossero — compatibilmente colle forze mie — i requisiti per ciò richiesti — _azione_, _passione_, _caratteri_ — e sopratutto verità. E in questo, caro Yorick, vi ringrazio d'aver indovinato il mio pensiero[7]. Perchè se non avessi avuto intenzione di scrivere un lavoro _drammatico_, avrei cominciato col non dare il lavoro alle scene. Soltanto, è una mia idea, e di qualcun altro, che ciò che chiamasi il _dramma_ possa svolgersi tanto in un ordine di fatti del mondo esterno, quanto nel fondo dell'anima d'un uomo. È una mia idea che dramma voglia dire _contrasto di passioni_, e che questo contrasto, questa lotta possa succedere tanto _fra_ più individui, quanto _in_ un individuo solo: anzi tanto più violento, quanto più angusto il campo. In un caso l'azione drammatica risulta da un intreccio di fatti materiali e di persone, che esige, perchè l'_urto_ delle passioni e dei caratteri abbia a scaturirne, una tal quale unità materiale esterna, rispetto al tempo e al luogo: nel secondo caso, l'azione drammatica risulta da un intreccio di fatti psicologici molteplici e contrarii dai quali appunto sviluppasi l'urto in causa dell'unità del personaggio.
In un caso il rapporto di necessità è fra gli avvenimenti; nell'altro è fra le passioni del personaggio e le fasi della sua vita. Unità materiale l'una, unità psicologica l'altra, unità drammatiche entrambe. Tocca all'artista il fare che questa seconda unità sia poi veramente tale; che cioè non consista soltanto nella identità del personaggio (non ci è sugo nè costrutto nè senso drammatico a divider per scene la vita di un personaggio sia pure insigne, al solo scopo di rappresentarne la vita) ma che le fasi scelte della sua vita abbiano la loro _ragione_ e il loro _nesso_ in quelle date passioni, da cui risulti l'armonia del concetto drammatico e l'unità del contrasto.
Questo ebbi di mira scrivendo l'_Alcibiade_, e scegliendo per ciò a preferenza il tipo di un uomo che fu appunto la sintesi più mirabile di quanti contrasti si sia mai divertita ad accumulare in un solo individuo la natura. S'io abbia raggiunto quel mio intento, ripeto che non so, anzi son lontano dall'affermare; soltanto so, che, di quelle mie idee sul dramma e su modi varj di intenderne l'unità, potrei appellarmi ai grandi maestri dell'arte. Chi cerca il _rapporto di necessità_ fra le scene del _Coriolano_? Chi lo cerca fra le scene del _Sardanapalo_? Eppure in pochi capolavori l'unità drammatica è più potente. Nel _Nerone_ del mio ottimo amico Cossa quale rapporto di _causalità_ materiale, quale nesso necessario di avvenimenti, quale ragione risultante dall'intreccio della commedia, perchè al primo atto debba succedere la scena della taverna, e poi nel palazzo la scena coll'astrologo, e poi quella del triclinio, e poi quella nella Suburra? Quale ragione, se tutte quelle scene stanno da sè, affatto indipendenti una dall'altra? oh bella, la ragione che il mio amico Cossa voleva far scaturire il dramma dal carattere del protagonista e chiese il nesso armonico fra le scene all'armonia tra le fasi del carattere. Lo chiese — e l'ottenne nel modo splendido che si sa. E non mi si venga a dire che ivi l'azione è sempre in Roma e gli atti non son separati che da ore o da giorni: una volta _tolto_ il _rapporto di necessità_ fra un avvenimento e l'altro — che la distanza che li separa sia di ore o di anni, di un chilometro o di mille, al dramma che ne fa? Il distacco è lo stesso e la questione in faccia all'arte è la stessa.
Ma perchè dunque chiamar _scene_ il lavoro? L'ho chiamato _scene_ perchè in esso l'intento drammatico era il primo, ma non il solo; perchè ve n'era qualcun altro a cui quel titolo s'attagliava; perchè non m'immaginavo che i pedanti si sarebbero fatti un'arma contro di me di quella parola e ne avrebbero cavate delle critiche, a cui, se io non l'avessi posta, non avrebbero pensato; e perchè in fine — oh bella! — mi è piaciuto di chiamarlo così. E sfido a provarmi che questa non sia una ragione che taglia la testa al toro.
Ma i caratteri? e i personaggi? di questi, se permettete, parleremo poi: e vengo alla _seconda_ ragione del lavoro.
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Una ragione storica, critica e filologica: offrire agli studiosi una pittura, dei quadri, delle scene della vita greca del secol d'oro, colta nella sua fase forse più caratteristica e culminante: in quel periodo cioè di transizione — della guerra peloponnesiaca — che conservava ancora il _riflesso_ delle grandi memorie antiche e di tutti gli splendori del secolo di Pericle e aveva già in sè sviluppati tutti i germi di corruzione, tutti i fenomeni politici che provocarono la caduta della repubblica d'Atene. Presentar quella vita studiata nel linguaggio, nelle idee, nelle leggi, nei costumi — nel linguaggio, sopratutto: giovandomi delle fonti classiche antiche e dei lavori critici più recenti. Ho detto sopratutto nel linguaggio: perchè in questo almeno mi pareva di poter tentare, colle mie povere forze, qualche cosa di utile e di non tentato ancora.
La letteratura moderna, specialmente straniera, ha rievocato e ha ricostruito, in opere romantiche, la vita greca dell'antica età. Per non parlar dei viaggi di _Anacarsi_ del buon Barthelemy e dei viaggi di _Antenore_, i romanzi greci di Wieland nel secolo scorso, e nel nostro il _Caricle_ (_Bilder des griechischen Privatlebens_) di Becker e il _Pericle e Aspasia_ di Laudor hanno contribuito a popolarizzare, fra le classi meno dedite agli studj eruditi, i costumi, le leggi e le dottrine della Grecia del secol d'oro.
Ma il linguaggio vivo — che è pur lo specchio del genio di quel popolo e della fisionomia di quell'epoca — sfuggiva naturalmente per la massima parte a questo lavoro di ricostruzione. Il linguaggio vivo sfugge alla forma del racconto, non può altrimenti ritrarsi e popolarizzarsi che per la forma viva del dialogo — la forma drammatica. D'altra parte, non era certo a ritrarre quel linguaggio che servivano i drammi e le tragedie greche del secolo scorso e più addietro — non aventi di greco altro che il nome — e le traduzioni che usavansi fare dei comici, dei tragici e degli altri autori greci, sopratutto de' prosatori: dove il traduttore si faceva un obbligo di coscienza di tradurre a senso, ossia interpretare la parola greca, la frase greca con un ribobolo o un proverbio di stampo tutto moderno; e credeva aver raggiunto il _non plus ultra_ della bravura quando era riuscito a travestir completamente il povero greco all'ultima moda, tanto che fosse bravo chi capisse che quello era un greco che parlava. Più tardi, è vero, all'estero e in Italia, si cominciò a tradurre i classici con più coscienza dell'arte e più rispetto all'autore: le licenze dell'abbate Cesarotti, per quanto figlie d'ingegno ardito, cominciarono a passare per quel che erano, per delle irriverenze belle e buone. E quando si ha nome Omero e Demostene si può pretendere a un poco di creanza. — Il buon Gozzi, ingegno greco, dava il buon esempio e traduceva squisitamente Luciano. Più tardi sorgeva Foscolo: più tardi doveva nascere Leopardi. Ma già dai principj del secolo Francesco Negri e il Lamberti regalavano all'Italia traduzioni mirabili di greca fedeltà ed eleganza: in attesa che Felice Bellotti le desse il teatro de' tragici. Oggi nell'_Aristofane_ del Cappellina, nel _Luciano_ di Settembrini, nel _Tucidide_ di Peyron, nel _Demostene_ dell'Anelli e dell'egregio mio collega Mariotti (più elegante ed efficace il primo, più fedele il secondo, attici entrambi) possiede l'Italia traduzioni insigni che rendono la fisionomia degli scrittori e onorano gli studj e la letteratura. Ruggero Bonghi andò alquanto più in là e gli scrupoli della fedeltà lo portarono all'esagerazione. Egli dimenticò che la forma del traduttore dev'essere greca, senza cessare di essere italiana. Le sue traduzioni platoniche rispettano perfino nella giacitura delle parole le membrature più minute del periodo di Platone, ma rompono le ossa qualche volta alla grammatica del Fornaciari. E il buon gusto insieme molte volte se ne va: egli è che il traduttore che traduce un artista dev'essere artista anche lui. Con tutto questo la fedeltà resta un merito notevole delle traduzioni bonghiane, reso più notevole dalla erudizione ampia che le accompagna. Ma le versioni del Negri e del Settembrini e del Mariotti e del Bonghi forse ancora non servono a famigliarizzare il gusto italiano colle forme della prosa ellenica: voi sapete, Yorick, meglio di me quanti sono che leggano e conoscano in Italia ai dì nostri Demostene e Luciano, Platone ed Alcifrone: e voi siete troppo virtuoso e pudico (migliore certo in questo della fama) per consigliare ai giovanetti di aspirare il profumo delle eleganze greche nel profumatissimo Aristofane del Cappellina.
Pensai che l'arte scenica è fra tutti i fattori della coltura il più popolare e il più efficace: e che poteva per avventura tornare non inutile affatto un modesto tentativo inteso a ritrarre colle forme popolari del dramma una parte essenziale della greca antichità: perchè il linguaggio di un popolo è il prodotto della sua indole, delle sue tendenze, del suo genio artistico, delle sue idee — e la verità del linguaggio è necessaria a far vivere i fantasmi dell'età lontana nel mondo della realtà. Lo pensai, perchè senza credermi un pedante, senza correr dietro alla retorica del classicume, e con tutto il rispetto possibile agli scrittori della scuola realista, sono intimamente convinto che l'ostracismo bandito all'arte greca dai moderni innovatori non ha nulla di serio; perchè credo che la lingua nostra e le tradizioni dell'arte e del genio nostro ci rendano pur debitori di qualche cosa a quei poveri nonni di Atene, e che se l'influenza degli studj classici, senza riportarci agli sproloqui dell'Arcadia, si verrà armonizzando colle nuove forme dell'idioma create dai nuovi bisogni e dalle nuove idee, — la purezza della lingua, l'eleganza, e il buon gusto ci guadagneranno un tanto.
Naturalmente, accennando a questo mio tentativo, accenno al lavoro nella forma prima in cui lo scrissi, in cui vedrà fra poco la luce per le stampe. Nella riduzione pel teatro, attuare il tentativo era impossibile fuor che in parte. Molto dovetti concedere alla ragione drammatica: gran numero di locuzioni greche soppressi: altre modificai per l'intelligenza delle scene: serbai della forma prima solo quel tanto che significasse l'intento letterario del lavoro. S'io abbia avuto torto di propormelo, o se io l'abbia in parte raggiunto, il lettor cortese del dramma stampato giudicherà.
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_Terzo_ intento del lavoro: un intento morale. Di questo non si scandalizzeranno almeno coloro i quali opinano che il teatro dev'essere un pulpito e che ogni lavoro drammatico deve avere la sua brava tesi morale da risolvere. Senza ambire il vanto di moralista nè di predicatore, per una volta tanto la mia tesi ce l'ho messa anch'io. Intendiamoci: siccome io non la penso come quei signori, alla tesi già non sagrificai lo sviluppo dell'azione; e mi guardai bene dal processo dimostrativo; ma da che mi si affacciò — e un concetto morale scaturiva spontaneo dallo argomento — no 'l trascurai: anche perchè dava al dramma un altro carattere di unità.
E il concetto è accennato nella comparsa appositamente fuggitiva (quasi staccata dal resto della scena) del misantropo Timone nel 2.º atto, che si lega alla catastrofe del dramma.
Mentre Alcibiade inganna il popolo ed empie Atene delle sue dissolutezze, Timone lo maledice e preconizza in lui il flagello della città. Alla fine, Alcibiade il dissoluto rotto a ogni vizio, il demagogo intrigante, ambizioso, e corruttor della plebe, Alcibiade, fatto migliore dalla sventura e dall'amore[8], riscatta le colpe della vita coll'opere generose, coi propositi generosi degli ultimi giorni, con una morte da eroe. Egli è che non bisogna disperar mai della natura dell'uomo, la più corrotta e pervertita, finchè essa sia aperta alla voce di un affetto, e in lei vibri la corda — sia pure una sola — di un solo nobile istinto.
E intorno ad Alcibiade, due altri esseri smentiscono Timone. Là in mezzo alle brutture che deturpano e trarranno a rovina la gloriosa città di Milziade, il misantropo disperato impreca l'umanità malvagia; alla fine, Alcibiade proscritto sogna il misantropo riconciliato coll'umanità[9], perchè la virtù non è scomparsa dalla terra: e delle due classi della società più disprezzate, sono i due esseri che soli restan fedeli al proscritto nella sua sventura. I nepoti di Temistocle e di Aristide condannano a morte i capitani vittoriosi delle Arginuse, pagano Alcibiade d'ingratitudine nera; una _etèra_ e un _parassito_ si sagrificano per lui. È la fede nell'umanità, attraverso i suoi delitti e le sue sventure, opposta al misantropismo e alla disperazione de' suoi destini.
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Eccomi infine ad un ultimo intento dell'_Alcibiade_ mio: e questo si racchiude in una considerazione _storica e politica_, — che Socrate accenna fino dal principio del dramma.
_La repubblica più grande e gloriosa della Grecia antica rovinò, quando le virtù repubblicane — che l'avevano fatta gloriosa e grande — se ne andarono._
È il concetto che si affaccia spontaneo a chi appena scorre dello sguardo la storia del periodo in cui l'_Alcibiade_ si svolge.
E qui, eccomi a voi, caro Yorick, eccomi da lei, signor marchese D'Arcais — paladini egregi della repubblica contro di me: contro di me repubblicano, che appunto per ciò, da un pezzo ho dato alla grandezza d'Atene la mia ammirazione e ho negato agli Ateniesi della decadenza le mie simpatie. Artista, faccio a Pericle di cappello e vado in estasi davanti al suo secolo: uomo politico, gli voglio male. Non amo la repubblica di Eucrate, di Cleone e di Iperbolo, uscita dal grembo della corruzione sapiente di Pericle, come non amo la repubblica francese del 1848, uscita dal grembo della corruzione borghese della monarchia di luglio. L'una prepara i Trenta e la tirannide macedone; l'altra prepara il secondo Impero. È esatto peraltro il dire che il secondo Impero fu già esso medesimo la immagine più completa e più fedele del regime del flgliuol di Zantippo.
Sì, è vero, caro Yorick, verissimo, signor marchese, senza che Ella me lo insegni: non solo Atene grandeggiò nella Grecia, ma se mai grandezza antica fu meritata e fu vera ed ebbe spiegazione nella storia, ella è questa di Atene. Sentinella avanzata della Grecia e dell'Europa verso l'Asia, là in faccia all'Egeo, la natura, il mare, il tepido cielo le avean segnato i destini. Era impossibile che un popolo immaginoso, poeta, cresciuto nel mondo fantastico e splendido della sua mitologia, dotato di tutta la vivacità, la svegliatezza arguta e l'attività irrequieta, febbrile della razza jonica — costretto a dimorare su un terreno sterile, angusto, montuoso, insufficiente alla vita, quasi sull'alto di uno scoglio: e di là, sotto il raggio ardente de' suoi soli, al chiarore delle sue notti tepide e serene, vedendo a sè dinanzi il mare — il mare che lo invitava e gli apriva le braccia immense, misteriose — era impossibile che quel popolo non corresse entusiasta all'invito. Al mare! al mare! Ivi sarà la culla della prosperità, della grandezza d'Atene, e della sua forte democrazia.
Poichè il commercio e le ricchezze dal commercio derivanti altereranno man mano col tempo le condizioni economiche rispettive delle classi antiche; sopprimeranno le distinzioni fra di esse e promuoveranno l'uguaglianza nei diritti; poi le triremi, una volta che saran divenute il nucleo della città, reclameranno esse sole i quattro quinti dei cittadini e si riempiranno di popolani, consapevoli di essere la forza di Atene.
«_Per la dominazione del mare_, attesterà Isocrate poi, _i nostri padri furono necessariamente costretti a calare all'odierna forma di democrazia»[10]._
«_I poveri ed il popolo_ — scriverà Senofonte — _sono in Atene giustamente da più dei nobili e dei ricchi. E per questo motivo: che il popolo è quello che spinge le navi e procaccia potenza alla città. Poichè i piloti, i comiti, i capi di cinquanta, i sopraintendenti alla prora, i costruttori di navi sono quelli che acquistano potenza allo stato assai più che non i cittadini, i nobili, e gli ottimati_»[11].
E la democrazia, ordinata dalla sapienza delle leggi di Solone, di Clistene, e di Aristide, fa grande difatti Atene al tempo delle guerre mediche. Poichè tutto, tutto, cospira allora a questa sua grandezza.
L'antagonismo di Sparta non è ancor nato e Salamina oscura ogni vanto. Le navi hanno salvato la Grecia e quelle navi sono la maggior parte ateniesi. Un spirito magnanimo di emulazione, di disinteresse, di amore alla gran patria greca anima i compatrioti di Temistocle; e mentre a Maratona li fa combattere da soli, e a Salamina li fa accettar volonterosi, benchè maggiori di numero, il comando di Sparta, e a Platea li move a cedere il posto d'onore ai Tegeati, — concilia loro l'ammirazione e le simpatie di tutta la Grecia.
Una costituzione squisitamente studiata sull'indole stessa del popolo, ne sviluppa i lati migliori, ne corregge i cattivi, ne stimola il valore, ne tempera mirabilmente le private e politiche virtù.
Ed era bello il dirsi in quei giorni cittadino ateniese: nome che era lo spavento della Media, l'orgoglio della Grecia: titolo d'onore ambito — e indarno — dai re.
Abolita la nobiltà ereditaria, fondata sulla rendita la divisione delle quattro classi, la dignità del cittadino s'era rialzata e rafforzata nel sentimento dell'uguaglianza: il cittadino trovava nel merito individuale, nel censo, e quindi nel lavoro che lo creava, la via per giungere agli alti gradi: l'esercizio dei pubblici uffizj, esteso da Aristide anco all'ultima classe, rappresentava ad un tempo per lui l'adempimento di un dovere, e l'uso di un diritto che era il più ambito compenso a sè medesimo.
Non pagato nelle assemblee, non pagato nei tribunali, il cittadino ritrovava pura e completa nel suo disinteresse la coscienza della sua sovranità: e questa ispirava gli alti, magnanimi propositi: e l'emulazione nobile, severa, per il pubblico bene governava le libere adunanze.
Indi più profondo il sentimento del dovere: indi più grande l'idea della patria. In essa era tutto, per essa tutto: e caro al cittadino lo ecclissarsi innanzi a lei. L'ambizione individuale non pensava a cercar le vie della tirannide. Ai valorosi e benemeriti compenso sufficiente una modesta iscrizione sulle Erme[12], e l'essere da uguali in virtù tenuti degni di primeggiar fra loro[13]. E niuno sdegnava tal gloria: niuno diceva: _a Salamina Temistocle, a Maratona Milziade pugnò: ma bensì là gli Ateniesi: qui la repubblica_[14].
E in quella modestia ispirata dal senso dell'uguaglianza e del dovere ritempravasi la repubblicana austerità. «_Le case di que' prodi da noi tutti venerati sì modeste apparivano e sì temperate a popolare uguaglianza, che se alcuno di voi oggi vedesse quelle di Temistocle, di Cimone, di Aristide, di Milziade e di molti altri magnanimi, non le discernerebbe dalle vicine_»[15].
E ritempravasi nella emulazione, più fecondo e magnanimo, il disinteresse: allora Aristide disponendo di tutti i tributi neppur d'una dramma crebbe gli averi e morto dovette fargli le esequie la repubblica[16]: allora il popolo, consigliato da Temistocle, rinunziava volonteroso alle distribuzioni dell'argento del Laurion, assegnato ai men ricchi cittadini: e con quell'obolo spontaneo del povero si costruivano le navi che dovean salvare la Grecia[17].
Tenuta la corruttela delitto esecrando in tanta gara di disinteresse e di virtù, la legge puniva di morte e di infamia i corruttori per danaro del popolo e dei giudici; e i corrotti insieme; e non parea pena soverchia[18]: chè la austerità del costume e la pubblica coscienza la sanzionavano.
«_Vi aveva allora, Ateniesi, ne' petti nostri quello ch'ora mancò, quello che trionfò dell'opulenza persiana, che serbò libera la Grecia e in terra, in mare indomabile. Allora chi vendeasi ai tiranni, ai corruttori della Grecia, tutti l'esecravano: la corruttela era orribil misfatto: atrocissimo il castigo: taceano le brighe e la pietà. E non della opportunità, non della greca concordia, non dell'odio ai barbari e ai tiranni niun oratore, niun duce facea mercato_»[19].
Indi la virtù fatta scala agli onori e al governo della cosa pubblica: poichè a capo di questa stavano gli oratori che dirigeano le discussioni e i voti nelle popolari assemblee: e il nobile diritto di dar consigli alla città non bastava a conferirlo il talento — ma sì la vita irreprensibile. Indi sindacata la condotta privata degli oratori; espulsi dalla bigoncia coloro dei quali le private virtù non dessero garanzia delle pubbliche; i prodighi, gli scioperati, i trascurati verso i genitori, i tardi e i riluttanti a pigliar l'armi e i segnati di viltà nelle battaglie; gl'impudichi, i notati di turpi vizi, i dediti all'orgie e alle voluttà[20]: perchè giustamente stimavasi indegno di consigliare il popolo, chi i consigli non accompagnasse colla austerità degli esempj.
Poi che l'esercizio della sovranità non era ancor fatto impiego venale, e di esso non si campava, e ancor non era la bazza dei tre oboli nè del dicastico nè dell'_ecclesiastico_, — tanto più onorato e rispettato il lavoro: salite in dignità le arti, i mestieri[21] (attento, sig. Z della _Livornese_, che in proposito ne ha dette di grosse); invigilarsi dagli Areopagiti di che arte ognun campasse onestamente la vita; punito l'ozio, la questua: notato d'infamia il recidivo[22].
Santo e rispettato il lavoro, santo e rispettato il vincolo della famiglia: l'unione degli sposi fatta qualcosa più che semplice affar di interesse o accoppiamento di sessi; rafforzati coi doveri dei figli verso i genitori, i doveri de' genitori verso i figli; punito, secondo i casi, di morte, d'infamia, di altre pene, severissime sempre, l'adulterio — consumato o tentato, adulteri e adultere ad una — e delle pene medesime il concubinato[23]; e di morte i lenoni[24].
Forte, virile la educazione. «_Nel buon tempo antico, quando fiorivano gli antichi costumi_ — scrive Aristofane — _i giovanetti affrontavano il verno senza mantello, benchè la neve venisse giù come farina; non mangiavano come oggi delicate vivande, non posavano in atteggiamenti svenevoli; la loro musica era maschia e marziale, i loro costumi decorosi e casti. Così furono educati gli uomini che pugnarono a Maratona._»[25]