Part 4
Con la Repubblica francese, autrice di quelle novità, i rapporti della Corte borbonica erano da poco tornati pacifici. Fin dall'inizio della Rivoluzione, Ferdinando e Maria Carolina avevano concepito contro la Francia un sentimento di odio misto a paura, che la neutralità imposta loro dall'ammiraglio Latouche-Trouville con i cannoni puntati contro la città di Napoli aveva rinfocolato, e che era poi giunto al parossismo quando Luigi XVI e Maria Antonietta, stretti parenti dei Reali siciliani, avevano perduto il trono e la vita. Partecipando allora alla coalizione contro la Francia, le Due Sicilie avevano mandato truppe all'assedio di Tolone, forze navali alla impresa di Corsica e reggimenti di cavalleria alla guerra nella pianura lombarda; sennonchè erano poi costrette dalle strepitose vittorie del generale Bonaparte a sciogliersi dalla lega e a chiedere la pace separata, che il principe di Belmonte destramente negoziava ed otteneva, a patti non troppo onerosi, il 10 ottobre del 1796.
I.
Cessata con la firma di quel trattato la missione del Belmonte, la rappresentanza diplomatica siciliana presso la Repubblica era assunta dal commendatore Alvaro Ruffo di Scaletta. Mentre tra Francia ed Austria si decidevano le sorti d'Italia, il primo ministro di Ferdinando, Guglielmo Acton, scriveva al Ruffo: «Vostra Eccellenza è nella situazione la più importante e la più critica per poter rendere agli augusti sovrani ed alla sua patria i massimi servigi, da far epoca in questi regni (Napoli e Sicilia).... Lavori intanto per acquistarsi il credito e le confidenze ed opinione di quei governanti, di Barthélémy e Carnot specialmente, e renda la quiete con la sua negoziazione a questi regni, nonchè la sicurezza, da procurar loro con la cessione di barriere effettive....»
Duplice era la garanzia che il governo siciliano mirava ad ottenere: una terrestre, l'altra marittima. Dalla parte di terra, costituiti in Repubblica Cispadana il Ducato di Modena e le Legazioni di Bologna e di Ferrara, stabilitisi i Francesi in Ancona, preparandosi la formazione della Cisalpina, avvicinandosi fatalmente il giorno della caduta del potere temporale del Papa, Napoli voleva premunirsi contro possibili e probabili minaccie, acquistare più sicure frontiere, partecipare alla divisione del patrimonio di San Pietro. Non si leggono senza interesse i curiosi particolari di questi antecedenti della quistione romana nel bellissimo libro dove Benedetto Maresca, raccoglitore espertissimo dei documenti serbati nel R. Archivio di Napoli, narrò ed illustrò la missione del Ruffo a Parigi: ma l'altra rivendicazione napolitana, le pratiche fatte per ottenere compensi anche dalla parte del mare dopo i mutamenti avvenuti e minacciati nell'Adriatico, fermano meglio l'attenzione del lettore e acquistano sapore di attualità, oggi che l'Italia attende a risolvere il problema del suo mare orientale.
Durante le discussioni della pace con l'Austria, abbandonando al vinto e prostrato nemico gli Stati veneti come compenso della Lombardia strappatagli per costituirla in repubblica e farne un satellite della Francia, Napoleone Bonaparte aveva detto di voler riservare a questa nuova potenza italiana le isole Jonie, già della Serenissima. Se gliele avesse effettivamente procurate, il Côrso avrebbe compensato, benchè in troppo piccola parte, l'iniquo vantaggio accordato all'Austria con la cessione delle più sicure costiere adriatiche; ma, ripensandoci meglio, il prepotente maneggiatore di quella pace si pentì della buona intenzione. Già cominciava egli a volgere nella mente il disegno di fare dell'Italia, parte conquistandola, parte asservendola, il centro di un impero mediterraneo; aveva allora allora recuperato la Corsica che gli Inglesi erano stati costretti a sgombrare, aspettava di prender l'Elba e d'avanzare da Livorno in Toscana, era già disceso in Ancona, «finestra dell'Oriente»: le isole Jonie avrebbero prolungato la catena di quelle stazioni fino alla soglia del Levante. Il Direttorio, col quale l'accordo non era sempre perfetto, lo assecondava in questo proponimento: il Carnot osservava: «Corfù è l'isola che più importa riservarci»; il Reubell soggiungeva: «Cerigo ci sembra anch'essa un posto non meno importante».
Uno dei negoziatori per conto dell'Austria era il marchese di Gallo, ambasciatore delle Due Sicilie a Vienna. Conoscendo le mire francesi sull'Elba e sui Presidii napolitani di Toscana — erano già stati chiesti, insieme col distretto di Trapani in Sicilia, come una delle condizioni più onerose della pace dell'anno innanzi, e il Belmonte aveva ottenuto che il Direttorio non vi insistesse — il Gallo offerse al generale Bonaparte la porzione napolitana dell'Elba ed i Presidii, in cambio della duplice garanzia necessaria alle Due Sicilie: un più saldo confine terrestre, possibilmente la Marca d'Ancona con le sue adiacenze, e uno stabilimento all'entrata dell'Adriatico, di fronte alla Terra d'Otranto ed al golfo di Taranto: le isole Jonie e gli scali Veneti della costa d'Albania. Ai primi di luglio del 1797, in Udine, il generale gli faceva sapere che, tralasciando per il momento la quistione della barriera terrestre, consentiva a trattare intorno alla cessione delle isole e degli scali contro l'Elba ed i Presidii. Sulle prime egli voleva escludere Corfù e tenerla per sè, ma poi disse che avrebbe dato a Napoli tutto l'arcipelago Jonio insieme col territorio di Prevesa e con gli altri distretti Veneziani d'Albania e della Morea, tranne le Bocche di Cattaro, che appartenendo alla Dalmazia sarebbero andate all'Austria.
Poichè nel fare questa concessione il vincitore della guerra d'Italia dichiarava di avere ricevuto le plenipotenze necessarie alla stipulazione del trattato, e poichè il governo siciliano rispondeva accettando di scindere le due quistioni e di regolare per il momento soltanto quella marittima, si potrebbe credere che l'accordo fosse virtualmente raggiunto. Lo credettero a Napoli, dove già tre reggimenti di linea, con proporzionata artiglieria, si preparavano ad imbarcarsi per essere scortati dalla squadra navale fino alle isole ed agli scali da occupare....
II.
La cosa andò invece in modo molto diverso: perchè, contrariamente alle affermazioni del generale, il Direttorio non solo non gli aveva accordato le plenipotenze, ma gli spediva certi memoriali composti da studiosi francesi per dimostrare che l'arcipelago Jonio era necessario alla loro nazione. Uno degli scrittori affermava che con quelle isole in mano si sarebbe impedito agli Austriaci di penetrare in Albania: argomento la cui forza è stata confermata dalla discesa degli Alleati a Corfù: ma che, addotto a quei tempi, poteva alquanto stupire, avendo allora la Francia qualche cosa di meglio da fare, per impedire la penetrazione austriaca in Albania, che occupare le isole Jonie: la Francia poteva non consegnarle il patrimonio veneto: i preliminari di Leoben e le trattative di Mombello e di Udine non erano ancora finiti a Campoformio!... In un altro di quei rapporti spediti dal Direttorio al Bonaparte si dimostravano i vantaggi che la Repubblica si sarebbe assicurati stabilendosi sull'ingresso dell'Adriatico; l'autore proponeva di dare le città dalmate, già venete, alla Turchia, per averne in cambio un'isola dell'Egeo come garanzia degli interessi francesi in quel mare: al regno delle Due Sicilie si poteva tutt'al più cedere, e sempre in cambio dell'Elba, «la piccola isola di Lissa, sulle cui coste i pescatori del Regno facevano una ricca pesca di sardine....»
I fatti seguivano alle dimostrazioni: mentre duravano ancora i colloquii del Bonaparte col Gallo, quest'ultimo apprendeva che truppe repubblicane erano già sbarcate a Corfù, e che altre avrebbero occupato Cefalonia, Zante, Santa Maura. La notizia era grave, ma le speranze siciliane non ne andarono distrutte. Il generale Canclaux, rappresentante francese a Napoli, si era dimostrato piuttosto favorevole alle rivendicazioni del Governo presso il quale era accreditato; a Parigi l'ambasciatore siciliano aveva ottenuto qualche promessa dal signor di Talleyrand, ministro degli affari esteri, e da alcuni membri del Direttorio. Insisteva quindi il Ruffo perchè si venisse ad una conclusione, dimostrando come l'acquisto dell'arcipelago Jonio fosse «oggetto incontrastabile d'infinito ed essenziale interesse per noi», se si voleva evitare il danno che sarebbe derivato al Regno «per la posizione e vicinanza di altre potenti nazioni»: con i Francesi in Lombardia e nelle Marche, con gli Austriaci a Venezia, in Istria e in Dalmazia, egli vedeva «le barriere generali d'Italia aperte a nazioni potenti».
Ma quando gli affidamenti dovevano tradursi in fatti, cominciarono a spuntare le difficoltà. Il Talleyrand giudicava la Corte napolitana immeritevole di vantaggi per la sua condotta segretamente ostile alla Repubblica; e invano il Ruffo protestava contro l'accusa, e lo sfidava a provarla; e invano lo stesso ambasciatore francese a Napoli, il Canclaux, la dichiarava infondata: il Talleyrand negava fede al suo proprio inviato. E se il marchese di Gallo, da Udine, scriveva al Ruffo per esortarlo a sollecitare la pratica a Parigi presso il Direttorio, nulla potendosi ottenere dal Bonaparte, i Direttori rispondevano al Ruffo che bisognava, al contrario, trattare in Italia col generale, solo arbitro della situazione. E se l'ambasciatore tentava di tornare alla carica, nè i Direttori nè il ministro lo ricevevano; e se presentava una nota scritta, lo lasciavano senza risposta. Un giorno il Talleyrand aveva dichiarato non essere il caso di parlare dei compensi da assegnare al regno di Napoli mentre gli stessi negoziati della pace tra la Francia e l'Austria stavano per fallire; ma il giorno che le trattative austro-francesi arrivavano in porto tutta l'eredità veneta andava spartita fra i due contendenti: il boccone più grosso toccava all'Imperatore, la Repubblica tratteneva per sè le isole e gli scali.
III.
Neanche a questa notizia il Governo napolitano dispera. Al marchese di Gallo, che aveva insistito perchè la cessione alle Due Sicilie fosse stipulata nello stesso trattato di Campoformio, Napoleone Bonaparte aveva risposto che il cambio dell'Elba con le isole e gli stabilimenti veneti sì sarebbe concluso a parte, e che egli stesso, tornando in Francia, avrebbe parlato col Direttorio in favore di Napoli. Anche il suo capo di stato maggiore, il generale Berthier, partendo per Parigi col testo del trattato, prometteva al Gallo che avrebbe raccomandato le domande siciliane.
Ma il Talleyrand, a Parigi, dove il Ruffo riprende a fare del suo meglio per ottenere quei compensi, risponde che la cosa non è più possibile, ora che le condizioni della pace, divulgate in Francia, hanno deluso il paese per la scarsezza dei vantaggi conseguiti. Menzogna, perchè la pace è accolta con grande e universale esultanza; ma tutte le insistenze sono vane. Invano il Ruffo dimostra che l'acquisto è un pericolo per la Repubblica, non potendo essa mantenerlo in caso di guerra marittima. L'ambasciatore napolitano è buon profeta: una delle ragioni che getteranno lo Zar Paolo I nella coalizione contro la Francia sarà appunto il vantaggio da costei assicuratosi con l'occupazione delle isole, e la flotta russo-turca riprenderà fra poco Cerigo, Zante, Cefalonia, e stringerà d'assedio Corfù, mentre Alì pascià farà trucidare le guarnigioni francesi di Prevesa e di Butrinto.... Ma il signor di Talleyrand sorride quando Alvaro Ruffo soggiunge che, nell'interesse europeo, e della stessa Francia, conviene affidare quella parte del patrimonio veneziano a una potenza italiana e neutrale come le Due Sicilie. Ed è vano tentare di rivolgersi ancora al Bonaparte: più volte il Talleyrand aveva assicurato che, pur essendo personalmente favorevole alla cessione, non poteva far nulla senza il consentimento del generale: ora dichiara che, se anche il generale dirà di sì, egli, ministro, replicherà di no....
Un'ultima speranza anima ancora il Ruffo. Non solamente egli spera, ma nutre fiducia che la stessa Austria possa e debba appoggiare le richieste siciliane. Le due Corti, strettamente imparentate, seguono entrambe con la stessa rigidità i principii della politica conservatrice, ed il Regno è stato e sarà sempre dalla parte dell'Impero: non potrà ottenere in premio che l'Impero favorisca le sue aspirazioni? E ad Udine, infatti, quando il futuro Console e padrone del mondo aveva la prima volta manifestato l'intenzione di tenere per sè le isole venete e gli scali albanesi, il Cobenzl, altro rappresentante austriaco, glieli aveva negati, chiedendo che andassero invece al Re di Napoli. In due tempestose sedute quel dissidio aveva minacciato di far naufragare la pace; ma poi, contenta della parte ottenuta, l'Austria aveva abbandonato la causa siciliana e si era piegata a lasciare sul passo dell'Adriatico la potenza rivale.
Nonostante questo precedente il Ruffo fa ancora assegnamento sull'appoggio austriaco. Egli è persuaso che sia interesse del Gabinetto viennese togliere quei possedimenti alla Francia, perchè l'acquisto dell'Istria e della Dalmazia non garentirà alla monarchia d'Absburgo il dominio dell'Adriatico se la Francia resterà padrona di sbarrarle la via, da Ancona dove è insediata, alle isole Jonie anch'esse già occupate. «Senza il possesso delle isole», scrive, «il resto è solo apparenza speciosa ed inganno». E ancora: «La Corte di Vienna deve considerare che la Francia acquista col porto d'Ancona, possedendo già le isole di Levante, un dominio fatale in quel mare, a danno evidente della Dalmazia, dell'Istria e di Venezia stessa. Il concorso efficace dell'Imperatore in questo grande affare è indispensabile ed è l'àncora della mia speranza....»
IV.
Ma a quell'àncora egli si afferrò invano. Se già a Campoformio l'Austria aveva finito col lasciar vincere la partita alla Francia, non era più credibile che avrebbe poi rotto il trattato e ricominciata la guerra per i begli occhi del Re di Napoli. E il Ruffo ci rimise il fiato e l'inchiostro. È vero tuttavia che quelle pratiche sarebbero altrimenti riuscite, se un altro degli argomenti che il solerte ambasciatore aveva ripetuti fino alla sazietà fosse stato tenuto da conto. Nella stessa nota dove aveva suggerito la prima volta di richiedere l'appoggio e l'assistenza dell'Imperatore, il Ruffo aveva soggiunto che «lo sviluppo preparato di tutte le nostre più straordinarie forze è una necessità assoluta alla nostra sicurezza». Poi aveva insistito: «Le misure di forza prese in tempo e portate fino al maggior grado di possibilità sono le vere basi su cui è indispensabile d'appoggiare la nostra sicurezza....» E poi ancora: «La salvezza in queste deplorabili circostanze non ha altro possibile appoggio che la forza....» E poi ancora: «Purtroppo vedo realizzarsi il mio timore ed il bisogno delle misure estreme....» E poi ancora: «Una energia straordinaria, dirò anche eccessiva, è necessaria per salvarci....»
Quasi in ogni suo dispaccio Alvaro Ruffo tornava su questa necessità. Era la vera, la sola àncora della salvezza. Perchè mai, l'anno innanzi, il principe di Belmonte aveva ottenuto che la Francia vittoriosa rinunziasse alle più gravose pretese, se non per la dimostrazione di forza fatta dal Regno con i vascelli e i soldati mandati a Tolone ed in Corsica, con i reggimenti del principe di Cutò schierati in Lombardia? «Sapete che hanno quattro eccellenti reggimenti di cavalleria che mi hanno cagionato molto male», aveva confessato Napoleone Bonaparte al Miot, ministro di Francia a Firenze, «e dei quali mi preme sbarazzarmi al più presto possibile?...» Dopo quella prova, il generale non si sentiva di eseguire le istruzioni del Direttorio, il quale presumeva di poter continuare la guerra a fondo tanto contro l'Austria quanto contro le Due Sicilie. Per marciare su Napoli, il vincitore di Arcole e di Rivoli non chiedeva meno di altri 24000 soldati e 3500 cavalli, che il Direttorio non poteva dargli; ed anche per combattere contro la sola Austria, il giovane condottiero sentiva la necessità di liberarsi il fianco dalla minaccia napolitana: «La pace con Napoli è di assoluta necessità!».
Alvaro Ruffo sapeva dunque ciò che diceva quando ripeteva instancabilmente il consiglio di armare. E questo è l'insegnamento che scaturisce dall'episodio delle velleità di partecipazione all'equilibrio adriatico nutrite più d'un secolo addietro dalle Due Sicilie. La politica estera del governo borbonico non fu sempre cieca come l'interna: in quella crisi del 1797 esso comprese che il Regno, massimo potentato d'Italia, doveva ottenere le sue garanzie ed appagare le sue aspirazioni. Posto tra la Francia nemica e l'Austria amica, si affidò all'una ed all'altra per far valere il suo diritto: entrambe gli diedero ragione a parole e con belle promesse: nessuna le mantenne.
Morale della favola: _diritto_ è nome astratto che solo la forza può tradurre in concreto.
_29 marzo 1916._
Italia e Grecia nelle lettere di Giorgio Byron.
Presentata da una breve prefazione di Giorgio Clemenceau e curata da Giovanni Delachaume, è apparsa or ora a Parigi la versione francese di una parte dell'epistolario di Lord Byron. Bene è che queste lettere siano, grazie alla nuova veste, accessibili anche al gran pubblico che ignora la lingua nella quale furono composte, perchè la figura dell'autore vi si rivela con quella singolare evidenza che Ippolito Taine aveva già avvertita. «Il suo diario, il suo epistolario, tutta la sua prosa involontaria», scriveva del cantore di _Childe Harold_ lo studioso della _Storia della letteratura inglese_, «è come fremente di spirito, di collera, d'entusiasmo; il grido della sensazione vibra nelle minime parole; dopo il Saint-Simon non si erano più viste confidenze più vive. Tutti gli stili sembrano opachi e tutte le anime sembrano inerti a paragone del suo stile e dell'anima sua».
Non s'intende, in verità, da quale criterio il Delachaume sia stato guidato nello scegliere le centosessantacinque lettere di questa raccolta fra le molte centinaia comprese nella corrispondenza epistolare del poeta; certo, le presenti sono molto significative; ma altre anche più notevoli erano degne d'essere tradotte. Comunque, la buona intelligenza del testo, l'eleganza della versione e la molta conoscenza della biografia byroniana meriterebbero ampie lodi a questa fatica, se non vi si dovesse lamentare una poco perdonabile ignoranza delle cose nostre. Come si sa, e come questo volume apprende a chi non ne avesse notizia, il Byron fu conoscitore amantissimo della lingua, della letteratura e della vita italiana; in Dante, nel Tasso, in molti altri temi dell'arte e della storia nostra cercò e trovò l'ispirazione; alla traduzione del _Morgante maggiore_, «la miglior cosa ch'io abbia mai fatta», si accinse con gran fervore, «per imporre silenzio agli Arlecchini d'Inghilterra» che lo accusavano d'irriverenza in materia di religione, dimostrando loro, col poema del Pulci, «ciò che era permesso in un paese cattolico ed in una età bigotta». Orbene: il _Morgante maggiore_, per opera del Delachaume, muta sesso e diventa _La Morgante maggiore_.... Ancora: scrivendo un giorno al suo editore Murray, Giorgio Byron espresse l'opinione che il Ricciardetto «si sarebbe dovuto tradurre letteralmente, o non tradurre del tutto»: e il Delachaume annota: «_Ricciardetto_, poema cavalleresco in 30 canti di Fonteguerri....» Poniamo che questo sia uno svarione tipografico; c'è dell'altro. Il Byron, innamorato dell'idioma gentile, «soave latino bastardo che si strugge come baci in bocca femminea, che fluisce come se si dovesse scriverlo sopra serica stoffa, con sillabe dalle quali traspira tutta la dolcezza meridionale, con vocali carezzose, scorrenti e fuse così bene che neanche un solo accento riesce stridente», il Byron, dunque, con tanto amore per la lingua nostra, adopera spessissimo, in queste sue lettere familiari, frasi e parole italiane che il Delachaume lascia accortamente intatte; soltanto, quando vuole riferire ai lettori francesi il significato di «seccatura», spiega: «_Seccatura_ signifie sécheresse, stérilité....»
I.
Fatte queste osservazioni al traduttore, qualche altra è da muovere al presentatore dell'elegante volume. Nella prima pagina del quale il Clemenceau parla del «romanticismo importuno che vela l'ardente sincerità della vita del poeta». E certo il romanticismo del Byron può essere giudicato importuno ora che quello stato d'animo è superato, e che per certi aspetti riesce anche incomprensibile; ma dire che esso menoma la «sincerità» dello scrittore e dell'uomo non pare plausibile, quando di quell'arte e di quella vita fu anzi il segno predominante e l'essenziale carattere. Molte prove si potrebbero addurne, se oggi che il mondo è tinto di sanguigno, e che il nostro paese si trova impegnato in tanta guerra, non convenisse restringersi ad una sola: quella che non distoglierà la nostra attenzione dalla grande tragedia europea nè dalla causa nazionale italiana, che anzi ad entrambe si riferisce. Perchè, infatti, tra gli altri atteggiamenti di quel romanticismo del quale il Clemenceau lamenta l'importunità, ve ne fu anche uno politico, e riuscì tanto opportuno allora, che è ancora oggi opportunissimo, avendo i romantici dato l'esempio della ribellione non solamente alla tirannia dei retori classici, ma anche a quella dei despotici reggitori degli Stati, per propugnare la libertà dei popoli e l'indipendenza delle nazioni. I problemi allora posti, e più tardi parzialmente risolti, aspettano dal presente regolamento di conti una soluzione più radicale, ed il Byron, italofilo ed austrofobo quando la patria nostra era una semplice espressione geografica, significò questi suoi sentimenti con argomenti degnissimi d'essere ai nostri giorni riletti e meditati.