Part 7
Ai predicatori della pace ad ogni costo egli ne dimostra i danni e propone un formidabile dilemma: «Bisogna scegliere tra l'avere la Pace perchè si è pronti a fare la Guerra, o avere la Guerra perchè non si è pronti a farla»; e soggiunge un'altra verità espressa in forma non meno concettosa: «Giunto il primo giorno della Guerra bisogna pensare alla Pace, e il primo giorno della Pace bisogna pensare alla Guerra». Ma non perchè è persuaso della fatalità della lotta, non perchè nutre tanta passione per il suo mestiere da scrivere: «Il mio stupore è che si possa sopravvivere ad una battaglia, qualunque ne sia l'esito: come non morire di dolore se è stata perduta, e di gioia se è stata vinta?; non perchè dice: «Una battaglia è un'ode di Pindaro: bisogna mettervi un entusiasmo che confini col delirio»; e non per essere nato soldato «come altri nasce pittore, poeta o musicista»; non perciò Carlo di Ligne si può ascrivere tra quei militaristi di professione i cui viziosi abiti mentali dànno buon giuoco ai mestieranti del pacifismo. Altra è la personalità di quest'uomo di cuore, di questo avversario della pena di morte, di questo sentimentale a cui fu possibile amare tre donne ad un tempo «con la miglior fede del mondo, poichè non le ingannavo punto: ingannavo, forse, me stesso...». Se la passione lo acceca in amore fino ad un certo segno soltanto, gli lascia tutta la sua chiaroveggenza come soldato; e dopo avere dimostrato i danni delle lunghe paci, l'infiacchirsi dei corpi e delle anime, il prevalere degli appetiti materiali e degli istinti egoistici; dopo avere esaltato la necessità della guerra, la bellezza dell'eroismo, la fecondità del sacrifizio, «io non dirò,» conclude: « — Fate per ciò la guerra; ma se la ragione, la giustizia, l'onore, l'utilità o la vendetta fanno gridare _all'armi!_ sia allora consentito ai giovani ufficiali di gioire, ai vecchi di riprendere il cammino della vittoria, alle fanciulle ed alle spose di ornare di coccarde i loro innamorati ed i loro consorti, e si vieti alle vecchie ed ai filosofi di trovarci da ridire...». La guerra, senza dubbio, porta con sè durezze e crudeltà inevitabili; «ma bisogna essere uomini: essa non è mestiere da filosofi!».
III.
E tanta è la lucidità di questo assertore della guerra, che egli non se ne dissimula il grande nemico: il prepotente istinto della vita, il sentimento della paura. «Fra tutti gli animali il più pauroso è l'uomo. È chiaro che la paura ci rende le più maldestre creature. Consiste essa in una specie di ragionamento che c'impedisce di fare ciò che i più pigri e tardi animali fanno tutti i giorni. Con un poco di coraggio, noi salteremmo tanto bene quanto le scimmie, e cadremmo forse da un terzo piano come i gatti, senza farci male. Si è visto mai la lepre, che non gode fama d'essere la bestia più animosa, temere il tuono, o la cerva spaventarsi degli spettri?... Quante brave persone non tremano al pensiero di trovarsi sole in un bosco durante la notte e la tempesta? A quante il vento non impedisce di dormire?... E come mai l'uomo non avrebbe paura del fuoco? Ne ha tanta dell'acqua! È il solo fra tutti gli animali che non sappia nuotare. Non c'è cinghiale che non ne sia capace, venendo al mondo. Non appena noi vi entriamo, già si lavora a sgomentarci. Balie, governanti, precettori, frati, parenti: tutti ci minacciano, tutti ci intimidiscono....»
Contro i deplorevoli effetti di questa congiura egli sostiene l'utilità degli esercizii fisici ardimentosi, la necessità di una scuola del pericolo, l'immensa efficacia dei fattori morali. Per quest'uomo pugnace la guerra è fiducia nella forza, volontà di vincere, tensione della volontà, impetuosità di assalto. «Bisogna ostentare l'offensiva, anche quando si è costretti, per una moltitudine di circostanze che del resto non dovrebbero mai avverarsi, a mantenersi sulla difensiva.» E non gli parlate dei temporeggiatori: Cesare, Alessandro, Annibale, Pirro, Scipione sono i santi del suo calendario: Fabio non vi ha posto: «la stessa temerità è talvolta prudenza». La precauzione deve nascondersi, restare tutta interiore; solo l'audacia ha da manifestarsi. Nulla vi dev'essere d'impossibile; bisogna fare cose straordinarie sapendo che si possono fare: «Siate certi che un capitano di dragoni lanciato a briglia sciolta può vincere una battaglia». Per compiere «passabilmente» il proprio dovere, bisogna compierlo «tre volte»; e ancora: «Per fare il proprio dovere bisogna fare più del proprio dovere. La gloria è qualche cosa di tanto raro, che bisogna procacciarsene quanto più si può...».
La guerra d'oggi è diversa da quella d'un tempo, ma non tanto che le parole di questo maestro non siano da meditare. C'è, sì, qualche foglia secca in questa sua fiorita; c'è qualche paradosso e qualche sofisma; ma scegliendo di pagina in pagina si potrebbe comporne un _vade-mecum_, una Bibbia del soldato; ed egli ha veramente ragione di dire ai critici che i suoi libri tengono luogo di un'intera biblioteca, contenendo tutto il succo della scienza delle armi come la fiala contiene un elisir.
_16 luglio 1916._
II.
LAZZARO CARNOT.
Non c'è lettore di giornali francesi, dacchè la guerra divampa, che non si sia imbattuto più volte nel nome del gran cittadino da cui la prima Repubblica riconobbe la salvezza ed a cui la gratitudine nazionale conferì il titolo di _Organizzatore della Vittoria_. Bene a ragione la Francia, in questi giorni di prove, rievoca la vita, interroga lo spirito, medita gl'insegnamenti di Lazzaro Carnot; perchè, sebbene la fama concesse i suoi massimi favori a Napoleone, i posteri non hanno ancora sentenzialo se quella dell'Imperatore fu gloria vera, mentre nessun velo d'ombra offusca lo splendore dell'aureola che circonda la figura di chi ebbe, fra tanti altri meriti, anche quello di riconoscere il valore dell'Uomo fatale e di favorirne il genio — finchè non diede segni di errore.
I.
Questa «divinazione meravigliosa» — sono parole del Michelet, riferite da Carlo Mathiot nel suo recente studio _Pour vaincre_ — questa capacità di scoprire e all'occorrenza di suscitare le capacità dei collaboratori e dei dipendenti, è fra le primissime doti dei duci e contraddistinse come pochi altri il Direttore di guerra del Comitato di Salute pubblica. Il suo penetrantissimo sguardo vide nel comandante d'un battaglione di volontarii provinciali il futuro espugnatore di Charleroi, il liberatore delle frontiere settentrionali della patria, il vincitore di Fleurus e di Stockach — il maresciallo di Francia Jourdan — e in un tenentino delle guardie nazionali il futuro difensore di Dunkerque, il _Pacificatore della Vandea_, l'eroe di Wissemburgo e di Neuwied — Lazzaro Hoche. Facoltà propriamente divinatrice, esercitata talvolta anche contro la volontà degli stessi prescelti, come nel caso dei Levasseur, che il Carnot destina a soffocare la ribellione scoppiata nell'esercito del Nord dopo l'arresto del generale Custine. «La scelta mi onora,» risponde il designato, «ma la fermezza della mano non basta: occorre l'esperienza, occorre il talento militare: coteste doti essenziali mi fanno difetto.» — «Noi ti conosciamo,» risponde il Direttore, «e sappiamo apprezzarti....» — «Ma, in verità, Carnot,» obbietta il rappresentante del popolo, «anche i mezzi fisici mi mancano. Considera la mia piccola statura, e dimmi come, con tale aspetto, potrò incutere soggezione a granatieri!...» — «_Alexander Magnus corpore parvus erat._» — «Sì,» insiste ancora l'altro, «ma Alessandro aveva passato la vita negli accampamenti, e sapeva quindi come si governa lo spirito dei soldati.» — «Le circostanze formano gli uomini; la fermezza del tuo carattere e la tua devozione alla Repubblica mi garantiscono....»
In sul finire del 1793 il generale Dugommier è preposto all'assedio di Tolone caduta in mano degli Inglesi. Due piani d'attacco sono presentati al Comitato: uno dello stesso comandante delle forze repubblicane, l'altro d'un giovane capitano suo aiutante, un Côrso dal nome stravagante: un certo Napoleone Buonaparte. Lazzaro Carnot non dà la preferenza a quello del generale perchè è del generale, nè mette da parte quello del capitano perchè è del subalterno. Spiegate le carte topografiche sulla tavola delle adunanze, il Direttore della guerra dimostra ai colleghi che entrambi i disegni hanno del buono e che bisogna per conseguenza formarne uno solo, fondendoli: ciascuno dei due strateghi dirigerà quella parte delle operazioni che ha escogitata. Ma come mai un semplice capitano avrà tanta autorità di comando? Ed ecco che, seduta stante, il capitano è promosso capo di battaglione — e, dopo la vittoria, generale di brigata.
Nè solo all'inizio, ma in tutta la prima fase della prodigiosa carriera Napoleone deve i buoni successi ai consigli, agli incoraggiamenti, agli aiuti del Carnot. Quando il vincitore della campagna d'Italia chiede che, per mezzo di onorevoli trattati, sia scemato il troppo grande numero dei nemici, il diplomatico del Direttorio, il Reubell, trova ed oppone mille difficoltà, ed è invece il soldato, è lo stesso Carnot, quello che interviene, improvvisandosi diplomatico, per appagare le giuste domande del generale. Dopo che la Repubblica è rappacificata col Piemonte e con le Due Sicilie, il Bonaparte potrebbe essere in grado di volgersi con tutte le sue forze contro gl'Imperiali per assestar loro il colpo di grazia; sennonchè, e nonostante l'accorciamento della fronte, egli chiede ancora grossi rinforzi. Lazzaro Carnot non gli risponde con un rifiuto: dispone anzi le cose in modo da mandargli, prima che l'Austria s'accorga dei movimenti di truppe sul Reno e sulla Mosa, non già i quindicimila uomini richiesti, ma trentamila....
Quest'uomo suscita gli eserciti come per virtù di magia. Nel febbraio del 1793 la Francia possiede poco più di 200000 soldati: ne ha 500000 tre mesi dopo, più di 600000 alla fine dell'anno, più di un milione dopo un altro semestre. Come gli uomini, così egli moltiplica gli strumenti di guerra: in pochi mesi tutta la nazione si trasforma in fucina ed officina, accumulando armi, munizioni ed approvvigionamenti. Mentre il salnitro mancava, ora la sola Parigi ne fornisce dodici milioni di libbre. «Parigi,» dice l'operatore di cotesti miracoli, «Parigi, già sede della mollezza e della frivolità, potrà ora gloriarsi del titolo immortale di arsenale dei popoli liberi.» E il risultato del mirabile sforzo è questo: che mentre i nemici erano giunti a trenta leghe dalla metropoli, la pace è dettata loro a trenta leghe da Vienna.
Militarmente, la perizia posseduta da Lazzaro Carnot non è minore della sua straordinaria facoltà di organamento. Quella nuova strategia e quella nuova tattica che contraddistinguono il genio di Napoleone, il Carnot le ha prima di lui pensate e adoprate. «Agire in massa; cercare il punto debole del nemico con una superiorità tale che la vittoria non possa essere dubbia.... Volete vincere? Attaccate ogni giorno, mattina e sera.... Attacco continuo, e sempre con forze preponderanti, colpendo all'improvviso, ora sopra un punto, ora sopra l'altro.... La difensiva ci disonora ed uccide.... Siate attaccanti, sempre attaccanti: c'è un solo mezzo di trionfare: la vigilanza. Un uomo che veglia è più forte di centomila che dormono....»
Hondschoote e la liberazione di Dunkerque, Wattignies e la liberazione di Maubeuge sono glorie sue. A Wattignies, quando il Jourdan, dopo quattro ore di eroici e vani attacchi frontali al centro e l'indietreggiamento dell'ala sinistra, propone di battere in ritirata, il Carnot gli risponde una sola parola: «Vigliacco!». Ma il furore col quale l'offeso sferra, per vendicarsi, due nuove cariche consecutive, non ha ragione dei cannoni dei Coburgo. Nella notte, il Jourdan consiglia ancora di rinunziare all'assalto centrale e di rinforzare la pericolante sinistra. «A coteste modo si perdono le battaglie», afferma Lazzaro Carnot, e suggerisce invece di richiamare la sinistra per rinforzare la destra. «Se adottiamo l'opinione del rappresentante del popolo,» dichiara l'altro, «lo avverto che dovrà sostenerne tutta la responsabilità.» — «Preparazione ed esecuzione: assumo ogni cosa su me!» risponde il Carnot; e il domani, dati gli ordini, cinta la fascia tricolore, sfoderata la spada, monta egli stesso all'assalto del formidabile pianoro e vi arriva sanguinante ma trionfante alla testa dei soldati che intonano la _Marsigliese_: «la più bella battaglia della Rivoluzione», giudicherà più tardi il vincitore di Marengo e di Austerlitz.
Uscito dall'arma del genio, il Carnot precorre i tempi adattando alla nuova guerra i nuovi ritrovati dell'ingegno umano, e gli stessi uomini. Sua è la prima idea di speciali truppe alpine: durante la missione nei Pirenei egli propone che si crei, col nome di «legione delle montagne», un corpo di fanteria leggera addestrata a manovrare tra le balze e i dirupi. La prima linea telegrafica militare è creata da lui; a lui è sottoposto il disegno di adoperare le mongolfiere, ancora semplici oggetti di curiosità e di giuoco, agli usi militari, e con suo decreto il Coutelle è nominato capitano d'una compagnia d'«aerostieri» e inviato al campo. Per poco il rappresentante del popolo, Duquesnoy, insospettito alla vista degli inesplicabili ordigni, non prende l'aeronauta per un agente dei nemici e non lo fa fucilare; lo stesso Jourdan lo accoglie male, ed occorre che il Carnot scriva: «Il cittadino Coutelle non è un ciarlatano, è un tecnico dei più stimabili, e l'operazione che compirà rappresenta il frutto delle speculazioni di scienziati insigni. Preghiamo il generale di accordargli protezione ed assistenza....». Così, per merito suo, le vie dell'aria sono battute la prima volta da soldati esploratori: il giorno della battaglia di Fleurus l'aerostato librato per nove ore sul campo rende ottimi servigi e gli Austriaci si fanno il segno della croce, giudicandolo opera del diavolo. Allora il Carnot crea tutta una scuola d'aerostatica militare a Meudon, dove si iniziano anche gli studii della nuova telegrafia aerea.
Una quindicina d'anni dopo, i fratelli Coessin espongono all'Accademia delle scienze un loro battello chiamato «nautilo sottomarino» capace appunto, dicono, di navigare sott'acqua: Lazzaro Carnot, relatore della commissione nominata per esaminare quell'apparecchio, lo descrive, riferisce i risultati delle esperienze e conclude — cento anni or sono! — non esservi più dubbio che si possa creare un sistema di navigazione subacquea «molto rapida e poco costosa....».
II.
Singolari quanto si voglia, questi meriti non raccomanderebbero tuttavia il nome del Carnot all'ammirazione dei posteri, se non fosse la bellezza e la bontà delle idee da lui significate. Quest'uomo di guerra che riconobbe nella guerra una condizione eccezionale e violenta, durante la quale le ordinarie norme della convivenza civile sono abolite, volle pure, col suo maestro Vauban, che i soldati procedessero per le vie «meno sanguinose» e che nell'umanità consistesse la loro prima virtù. Con una sentenza dal suono paradossale, ma animata, come tutti i paradossi, da un senso di verità, disse che «la guerra è per eccellenza l'arte di conservare»; infatti: «l'arte di distruggere ne è l'abuso». E le fortezze furono da lui definite «monumenti di pace», perchè la loro moltiplicazione consente di scemare il numero dei combattenti e di restituire molti soldati alle arti pacifiche. Nessun popolo, del resto, dovrebbe lottare a scopo di conquista; tutti debbono impugnare le armi per difendere la nazione minacciata o la civiltà offesa: «Ogni guerra giusta, degna del nome, è essenzialmente difensiva». Ed ogni soldato _degno del nome_ dovrebbe incidere nella memoria e nel cuore le parole di questo maestro: «Risparmiate ovunque gli oggetti del culto; fate rispettare i tugurii, gl'infelici, le donne, i bambini, i vecchi: presentatevi come benefattori dei popoli.... Bisogna far temere il nome francese» — e così dicasi di ogni altro — «ma non farlo odiare....».
Quanti invocano il regno della giustizia nei rapporti dei popoli non fanno se non esprimere con altre parole — nè molto diverse — i principii enunziati dal Carnot. «Le nazioni sono, le une rispetto alle altre, nell'ordine politico, ciò che gl'individui sono nell'ordine sociale: esse hanno, come questi ultimi, i loro diritti reciproci, consistenti nell'indipendenza, nella sicurezza all'estero, nell'unità interna, nell'onore nazionale: beni d'ordine superiore dei quali nessun popolo potrebbe esser privato se non per violenza, e che ciascun popolo può riacquistare quando l'occasione se ne offre. Ora la legge naturale vuole che si rispettino cotesti diritti, che ci si aiuti vicendevolmente a difenderli, finchè i soccorsi ed i riguardi non pongano a rischio i diritti proprii.... Poichè la sovranità appartiene a tutti i popoli, non può darsi comunità ed unione fra loro se non in virtù di una formale e libera transazione: nessuno d'essi ha il diritto d'assoggettar l'altro a leggi comuni senza il suo espresso consentimento.... Noi abbiamo per principio che ogni popolo, qualunque sia la esiguità del territorio da lui abitato, è assolutamente padrone in casa propria, che è eguale in diritto al più grande, e che nessun altro può legittimamente insidiarne l'indipendenza, tranne che la sua propria non corra visibilmente pericolo.»
Testimonio ed attore principalissimo d'una delle maggiori crisi che travagliarono il suo paese e il mondo tutto, egli sperò d'afferrare nella Rivoluzione «il fantasma della felicità nazionale», credendo possibile d'ottenere «una Repubblica senza anarchia, una libertà illimitata senza disordine, un sistema perfetto d'eguaglianza senza fazioni»: l'esperienza lo disingannò «crudelmente» e gli fece riconoscere che la saggezza è egualmente lontana da tutti gli estremi. Il massimo della prosperità nazionale consiste fra la libertà assoluta ed il potere assoluto.... Il miglior governo è quello dove tutto si fa per abito, per educazione, e non già in forza di precetti sempre variabili: è quello, in una parola, dove i governanti hanno meno da fare....» E molto probabilmente nel corso di quella terribile delusione egli concepì la grande verità, umana e non soltanto politica, che incluse in un'altra delle sue concettose sentenze: «Lo stesso sforzo compiuto per afferrare la felicità è uno stato violento che spesso la distrugge....».
III.
Non è dunque vero che la guerra, quantunque necessariamente atroce, sia scuola mortificativa di quanto è più alto e nobile nello spirito umano, se quest'uomo di guerra potè sollevarsi alle ultime vette della filosofia, quelle dalle quali si dominano il tempo, gli uomini e l'universo; se potè dire che il savio, «come cittadino, ferma gli occhi sulla Patria, fa voti per lei, applaudisce alle sue fortune, partecipa ai suoi trionfi»; ma, «come filosofo, ha già oltrepassato le barriere che separano gl'imperi, non ha più nemici, è cittadino di tutti i paesi e contemporaneo di tutte le età....». Il saggio che scriveva queste parole era anche un poeta di cui restano alcuni delicati componimenti: il _Ritorno al casolare_, fra i più espressivi, e il _Soliloquio d'un vecchio_.
Ma la saggezza filosofica e il sentimento elegiaco non impedirono che il Carnot seguisse in ogni atto della sua vita i consigli del più esclusivo e geloso amore di patria. Nel 1789, capitano del genio, legge dinanzi all'Accademia di Digione il suo _Elogio del Vauban_: il principe Errico di Prussia, che è fra gli astanti, gliene fa i più caldi rallegramenti, seguìti dall'offerta di un alto grado nell'esercito prussiano: egli ricusa. Venticinque anni dopo, nel 1811, comandante di Anversa assediata, riceve da un altro Prussiano, il conte di Bülow, l'insidiosa proposta di abbandonare la causa di Napoleone, con la promessa di un'adeguata ricompensa, egli risponde: «Troppo mi sta a cuore di serbare la stima che mi dimostrate, perchè non difenda con tutti i mezzi in mio potere il posto onorevole confidatomi dall'Imperatore dei Francesi....». Pochi giorni dopo Napoleone ha abdicato, e un altro Francese più accomodante, divenuto, grazie alla malleabilità della sua tempra, principe ereditario di Svezia — il Bernadotte — ritenta di indurre il Carnot a rendere Anversa; egli risponde infliggendo una lezione al transfuga: «Comando questa piazza in nome del governo Francese: esso solo ha il diritto di fissare il termine del mio ufficio. Allorquando il nuovo regime sarà definitivamente e incontestabilmente stabilito sulle nuove basi, sarà mia premura eseguirne gli ordini: determinazione che non può mancare d'essere approvata da un principe nato Francese, a cui sono ben note le leggi imposte dall'onore....».
Tanto zelo non è alimentato, sia pure indirettamente, sia pure in minima parte, dalla speranza dei premii. Non ne ha mai ottenuti quanti ne ha meritati; tanto meno ne ha chiesti. Tornato a Parigi il domani di Wattignies, che è vittoria sua, egli scrive al comando dell'esercito del Nord per rallegrarsi con esso del glorioso successo, come se non vi avesse contribuito per nulla. All'inizio del Consolalo è ancora ministro della guerra ma ha già detto al Côrso ambizioso: «Credo che soltanto il Bonaparte tornato semplice cittadino possa lasciar vedere il generale in tutta la sua grandezza». Più tardi soggiunge: «Voi avete da scegliere nella storia il posto d'un Cromwell o d'un Washington. Se sceglierete male, precipiterete dall'alto, e un giorno forse si contesterà la vostra stessa gloria militare....». L'ammonitore, il repubblicano, il Convenzionale che ha votato la morte del Re, è il solo a votare contro lo stabilimento dell'Impero; ma quando la maggioranza dei Francesi accetta la nuova forma di governo, egli desiste dall'opposizione, perchè nelle crisi dello Stato vi può essere per ogni cittadino un momento d'incertezza sul partito da prendere; si può esitare, o scegliere fra le diverse opinioni, senza commettere un delitto; ma tosto i più si pronunziano, e allora, se la minoranza si ostina nell'opposizione, non è altro che una fazione: principio di giustizia eterna formante l'essenza d'ogni società politica, senza del quale non c'è più altro che anarchia e guerra intestina nell'intero universo».
In forza di questo principio il cittadino esemplare che lo enunziò fece qualche cosa di più che desistere dall'opposizione all'Impero. Dopo avere inflessibilmente respinto, negli anni della prosperità, le seduzioni di Napoleone, che gli offriva «tutto quanto vorrete, quando vorrete, come vorrete», il giorno che l'Imperatore è ridotto a lottare disperatamente per salvare la Francia invasa, il gran patriotta accorre ad offrirgli i suoi servigi. E si contenta del comando di Anversa; e quando è il momento di compilare il decreto di nomina, scoprono che quel creatore di quasi tutti i generali francesi, quell'antico Direttore della guerra e quasi dittatore della nazione, ha soltanto, sull'annuario, il grado di maggiore del genio, conseguito per anzianità all'uscire dal Comitato di Salute pubblica.... Il solo oppositore all'Impero è anche, ora che l'Impero rappresenta la Patria e la stessa Libertà contro il pericolo della restaurazione borbonica imposta dagli stranieri, il solo che sconsigli a Napoleone di abdicare; ed anche dopo l'ultimo disastro, anche dopo Waterloo, è il solo che gli suggerisca di resistere, di rivolgere un proclama al popolo, di chiamare alle armi tutti i cittadini, di mobilitare la guardia nazionale, di difendere Parigi, di ritirarsi dietro la linea della Loira. Fouché esclama: «Siete pazzo!». Lazzaro Carnot gli risponde gettandogli in faccia il giudizio della storia: «E voi siete traditore!...».
_10 aprile 1917._
Gli enimmi di Waterloo.