Al rombo del cannone

Part 9

Chapter 93,578 wordsPublic domain

Fu ottenuto, infatti, come egli assicurava; ma, sciaguratamente, come egli stesso temeva, non bastò. Il dispaccio spagnuolo annunziante la rinunzia del Principe prussiano produsse un tripudio di gioia nell'Ollivier, ma non valse a soddisfare gli ultrabonapartisti, cui non importava affrontare la guerra, che volevano anzi affrontarla, sperando di affermare, con una segnalata vittoria sul nemico di fuori, il regime imperiale minacciato e minato dagl'interni avversarii. «A capo di cotesto partito si trovava il maresciallo Leboeuf, brav'uomo, soldato eccellente, ma ebbro d'ambizione e politico molto leggero. Tutti i bonapartisti si sono messi dietro di lui ed hanno fatto risonare il Gabinetto di grida furenti. Resta a sapere se l'Imperatore è stato più trascinato che non trascinasse. Fatto sta che i pacifici, formanti la maggioranza e guidati dallo stesso Ollivier, si sono lasciati intimidire ed hanno stabilito di chiedere al Re di Prussia l'impegno personale (che la candidatura del congiunto non sarebbe stata ripresentata), con lo scopo, apertamente dichiarato, di umiliarlo. Ho visto i ministri dopo il funesto Consiglio tenuto martedì, 12 luglio. Ho detto loro che avevano commesso un grave errore non dichiarandosi soddisfatti, e che la guerra tornava ad esser possibile. Mi hanno solennemente giurato che sarebbero stati prudenti, cioè poco esigenti. Nel frattempo ho fatto una vera campagna presso i deputati del Centro. Cento, a dir poco, mi hanno dichiarato che, se davo loro il segno della pace, m'avrebbero seguìto. Un buon numero di costoro sono venuti a dirmi: — Prendete il potere: siamo in duecento pronti a sostenervi; non si può lasciare il Governo in quelle mani....».

Ma egli ricusa di mettersi avanti, di appagare ambizioni ed appetiti; insiste invece perchè si faccia consistere soltanto nella pace lo scopo essenziale da raggiungere. «Non ho udito una sola obbiezione, salvo tra i bonapartisti, che del resto io non frequentavo. Il mercoledì, 13, si sono rimandate le ultime spiegazioni a venerdì, 15. Ho visto e rivisto i ministri, e parecchi mi hanno dichiarato che si sarebbero dimessi piuttosto che assumere la responsabilità della guerra. Plichon, Chevandier, me lo hanno promesso....».

II.

Disgraziatamente, se i bonapartisti, in Francia, volevano venire ai ferri corti, i bismarchiani se ne struggevano in Prussia, e come i Francesi si erano môrse le mani vedendo sfumare, col ritiro della candidatura tedesca, l'occasione desiderata, ed avevano perciò avanzata l'eccessiva e pericolosa pretesa che il Re Guglielmo s'impegnasse personalmente a non permettere che mai più si riparlasse del suo parente, così il conte di Bismarck, leggendo la nota redatta per ordine del suo sovrano dal consigliere segreto Abeken, con la quale la risposta negativa era distesamente e serenamente riferita, pensò di «_abbreviarla_» in modo che sonasse «come una fanfara di risposta a una sfida....».

Il Thiers non poteva allora conoscere questo particolare, svelato molti anni dopo dallo stesso Bismarck; ma neanche nella secca forma datagli dal ministro prussiano il dispaccio di Ems parve allo statista francese quell'«oltraggio» che vollero trovarvi in Francia. «Buoni cittadini avrebbero attenuato la cosa, si sarebbero rivolti all'Inghilterra perchè la accomodasse, e avrebbero così preservata la pace. Ma i signori ministri vi hanno veduto un motivo di mettersi col partito della guerra senza troppo disonorarsi, e di restare quindi nel Gabinetto dal quale si sentivano sul punto di uscire.... Quando, in mezzo ad un'ansietà inaudita, il manifesto è stato letto, una specie di stupore si è impadronito della Camera. I Centri hanno fatto come i ministri, si sono serviti di questo mezzo per non guastarsi col potere, e i ministri per restar tali, i ministeriali per continuare ad essere ministeriali, hanno gettato il paese ed il mondo in una guerra spaventosa. La stessa Sinistra, solitamente tanto coraggiosa, era sorpresa e paralizzata, quando io mi sono alzato con uno scatto infrenabile. E allora tutti i furori del bonapartismo si sono scagliati su me.... Cinquanta energumeni mi mostravano il pugno, m'ingiuriavano, dicevano che insozzavo i miei capelli bianchi....»

L'ansia del Thiers era tanto più grande perchè, antivedendo purtroppo la sconfitta, neanche la certezza della vittoria sarebbe valsa a rassicurarlo: la guerra fortunata avrebbe anzi afforzato il partito bonapartista, nemico delle pubbliche franchige, fautore e autore di dispotismo. «Questo avvenimento che ci costerà o la libertà o la grandezza, m'ha spezzato il cuore.... Per quelli dei nostri militari che sono liberali, quale dolore, combattendo per la nostra terra, all'idea che non vinceranno se non a spese della nostra libertà!...» Ma nel terribile frangente la condotta, non solo dei soldati, bensì di tutti i cittadini, era nettamente segnata: «Il dovere non è equivoco: bisogna fare di tutto per vincere, e se fossi soldato darei francamente la vita per questa causa....».

Non dovendo e non potendo combattere, egli fece tutto quanto la patria gli chiese; e non fu poco: a cominciare dalla penosa peregrinazione attraverso le metropoli europee in cerca di aiuto. Qui consiste il maggiore interesse dei documenti venuti ora in luce, per le profezie che vi si trovano, talvolta un poco involute ed incerte, talaltra singolarmente precise, intorno alle conseguenze dell'incontrastato trionfo tedesco e della profonda umiliazione francese.

III.

Il Mignet scrive al Thiers, a Londra: «Gli augurii e i consentimenti continuano a seguirti nella tua patriottica missione. Così possa riuscire, per l'onore e l'interesse delle grandi Potenze europee, non meno che per il sollievo e l'integrità della Francia, abbandonata ad un'invasione che resta ora senza fondato motivo da parte d'una Potenza oggi soltanto conquistatrice. L'Inghilterra, la Russia e l'Austria hanno eguale interesse ad opporsi alla devastazione, alla rovina, alla menomazione territoriale della Francia. Il mantenimento dell'equilibrio europeo importa ad esse in egual grado. L'unità della Germania sotto la Prussia, divenuta certa, in fatto, grazie alla guerra, e destinata a compiersi, in diritto, dopo la pace, renderà l'orgogliosa e bellicosa Prussia preponderante sul continente. Se la si lasciasse tendere ad ingrandirsi con annessioni a spese nostre, presto o tardi, quando l'occasione favorevole si presentasse, essa sarebbe disposta a riunire al futuro e inevitabile impero germanico i Tedeschi delle province austriache e quelli delle province russe del Baltico. Tollerare che soddisfi la propria ambizione a spese della Francia, importa esporsi al pericolo che la sua ambizione si rivolti contro l'Austria e contro la Russia. _Se non le s'impedisce d'essere invadente oggi, la si renderà pericolosa per tutto il mondo in un avvenire immancabile_....».

Ma il Thiers non raccoglie altro che delusioni. Il Tissot, incaricato d'affari a Londra, gli scrive il 14 ottobre, a Firenze: «La situazione è qui press'a poco quale l'avete lasciata. Il Governo inglese continua a chiudersi nel proponimento dell'astensione e persiste nel non voler intervenire se non quando gli sarà provato che la sua mediazione avrà qualche probabilità di riuscita». E il 12 novembre, notando le simpatie dell'opinione pubblica e riferendo le promesse di Lord Grenville: «In fondo a queste simpatie che l'Inghilterra ci dimostra, c'è senza dubbio il sentimento molto egoista dei pericoli che la minacciano; ma non importa: l'essenziale è che essa comprenda oggi questi pericoli da lei tanto lungamente negati. L'arroganza teutonica vi ha contribuito più ancora, forse, che i nostri disastri. La stampa germanica già reclama Heligoland come chiave del Mare del Nord. Quanto all'Olanda, essa sarà chiamata a far parte del Zollverein, aspettando che occupi, di buona o mala voglia, il posto che già le è assegnato nella Confederazione tedesca. Tali sono le conseguenze prossime, ed altre se ne intravedono in un avvenire più o meno lontano. _Tutto ciò_ — mi diceva ieri il signor Otway, sottosegretario agli affari esteri — _finirà con una coalizione europea contro la Germania_....».

Meno fortunati ancora dovevano riuscire i tentativi compiuti dal Thiers presso il governo russo. Il marchese di Gabriac, incaricato d'affari francese a Pietroburgo, gli scrive di lì, dopo la sua partenza: «Il partito tedesco, in minoranza nel paese, ma forte quanto sapete, ha sfruttato presso l'Imperatore la notizia delle scene di disordine avvenute in Francia, segnatamente a Marsiglia ed in una parte del Mezzogiorno. Si sono distesamente riferite nei giornali le tristi scene dell'Hôtel de Ville. Dall'altra parte la capitolazione di Metz ci ha naturalmente nociuto molto come effetto morale, e, militarmente parlando, se ne è concluso che, non avendo più esercito regolare da opporre al nemico, la nostra resistenza non è più se non un atto d'inutile ostinazione....». Dopo aver notato alcuni sintomi di migliori disposizioni alla notizia dei nobili sforzi della Difesa nazionale, ed accennato allo scambio di note delle grandi Potenze, il Gabriac osserva: «Se la guerra durerà ancora a lungo, mi sembra probabile che non vi sarà altra politica tranne quella delle cupidige individuali, con appena qualche intermezzo. Del resto sarà la stessa che è moralmente prevalsa dopo lo schiacciamento della Danimarca e di cui noi portiamo oggi la pena, senza speranza di risollevarci interamente, _finchè le due grandi nuove agglomerazioni uscite da questo disordine, il germanesimo e lo slavismo, si urtino in una lotta suprema_ da cui spero che saremo tanto abili per fare nuovamente uscire il regno della giustizia e del buon senso....».

E la Russia disse pure una buona parola; il Cancelliere dello Zar consentì che il Gabriac partecipasse a Giulio Favre, ministro degli affari esteri della Repubblica, che «il desiderio della Russia di vedere risparmiate alla Francia le cessioni territoriali non era ignoto a Berlino». Ma poi, con la totale distruzione delle forze militari francesi, il ministro moscovita tenne tutt'altro linguaggio: ogni Potenza, fece osservare al Gabriac, ha dovuto compiere sacrifizii in seguito a guerre disgraziate....

IV.

Il Thiers e il Favre sostennero sforzi sovrumani durante le trattative della pace. «Ci trovavamo», narra il primo al duca di Broglie, ambasciatore a Londra, «nella posizione d'un esercito ridotto ad arrendersi a discrezione, cioè nell'impossibilità di resistere. Ho resistito nondimeno, e talvolta con violenza. Volevano portarci via tre quarti della Lorena (l'Alsazia era già sacrificata): ne abbiamo serbato i quattro quinti: ma abbiamo perduto Metz. Bisognava scegliere tra Metz e Belfort. Volevano togliercele entrambe. Io ho rivolto i miei sforzi su Belfort, perchè Metz non chiude nulla, mentre Belfort sbarra la frontiera dell'est, e particolarmente quella della Germania meridionale. La lotta è durata nove ore. Finalmente ho salvato Belfort....»

Ma c'era ancora la quistione finanziaria, quell'indennità di cinque miliardi, il cui annunzio, secondo riferiva il Broglie al Thiers, aveva prodotto in Londra un «vero scandalo». «Il pubblico inglese», soggiungeva l'ambasciatore, «si sente toccato nel vivo. Esso sa che sarà lui quello che, di buona o mala voglia, pagherà i cinque miliardi, o almeno il più grosso boccone dell'enorme bottino. La richiesta di capitali e di numerario che saremo costretti a rivolgere a tutti i mercati del mondo, ed all'inglese particolarmente, che è il primo, lo turba straordinariamente. Il pensiero che questo capitale, di cui i tralasciati lavori della pace aspettavano impazientemente l'impiego, è sul punto di essergli sottratto per ficcarsi nel tesoro di guerra d'un esercito ancora conquistatore, l'irrita e lo sdegna.... La _City_ è come un formicaio su cui la Prussia ha posto il piede....»

Ma forse l'immagine era più bella che fedele, o le formiche si sentirono impotenti contro il piede; perchè, ad eccezione d'un tentativo compiuto _in extremis_, «veramente molto insignificante e tardivo, per aiutarci ad ottenere la riduzione d'un miliardo» — sono parole del Broglie — e ad eccezione dell'offerta di favorire l'emissione del prestito, l'Inghilterra non seppe far nulla per moderare le pretese del vincitore. «Si può dunque dire», conclude amaramente il Thiers, «che, avendoci abbandonati, l'Europa è il vero autore del trattato che abbiamo firmato; trattato tanto crudele per lei quanto per noi, poichè i miliardi che dalla nostra cassa passeranno in quella prussiana saranno altrettante forze tolte all'Europa _e portate al dispotismo germanico che si prepara_....»

Sarebbe riuscito veramente difficile far intendere alla Prussia il linguaggio della moderazione, se le grandi Potenze avessero voluto veramente, fermamente tenerlo? La discrezione nella vittoria era stata la legge che il Bismarck si era imposta, e che aveva imposta agli stessi militari ed al Re, nel 1866. Se qualcuno l'avesse imposta a lui nel 1871, egli si sarebbe risparmiato l'ammonimento che, perduto il potere, rivolgeva ai suoi successori, e del quale Gabriele Hanotaux ha pur ora avvertito il profetico senso: «Il mio timore è che, sulla via per la quale siamo posti, il nostro avvenire resti sacrificato ai mutevoli umori del giorno.... Il nostro prestigio e la nostra sicurezza si affermeranno tanto più durevolmente, quanto più nelle contese che non ci toccano direttamente ci terremo da parte, e quanto più saremo insensibili ad ogni tentativo di solleticare e sfruttare la nostra vanità.... La Germania commetterebbe anche oggi un grosso sproposito, se nella quistione orientale, e senza avervi un interesse proprio, volesse prendere partito prima delle altre Potenze più interessate di lei.... Essa è forse la sola grande Potenza d'Europa che sia meno tentata da fini raggiungibili solo mediante guerre vittoriose. Il nostro interesse è quello di conservare la pace.... A questa situazione dobbiamo conformare la nostra politica: impedire cioè quanto più è possibile o limitare la guerra: non lasciarci forzar la mano nel giuoco di carte europee, non lasciarci vincere dall'impazienza, da nessuna compiacenza a spese del paese, da nessuna nostra vanità come da nessun incitamento d'amici. Altrimenti, _plectuntur Achivi_....».

_26 agosto 1916._

Un profeta del pangermanesimo: EDGARDO QUINET.

Mathieu de Mirampal, al tempo della Rivoluzione francese, propose di far viaggiare gli adolescenti in Germania, «per ritardare, grazie ai rigori del clima, l'età della pubertà». La stravaganza del consiglio, e quella dei molti contemporanei giudizii intorno all'indole delle popolazioni teutoniche, può dare un'idea della ignoranza degli scrittori che li proferirono. Un giorno ci si mise una scrittrice, colei che fu chiamata Imperatrice del Pensiero per far dispetto a Napoleone Bonaparte, Imperatore di Francia — e l'_Allemagne_ della signora di Staël riuscì un'apologia, anzi un'apoteosi. Il bello fu questo: che gli stessi Tedeschi non vi si riconobbero, e dissero che l'autrice «nulla ha visto, nulla ha udito, nulla ha capito....».

Corinna meritò quest'accoglienza, perchè non fu sincera: ella esaltò la Germania per combattere Napoleone che l'aveva sottoposta. E mentre il suo libro era male accolto tra le genti che portava al cielo, lo applaudirono invece con gran calore quegli stessi Francesi che festeggiarono le truppe della Coalizione accampate a Parigi nel 1814. Perchè Bonaparte era stato dispotico, quei cittadini dimenticarono che nel despota, intanto, era impersonata la patria, e in odio a lui gioirono della disfatta, e accettarono come articoli di fede le lodi tributate dalla Staël ai loro secolari nemici.

È vecchia sentenza che la passione acceca. E la passione politica continuò ad offuscare la vista dei Francesi durante la Restaurazione ed al tempo della monarchia di Luglio; per il disagio sofferto sotto quei regimi, gli spiriti insofferenti si volsero a cercare oggetti di ammirazione oltre confine. Il romanticismo letterario contribuì anch'esso a mettere in voga i costumi alemanni; gli stessi progressi compiuti dalla scienza tedesca accrebbero quel fervore, a segno che il Michelet scriveva nel 1828: «la _mia_ Germania, il _mio_ Lutero, il _mio_ Grimm» — e non chiamava _suo_ Giambattista Vico, a cui doveva pur tanto, e di cui aveva tradotto l'opera. Un altro giovane scrittore amico del Michelet e destinato anch'egli alla celebrità — Edgardo Quinet — si recava tre volte in Germania con l'ardore d'un pellegrino, sposava una Tedesca, chiamava «_nostra_» Eidelberga, e leggendo e traducendo e presentando ai suoi connazionali la _Filosofia della storia del genere umano_, dichiarava d'aver trovato nel libro tedesco «una fonte inesauribile di consolazione e di gioia: mai, no, mai mi è accaduto di chiuderlo senza avere un'idea più nobile della missione dell'uomo su questa terra; mai, senza credere più profondamente al regno della giustizia e della ragione; mai, senza sentirmi più devoto alla libertà, alla mia patria, e più capace di buone azioni».

I.

Quel filosofo esordiente sarebbe rimasto molto stupito se gli avessero detto che il suo entusiasmo per la Germania avrebbe, di lì a poco, dato luogo ad un sentimento molto diverso. La prima impressione di doccia fredda fu da lui provata quando, innamoratosi di Minna Morè e scambiata con lei la promessa nuziale, conobbe da vicino i fratelli della sposa, Tedeschi fanatici, inconciliabili nemici della Francia, i quali indussero la giovanetta a ritirare la parola data. Molto penosa fu la crisi del disinganno, ma potè essere superata, e qualche anno dopo Minna sposò Edgardo, e lo rese felice; ma il velo attraverso il quale egli aveva visto la patria di Arminio gli era intanto caduto dagli occhi: egli si guardò intorno, prestò attentamente l'orecchio, e vide e udì ciò che a tutti gli osservatori sfuggiva allora, e doveva ancora sfuggire per lungo ordine d'anni: «_segni_ in fondo alle cose, come un mormorio che partiva non si sa donde, indistinto e indefinibile; conversazioni rare, parole interrotte, improvvisi entusiasmi che scoppiavano e svanivano come lampi: _la grandezza della Germania_....».

Paolo Gautier, raccogliendo oggi tutti gli articoli nei quali, dal 1831 al 1870, il Quinet avvertì la Francia di ciò che si preparava nell'animo della nazione rivale, ci dà modo di apprezzare la singolare chiaroveggenza dello scrittore. Mentre il popolo tedesco pareva ancora, come era parso a lui stesso nella prima fase dell'ammirazione, e come forse era stato in altri periodi della sua storia, contemplativo, meditabondo, rifuggente dalla realtà, incapace di passare dalle idee agli atti — «annegato nell'infinito», aveva detto la Staël — il Quinet colse i sintomi del mutamento, dell'orientazione dello spirito pubblico verso l'attività pratica e politica, dell'aspirazione all'unità nazionale, dell'ambizione di farsi largo nel mondo: sentimenti e movimenti già così profondi, «che non resta più a quel popolo se non afferrare la corona universale».

Queste parole sono del 1842. Undici anni innanzi, scrivendo al Michelet, Edgardo Quinet annunziava all'amico che le cose erano molto mutate in Germania dacchè entrambi avevano lasciato quel paese, «e l'unità tedesca si prepara in modo così minaccioso, che non ho resistito al bisogno di descriverne i progressi inevitabili». Nella sua descrizione — un articolo intitolato: _La Germania e la Rivoluzione_ — il Quinet nota che l'antica imparzialità e serenità, che l'apatia politica e la tendenza al cosmopolitismo hanno dato luogo in Germania ad una «nazionalità irritabile e collerica»; che la libertà non è tra i più urgenti bisogni di quel popolo; che il partito democratico, ed anche il demagogico, hanno fatto pace col Governo della Prussia dopo che questo ha dato al paese ciò di cui esso è ora cupido: «l'azione, la vita reale, l'iniziativa sociale», appagando «il repentino infatuamento per la potenza e per la forza materiale». Tra i governati e i governanti «c'è una secreta intesa per rimandare l'avvento della libertà e mettere in comune l'ambizione di conseguire la fortuna di Federico II». Il dispotismo prussiano è più minaccioso dell'austriaco, perchè non risiede soltanto nel Governo, «ma nel paese, nel popolo, nei costumi e nel portamento da _parvenu_ dello spirito nazionale». Benchè preparati ad apprezzare l'efficacia delle idee, i Francesi si sono addormentati per quanto concerne «il moto dell'intelligenza e del genio tedesco»: lo ammirano ingenuamente, credendolo immune dall'ambizione «di passare dalle coscienze nelle volontà, dalle volontà agli atti, e di aspirare alla potenza sociale ed alla forza politica». Ma ecco: quelle idee che dovevano restare incorporee «fanno come tutte le altre idee apparse nel mondo, e si sollevano contro di noi con tutto il destino d'una razza, e questa razza si pone sotto la dittatura di un popolo — il prussiano — non già più illuminato, ma più avido, più ardente, più esigente, meglio addestrato agli affari. Essa gli affida le sue ambizioni, i suoi rancori, le sue rapine, le sue astuzie, la sua diplomazia, la sua gloria, la sua forza.... La Germania è dunque intenta oggi a sostituire, come suo agente, la Prussia all'impero d'Austria? Sì: e se sarà lasciata fare, la spingerà lentamente, da tergo, all'assassinio del vecchio regno di Francia».

Scritte nel 1831, queste parole tolsero il riso al Michelet, come confessò egli stesso, «per dieci anni». Al loro paragone, le pagine sull'_Arte in Germania_, composte l'anno appresso, fanno meno impressione, ma sono anch'esse degne di nota, perchè l'ansia dello scrittore cerca e trova più sottili ma non meno fondate ragioni d'inquietudine nella stessa attività fantastica del popolo nemico. Finora, in Germania, l'arte è stata senza patria; il più grande scrittore tedesco, Volfango Goethe, si è mantenuto superiore a questa come a tutte le altre passioni umane; ma già i buoni cittadini sono sconcertati dalla sua olimpica impassibilità; già i nuovi artisti, nella musica, nella pittura, in poesia, si accostano al popolo, attingono alle tradizioni, celebrano i fasti della razza. Se Uhland è «il Béranger tedesco», Goerres «ha ricevuto la missione di gettare una volta per sempre nell'arena la massa inerte della Germania e di scatenare il mostro»: quel Goerres che, per punire l'infedeltà commessa dall'Alsazia nel farsi francese, proponeva di bruciare la cattedrale di Strasburgo eretta nel secolo XV dal genio tedesco, e di lasciare intatta la sola guglia «per l'eterna vendetta dei popoli germanici».

II.

Più il Quinet conosce la Germania nuova, più ne diffida. Nel quinto articolo, composto nel 1836, egli denunzia il dissolvimento dell'antico spiritualismo tedesco, ammonisce la Francia di non rappresentarsi la rivale «come un Eden popolato da poeti, e l'intera nazione come la Bella addormentata nel bosco: immagine vera cinquant'anni addietro, ora non più». La _Giovine Germania_ ha «scoperto» che l'uomo è di carne e d'ossa, e si è quindi messa a sciogliere inni al corpo. Ubbriacati dalle lodi che il mondo aveva loro tributate, i Tedeschi hanno preso coscienza di sè, e la febbre dell'orgoglio li ha assaliti. Ma, dopo la prima ebbrezza, si sono guardati attorno: hanno visto che il loro paese è chiuso, in terra, tra la Francia e la Russia, e che l'Inghilterra lo blocca dal mare. «Hanno cercato allora quale grande pensiero portassero in sè per rinnovare il mondo, e hanno trovato la _teutomania_....» La parola è pronunziata dal Quinet nel 1842, e gli serve per intitolare il nuovo articolo, nel quale l'autolatria, già entrata nel cuore della Germania prima ancora di aver conseguito l'unità politica ed ottenuto il predominio militare, è denunziata con parole gravi. Ma più gravi di tutte, veramente terribili, sono quelle che il polemista scrive dall'esilio, nel 1867, dopo Sadowa.