Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle lettera di Felice Cavallotti a Yorick figlio di Yorick

Part 11

Chapter 112,131 wordsPublic domain

[123] Vinti quei di Mitilene, gli Ateniesi per consiglio di Cleone, decisero di passarli tutti a fil di spada come poi fecero dei Melii. Persuasi poi da Eucrate, contromandarono l'ordine e si contentarono di accoppare tutti quelli ch'eran stati mandati prigioni in Atene «_poco più di mille_!» — Tucid. II. 50. — E questo passò nella storia come esempio proverbiale di clemenza!

[124] Tucid. V. 32. 116.

[125] «L'areopago, vigile custode delle leggi e difensore della costituzione dello Stato, teneva gli occhi aperti sulla condotta pubblica e privata di chi metteva le mani nelle faccende del paese.» Yorick, appendice citata.

[126] Isocrate lo attesta categoricamente; vedi l'_Areopagitica_.

[127] Plutarco in _Pericle_.

[128] Tucid. VI. 43.

[129] Peyron, _Polit. e amministr. di Pericle_, 9. — Isocr. _Sociale_. 16. _Areopag._ 38.

[130] Appendice del signor D'Arcais nell'_Opinione_ del 23 giugno.

[131] «_Pinxit — Parrhasius — et Demon Atheniensium argumento quoque ingenioso; volebat namque varium, iracundum, injustum, incostantem, eundem exorabilem, clementem, misericordem excelsum, gloriosum, humilem, ferocem, fugacem, et omnia pariter ostendere_» — Plinio. _Hist. Nat._ lib. XXXV. c. 10.

[132] Nelle parole di Socrate nell'atto primo, intese a preparare le scene dell'atto secondo, cercai riassumere appunto questo concetto storico del dramma:

«_Socr._ Guarda alla repubblica cadente, da che le virtù della repubblica se ne andarono! Guarda le discordie de' cittadini, le leggi scadute da che Pericle governò; i rotti e molli costumi che generano l'ignavia nelle tende e sulle navi; l'ingordigia de' salarj, le industrie rovinate dalle ciancie del foro e della Eliea, dai mercenarj e dalle feste; le campagne desolate dall'asta Spartana. Tu che agogni ad essere eroe, comincia ad essere cittadino! Tu che vuoi vincere il mondo, comincia a vincere te stesso.»

[133] Ecco il _corpo del reato_ sorpreso indosso al signor marchese, cioè il suo giudizio critico copiato dall'appendice di Yorick:

«Yorick a Firenze ha _dimostrato_ che il signor Cavallotti nell'_Alcibiade_ aveva calunniato la repubblica. E tale è veramente l'impressione che si riceve da questo lavoro, il quale pare a prima giunta una sfuriata del Cavallotti contro i suoi amici politici dell'antica Grecia. Per questa volta spetta ai giornali monarchici il mostrarsi più repubblicani dell'onor. deputato di Corteolona. E invero nè la grandezza dell'antica Grecia si _spiegherebbe, nè in ispecie quella di Atene_, e il potente impulso da esse recato alla civiltà di que' tempi, se le _scene greche_ di cui fummo spettatori fossero lo specchio fedele di quella società che a traverso i secoli risplende ancora di tanta luce. _Bisogna cercare la società greca altrove che nei parassiti nelle cortigiane, e nei vaniloqui dei politicastri._ Questo valga a _dimostrare_ (!) che il signor Cavallotti, il quale aveva un vastissimo soggetto per le mani, non ne ha visto e riprodotto che un aspetto solo, e _il meno importante_.»

Tanti periodi — tante.... facezie storiche!

[134] Nel dramma completo per le stampe, vi sono anche questi.

[135] Così, per es. il signor Garofalo nell'appendice dell'_Unità Nazionale_ 3 giugno 1874: «L'imagine ridente di Atene che il chiarissimo _Yorick_ si è formata (e che — aggiungo io — il chiarissimo D'Arcais ha copiata) è combattuta dai fatti, consacrati in quelle storie a cui egli nega una piena fede. — In quanto a storia sono col Cavallotti e credo che la sua descrizione della società ateniese sia giusta e vera. Facendo un dramma storico egli ha seguito la storia, e di essa ha nudrita la sua imaginazione. E chi abbia letto Tucidide o Senofonte non dirà ch'egli abbia caricato le tinte, mostrandoci gli intrighi delle elezioni, la facilità della seduzione collo sfoggio dello spirito, dell'ingegno e anche della bizzarria, la corruzione dei parassiti, ecc.»

[136] Per dare una semplice idea della _serietà critica_ del signor marchese, cito un saggio delle sue parole:

«Il signor Cavallotti col furto di una torta fa la critica delle istituzioni di un popolo. Allo stesso modo che gli Ateniesi del signor Cavallotti non ci spiegherebbero la grandezza d'Atene, così pure i suoi Spartani torrebbero fede alla fortuna di Sparta. A questi giudizi leggieri ed ingiusti è pur forza contrapporre una protesta.»

Chi legge queste parole senza conoscere il dramma, non potendo supporre che il signor D'Arcais lavori di fantasia, crederà che io abbia messo in iscena una quantità di Spartani tutti ladri e furfanti. Ebbene di Spartani nell'atto di Sparta non ce ne sono che _tre_ soli: e di questi tre, _due_ sono appunto introdotti a rappresentare la virtù del carattere spartano, e a _dar ragione della fortuna di Sparta_: l'eforo Endio nella austerità dell'amor proprio nazionale e nel senso severo del retto che gli fa disprezzare il tradimento di Alcibiade; il soldato Brasida nella semplicità dell'eroismo disinteressato, nel culto magnanimo del dovere, nello affetto alla patria e alla famiglia: tutti e due nella sobrietà laconica delle parole annunziante la fortezza dell'opere.

E il signor marchese D'Arcais protesta in nome di Sparta, accusandomi di calunnia e parla — lui!!! — di _leggerezza_ e _ingiustizia_ di giudizj!!

[137] Dei tre marmi d'Alcibiade nel Vaticano — che son tra le pochissime effigie a noi pervenute del grande Ateniese — uno, (corr. Chiaramonti, N. 44) è stato riprodotto dall'Houssaye nella sua _Histoire d'Alcibiade_; l'altro, (Sala delle Muse, N. 510) dall'Ennio Quirino Visconti (_Icon. Gr._ I. tav. XVI. 1 e 2.) Il primo rappresenta Alcibiade giovane sui 25 anni; ha barba appena nascente e baffi; l'altro, che fu scavato sul monte Celio, è Alcibiade adulto; il profilo è meno bello, la barba corta, arricciata, e i baffi più grossi. Il Visconti lo ritiene una copia del busto che l'imperatore Adriano fece porre a Melissa in Frigia sulla tomba di Alcibiade. Il terzo marmo, ch'è una statua intera, e il busto del Campidoglio somigliano agli altri due.

L'Ennio Quirino Visconti reca alla tav. XVI n.º 3, un'altra testa di Alcibiade, copiata da una pietra antica del gabinetto di Fulvio Orsino, riprodotta da Faber: è Alcibiade giovane e bello: baffi staccati dalla barba nascente, cappelli arricciati. — Una sesta effigie infine si trova nel Museo di Napoli: è Alcibiade adulto; baffi e barba cresciuta: e questa almeno avrebbe dovuto conoscerla quel sapiente critico napoletano di un foglio milanese, che anche lui si era fitto in mente di voler far radere i baffi ad Alcibiade!

[138] Giovanni Emanuel, — splendida natura di artista, a cui l'autore dell'_Alcibiade_ deve assai — ha rappresentato anche questo quadro al Corea di Roma.

[139] Non parlo dell'Alcibiade che s'inginocchia, perchè questa è una fantasia dei critici sullodati, alla quale l'autore non ha mai pensato.

[140] Dico questo perchè la citazione mi par sospetta, e avverto a ogni buon conto il critico del _Corriere di Milano_ — il quale non par forte nè in grammatica greca, nè in nomi greci — che il suo eroe non si chiamava _Ajace Oileo_, in quella guisa che Achille non si chiamava _Achille Peleo_: Oileo era il nome del padre: e il figlio Ajace di Oileo ossia Oiliade, (Ὀιλιάδης) anche lui, come il Peliade Achille, di gamba buona: Ὀιλῆος ταχὺς Αἴας. — A pedante, pedante e mezzo.

[141] In _Lisandro_ e in _Alcibiade_. Cfr. Cornelio Nipote.

[142] Vedi la nota a pag. 22.

[143] «_Subtiles_, _acuti_, _breves_» chiama Cicerone, come oratori, Pericle, Alcibiade, e Tucidide, per distinguerne la eloquenza da quella più copiosa e prolissa di Crizia, Teramene e Lisia; _De Orat._ II. 22. Altrove egli pone insieme Alcibiade con Crizia e Teramene, e chiama questi tre «_crebri sententiis, compressione rerum breves et ob eam caussam interdum subobscuri_.» Cic. _Brutus_, 7.

[144] Vedi sopra la nota a pag. 31.

[145] Athen. _D. ipnos._ VI. 239 d.

[146] Che nel dramma completo si sviluppa e procede per un numero anche maggiore di gradazioni.

[147] Taluno fra essi, come il critico egregio del giornale ufficiale la _Provincia_ di Pisa, notò per lo appunto una per una tutte le gradazioni successive del carattere di Cimoto.

[148] _Etére_ e non _eterie_, come veggo che da moltissimi, anche de' miei critici, erroneamente si scrive: poichè ἑταίρα è il nome greco equivalente di _amica_. L'eteria (ἑταιρία, ἑταιρεία), avverto i critici, vuol dire invece tutt'altra cosa, e puzza di politica: poichè con questo nome si chiamavano ad Atene quelle che noi oggi chiamiamo — Domine ajutami — .... le _consorterie_.

[149] _Corriere di Trieste_, marzo 1874.

[150] Antifane, presso Aten. XIII. 572.

[151] Aristen. _Lett._ I. 12.

[152] Aristen. _Lett._ I. 14.

[153] _Gazzetta_ ufficiale _Ferrarese_ e _Corriere di Milano_.

[154]

«Tu Atte mi sei in ogni giorno più odïosa.... ..... Ma non farne grave conto. Benchè odiosa eserciti dominio Sulla mia volontà.» Cossa, _Nerone_, Atto II.

[155] _Unità Nazionale_ di Napoli.

[156] _Gazzetta Ufficiale di Sassari_, appendice del signor Delogu. — _Arte e Scienza_ di Roma, del mio amico Tito Zanardelli.

[157] A _proposito dell'Alcibiade_ di F. Cavallotti, saggio critico di Roberto M. Stuart, corrispondente da Roma del _Daily-News_. Pubblicato in Roma coi tipi dell'_Italie_. Lire una.

[158] Vedi il succitato opuscolo, pag. 15-pag. 18.

[159] O perchè mo, a differenza degli altri, proprio soltanto per il Becker, che è un tedesco, la mi mette il genitivo in inglese! Per far credere forse che i _Bilder des Griechischen Privatlebens von W. A. Becker_ colle appendici di Hermann, siano opera di un inglese? O perchè avendone solo sentito parlare, senza averlo letto, Ella stessa lo crede davvero un libro inglese?

[160] Una trireme — ch'era la nave da guerra greca — di solito contava, giusta i computi del Boeckh, _duecento_ uomini: e cioè 10 soldati di fanteria di marina (ἐπιβάται), 40 soldati di fanteria greve (opliti): gli altri 150 fra i rematori dei tre ordini (traniti, zigiti, talamj) e marinai e ufficiali addetti al servizio della nave.

[161] Καὶ εἰ αὖ σοι εἴποι ὃ αὐτὸς οὗτος θεὸς, ὅτι Αὐτοῦ σε δεῖ δυναστεύειν ἐν τῇ Εὐρώπῃ, διαβῆναι δ' εἰς τὴν Ἀσίαν οὐκ ἐξέσται σοι, οὐδ' ἐπιθέσθαι τοῖς ἐκεῖ πράγμασιν — οὐκ ἂν αὖ μοι δοκεῖς ἐθέλειν οὐδ' ἐπὶ τούτοις μόνοις ζῆν, εἰ μὴ ἐμπλήσεις τοῦ σοῦ ὀνόματος καὶ τῆς σῆς δυνάμεως πάντας ἀνθρώπους. — Platone. Primo Alcib. II.

[162] Anche il dottissimo Müller, per il quale la _Repubblica di Lacedemone_ forma, autorità, chiama Senofonte «_der beste Kenner dorischer Sitten_». — Dorier, II. 291.

[163] «_Al fine di questa guerra_ (del Peloponneso) _Lacedemone conta un po' più di quattrocento anni dacchè_ =si regge= _cogli stessi ordini politici_» Tucid. I. 18. — Tucidide scriveva queste linee dopo il suo ritorno dall'esilio in Atene, epoca in cui pubblicò la prima parte della sua storia, e cioè intorno al 403 av. l'E. V., circa un dieci anni dopo l'epoca assegnata alla mia scena di Sparta! — Cfr. Lisia, _Olimpico_, 7.

[164] Plutarco, _Licurgo_, 4.

[165] Liv. 33. 34.

[166] Cic. _Pro Flacco_, 26.

[167] Macchiavelli, _Discorsi_ I. 2.

[168] «_Sparta's Gesetzordnung als die wahrhaft Dorische angesehen, und deren Ursprung mit dem des Volkes überhaupt für identisch gehalten wurde_». — C. O. Müller, _Dorier_, II. 11. Perciò Ellanico, il più antico degli scrittori delle cose di Sparta, potè attribuire, senza anacronismo, ai primissimi due re di Sparta, del tempo del ritorno degli Eraclidi (80 anni dopo l'assedio di Troja) _tutte quante_ le leggi che furono poi note sotto il nome di leggi di Licurgo, vissuto secoli dopo. Questo punto critico storico fu del resto diffusamente trattato col solito acume dal Müller nella sua classica opera, e in parte adombrato dal Peyron, nella monografia sulla _Politica di Licurgo_.

[169] Vedi Plutarco, _Solone_. — Senof. _Repub. Ateniese_. — E le opere speciali di Hüllmann, e di Schömann sulla Costituzione di Atene.

[170] Vedi Plutarco e Diogene Laerzio in _Solone_.

[171] Senof. _Memorab._ III. 7.

[172] Plat., _Protagora_, X.

[173] Il signor professore Z. ha confuso evidentemente — confusione inesplicabile in un professore — i costumi jonici con quelli dorici, e le leggi ateniesi con quelle spartane. È a Sparta difatti che per la necessità dell'organizzazione militare, su cui poggiava l'esistenza stessa della repubblica, troviamo — all'opposto di Atene — vietate ai cittadini le arti meccaniche: «_tutto quel ch'era d'arte meccanica volevano i Lacedemoni si esercitasse non per le mani de' cittadini, ma de' servi_» Plutarco, Apoft. Lac. — Però il signor Z., se non aveva letto nè Senofonte nè Platone, avrebbe almeno dovuto conoscere quell'episodio narrato da Plutarco che caratterizza così nettamente la diversità delle due legislazioni ateniese e spartana a questo riguardo. Essendosi un Lacedemone (certo Eronda) trovato ad Atene in un giorno di seduta dell'Eliea, ed avendo sentito che un cittadino perchè non esercitava nessun mestiere nè arte manuale e viveva in _ozio_, era stato dai giudici condannato (intende signor Z.?), e se ne ritornava dalla condanna tutto addolorato, mesti anche gli amici che lo accompagnavano — egli pregò gli astanti che gli mostrassero quest'uomo «_ch'era stato condannato per aver vissuto nobilmente da uomo libero._» — Plutarco, in _Licurgo_ e negli _Apoftemmi_. — E son molti anche nei tempi nostri che intendono a questo modo la libertà!

[174] App. dell'_Unità Nazionale_, 3 giugno 1874.

[175] App. dell'ufficiale _Gazzetta Livornese_, 15 giugno 1874.

[176] Habent autem (Thraces) multa nomina singularum regionum singula, moribus tamen ac opinionibus consimilibus imbuti, praeter Getas et Trausos et qui supra Crestonas incolunt. — J. Boemus Aubanus, _Mores, leges omnium gentium_, lib. III.

[177] J. Boem. Aub. _Ibid._

[178] «Bene, o Timocle, mi fai ricordare delle diverse credenze dei popoli; v'è una confusione grande ed ogni gente ha sua credenza e culto. Gli Sciti adorano la Scimitarra, i _Traci Zamolchi, un fuggitivo di Samo che si riparò fra di essi_, i Frigi la luna, gli Etiopi il giorno, gli Assirj una colomba, ecc.» — Luciano, _Giove tragedo_.

[179] R. Ghirlanda, nella _Scena_ di Venezia e nella ufficiale _Gazzetta Ferrarese_.

[180] A proposito di eccezioni, per quel che personalmente mi concerne, mancherei a un debito di giustizia se non ricordassi tra coloro che scrissero con dottrina e competenza di studj e acume artistico sul dramma mio, con più o meno severità o con più o meno indulgenza,: il cav. Augusto Franchetti dell'_Antologia Italiana_, l'avv. Forlani, direttore della _Gazzetta di Trieste_ e autore di un bel lavoro sulla _Legislazione attica_, Felice Uda nella _Lombardia_, Carlo Romussi nel _Secolo_, Carlo Angelini nell'_Indicatore_ di Livorno, il signor Augusto Boccardi nell'_Arte_ di Trieste, il prof. Lazzarini nella _Provincia_ di Udine e qualch'altro egregio di cui mi sfugge con dispiacere il nome.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.