Part 13
Con una mano altrettanto leggera, ma non meno sicura, è sfiorato l'argomento della fede. Il professore Valadier, «anticlericale della più bell'acqua, nei suoi verdi anni, obbedì alla velleità di credere in sull'inizio delle ostilità; ma ora non crede più, col pretesto che la guerra dura troppo e che per conseguenza il buon Dio non c'è; inoltre, la neutralità della Santa Sede lo sdegna, ed ecco insemina un convertito la cui conversione non è durata sei mesi». Ma quantunque appartenga ad una generazione di uomini «che sono nemici personali del miracolo», egli esclama: «Fu miracolo!» quando considera come Parigi restò salva dell'invasione teutonica.... Suo figlio, come tutti i soldati, non parla del futuro senza avvertire: «Se Dio mi dà vita», e l'osservatore commenta finissimamente: «Coloro che vanno a battersi diventano volentieri superstiziosi; sarebbe un torto rimproverar loro questa debolezza, mentre è tollerata nei giocatori....», e quando Emma, avendo potuto vedere un'ultima volta il suo diletto, esclama, all'opposto del padre: «C'è pure il buon Dio» e quando il signor Valadier spera nell'intercessione della Vergine per la salvezza del figlio, l'umorista non commenta più.
III.
Resterebbe ora da narrare la conoscenza fatta da Emma all'ospedale, dove si reca ogni giorno per visitare i soldati in atto di pietoso omaggio alla memoria del suo caro perduto; l'idillio che pare s'intessa in quella casa del dolore e della speranza; e come poi la giovane, che è vedova senza aver cessato d'essere signorina, e che mette al mondo un bambino quasi senz'essere stata donna, elegga di restar vedova e madre venerando le reliquie del suo diletto. Resterebbe ancora da spigolare fra tanti gustosi episodii, fra tanti squisiti particolari d'osservazione e d'espressione; ma riesce propriamente impossibile seguire qui la tenue trama del romanzo e molto difficile rendere in un'altra lingua il sapore delle sue pagine. Questo libro veramente francese, dove è dipinta dal vero una famiglia della piccola borghesia parigina, possiede tuttavia un valore rappresentativo molto maggiore che non sembri.
Il genere umano è in massima parte composto di tante famiglie Valadier, con le loro smanie, le loro manìe, le loro vanità, le loro stesse volgarità; ma questa piccola gente, all'occasione, dimostra d'esser pure una gran brava gente e riscatta le debolezze con l'eroismo, e le ridicolaggini con la bontà, la generosità, la gentilezza. Per questa ragione l'ironia del romanziere non è caustica, come suole. L'umorismo, in fondo, lascia un senso d'amaro e un sentimento di sfiducia: ma Abele Hermant, il quale confessa d'aver perduto per proprio conto, questa volta, il suo scetticismo, contribuisce a combatterlo negli altri con lo spettacolo di virtù non studiate, senza paludamento, anzi semplici ed umili. Dove la rappresentazione di qualità sovrumane rischierebbe di non esser creduta, dove gli effetti convenzionali lascerebbero freddo il lettore, i casi e le parole di questi personaggi veri e sinceri lo interessano e lo commuovono. Appunto perchè non ha tesi, la _Famiglia Valadier_ acquista tanta efficacia quanta corrono pericolo di perderne i romanzi composti secondo le ricette della «psicologia classica e ufficiale», quella psicologia della quale Abele Hermant ha ragione di dire che non ha niente da vedere con la realtà.
_22 decembre 1915._
Paesaggi di pace e paesaggi di guerra.
Tra i Francesi amici nostri, Gabriele Faure ha da tempo un posto eminente: la maggiore e miglior parte della sua produzione letteraria è consacrata — l'espressione religiosa non sembri impropria — all'Italia. I tre volumi delle Heures d'Italie, oltre quello delle _Heures d'Ombrie, e gli altri quattro sul Pays de St. François d'Assise, sulla Via Emilia, sulla Route des Dolomites_ e _Autour des lacs italiens_, sono i documenti della passione con la quale egli ha studiato il nostro paese: passione, e non semplice curiosità, o diligenza, o interesse, o dottrina: passione vera e profonda, tenace e fervido e nostalgico amore. Uno degli stessi suoi romanzi, l'_Amour sous les lauriers-roses_, si svolge in Italia, sul lago di Como, e il paesaggio italiano è il galeotto che sospinge gli occhi a Maddalena Frémeuse ed a Renato Seillon, che scolora i loro visi ed unisce le loro bocche.... Stendhal, altro italiano d'elezione, disse che un paesaggio è uno stato d'animo; il Faure, stendhaliano nel sangue, va un poco oltre: il paesaggio è per lui quasi un personaggio: sente, vive, parla, suggerisce, persuade. _Paysages passionnés_, appunto, intitolò l'autore una specie di antologia di pagine descrittive dove i luoghi non sono tanto rappresentati come apparenza, quanto interpretati come espressione. Ed oggi egli pubblica un volume di _Paysages littéraires_ meritevolissimo di essere raccomandato ai nostri lettori, non foss'altro perchè una buona metà dei capitoli concerne l'Italia.
I.
È curioso scoprire, per esempio, le stranezze e le contraddizioni dei giudizii dati intorno ai più singolari aspetti del nostro paese da un luminare della letteratura paesista, sceso ben sei volte nella Penisola: il visconte di Chateaubriand.
Cominciamo col notare che nel _Genio del Cristianesimo_ le pagine concernenti l'Italia e gli artisti italiani furono composte di maniera, prima che l'autore passasse le Alpi; quando le valica, nel 1803, resta deluso perchè non trova la pianura appena scavalcato il Moncenisio; giudica bello l'effetto dei dintorni di Torino, ma «ci si sente ancora la Gallia: credevo di trovarmi in Normandia»; la metropoli piemontese è «d'aspetto un poco triste»; i campi lombardi gli piacciono, ma non il Duomo di Milano, perchè «il gotico, e lo stesso marmo, mi sembrano stonare col sole e con i costumi italiani»; arrivando a Napoli, non è impressionato dal paesaggio, «fertile, ma poco pittoresco»; i luoghi virgiliani gli offrono uno spettacolo «magico» bensì, ma non «grandioso». Dal Vesuvio contempla «uno dei più bei paesaggi del mondo»; ma il grandioso, l'imponente, l'affascinante è da lui trovato, finalmente, a Roma. «Ci sono, finalmente! Tutta la mia freddezza è svanita. Sono accasciato, perseguitato da ciò che ho visto....» Tanta è stata la sua freddezza, che certi passi del _Voyage en Italie_ sono più aridi delle indicazioni d'una guida e d'un catalogo; ma a Roma, e dinanzi alla campagna romana segnatamente, il poeta della solitudine e delle rovine prova un'impressione profonda: profonda a segno, che dopo averla espressa nella lettera del 10 gennaio 1804 al Fontanes, egli quasi s'ingelosisce quando altri dopo di lui osa ancora descrivere quei luoghi, dei quali si stima senz'altro scopritore: «i viaggiatori francesi ed inglesi venuti dopo di me hanno segnato ogni loro passo dalla Storta a Roma con altrettante estasi: il signor di Tournon segue la traccia d'ammirazione che io ho avuto la fortuna d'indicare». Ed a Roma vorrebbe morire: «Se avrò la ventura di finire qui i miei giorni, ho fatto in modo da avere a Sant'Onofrio un cantuccio adiacente alla camera dove il Tasso spirò. Nei momenti perduti della mia ambasceria, alla finestra della mia cella, continuerò le mie _Memorie_. In uno dei più bei siti del mondo, fra gli aranci e le querce, con Roma intera sotto gli occhi, ogni mattina, mettendomi all'opera fra il letto di morte e la tomba del poeta, invocherò il genio della gloria e della sventura....»
Non potendo appagare questo voto, tornato in Francia e ripartitone per l'esilio del 1832, egli scende in Isvizzera e si ferma alle porte d'Italia, a Lugano, dove ancora una volta prova la tentazione di fermarsi e morire. «Finirò dunque le mie _Memorie_ sulla soglia di questa classica e storica terra dove Virgilio e il Tasso cantarono, dove tante rivoluzioni si compirono? Rimembrerò il mio destino di Bretone dinanzi allo spettacolo di queste montagne ausonie? Se il loro velario si alzasse, mi scoprirebbe le pianure lombarde; di là, Roma; di là, Napoli, la Sicilia, la Grecia, la Siria, l'Egitto, Cartagine; plaghe remote che misurai, io che non posseggo tanto di terra quanta ne premo con la pianta del piede....» Ma l'incredibile è che questo romantico errante, questo ricercatore e amatore di luoghi insigni per natura o storia od arte, arrivato nel 1806 a Venezia, donde salperà verso l'Oriente, non solamente resta freddo dinanzi a quella meraviglia del mondo, ma sente il bisogno di dichiarare nella lettera al Bertin: «Questa Venezia, se non m'inganno, vi dispiacerebbe quanto a me. È una città _contro natura_....», soggiungendo prove talmente puerili del suo giudizio, da sollevare giustamente lo sdegno dei Veneziani: articoli di gazzette ed appositi opuscoli daranno sulla voce al temerario, e qualcuno dichiarerà di non sapere se prendersela più con la sua «cattiveria» o con la sua «stupidità».
È vero che ventisette anni dopo, nel 1833, egli si ricrede o scioglie un inno alla città delle lagune: «Si può, a Venezia, credersi sul ponte d'una superba galera all'àncora, sul Bucintoro, dove vi diano una festa e dal cui bordo scopriate mirabili cose....»; è vero che egli riesprime il desiderio di vivere e morire anche qui: «Perchè non posso chiudermi in questa città in armonia col mio destino, in questa città dei poeti, dove Dante, Petrarca e Byron passarono?...» ma il Faure nota argutamente come l'improvviso infatuamento dopo il disprezzo fosse determinato dalla voga data a Venezia dai nuovi scrittori stranieri, dal Byron precisamente.
Si potrebbe, dunque, trovare qui una prova di ciò che non era per altro ignoto: della poca sincerità dello scrittore. Il presuntuoso stimatosi quasi inventore della poesia della campagna romana, si mette ad ammirare la già denigrata Venezia per amore di byroneggiare!... Ma c'è, sotto un altro aspetto, anche di peggio. Egli si lagna perchè nel 1833 non ritrova le rive del Brenta quali erano la prima volta che le percorse: «L'Austria è venuta: essa ha rimesso la sua cappa di piombo sugl'Italiani e li ha costretti a ridiscendere nel loro sepolcro»: osservazione amarissimamente vera, che ha il solo difettuccio di esser fatta da uno dei più illustri tirapiedi della Santa Alleanza, dal congressista di Verona, dal turiferario della «miracolosa» Coalizione e della diplomazia del 1814, del '15 e del '22 che «fondò nell'avvenire i diritti dei sovrani e dei popoli, e la sicurezza e la libertà dell'Europa!».
Il Faure non fa critica storica, nel suo bel libro, e neanche semplicemente letteraria; tuttavia egli non tralascia di rilevare quel tanto di falsità che c'è in qualche pagina italiana di Giorgio Sand. La celebre scrittrice, l'amatrice famosa ha piantato a Venezia il povero Alfredo infermo e se n'è andata col suo Pagello a Bassano: la passeggiata di due giorni nei dintorni della città veneta diventa una «spedizione» nel cuore delle Alpi; la novelliera dichiara d'essersi «scorticate le mani e le ginocchia», per attingere le estreme «solitudini» e l'«ultima vetta»; soggiunge ancora d'essersi creduta in America, negli «eterni deserti che l'uomo non ha potuto ancora conquistare sulla natura selvaggia....». Con lo stesso spirito di verità lo Chateaubriand l'aveva gabellato per un viaggio di scoperta nei deserti dell'America settentrionale quello che un critico, «spietato» secondo il Faure, ridusse alle modeste proporzioni di un'escursione al Canadà....
II.
«Spietata» veramente suole riuscire la critica quando si attenta di scemare o distruggere il fascino esercitato dai grandi scrittori; ma è colpa della critica se i grandi scrittori, e le grandi scrittrici, non hanno tutti una grande anima?
Per buona sorte, Gabriele Faure non va incontro a delusioni quando sceglie altri soggetti, più nobili e puri. Giustamente persuaso che non è possibile evocare i genii se non nel quadro che fu loro familiare, egli ascende in reverente pellegrinaggio il poggio di Arquà, entra nella casa del Petrarca, volge lo sguardo alle colline ed alla pianura che furono l'ultima visione del cantore di Laura; scende poi, o per meglio dire ritorna nella verde Umbria e si ferma a contemplare il paesaggio francescano di Clara Scifi, la madre delle clarisse. Immagini singolarmente espressive egli trova anche per rivelare l'anima dei luoghi lamartiniani e stendhaliani, ma il suo più grande fervore è serbato all'Italia: «Italia, Italia», ripete col Byron, «tu fosti e sei sempre il giardino del mondo, la patria della Bellezza nell'arte e nella natura!...».
Un appunto, tuttavia, gli si potrebbe, o per dir meglio gli si poteva muovere fino a poco tempo addietro; perchè la sua visione del nostro paese è, talvolta, un poco quella della tradizione: una specie di «giardino di Armida» — giudica il protagonista dell'_Amore sotto gli oleandri_ — un luogo, per conseguenza, dove non si fa altro che godere ed obliare. Sul lago di Como, nel bacino della Tremezzina, a Bellagio, «tutto è voluttuoso, tutto parla ai sensi, tra gente unicamente intenta all'amore ed al piacere»; a segno, che quando Lucilla ne fugge e prende una barca per guadagnare l'opposta riva, il barcaiuolo la guarda «con aria maliziosa» e le domanda: «_Une histoire d'amour, n'est-ce pas, signora?_....». Si potrebbe — si poteva — chiedere al Faure il ritratto di cotesto barcaiuolo, se lo stesso autore non avesse ora scritto altri due libri: i _Paysages de guerre de France et d'Italie_, e _De l'autre côté des Alpes: sur le front italien_, dove «quei Francesi che troppo spesso parlano un poco leggermente dell'Italia» possono apprendere che questo paese del «languore dei sensi» è anche il paese dei forti propositi, dei magnanimi ardimenti, dell'indomito coraggio e dell'eroismo sublime.
Nelle sue visite per le città e le campagne della zona di guerra, il Faure non può dimenticare d'essere artista; ma il cittadino della nazione alleata, l'ammiratore dello sforzo italiano pensa al passato bellicoso di Brescia dinanzi alla sua _Vittoria_ e vi trova una promessa ed un simbolo; ricorda gli studii fatti sulla scuola di pittura a Bassano, ma esalta la virtù guerresca della città; giudica che i palazzi merlati non sembrano più, come un tempo, fuori posto nella Treviso cui gli apparecchi di guerra hanno oggi conferito un nuovo aspetto di forza; ammira le pittoresche vedute delle Alpi carniche, ma anche più gli «splendidi» alpini che ne custodiscono i passi, ed il «miracolo» del nostro organamento militare; chiede anche a sè stesso, rileggendo il Carducci, quali parole il poeta di _Ça ira_ troverebbe per cantare la Marna e Verdun, «in quella stessa regione dell'Argonna e della Mosa che tanto giustamente chiama Termopili della Francia». «Se egli vivesse ancora», soggiunge, «noi ci volgeremmo a lui, vegliardo divino, come egli si volgeva a Vittor Hugo, e gli chiederemmo di cantare anche alle nuove generazioni il canto secolare del popolo latino:
Canta a la nuova prole, o vegliardo divino, Il carme secolare del popolo latino; Canta al mondo aspettante Giustizia e Libertà...».
INDICE.
AVVERTIMENTO Pag. VII
Vigilia italica 1 Una Absburgo in Italia: Maria Carolina di Napoli 15 L'Austria nei giudizii d'un suo alleato 30 Un condottiero francese a Napoli 42 L'Adriatico e le Due Sicilie a Campoformio 56 Italia e Grecia nelle lettere di Giorgio Byron 70 Il Protocollo della “Giovine Italia„ 85 Maestri di guerra: I. Il principe di Ligne 99 II. Lazzaro Carnot 112 Gli enimmi di Waterloo 127 Thiers, Bismarck e la guerra 143 Un profeta del pangermanesimo: Edgardo Quinet 158 L'Imperatore liberale: Federico III 173 La battaglia della Marna 186 Romanzi di guerra: I. Il senso della morte 109 II. La famiglia Valadier 212 Paesaggi di pace e paesaggi di guerra 226
OPERE DI FEDERICO DE ROBERTO (Edizioni Treves).
_Le donne, i cavalier'...._ Edizione di lusso, in-8, illustrata da 100 incisioni L. 7 50 _Una pagina della storia dell'amore_ 2 — _L'illusione_, romanzo. Nuova edizione 2 — _La sorte_, novelle. 4.º migliaio 2 — _La messa di nozze_, romanzo. 2.º migliaio 3 50 _L'albero della scienza_, novelle. Nuova edizione 3 — _Al rombo del cannone_. 2.º migliaio 4 — _Leopardi_ 3 —
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Al rombo del cannone, by Federico De Roberto