Part 12
Ha finto, ha mentito, per esser lasciato solo. Quando Caterina, consolata dalle notizie recatele da Marsal, torna presso il marito, lo trova fulminato da una infezione tossica. Allora anch'ella vuol morire: ma un altro moribondo la salva: il tenente Le Gallic. Anch'egli ha concepito, suo malgrado, una tenerezza profonda, un amore inconfessato e inconfessabile per la cugina. Lo ha negato al marito geloso ed a sè stesso, ma lo spasimo prodotto in lui dal dramma di cui è stato spettatore ed attore ha esacerbato la sua ferita: sul punto di morire, alla vedova del suicida, alla donna secretamente amata, egli addita nel compimento del bene, nell'esercizio della carità, nella speranza di un'altra vita, il dovere di vivere.
II.
Tragico caso, egregiamente osservato nella persona di Michele Ortègue. Escludendo ogni finalità dall'universo, tutto facendo consistere nei fenomeni, riducendo la coscienza umana ad un epifenomeno, costui parla ed agisce secondo l'intima logica o la rigorosa necessità della natura sua. Sposare sulle soglie della vecchiezza una fanciulla fu, a giudizio dei suoi colleghi, una «pazzia»; si potrebbe anzi giudicare che fu vera colpa; ma quali scrupoli avrebbero potuto trattenerlo, se egli era ed è persuaso che non esistono altre leggi fuorchè quelle da cui il mondo fisico e l'organico sono governati? Amando la giovane, egli l'ha fatta sua; l'amor proprio gli ha lasciato credere che un uomo del suo valore può benissimo essere riamato, nonostante l'enorme differenza degli anni. Quando si sente affetto da una malattia mortale, accettare che sua moglie muoia con lui, gioire del patto, pretenderne la esecuzione, sono cose anch'esse, secondo lui, naturalissime; perchè, in nome di quale principio, per virtù di quale precetto potrebbe egli rinunziare ad un sacrifizio che è prova d'amore, che appaga la sua vanità, che lo farà segno all'invidia del mondo, che solletica così le sue passioni?... La mostruosa presunzione crolla ad un tratto, quando il dottor Marsal gli dà a leggere la carta dove Caterina ha significato il proprio rimpianto; crollata la presunzione, che cosa resta in quell'anima? L'egoismo è mortificato, insanabilmente; la morte è vicina, inevitabilmente; e perchè vivere ancora un poco, finchè tutte le fibre saranno incancrenite, se nessuna forza morale aiuta a sopportare il dolore e se la morte è la distruzione totale dell'essere? Precipitarsi subito nel nulla: questo un uomo come l'Ortègue farebbe, e questo precisamente egli fa.
La condotta di Caterina non riesce persuasiva altrettanto. Per voler morire insieme col marito, ella dovrebbe amarlo d'una passione immortale. Tale non è la sua. La sua passione è anzi definita «più immaginaria che reale». In mancanza dell'amore, la pietà, il bisogno di consolare l'agonia dell'uomo che l'ama, può indurla a consentire di avvelenarsi con lui; ma il suo è più che un consentimento chiesto ed ottenuto; è anzi un patto da lei stessa proposto, quasi imposto da lei: ella stessa esige che il marito le giuri di avvertirla quando avrà deciso di morire. Può bensì ella avergli tenuto questo linguaggio non potendo altrimenti dimostrargli che lo ama e dissipare i suoi dubbii, ma nell'atto che gli ha detto d'amarlo tanto, ha pure soggiunto: «T'amo.... Non so se è impossibile, se è insensato. So che è»: parole che avrebbero potuto e dovuto aprire gli occhi ad un uomo meno accecato dall'amor proprio.
Altri fattori concorrono, è vero, a spiegare l'offerta di Caterina. Ella sente altamente, prova disgusto per le donne che passano dall'uno all'altro amore, vuol dimostrare a sè stessa d'essere rimasta fedele ad uno solo. Ora, turbata sino in fondo all'anima dalla vista del cugino, dell'eroe giacente sul letto di dolore, ella prevede di cadere nelle sue braccia se non morrà col marito. Dove sarebbe tuttavia il male? Poichè il marito è condannato senza rimedio ed ha qualche mese di vita appena, e poichè il cugino non è neanche egli uomo da contentarsi d'un amore libero e libertino, ma vorrà anzi sposarla, dopo il lutto vedovile, dinanzi al mondo ed a quel Dio nel quale fermissimamente crede, la coscienza di lei non dovrebbe dunque tremare. Dove è detto che neanche la morte possa restituire la libertà ad una creatura umana, quando ella stessa non si sente vincolata dalla sua propria passione? Caterina non ama più d'amore l'uomo a cui è unita, se pure lo ha mai amato così; ama il cugino, si sente amata da lui; e quando non ha da far altro che dar tempo al tempo, aspettare che il cancro, il male organico di cui nessuno è responsabile, compia l'opera sua, dovrebbe invece giudicare cosa «naturale», cosa «inevitabile», morire insieme col canceroso?
Quanto è inumano il patto, tanto umano è il pentimento. Logicamente, necessariamente, ella deve pentirsi e ribellarsi. Se suo marito ne prova tale disinganno da darsi tosto la morte, deve o soltanto può ella concepirne un rimorso che la risospinga al suicidio? Dov'è la sua responsabilità? Ella non ha fatto altro che scrivere per sè stessa il pensiero suo intimo: quello scritto le è portato via dal dottor Marsal; egli stesso, ad insaputa di lei, corre a presentarlo al professore. Chi può chiamarla a renderne conto? Certo, ella deve provare una ambascia acutissima nel veder morto il compagno della sua vita, l'uomo a cui aveva promesso di seguirlo sotterra; ma se di questa promessa si pentì, se questa idea le riuscì intollerabile, se la vita la riprese, e con essa l'amore e la speranza della gioia, può ella sentirsi ancora legata dall'orribile patto dinanzi a un cadavere?... Quando il dottor Marsal, l'abate Courmont e più che altri il cugino di lei si propongono di strapparle di mano la boccetta del veleno e di persuaderla a vivere, si può antivedere che non dovranno durare molta fatica per riuscir nell'intento....
III.
Ciò non vieta che le parole con le quali Ernesto Le Gallic le insegna la legge della vita e del dolore siano da meditare. Tutto, nella figura, nelle azioni, nei sentimenti di lui è logico e coerente, come — sebbene all'opposto polo del mondo morale — in quella di Michele Ortègue. Quanto è inveterato e quasi viscerale lo scetticismo di costui, tanto profonda, essenziale è la fede di Ernesto. L'urto delle due tendenze non può essere evitato: e questo contrasto è l'argomento sul quale Paolo Bourget ha voluto fermare l'attenzione del lettore. Dinanzi alla scomposta disperazione del professore monista, dinanzi alla sua intolleranza del dolore fisico che lo rende morfinomane ed aggrava così le sue condizioni organiche, dinanzi alla sua incapacità di sopportare il dolore morale, dinanzi all'incontinenza sentimentale che lo spinge a fare una scena di gelosia al ferito, al morente, lui morente, torturandosi e torturandolo; dinanzi alla fiacchezza dell'animo suo che lo induce a fuggire la vita prima del tempo, mentre ancora potrebbe salvare tante altre vite di soldati sanguinanti per la Patria — di fronte a questa insania la serenità di Ernesto Le Gallic, la forza con la quale egli soffre e reprime la sua passione per Caterina, tacendola a lei e negandola a sè stesso; la bontà, l'indulgenza, la ragione che oppone ai sarcasmi del frenetico sospettoso, la rassegnazione con la quale vede avvicinarsi la morte, l'eloquenza della sua fede destini dell'anima rifulgono ed ammoniscono.
Egli non trionfa effettivamente del rivale, non lo converte. Persuade la donna secretamente amata a vivere, ma nè l'impresa era molto ardua, nè Caterina è da lui rimessa sulla via della fede: al contrario, ella continua a dubitare. Molto agevolmente il Bourget avrebbe potuto mostrarla ricreduta. Fanciulla, costei era stata religiosissima; solo la disciplina scientifica del padre e del marito avevano potuto distoglierla dal sentimento del divino. L'eroe che ella ama, e che l'ama, potrebbe, morendo, restituirla alla Chiesa. Si può dire qualche cosa di più: l'ufficio di sostenere la necessità della preghiera non dovrebbe naturalmente essere conferito a lei, alla donna?
Se l'autore non ha fatto così, è segno che non ha voluto. Vi è dentro di lui come una specie di rivalità fra l'artista intento a rappresentare la vita e il moralista ansioso di diffondere un insegnamento. L'efficacia della sua opera d'arte può talvolta essere qua e là menomata dal preconcetto, ma l'artista prende tosto la sua rivincita. È lui quello che ha impedito a Ernesto Le Gallic di operare conversioni. Michele Ortègue nega fino all'ultima sua ora, fino ad uccidersi, stoicamente; Caterina continua a dubitare. Ella accetta di vivere per gli altri, si prodiga ai sofferenti, sino all'esaurimento; ma ignora se le sarà tenuto conto, altrove, dell'opera sua. Talvolta lo spera; le pare talvolta che una voce le dica grazie; ma non sa da che parte le venga. Che importa, se l'opera è santa?
Ed il suo dubbio, più artistico — cioè più vero — è anche, senza paradosso, più persuasivo. La conversione potrebbe sembrare voluta, artifiziata, falsa; l'incertezza, invece, l'esitazione, l'interrogazione sono atteggiamenti proprii dello spirito umano. L'importante è che questi problemi lo occupino. Il merito di Paolo Bourget è quello di averli proposti, oggi che il fiore della gioventù s'immola sull'altare della Patria, oggi che tutte le forze, tutti i valori morali devono essere chiamati a raccolta per la vittoria.
_23 novembre 1915._
II.
LA FAMIGLIA VALADIER.
Leggere le prime pagine ed i primi capitoli delle _Heures de guerre de la Famille Valadier_ di Abele Hermant è provare l'impressione che la guerra mondiale, o almeno quella dei Francesi contro i Tedeschi, sia finita da un pezzo. Sarebbe altrimenti possibile scherzare intorno all'argomento tremendo? Come trovare materia di sorriso e di riso nell'ora paurosa del pericolo, nell'ora sublime dell'olocausto? Chi avrebbe l'animo di indugiarsi a rilevare i lati comici della tragedia immane?... Quando udiamo il professore Valadier ordinare al figlio di staccare dal muro la cornice dove, «come una reliquia», è serbato un pezzetto di pane del 1870; quando vediamo il giovane Valadier, in costume di _boy-scout_, mettersi sull'«attenti», eseguire l'ordine «a passo accelerato», e porre «sotto il naso» dell'ospite, del narratore, «l'orribile crosticina che i suoi quarantatrè anni d'età non hanno resa nè più nè meno appetitosa», noi pensiamo che anche la nuova guerra, durante la quale il professore recita un suo ingegnoso discorso sulla carestia del grano e la «virtù delle mortificazioni», ma confessa che «la mollica riesce mortale al suo stomaco dilatato», noi pensiamo che anche la guerra del Quattordici e del Quindici, come quella del Settanta, dev'esser passata al dominio della storia. Se fosse attuale, se in una parte notevole del territorio francese lo straniero restasse ancora accampato, se tutti gli sforzi della nazione fossero ancora intesi a scacciarlo, potrebbe il narratore riferirci che il suo personaggio, dopo la quotidiana «variazione» sul pane, udendo il quotidiano squillo di campanello annunziante l'arrivo della quotidiana gazzetta, si mette a cantare, sull'aria della _Bella Elena_:
_Ce coup de tonnerre_ _Annonce à la terre._ _Un communiqué...?_
C'è veramente qualche passo nel quale il lettore prova quasi il bisogno di portar la mano agli occhi per accertarsi di non aver travisto o frainteso. L'umore e il buon umore del romanziere sembrano un'irriverenza, quasi una profanazione....
Quando si procede nella lettura l'impressione di anacronismo e di sconcerto si attenua: quando si voltano le ultime pagine è già vinta, cancellata, dispersa. Uno scrittore di professione, un lavoratore della penna, non avrebbe trovato difficoltà a comporre sulla guerra un romanzo con dentro una tesi, un libro di predicazione patriottica, di propaganda nazionale; Abele Hermant ha composto invece la _Famiglia Valadier_ perchè così portava l'intima e singolare natura dell'ingegno suo. «Ai giorni che corrono», dichiara in un certo luogo, «tutto ciò che non è sincero mi riesce odioso». Si può aggiungere che non oggi soltanto, ma in ogni tempo la sincerità è doverosa ed amabile. L'ironico osservatore della vita, il delizioso autore di quei _Transatlantici_ che non udremo più nella mirabile recitazione di Alberto Giovannini, non poteva smettere l'abito suo; anche avendone la possibilità gliene sarebbe mancata la ragione; perchè, con la sua ironia, col suo umorismo, la _Famiglia Valadier_ è anch'essa l'opera di un patriotta: opera d'arte dove le ragioni dell'arte sono rispettate, dove la moralità e l'insegnamento non sono inclusi con artificio, per forza, a furia di retorica, ma scaturiscono invece naturalmente come dalla stessa vita.
I.
I Valadier sono una famigliuola borghese composta del padre, della madre e di tre figli, tutti in preda alla passione del teatro. Ha cominciato la primogenita, Emma, entrando al Conservatorio drammatico ed uscendone premiata agli esami finali. Valadier padre, professore di storia afflitto dal nome di Arturo, non volendo ostacolare la vocazione della figliuola, ma sentendo incompatibile la dignità professionale con la qualità di genitore d'una commediante, ha lasciato l'insegnamento, ed a furia di udire e di leggere opere teatrali, parla e gestisce ora anch'egli come dalla ribalta. I due figli minori, Luciano e Luisa, familiarmente chiamati Lulù e Lilì, contraggono il contagio a loro volta, e si tirano l'uno per attor comico, l'altra per attrice tragica. La signora Valadier, agli occhi della quale il marito è stato ed è un oracolo, incoraggia da parte sua quelle tre vocazioni ripromettendosene gloria e ricchezza, ed acquista intanto l'aspetto, il fare e le mosse del _madro_. In questa casa, subito dopo gli esami di Emma, e qualche settimana prima dello scoppio della guerra, ha cominciato a prendere i suoi pasti uno degli esaminatori della giovinetta, un autore drammatico, un prestanome dello stesso autore, il quale narra in prima persona ciò che vede e ode.
Egli ode giudizii politici e militari enunziati con grande sufficienza dall'ex-professore, come questo, ad esempio: che «l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando non potrà avere nessuna influenza sulla politica generale dell'Europa»; oppure come la risposta data con piglio severo al figliuolo che gli domanda se la Francia volerà in soccorso del Belgio: «No! La nostra generosità ce lo consiglierebbe; ma, per Dio! non facciamo i sentimentali! Siamo obbiettivi!...». Egoismo mentito, parte recitata: quando il brav'uomo apprende che l'esercito francese passa effettivamente dalla difesa all'attacco, ne concepisce tanta esultanza che si mette a spiegare il comunicato a chi vuole e a chi non vuole udirlo, finanche alla serva, «imperocchè egli obbedisce al precetto borghese di non esser familiare con i servitori, ma si rammenta anche di Molière».
Prima della guerra, il giovane Lulù aveva i capelli biondi e portava abiti attillatissimi; allo scoppio delle ostilità si è trasformato in _boy-scout_ collettore della Croce Rossa, e quantunque abbia appena diciassette anni, chiede di marciare come volontario: quando la sua domanda è accettata, i capelli gli s'imbruniscono perchè tralascia di darsi l'acqua ossigenata: sebbene poi, nel vestirsi per andare a passar la visita, metta tali cure, aiutato dall'intera famiglia, che la casa Valadier sembra trasformata in un «camerino d'attore, dove non si bada a tirare il lucchetto nè ad accostar l'uscio prima di cambiar d'abito: la sola differenza fu che egli non adoperò nessuna polvere o piumino, e per comparire dinanzi ai giudici non si dipinse gli occhi. Aveva già sacrificato la chioma, talchè era tosato e del più bel nero...». La sua ammissione nell'esercito è concordemente festeggiata dai genitori e dalle sorelle, ma quando l'ospite si reca a salutare il nuovo soldato, lo trova singhiozzante sulle ginocchia del padre che tenta invano di confortarlo recitandogli con voce tremante un vecchio ritornello del Béranger, mentre tutti gli altri parenti sono in lagrime e tragicamente atteggiati. Egli ne concepisce un senso di sdegno, credendo che il giovane abbia ora paura e che anche la famiglia sia pentita di avergli accordato il suo consenso; ma la signora Valadier adduce la ragione di quell'angoscia — nobile ragione, sebbene spiegata col gesto e la voce di un personaggio del Corneille: «Lulù sperava d'esser destinato alla fronte, e lo mandano invece ad Albi....».
Quella della partenza è una scena commovente, sebbene «l'avrei giudicata senza dubbio più commovente se non fosse stata una scena....». L'ottimo Valadier è addolorato nel veder partire il figliuolo, «ma si sarebbe sentito molto più infelice se gli avessero vietato di rappresentare la sua parte di padre nobile secondo il Diderot e di prendere in prestito al Greuze la truccatura del _ruolo_.... Egli pronunziò un discorsetto pieno di coraggio e di sensibilità. Le sue lagrime colarono. Noi non potemmo trattenere le nostre. Erano lagrime del secolo decimottavo. Ma quando la signora Valadier baciò il soldatino sulle due guance e gli disse: — Va', caro ragazzo mio — non so perchè quelle parole mi scossero molto più che l'allocuzione del papà. Non significavano tuttavia gran cosa, salvo che quella madre, un po' ridicola ma dolorosa, dava con tutto il cuore, e senza frasi, il figliuolo diletto alla Patria. Io trassi un singhiozzo da bambino. Il signor Valadier mi guardò con occhio severo, ma perchè aveva paura di fare altrettanto».
II.
Con quest'arte, con questo stile Abele Hermant narra di Emma Valadier.
L'ospite, vedendo la giovanetta sempre pensierosa e triste, sospetta che abbia un secreto d'amore colpevole, ma non depone perciò l'idea, concepita fin dalle prime visite, di insidiarla; giudica anzi l'impresa tanto più facile se ella ha già avuto un amante. Ma quando si accinge a farle la sua brava dichiarazione, Emma gli butta le braccia al collo e scoppia in pianto, annunziando: «È morto!». Chi è morto?... «L'amico mio!...».
Era un compagno di studii, un futuro compagno d'arte. La guerra lo prese dei primi. «Non avremmo certamente fatto nulla di male se la guerra non fosse scoppiata. Ma il sabato, appena vidi il manifesto della mobilitazione, corsi da lui. Aveva un alloggetto in via Bergère. Mi aprì: naturalmente non teneva servitori. Da principio m'abbracciò e disse: — Vinceremo!... Gli risposi: — Oh, sì, cerio! E poi soggiunse: — Emma, potrà ben darsi che non tornerò più.... Allora gli risposi: — Fa' di me ciò che vuoi....»
Bisogna leggere nel testo tutta la pagina. A un tratto l'uscio si schiude «e il signor Valadier fece una brusca entrata, seguito dalla signora Valadier che lo tratteneva. Lo tratteneva almeno nella stanza attigua, ma dovette poi liberarlo sul passo dell'uscio, che è stretto; e una volta l'uscio passato, lo riagguantò per la falda della giacchetta. Non essendo armato, il signor Valadier non uccise nessuno e si contentò di fare un gesto di maledizione; poi s'inabissò nella poltrona che Emma gli aveva istintivamente ceduta, e si nascose il viso tra le mani. Io ero ben contento che la scena non volgesse al tragico, ma non potevo difendermi dal mandare al diavolo quel valentuomo che si disponeva a rammentarmi la _Dionigia_ proprio nel momento in cui provavo la più sincera commozione ed ero a cento miglia dal teatro. Fortunatamente il repertorio del signor Valadier è diverso, ed egli sentì, al pari di me, come il Diderot fosse più di stagione che non Dumas figlio. Alzò lentamente la fronte ingombra. Il suo viso passò, per insensibili gradazioni, dall'espressione di una collera santa a quella della clemenza di Augusto. Il suo sguardo si rischiarò e divenne d'un'infinita dolcezza. Spalancò le braccia, Emma vi si precipitò, egli le richiuse intorno a lei, e non si udì altro, nella modesta cameretta dove il crepuscolo già discendeva, che un suono misericordioso di singhiozzi e di baci».
Questo è il secreto di Abele Hermant: una indovinatissima mescolanza di comico e di drammatico, la riproduzione integrale degli aspetti ridicoli e patetici dell'esistenza, con l'aggiunta di un commento che è, secondo i casi, e talvolta ad un tempo, umoristico e serio.
Il professore Valadier, parlando ora come Socrate ed ora come il _Bonhomme Jadis_, è un gran brav'uomo, un padre eccellente, un cittadino esemplare. Egli procedeva all'esame delle poche righe dei comunicati come un epigrafista studia le iscrizioni, come un insegnante di lettere pesa tutte le parole d'un vecchio testo venerabile. Mai una pagina di Virgilio, di Racine o di Bossuet fu sottoposta a simili prove. Arrivava sino a tentare certi spostamenti della punteggiatura che modificavano il senso della frase, o che gliene davano uno quando per caso non ne aveva. Si permetteva di tanto in tanto qualche appunto di natura grammaticale, ma non trovava da ridire circa lo stile; perchè, come lutti i buoni Francesi, approvava senz'altro quanto emana dal Governo.....» Dopo tante notizie angosciose, dopo tante speranze e tante delusioni, la lettura del bollettino che annunzia la battaglia della Marna gli procura uno scoppio di pianto. «Credo», dice, dopo avere abbracciato l'ospite, che sia una vittoria.... Lo disse a voce molto sommessa, come se avesse vergogna o paura della gran parola che proferiva. Io chinai il capo. Ero in preda anch'io ad un bizzarro sentimento di paura o di vergogna che non sapevo spiegare a me stesso. Credo bene che singhiozzassi anch'io. Non mi rammento....» Ed alla proposta di comperare una bottiglia di _champagne_ per festeggiare l'avvenimento, Emma Valadier esclama candidamente: — Oh, no! Oggi non ne vale la pena, poichè è una vittoria vera».
Luciano Valadier, «il povero istrioncello fatuo e ridicolo», diventa un altr'uomo per virtù della guerra. Quando l'ospite apprende che lo hanno trasportato dal campo all'ambulanza, che è stato operato, che si tratta di cosa non lieve, corre a trovarlo. « — Dove sei ferito?... — Egli alzò le spalle, poi voltò la faccia contro il muro, e vidi e udii che singhiozzava. Ne fui spaventato. Lo supplicai di non lasciarmi più a lungo in quell'ansia mortale. Egli rivoltò il viso dalla mia parte e disse con tono furibondo: — Non sono ferito, m'hanno operato d'appendicite otto giorni addietro; non mi sono sentito di scriverlo alla mamma.... — Sciocco! — esclamai. Egli scoppiò di nuovo in singulti, ed io non potei frenare una risata. — Via! gli dissi; non è cosa che disonori! Perchè piangi?... — Egli rispose, interrottamente: — Non capisci.... non capisci che ne ho ancora per una quindicina di giorni.... e che poi.... poi vogliono darmi una licenza di due mesi.... Due mesi e quindici giorni!... Allora.... di qui ad allora la guerra sarà finita!... — Ma no, piccino mio, che la guerra non sarà finita di qui a due mesi!... — Mi afferrò allora per il collo e si mise a piangere sulla mia spalla. Ripeteva continuamente: — Mi giuri?... Giuralo!... Giurami che non sarà finita!... — Gli giurai che la guerra non sarebbe finita tra due mesi, lo cullai come un bambino e lo guardai con ammirazione. Non ridevo più....»