Al rombo del cannone

Part 5

Chapter 53,157 wordsPublic domain

Afferma il Clemenceau che se Lord Byron non amò i Francesi, «non si può dire che avesse maggior simpatia per gli Italiani». Nella prefazione di un volume dove si riferisce la voce secondo la quale il poeta avrebbe, come i Dogi veneziani, celebrato le sue nozze con l'onda adriatica, l'affermazione riesce alquanto stupefacente. Dobbiamo proprio citare tutte le pagine nelle quali lo scrittore inglese ci significa il suo favore? Tralasciamo i giudizii sulle città italiane, su Milano «impressionante», su Venezia che è stata, dopo l'Oriente, «la più verde isola della mia immaginazione» e dove vorrebbe morire, su Roma la Meravigliosa», che vince «la Grecia, Costantinopoli, tutto, tutto quanto, almeno, ho visto finora». Si può, infatti, ammirare un paese senza stimarne gli abitanti — distinzione che il Byron farà in un altro viaggio. Lasciamo anche da parte le lodi tributate all'Alfieri, al Pindemonte, al Foscolo, ad altri grandi Italiani del suo tempo, per i quali potrebbe aver fatto altrettante eccezioni. Ma al Moore, che lo invita in Francia, dichiara: «Mi piacerebbe molto prendere la mia parte del vostro _champagne_ e del vostro _laffitte_, ma sono troppo italiano per Parigi», e soggiunge di lì a poco: «Tutti i miei piaceri e tutti i miei tormenti sono italiani.... Ho vissuto nell'intimità degl'Italiani, sono stato testimonio delle loro speranze, dei loro timori, delle loro passioni; le ho condivise: _pars magna fui_....» Si potrebbe aggiungere dell'altro: basteranno per tutte le quattro righe della lettera del 28 settembre 1820 al Murray: «Gl'imbecilli che scrivono sull'Italia mi costringono a dar loro una clamorosa smentita. Parlano degli assassinii; ma che cosa è l'assassinio, se non l'origine del duello ed una _giustizia selvaggia_, come Bacone lo definisce? È la fonte del punto d'onore moderno, là dove le leggi non possono o _non vogliono_ colpire....». Ecco dunque: nella sua simpatia per la nostra gente il poeta arrivava a giustificare ciò che altri, non senza qualche ragione, le rimproverava: la frequenza dei delitti di sangue e la facilità a farsi giustizia da sè!... Agli occhi degli uomini nordici, nati e cresciuti nella concezione e nella disciplina protestante, il cattolicismo dei nostri paesi suole anche riuscire antipatico: e il Byron dichiara invece al suo amico Hoppner, da Ravenna, di voler educare nella religione cattolica la figliuoletta per la quale ha trovato nella nostra lingua il nome di Allegra.

Vero è che talvolta egli si lasciò sfuggire qualche nota di biasimo sulla «rilassatezza» regnante nei costumi italiani a quei tempi; ma, prima di tutto, l'autore del _Don Giovanni_ perdette il diritto di condannarla, dal momento che se ne giovò — e riconobbe del resto egli stesso d'averne perduto il diritto —; in secondo luogo, anche avvertendo la differenza tra la «morale meridionale» e l'anglo-sassone, egli trovò che se gl'Italiani erano più «appassionati» — e voleva dire, e disse in un'altra occasione, più «incontinenti» — degl'Inglesi, attribuì a costoro meno delicatezza e meno «pudore». Ma questo fu ancora più bello e più degno, da parte sua, e questo merita d'essere oggi ripetuto: che dell'Italia egli compianse le sciagure e proclamò i diritti e fece sue le ragioni.

II.

Nato nella più alta aristocrazia, orgoglioso del suo nome e del suo titolo, Lord Byron si venne sottraendo a tutte le concezioni tradizionali nella sua casta e nel suo paese. «Ho semplificato la mia politica», scrive nel 1813: «essa consiste nel detestare a morte tutti i governi esistenti». Ammiratore, in un primo tempo, di Napoleone e di Murat, definisce «trattato di pace e di tirannia» quello che chiude nel 1814, col trionfo della Coalizione, le guerre della Rivoluzione e dell'Impero. «Il popolo lombardo-veneto», scrive nel 1818 al Moore, «è forse il più oppresso d'Europa». Nella primavera del 1820, al nuovo fremito di libertà che corre per la Penisola, narra al Murray, dalla commossa Ravenna: «Gli affari spagnuoli e francesi hanno messo gl'Italiani in fermento: troppo a lungo essi sono stati calpestati. Riescirà uno spettacolo triste ai vostri squisiti viaggiatori» — è superfluo avvertire l'ironica intonazione di queste parole — «ma non per chi risiede nel paese e ne desidera naturalmente il risorgimento. Io resterò, se i cittadini me lo consentiranno, per vedere ciò che avverrà, e forse per fare un giro con loro in caso di bisogno, come Dugald Dalgetty» — il soldato di ventura di Walter Scott — «perchè lo spettacolo degli Italiani ricaccianti nelle loro tane i barbari d'ogni paese sarà il momento più interessante della mia vita. Ho vissuto abbastanza fra loro da sentirmi affezionato a questa nazione più che ad ogni altra, ma» — la riserva fu sciaguratamente vera allora e per qualche tempo ancora — «ma difettano d'unione e di direzione, e dubito che riescano. Tuttavia è probabile che facciano la prova, e se la faranno sarà per una buona causa. Nessun Italiano può odiare un Austriaco quanto l'odio io stesso: la razza austriaca mi pare la più detestabile che si trovi sotto la cappa del cielo, dopo la inglese....»

Non accade qui fermarsi sulle ragioni che fecero il Byron nemico dei suoi proprii connazionali, nè distinguere per quanta parte il suo odio contro l'Inghilterra fosse sincero e giustificato, e per quant'altra ostentato e mentito: preme ora vedere con quali veementi parole e con quanto animosi proponimenti egli parla della nostra causa durante la crisi del 1820-21. «Ci batteremo un poco», scrive al Murray da Ravenna il 31 agosto del 1820, «nel mese entrante, se gli Unni non traverseranno il Po, ed anche se lo traverseranno. Non posso dire di più per il momento.... Una volta che si sarà cominciato, ci si batterà da selvaggi, siatene certo. Il coraggio proviene nel Francese dalla vanità, nel Tedesco dalla flemma, nel Turco dal fanatismo e dall'oppio, nello Spagnuolo dall'alterigia, nell'Inglese dalla freddezza, nell'Austriaco dalla testardaggine, nel Russo dall'insensibilità, ma nell'Italiano dalla collera: vedrete quindi che non risparmieranno nulla....» Il 21 febbraio 1821, alla notizia dell'avanzata austriaca, scrive al Murray: «I barbari marciano su Napoli, e se perderanno una sola battaglia tutta l'Italia insorgerà. Alla prima loro disfatta si ripeterà ciò che avvenne in Ispagna. Aperte, le lettere? Certo, che sono aperte: ed è questa appunto la ragione per la quale io spiattello sempre la mia opinione su coteste canaglie di Tedeschi ed Austriaci: non c'è Italiano che li odii al pari di me, e tutto quanto potrò fare per liberare l'Italia e la terra intera dalla loro infame oppressione, sarà fatto con amore (in italiano nel testo)». Il 3 aprile, disanimato dalle cattive notizie, dichiara al console Hoppner: «Non parlo di politica, perchè quest'argomento mi sembra disperato finchè si consentirà a coteste canaglie di tiranneggiare i popoli e di privarli dell'indipendenza». Il 26 dello stesso mese confessa allo Shelley che «quest'ultima disfatta degli Italiani mi ha totalmente deluso per molte ragioni generali e private».

Le ragioni generali consistettero nel suo fervore per la libertà, nella sete di giustizia, nella passione per tutte le nobili cause; le ragioni private furono il legame contratto con la Guiccioli, l'amicizia che lo stringeva ai parenti di lei e ad altre famiglie italiane; ma la delusione e la sfiducia che lo invadono hanno una causa più profonda: dipendono dallo stesso suo temperamento che dà subite ed alte vampe di entusiasmo troppo rapidamente ridotto in cenere, che lo rende incapace di proporzionare gli atti agli scopi ed i giudizii ai fatti, e che gli dètta sentenze scettiche e sarcasmi di discutibile gusto. Ecco: i moti italiani sono falliti a Napoli, a Palermo, in Piemonte, e la reazione trionfa: un altro che non fosse come lui tanto pronto alle speranze e alle disperazioni, troverebbe nello stesso abbattimento nuova forza e nuova fede: egli scrive lì per lì al Moore: «È impossibile che siate stato più disingannato di me, ed anche tanto ingannato», e soggiunge una volgarità che sarebbe imperdonabile, se nella stessa lettera non avesse cominciato con l'affermare che «nè il tempo nè le circostanze muteranno mai nè il tono delle mie parole nè i miei sentimenti d'indignazione contro la tirannide trionfante»; se non avesse scritto altrove, nelle pagine del _Diario_: «Si dice che i Barbari d'Austria stanno per venire. Lupi! Cani d'inferno! Speriamo ancora di poter vedere le loro ossa accatastate!...», se non avesse dichiarato: «Bello morire per l'indipendenza italiana!» e se non avesse aggiunto i fatti alle parole, aderendo alla Carboneria, armando del suo fanti e cavalieri, animando i timidi e affrontando egli stesso la sua parte di pericoli.

III.

Scoccata di lì a poco l'ora della resurrezione ellenica, egli si dà tutto a questa nuova causa. «La Grecia è stata sempre per me ciò che dev'essere per quanti hanno sentimento e cultura: la terra promessa del valore, delle arti e della libertà: il tempo che passai in gioventù a viaggiare tra le sue rovine non ha per nulla scemato l'affezione che porto alla patria degli eroi.» Durante il primo viaggio, a dire il vero, egli aveva dato un giudizio un poco diverso. «Amo i Greci», aveva scritto al Drury nel maggio del 1810: «sono ammirevoli furfanti — rascals nel testo — con tutti i vizii dei Turchi, e senza il loro coraggio....» Nondimeno, egli corre a patrocinare ardentemente la loro causa. Il 7 luglio 1823 annunzia che porterà seco laggiù, in denaro e lettere di credito, da otto a novemila sterline; cinque mesi dopo ha già largito al governo greco duecentomila piastre, «senza contare i doni complementari alle vedove, agli orfani dei rifugiati ed ai vagabondi d'ogni sorta»; e intanto ha ordinato al suo banchiere di anticipargli le rendite del 1824, di vendere anche la casa di Rochdale per poter profondere altre somme nell'insurrezione e nella guerra, e reclama a gran voce i diritti d'autore sul _Werner_ perchè, se anche sono poca cosa, con trecento sterline potrò mantenere cento uomini armati durante tre mesi». Quando ode che i Greci non si battono, o che si battono male, che «accettano i fucili, ma gettano via le baionette, e sono molto indisciplinati», si raffredda; ma poi riprende a dare senza «rincrescimento» il suo denaro, apprendendo che ricominciano a combattere. E dà qualche cosa di più che il denaro, spende tutta l'attività del corpo e dello spirito, si accinge ad offrire la vita.

La bellezza della causa affascina l'anima sua di poeta, il risorgimento dell'ellenismo gli pare davvero capace di rigenerare l'umanità. Nè la poesia lo ha mai appagato come semplice sentimento, come pura forma: si è anzi dato a comporre versi in mancanza di meglio, giudicando che la gloria poetica non vale la pena di essere ambita. «Che cosa è un poeta? Che cosa vale? Che fa?... È un parolaio....» Andando a morire per la Grecia, egli traduce dunque ancora una volta l'intenzione in azione, aggiunge l'esempio alla predicazione; ma non sarebbe quello che è, amante dei contrasti, ricercatore delle antitesi attorno a sè e dentro di sè, a volta a volta e spesso ad un tempo apatico e appassionato, misantropo e caritatevole, idealista e cinico, ingenuo ed affettato, se anche durante questa partita suprema, in cui la posta è la sua stessa esistenza, lo scetticismo e l'ironia non gli prendessero la mano. «Vi raccomando ancora una volta di impinguare la mia cassaforte ed i miei crediti, cavando il miglior partito possibile da tutti i mezzi legali che sono in mio potere; perchè, insomma, val meglio giocare alle nazioni che scommettere alle corse....»

Conviene soggiungere che anche un motivo esteriore e concreto lo spinge allo scetticismo: la poca virtù, appunto, della quale la Grecia dà prova. I figli di lei sono in preda a dissensi che egli si propone di sedare e comporre, sapendo purtroppo che «nè l'una cosa nè l'altra è agevole....» Da Cefalonia scrive direttamente ai governanti: «Sono pervenute fino a noi voci di nuove contese: che dico? di guerra civile! Auguro con tutto il cuore che siano false od esagerate, perchè non riesco ad immaginare più grave calamità....» Sciaguratamente le voci sono vere. «Le ultime notizie ci apprendono che non vi sono soltanto dissensi in Morea, ma che la guerra civile vi regna.... Il colonnello Napier vi narrerà il recente e specialissimo intervento degli Dei in favore degli Elleni, che sembra non abbiano nè in terra nè in cielo nemico più temibile della loro discordia intestina.... Se riuscirò soltanto a riconciliare i due partiti (e muovo cielo e terra a questo scopo) sarà molto; altrimenti dovremo percorrere la Morea con i Greci dell'ovest, che sono i più coraggiosi e forti, e tentare l'effetto di consigli _fisici_ se continueranno a respingere la persuasione morale.»

Queste parole fanno anche oggi pensare. In un'altra lettera al principe Maurocordato egli scrive: «La Grecia è posta fra tre partiti: o riconquistare la sua libertà, o assoggettarsi ai sovrani d'Europa, o ridiventare provincia turca. Non c'è altra scelta fuori di queste tre soluzioni. La guerra civile non servirà ad altro che a preparare le due ultime. Se la Grecia desidera la stessa sorte della Valacchia e della Crimea, potrà ottenerla domani; quella dell'Italia, posdomani; ma se vuol essere veramente libera e indipendente, deve decidersi oggi, o non ne troverà mai più l'occasione....» Se il poeta potesse vedere ciò che accadde dopo di lui e ciò che accade ora delle due nazioni allora lottanti per la loro redenzione, non proporrebbe più il destino dell'Italia alla Grecia come esiziale e schivabile; potrebbe invece ripetere le parole rivolte con vero senso profetico al Governo ellenico il 30 novembre del 1823: «Debbo francamente confessare che se non si ristabilisse l'unione e l'ordine, i Greci perderebbero in gran parte, se non totalmente, l'aiuto che potrebbero aspettarsi di ricevere dall'estero. E ciò che peggio è, le grandi potenze europee, delle quali non una sola era nemica della Grecia, che anzi parevano favorire il suo ordinamento in nazione indipendente, resterebbero persuase che i Greci sono incapaci di governarsi da sè, e forse darebbero allora mano a metter fine alle vostre dispute in modo da distruggere le vostre più brillanti speranze e quelle dei vostri amici....»

_25 dicembre 1916._

Il Protocollo della “Giovine Italia„.

La regia Commissione preposta all'edizione nazionale degli _Scritti_ di Giuseppe Mazzini ha licenziato da qualche tempo, in appendice alle opere edite e inedite del grande Genovese, il primo volume di un _Protocollo della «Giovine Italia_», del quale, probabilmente per causa della guerra, non si parla quanto e come si dovrebbe, con poca giustizia, in verità; poichè, se la nuova storia della Patria richiama oggi tutti i nostri pensieri, non è distrarsi il meditare anche quella di ieri, dalle cui pagine escono voci di calda esortazione e di severo ammonimento degnissime d'ascolto nelle circostanze attuali.

I.

Che cosa sia questo _Protocollo_, una bellissima introduzione al sontuoso volume, copiosamente e perspicuamente annotato, spiega con molta diligenza. Dopo il fallimento della spedizione di Savoia e durante gli anni che corsero da quell'infelice tentativo al 1839, Giuseppe Mazzini patì un turbamento profondo. «A torto od a ragione», il mal esito era stato a lui addossato; «quanti conosci fra i migliori», scriveva egli stesso a Nicola Fabrizi, «m'hanno lasciato: ridono di tutto: mi dicono matto, alcuni — e degli intimi — ambizioso, e per questo ho operato, dicono, con istrepito. Alcuni coprono il mutamento colla misantropia: altri collo scetticismo o col Don Giovannismo: altri si contentano di formulare la impossibilità di fare: altri in fondo vogliono vivere e godere: tutti sono individualisti, che hanno recitato — in buona fede o no — la parte di poeti, di patriotti, di entusiasti, finchè hanno sperato di vincere. Quando avranno veduto che la nostra era una teorica di dovere, che bisognava far della vita una continua battaglia anche con la certezza di non vincere se non dopo morti, hanno voltato le spalle.... Da qualche scritto in fuori da me, per ora, non attendete cosa alcuna. Duole a me il dirlo quanto non puoi credere, perchè la mia vita va via e non vedo via neppur di morire a mio modo; ma v'illuderei se parlassi altrimenti. Son solo, sfornito di tutti i mezzi; costretto a lavorare per pane, e nella incredulità che mi circonda fo molto — non che propagarle di cercare di ridurle ad atto — s'io serbo intatte le mie credenze».

Ma nell'uomo di pensiero e d'azione, nell'uomo che faceva della vita una «credenza in azione», la forza della fede doveva presto vincere e fugare i dubbii, le diffidenze, gli sconforti, e produrre un nuovo, più alto slancio operoso. Per lo studio della psicologia del Maestro questa crisi è delle più istruttive. Come al Fabrizi, egli descrive al Melegari l'abbandono nel quale è rimasto, le delusioni sofferte, la perdita «di ogni senso di vita individuale, d'ogni potenza di gioia, d'ogni capacità di sentire o sperare un'ombra di felicità»; «ma d'altra parte,» afferma immediatamente, «lontano dal cadere nella misantropia quanto alle azioni, mi sento più fermo che mai, più deciso che mai a giovare — se mi s'affacciassero mezzi — all'Italia futura. Vivrò e morrò, lo spero almeno, per essa. Sicchè qualunque sfogo io t'accenni sugli uomini e sulle cose d'oggi, non accusarmi di debolezza, nè di mutamento. Le cose e gli uomini, comunque m'appaiano, possono oprare sulla mia vita intima e sul mio cuore, tormentandolo; non mai sulle mie azioni, nè sull'adempimento de' doveri, de' quali il cenno viene a me da più alta cosa che non è il presente: Dio e il cuore, la tradizione dell'Umanità e la mia coscienza...». E di lì a poco l'uomo che aveva negato ogni fiducia «nella generazione vivente in Italia», riprendeva «con proposito deliberato, incrollabile, quasi feroce, il lavoro della _Giovine Italia_.... Perchè la _Giovine Italia_ non esiste più? perchè un'Associazione giurata per un intento gigantesco, giurata ora e sempre, giurata con promessa esplicita di consacrare pensieri ed azioni a ottenere vittoria o martirio, si è sciolta dopo il primo tentativo fallito, come se avesse compito la propria missione? Dopo un primo tentativo fallito, quando noi sul principio c'eravamo levati più su degli altri, a un'idea religiosa? quando avevamo dichiarato voler fare più di tutte le associazioni passate? quando avevamo accusato e osato e promesso tanto da esigere sforzi e costanza da Titani per non meritare la derisione? Or che mai è mutato? lo Stato d'Italia? la santità dello scopo? la nostra credenza nella _potenza_ italiana? no: non ha mutato che la nostra credenza nella _volontà_ italiana; bene; non avrebbe questa ad essere ragione di moltiplicare gli sforzi per farla nascere?...». E la volontà sua, dell'agitatore, del suscitatore, dell'apostolo, si tende, s'afforza, ricomincia ad operare, energicamente, magnificamente, «senza calcolo di tempo nè di riescita».

Il proponimento di ricostituire l'associazione ideata nella fortezza di Savona sul cadere del 1830 e fondata l'anno appresso in Marsiglia, è ora partecipato, oltre che al Fabrizi e al Melegari, anche ad altri fidi, tra i quali Giuseppe Lamberti. Non volendo iniziare una cosa nuova, «ossia una _forma_ nuova», l'esule diffonde da Londra l'_Istruzione generale_ concepita come quella di dieci anni innanzi, tranne un accenno alla Giovine Europa sorta nel frattempo a Berna. Come la prima volta, anche ora il sodalizio sarà composto di _Congreghe_ da istituire nei varii paesi, dalle quali dipenderanno gli Ordinatori incaricati di reclutare gl'iniziati. E negli Stati Uniti e nell'America meridionale le sezioni sono facilmente formate; non così in Francia, dove, per esser convenuti la maggior parte dei proscritti e degli emigrati del 1821, del '31 e del '33, se si trovano molti fedeli discepoli del Mazzini, vi sono anche parecchi di coloro che sentono diversamente da lui, i liberali moderati sul tipo del Mamiani e di Pier Silvestro Leopardi, i fautori del progresso «omiopatico».

II.