Al rombo del cannone

Part 2

Chapter 23,457 wordsPublic domain

Questa potrebb'essere prudenza, e non sarebbe perciò da confondere con la viltà, tanto più che verrà la volta quando la Regina sarà temeraria e spingerà la monarchia alla rovina; ma nella mancanza di misura, precisamente, nel procedere così per pavide sottomissioni ed aggressioni spavalde, si rivela la mancanza di forza vera, di energia schietta e durevole, di resistente e indomabile coraggio. «_Paura, paura e ancora paura_», scrive nel giugno del 1794; «è orribile a dirsi, ma vero». Di questa paura che addebita ai circostanti, ella stessa è partecipe. Quando afferma: «Se dobbiamo perire, bisogna che ciò avvenga per disgrazia, e non per mancanza di energia e di coraggio»; quando dice che ha deciso di contendere il regno a palmo a palmo, di ritirarsi da Gaeta a Capua, a Napoli, a Salerno, a Cosenza, a Calanzaro, a Reggio, a Messina, a Palermo, ad Augusta, e che, sopraffatta in questo estremo rifugio, getterà con le proprie mani i suoi sette figli in mare e si precipiterà da ultimo dietro di loro, le parole sono belle, ma i fatti non le confermano. Nella sconfitta si smarrisce, si avvilisce, si prostra: dopo la pace del 1796 dichiara che le grandezze non le importano più, che ha perduto tutte le sue illusioni, che vede le cose «con gli occhi della verità», che aspetta di finire i suoi giorni «non solo senza pena, ma con una specie di godimento», e protesta e giura che non intende più «impacciarsi di nulla»: parole, parole, e ancora parole: appena stima giunto il momento della rivincita, fa il colpo di testa del 1798 — salvo, dopo la catastrofe, a gemere, a lagrimare, a dichiarare che la sua «scena è finita», che non chiede altro se non di ridursi a Linz, a Graz od a Presburgo, «sia pure in Valacchia», dove si contenterà di «pane e cipolle», maledicendo il «falso eroismo» che l'ha spinta alla perdizione: ancora parole, ancora menzogne; perchè, insieme con queste espressioni del pentimento, si alternano quelle del furore impotente, dell'odio impenitente, del delirio isterico: vengano, esclama, gli stranieri: «quali che siano, le forze potrebbero scendere in Puglia, sciabolare, avanzarsi. Non potranno far male se non ai possidenti: la terra già non potranno distruggerla». Ma se anche la terra potesse andarne distrutta, ella non esiterebbe a dar l'ordine: «la stessa peste è meno temibile che la Repubblica stabilita ed afforzata in Napoli.... Un massacro generale non mi farebbe la minima pena.... Ve ne prego, in nome del Re e mio: se mai gli Austriaci o i Russi scendessero dalla parte di Roma a Napoli, niente accordo, niente convenzione, niente tregua, niente perdono....» E queste, ora, non sono più sole parole: queste espressioni della ferocia, sì, ricevono piena conferma dagli atti, quando la capitolazione dei Repubblicani, offerta e sottoscritta dal luogotenente del Re, firmata e garantita dai rappresentanti di tre grandi potenze europee, sarà da lei lacerata e la «scellerata Repubblica tricolore» andrà per suo ordine sommersa nel sangue....

Ma ella non crede d'aver commesso nulla di male; se mai, soffre «mortalmente» delle violenze e della severità: il suo cuore «ne geme». Prima ancora di lordarsi le mani, dichiara preferibile «esser vittima, piuttosto che farne»; dopo l'immane tragedia, continua a protestare che la sua «morale» le consiglia di anteporre «l'esser vittima allo scatenare un flagello», e che sarebbe farle gran torto giudicarla «arrabbiata energumena». Non crede possibile la salvezza, ha detto, se non «con la forca e il carnefice a fianco e le orecchie turate, col cuore indurito e le leggi stracciate»; e quando ha eseguito puntualmente il programma, vanta la propria «purezza», esalta la propria «bontà», si duole che «la bontà non è la virtù occorrente alla conservazione dei troni», benedice Dio d'averla fatta giungere alla fine della carriera, perchè altrimenti si sarebbe «guastata», sarebbe divenuta «despota» e «scellerata....» Lei ed i suoi sono «gente onesta: questo e certissimo»; gente che non comprende nè ammette «se non i procedimenti della politica onesta e retta dei buoni tempi antichi»: lo dichiara nel 1803 al marchese di Gallo dandogli «parola d'onore», la sua parola «sacra», che resterà neutrale se la Francia le accorderà la pace — salvo a chiamare, di nascosto, i Russi e gl'Inglesi; salvo a porre il suo ambasciatore e confidente nella necessità di dimettersi quando vedrà che la Regina gli ha giurato il falso. Ella che prende il servitore ed amico a testimonio della propria lealtà, non sa che costui bollerà un giorno la «leggerezza» e l'«inconseguenza» di lei: eufemismi ai quali il diplomatico e suddito ricorre per non poter dire «tradimento» e «viltà».

II.

Si potrà sostenere, almeno, che questa impudenza è incosciente come forse è incosciente l'impudicizia? Neanche. Molte cose, troppe cose mancano a Maria Carolina, fuorchè l'intelligenza. La sua immaginazione «fermenta», ella «sente» tutto, «prevede» tutto; vive molto «con sè stessa» ed è capace di esaminarsi «senza onta nè repugnanza». Lampi di verità, allora, la abbagliano: «Vorrei punire il delitto e perdonare gli individui; ma, come tutti i paurosi e codardi, noi crediamo che la crudeltà premunisca, e quella che esercitiamo, da cui repugnano gli stessi giudici che vi sono costretti, finisce con l'alienarci i pochi cuori rimasti affezionati». Paura e codardia: ella stessa pronunzia la sentenza tremenda: ma conoscersi, avere coscienza dei proprii vizii, non è il primo, il più gran passo sulla via dell'emenda? Sì, quando la passione non è più forte; e le passioni della Regina sono tutte più forti: l'orgoglio e la superbia prevalgono, il bisogno della vendetta è irresistibile, l'appetito del potere, la sete del dominio, la voluttà dell'intrigo, la vanità regale, il fanatismo feudale, l'odio contro la libertà dissipano i buoni propositi, i consigli della prudenza, le velleità di rinunzia.

Dieci, cento, mille volte, nella previsione delle catastrofi, in mezzo alle rovine, assicura che tutto è finito per lei, che un convento l'aspetta, che senza la religione si darebbe la morte, che «aborre e detesta» il suo mestiere di Regina esercitato malamente, che vuole rinunziare a quel «cane di mestiere», che intende d'ora innanzi vivere da privata compiendo «gli atti di virtù di cui sono capace», che ha bisogno di farsi «dimenticare», che invidia chi «zappa la terra», che non chiede altro se non «una pensione, un giardino, qualche libro, i pennelli, le matite, un pianoforte», per vivere meditando e componendo le sue memorie, e che farà incidere sul portone della sua casa: «_Qui non si parla nè di monarchi, nè dì governi, nè di politica, e neanche delle notizie delle gazzette_»; ma tutte le volte, ed ogni volta più ostinatamente, riprende, vuole riprendere, muove cielo e terra per riprendere il suo posto, e giura che sosterrà la sua parte «finchè ci sarà olio nella lampada», che lotterà «finchè avrò una goccia di sangue nelle vene», che compirà il suo dovere «fino alla tomba»!

Ella stessa dà la chiave di questa continua e stridente contraddizione. «Se fossi soltanto privata cittadina, mi piegherei facilmente.... ma Regina!... Parlerò, e il mondo intero mi restituirà la sua stima. Sono la figlia di Maria Teresa!...» Il male è che, essendo figlia di Maria Teresa, volendo levarsi all'altezza della madre, non le tocca i ginocchi. I suoi disegni politici sono un arruffio, un guazzabuglio di assurdità. Arriva ad avere una singolare visione: l'Italia fiorente, rifiorente, affidata ai posteri uniti e concordi in modo da rendere impossibile che «la bella contrada» sia soggiogata mai più: ma sono idee «inutili», riconosce, che non potranno effettuarsi «se non quando la nostra esistenza sarà dimenticata». Di tradurre in realtà la visione, di fare almeno qualche tentativo, di scernere se non altro la via per la quale ci si potrà arrivare, ella non possiede la capacità. Si contenta di pensare che se Gustavo di Svezia o Giuseppe II vivessero ancora, direbbe loro: «Osate, affezionatevi l'esercito, i baroni ricchi e potenti, lanciate ai popoli nobili manifesti, parlate il linguaggio dell'intelligenza, dell'amor proprio, guadagnatevi i cuori e procurate con ogni mezzo di divenire Re d'Italia....»; ma quei sovrani sono morti e sepolti, e non avendo «nè l'energia, nè la potenza, nè il carattere, nè la perseveranza, nè i mezzi loro, bisogna piegare sotto il giogo....» L'amore di sè soffre, assicura — e non è difficile crederla! — «nel fare questa confessione che mi è costata molte lagrime»; ma la sincerità non ritorna, come non tornano i lampi della verità; torna invece la presunzione, ricominciano le smanie, le manie, le insanie, l'impossibilità di accettare le lezioni della vita, di sottostare alle leggi della realtà.

Da Palermo, dove si è rifugiata, giudica preferibile «entrare in un monastero piuttosto che vedermi insultata nei miei Stati»; ma poi l'idea di vivere da semplice privata in Germania le riesce intollerabile «per punto d'onore»; ed a Vienna, dove si ritrova «Regina di nome e cittadina di fatto», dove la resistenza alla Francia non è ostinata quanto ella vorrebbe, dove i parenti e la figlia non la trattano come pretende esser trattata, a Vienna rigurgitante di generali «da sputarci sopra», le è impossibile vivere; sennonchè, quando torna a Napoli e trova che le cose vanno ancora peggio di prima, riprende a dichiarare che preferirebbe «zappare la terra al mio paese, piuttosto che vivere qui....» Non si accorge di portare con sè, dovunque, le ragioni dello scontento. Si sdegna contro l'ambasciatore francese Alquier che la giudica affetta da «demenza convulsiva», ma ella stessa non confessa che si sente «ammalata di rabbia», in «uno stato violento», e che teme di morire — come infatti morrà, nove anni dopo — «d'un colpo apoplettico»? I freni morali non funzionano in lei: scatta al minimo impulso, avventa giudizii spaventevoli contro i suoi più prossimi, contro il Re che poi protesta di voler rispettare e di «non voler porre in ridicolo»; contro i suoi parenti austriaci, contro l'Imperatore che ha precipitato la monarchia d'Absburgo «nell'obbrobrio» e che ne ha assicurato «lo sprofondamento»; contro i parenti di Spagna, la cui Corte è un «_infâme tripot_», la cui Regina è una «_vieille catin_»; contro il Papa, che dice di rispettare come discendente di San Pietro, ma che «come sovrano è infame e merita il disprezzo universale»; contro gli Inglesi e i Russi, che ha portati al cielo quando si è alleata con loro, ma che, non appena la scontentano, diventano «infami, saccheggiatori, egoisti, vili, implacabili e perfidi nemici».

III.

L'improvviso mutamento d'opinione e l'alternarsi di atteggiamenti diametralmente opposti non è tanto sintomatico quanto nel caso di Napoleone Bonaparte. Giudica lui solo degno d'esser «ministro della guerra in Italia», perchè lui solo sa trasformare «gl'Italiani in soldati»; dice che «lui solo, _solo_, SOLO in tutta Europa sa governare, maneggiare, dirigere i popoli e gli affari», e gli vorrebbe quindi affidare il proprio regno durante un anno affinchè glielo restauri, e gli professa «vera stima» e «profonda ammirazione» e «sincera venerazione», e se il grand'uomo morisse, vorrebbe che lo riducessero in polvere, «per darne una cartina a ciascun sovrano e due a ciascuno dei loro ministri, e allora le cose andrebbero meglio»; ma poi, anzi contemporaneamente, egli è «il bastardo incestuoso, il mitragliatore, l'avvelenatore di Giaffa, quello dei prigionieri infermi precipitati nel Po, mussulmano in Egitto, cattolico a Parigi, scellerato dovunque....».

L'accusa che gli rivolge con maggiore compiacimento è d'essere un «_parvenu_», un imperatore «di nuova fabbrica»; ma il peggio, ancora, è che, giudicandolo tale, gli si umilia, lei, la figlia di Maria Teresa! Quante volte ha dichiarato preferibile «perire piuttosto che disonorarsi», quante volte ha promesso al suo confidente ed a sè stessa di non voler «mendicare misericordia da nessuno»? Orbene: ella la mèndica dall'«arci-Imperatore», da «Bonaparte I»; gli scrive una lettera d'umile implorazione, si espone a riceverne una risposta ironica e minacciosa, leggendo la quale — «io, la figlia di Maria Teresa!» — per poco non crepa di rabbia. Ma la rabbia, l'umiliazione, la mortificazione non le impediscono di tornare a piatire: «L'Imperatore è tanto grande! Ha tanta gloria che potrebbe acquistarne un'altra, una vera, mostrandosi generoso, lasciandoci tranquilli a casa nostra, _sicuro che mai più_» — dopo tre impegni spezzati, e nello stesso punto di infrangere il terzo! — «ci lasceremo sedurre!... Non ho più fiducia in nessuno, e mi sottometterei al tiranno, se mi trattasse bene....» Ha giurato che «mai, _mai_, MAI» consentirà che il Re di Napoli si riduca alla condizione di tributario o prefetto del proprio regno: e, meno di tre mesi dopo, accatta per suo figlio il posto «di re o di prefetto....» E nel chiedere che l'ambasciatore interponga i suoi buoni ufficii per ottenerle questa elemosina dal padrone del mondo, avvilendosi fino ad offrirglisi in ostaggio, dimentica d'averlo chiamato «bestia feroce, animale ruggente, mostro morale, vendicativo, furente....»

In verità, il «piccolo Côrso» non dovrebbe fare altro se non risponderle come rispondeva a lui stesso il granatiere della leggenda: «_Après vous, s'il en reste!_...»

_28 maggio 1916._

L'Austria nei giudizii d'un suo alleato.

Pietro Colletta, nel terzo Libro della sua classica _Storia_, narrando l'accortissima ritirata strategica compiuta nel 1798 da quella parte dell'esercito napolitano che obbediva al generale Damas, giudicò che la salvezza della legione fosse «frutto del dimostrato valore de' soldati e del duce. I quali andarono lodati di que' fatti; ma poche virtù fra molte sventure si cancellano presto dalla memoria degli uomini».

Più d'un secolo doveva passare prima che la diretta testimonianza dello stesso duce rinverdisse quegli allori, e le _Memorie_ del conte di Damas, rimaste inedite nell'archivio della nobile famiglia, dovevano finire di pubblicarsi in sul divampare d'una nuova serie di guerre più sanguinose e tremende di quelle alle quali l'autore partecipò. Ma appunto per questa coincidenza il libro, che in altri tempi avrebbe interessato soltanto pochi studiosi, si raccomanda oggi ad un maggior numero di lettori ed ha pagine che parrebbero scritte per noi.

I.

Ruggero di Damas, discendente da una famiglia di prodi, ebbe da fanciullo una straordinaria vocazione per il mestiere dei suoi maggiori, «il più bel mestiere del mondo», ed entrò giovanetto nel Reggimento del Re; ma, per la pace che allora regnava nella sua patria, non potendo altrimenti sfogare l'umor bellicoso se non nei duelli, una bella mattina, letto un giornale che dava notizie della guerra combattuta in quell'anno 1787 tra Russi e Turchi, restò «asfissiato» dalla lettura, e senza porre tempo in mezzo, senza chieder licenza nè a parenti nè a superiori, partì per la Russia con pochi denari ottenuti in prestito e andò ad offrire la sua spada al principe Potemkine. Fu accettato, ed ebbe anche la fortuna d'incontrarsi col principe di Ligne, che conosceva da Parigi e che si trovava presso i Moscoviti come rappresentante dell'esercito austriaco loro alleato. Il volontario ed il generale si misero a studiare insieme la lingua russa, «ritenendo le parole _baionetta_ e _vittoria_ prima che _pane_ e _vino_», e la vittoria ben presto rimeritò il suo ardentissimo alunno, in un combattimento più navale che terrestre contro il vascello ammiraglio ottomano ancorato sulla foce del Dnieper: la nave fu presa d'assalto dalle scialuppe comandate dal Damas, che ebbe in premio la croce di San Giorgio ed una spada d'oro da Caterina II. Ferito più volte, promosso al comando di reggimenti di cavalleria e di fanteria — aveva soli 23 anni — distintosi negli assedii e nelle espugnazioni, segnatamente ad Ismail, dove si guadagnò una commenda, l'ardito colonnello dimenticò quella guerra per le notizie d'un'altra, non solamente più grossa, ma più importante agli occhi ed all'anima di un Francese: la guerra originata dalla Rivoluzione.

Bisogna dir subito che, nato e cresciuto nella devozione al suo Re, offeso nelle opinioni, negli affetti e negli interessi dalle persecuzioni alle quali fu fatta segno la sua famiglia, Ruggero di Damas non corse alla frontiera di Francia per combattere con gli eserciti repubblicani contro lo straniero, bensì per combatterli nell'_Armée royale_, nell'esercito di emigrati capitanato dal Condé e alleato degli stranieri. Non fu dunque, questa volta, la bella guerra: fu la guerra civile, con tutti i suoi orrori — dei quali egli stesso ebbe piena coscienza, se chiamò «strazianti» le cause e i ricordi di quegli avvenimenti, se nessun godimento potè mai provare «che non fosse formato dalle memorie o dalla speranza della Francia, che non provenisse da lei od a lei non mi riportasse», se dichiarò che la sua mano si sarebbe irrigidita prima di dare a stranieri il consiglio di entrare in Francia «senza la certezza che aspirino soltanto ad una pace solida e che nessuna idea di conquista li governi», e se, cercando ovunque una nuova patria e non trovandola in nessun luogo, credendo di poter fuggire la lava dilagante dal vulcano francese via per il mondo, e sentendosi sempre raggiunto da quella, pensò e scrisse un giorno: «I piedi mi bruciano ovunque mi fermo; presto non mi resterà altro rifugio che nel cratere di Francia...».

Il militare di professione, del resto, non poteva non ammirare l'impeto straordinario e gli sforzi sovrumani dei generali della Repubblica, «l'ardore che conduce alla conquista del mondo»; e se, da legittimista convinto e inconvertibile, egli condannò in Napoleone l'usurpatore del trono di San Luigi, fu compreso anche di tanta meraviglia per le grandi cose compite dal capitano immortale, da esclamare con simpatica ingenuità: «Perchè non è egli Borbone!...»

Simpatica propriamente riesce la figura di questo singolarissimo campione della causa dei Re, il quale non si lascia intanto accecare dalla fede monarchica, ma critica lo stesso Re suo, pure servendolo, e, pur combattendo la Repubblica, domanda a sè stesso, considerata la nullità dei monarchi del suo tempo: «Perchè mai l'Europa dipende da cotesta genie? I regnanti attuali disgusterebbero per tutta la vita del principio monarchico!...» Con parola più mordace, attribuendo la fortuna politica del Bonaparte alla deficienza degli altri sovrani, dichiara che allora crederà al tramonto dell'astro napoleonico quando i troni saranno resi vacanti «da una _epizoozia_ di tutte le famiglie regnanti....» È vero, tuttavia, che il mestiere del Re «dev'essere divenuto molto duro, se un Luigi Bonaparte se ne stanca e lo smette...»

Sebbene partigiano, Ruggero di Damas non ha peli sulla lingua. Il famoso manifesto del Brunswick, donde prende le mosse la reazione sulla quale egli fonda tutte le sue speranze, è da lui severamente criticato; e battendosi insieme col duca e con gli Austriaci durante la campagna di Francia che dagli effimeri successi di Longwy e di Verdun finisce a Valmy con la ritirata e la rotta, non risparmia i biasimi alla strategia del comandante supremo; e lodando l'esercito prussiano dove è da lodare, denunzia la barbarie di cui esso si macchia. «Come difendersi da un sentimento di pena e di terrore, vedendo cotesto esercito celebrare il suo primo passo nel territorio francese con la più arbitraria devastazione?...» Un colonnello è cancellato dai ruoli e due soldati sono impiccati per dare un esempio; «ma io non potevo supporre allora che, ad impedire il disordine, sarebbe stato necessario impiccare tutto l'esercito....»

II.

Un più profondo esame ed un più severo giudizio è quello del quale egli fa oggetto un'altra potenza coalizzata contro la Repubblica di Francia: l'Austria. Come stimarla capace di vincere, se a tutte le molle che il «giacobinismo» faceva scattare nei petti dei soldati repubblicani, essa non sapeva opporre altro che la «pedanteria»? Come credere al genio dell'idolo dei Viennesi, il Coburgo, dopo aver visto cotesto maresciallo, a capo di 15000 soldati austriaci, indietreggiare all'assedio di Giurgevo dinanzi a soli 4000 Turchi? Come credere all'ingegno dei generali di corte, dell'arciduca Giovanni, «adoperato a guisa di polverine del James all'agonia d'un infermo», od a quello dello stesso arciduca Carlo? «Chi si è condotto come costui, nelle circostanze in cui si è trovato, non ha pensato una sola idea giusta, non ha fatto nulla di raccomandabile, e se ha avuto qualche momento di fortuna, bisogna cercare fra coloro che lo circondano la testa che pensava per lui....»

Sarebbe certamente stolto, avverte il Damas, negare il valore di alcuni generali austriaci; ma essi non possono adoperarlo come i francesi, perchè «il genio della loro nazione li rende incapaci di rinnovarsi: gli Austriaci resteranno sempre un esercito d'altri tempi, teorico, coraggioso, ma lento e testardo nei suoi sistemi: essi agiranno contro i nostri nipoti come agirono contro i nostri avoli, e per conseguenza saranno battuti da quelli come furono battuti da questi.... La lentezza di concezione e di esecuzione nei generali, l'asservimento alla pedanteria nei preparativi nell'azione, l'inerzia e la svogliatezza nei subalterni, l'apatia dopo i buoni successi come dopo i rovesci, sono altrettanti vizii ed impacci». E, per esempio, a Wattignies il Cleyrfait «giudicò più semplice lasciar proseguire la ritirata vergognosa, anche quando le circostanze non l'esigevano più, che di fare indietreggiare le truppe il cui movimento era già cominciato, e solo per apatia non diede nessun contrordine. Il successivo passaggio della Sambra fu così compiuto e la battaglia più importante si trovò perduta, mentre i Francesi si ritiravano in tutta fretta sulla loro destra. Simili fatti si crederebbero difficilmente da chi non ne fosse stato testimonio; ma io garantisco che quanti hanno servito con gli Austriaci ne avranno una collezione....» Altro esempio: l'inutilità della vittoria di Essling, dopo la quale — ma prima di Wagram! — i soldati di Napoleone trovano un argutissimo modo di scusare la disfatta del loro duce, del loro _papà_: «Il nostro papà non fa più altro che sciocchezze dacchè è in Austria: il contagio del paese gli si è attaccato....»