Al fronte (maggio-ottobre 1915)
Part 9
Poco dopo anche il generale, cercando un sentiero che aggirasse la posizione nemica, saliva da altra via la costa, esplorando lui stesso, come sempre, seguìto da un plotone. Arrivò in un punto scoperto, preso d'infilata. L'avevano visto; il piombo austriaco grandinava sulla roccia. I soldati esitarono un istante e si gettarono istintivamente a terra, ai lati del sentiero. Cantore rimase in piedi, la faccia verso il nemico, immobile sopra una sporgenza della roccia, impassibile come una statua. Poi chiese un fucile, e lentamente, con un'attenzione da tiratore al bersaglio in un giorno di gara, cominciò a far fuoco. Non gridò ordini, non disse nulla, ma un minuto dopo tutto il plotone, calmo, aveva preso posizione intorno al generale e nulla più lo mosse.
Due settimane fa, nella mattinata della domenica, in mezzo ad un quadrato di truppe che presentavano le armi, la signorina Maria Abriani, l'eroica guida, ha ricevuto la medaglia al valor militare, come un soldato. Essa ne è fiera, ma a chi si congratula con lei, modestamente osserva: «Tante altre donne avrebbero fatto lo stesso nelle mie circostanze».
«Non ha avuto neppure un momento di paura?» — le ho chiesto conversando con lei proprio sull'alto della posizione alla quale essa aveva guidato le truppe, dopo essermi fatto narrare la scena. «Non ci pensavo — mi ha risposto, — ero così contenta. E poi i soldati erano tanto calmi, allegri, che pareva che non ci fosse nessun pericolo».
Dopo un istante, sorridendo ha soggiunto: «Quando ridiscesi, passando dietro alle file che facevano fuoco, i soldati si voltavano a salutarmi e a dirmi dei complimenti....» In pieno combattimento, fra una fucilata e l'altra, mentre qualche cadavere insanguinava già le rocce, i combattenti lanciavano l'omaggio di una frase ammirativa alla gioventù e alla freschezza femminili che passavano. C'è tutta l'anima italiana in questo particolare pieno di eroismo e di galanteria.
Il piccolo combattimento di Ala fu definito dall'artiglieria. La batteria che accompagnava la colonna alla destra dell'Adige fu portata avanti e dall'altra parte della valle scacciò gli austriaci a colpi di _shrapnells_.
Da Ala la nostra avanzata ha raggiunto senza contrasti le posizioni solide che teniamo, di fronte alla montagna di Biaena, della quale gli austriaci hanno fatto tutta una immane fortezza.
Come nella valle Giudicaria, anche in quella dell'Adige i due fronti si consolidano lontani fra loro, separati da una zona aspra nella quale serpeggia la guerrilla delle avanscoperte. In tutte queste vallate vi è stata un'analogia di azione e di intenti, che ha condotto ad una analogia di situazioni.
Qualche colpo di cannone da una parte, qualche colpo di cannone dall'altra, urti di pattuglie, ma nel complesso la guerra qui marca il passo in un'attesa guardinga. Vi sono delle posizioni d'avamposti alle quali non si arriva che per osservare. Sono cucuzzoli di alture che l'artiglieria ha sterilito e denudato, perchè quando vi arrivano gli austriaci li bombardiamo noi, e quando vi arriviamo noi li bombardano gli austriaci. Si sente, s'intuisce che ogni movimento di masse qui dipenderà da movimenti che si svolgono altrove. Per ora i due fronti avversarî si limitano ad accumulare ostacoli.
Sul Biaena le fortificazioni austriache si vanno delineando come delle ferite sulla immane faccia del monte. Sono scorticature di rocce, tratteggi di terra smossa. Il materiale scavato, trasportato dalle piogge, ha formato delle colate chiare e rosate nei canaloni e sulle pareti a picco delle creste. Si scava e si scava lassù.
Il Biaena, vario, tutto pianori e dirupi, coronato da rocce a picco, fronteggia un gomito dalla valle dell'Adige, al di là della cittadina di Mori, e si presta ad una difesa di sbarramento. Sulla sua vetta lo scoglio appare forato da cannoniere. La fortezza più alta non è sul monte, è dentro al monte. Ci sono voluti anni di lavoro per annidare le artiglierie nel cuore delle immani scogliere.
Le opere colossali che l'Austria aveva fatto sulle formidabili barriere delle Alpi dimostrano non soltanto la preparazione minuziosa di una guerra per noi inevitabile, ma dimostrano anche un concetto altissimo del nostro valore. Non è contro un avversario disprezzabile che si accumulano ostacoli di questa mole. Quando noi ci sentivamo più deboli, l'Austria c'indovinava forti, ci presentiva pieni di energie imprecisabili, di risorse imprevedibili, di volontà insospettate. Nessuna posizione le pareva solida abbastanza, e per poterci battere apprestava le armi più numerose e possenti che la scienza militare moderna sia in grado di fornire.
Il Biaena, con le sue trincee che sembrano sospese come cornici al bordo di pareti rocciose, con i suoi sentieri coperti che cercano il cavo ombrato dei canaloni, con le sue batterie che s'intravvedono nel verde delle boscaglie, con le sue fortezze nascoste nella sagomatura turrita della cresta, il Biaena ampio, oscuro, ostile, imponente, un po' velato nello sfondo della Valgarina inondata di sole, non è che un monumento di paura.
I nostri soldati lo osservano con olimpica indifferenza dalle pendici di Serravalle e dalle falde del Cornale, dove biancheggiano i resti di un castello medioevale che schiera fin verso la cima un rango ancora intatto di merlature ghibelline. Lo sguardo corre da lì lungo il serpeggiamento scintillante dell'Adige, verso il quale i villaggi scendono come armenti alla beverata. Lontano, in fondo alla vallata, in una diafanità luminosa, un biancheggiare più vasto di edifici: è Sacco, un sobborgo quasi di Rovereto, in un'azzurra conca di monti.
I paeselli dalla nostra parte seguitano a vivere anche sulla linea degli avamposti, e ricevono strani messaggi dal nemico, portati dal fiume. Sono proclami, avvertimenti, inviti, spediti dentro bottiglie vuote che l'acqua trascina. Comunicazioni da naufraghi. Qualche volta un treno blindato viene avanti adagio adagio in esplorazione, spara un paio di bordate e fugge, tutto avvolto in una gran nube di fumo.
Il fianco orientale della valle è formato dalle balze del Coni Zugna che digrada, verso Rovereto, nella Zugna Torta. È una lunga montagna boscosa che solleva un dorso crestato di rocce. Sulla vetta più alta si erano fortificati gli austriaci. L'assalto che li scacciò salì da un lato che pare inaccessibile. Dal basso la cresta sembra avanzare delle fulve speronate a picco. Una notte un reparto alpino si arrampicò lassù e sorprese il nemico. Un solo austriaco tentò di difendersi, con un eroismo ammirevole. Al grido di «Arrendetevi!» rispose: «Io non mi arrendo che per ordine dell'Imperatore!» — e cadde trafitto. Gli altri fuggirono.
Ora tutta la montagna è nostra, e dagli ultimi suoi contrafforti settentrionali i nostri avamposti vedono allargarsi sotto a loro, nella vallata profonda, Rovereto. L'altro versante del Coni Zugna scende sulla Vallarsa, che è pure nostra. A Rovereto essa si congiunge con la valle dell'Adige. Rovereto è il centro al quale converge una immane stella di valli nelle quali l'avanzata italiana si è incanalata. Sulle montagne, fra valle e valle, tuona l'artiglieria nostra. Invisibile e dominante, arrivata lassù come per miracolo, lungo strade improvvisate che si slanciano alle cime con un zig-zag da saetta, essa spande come un temporale il suo tuono nelle alte regioni dell'atmosfera.
Si sale alla Vallarsa per la strada di Schio che ascende al passo delle Dolomiti. Si viaggia lungamente nel panorama fantastico delle vette gigantesche, irte di cuspidi e di torri favolose, rossicce o cineree, pallide nella profondità del cielo, immerse nel diafano oceano dell'aria che le tinge un poco del suo azzurro, e nelle quali pare di vedere rovine paurose di costruzioni sovrumane, ruderi di castelli olimpici.
La Vallarsa è quieta come la Val Lagarina. Vi si aspetta. Il rione di San Giusto, il lembo orientale di Rovereto, mette un tremulo biancheggiamento nella distanza, dove la valle si allarga. Rovereto è in fondo ad ogni gola, è la mèta verso la quale tutti i passi si orientano.
Sulla Vallarsa, in uno sperone della roccia che avanza come una sentinella e strapiomba sul burrone, gli austriaci stavano creando uno di quei loro forti scavati nello scoglio. Quanto lavoro contro di noi! Le cannoniere, mascherate da frasche, erano già aperte verso l'Italia, simili ad entrate di caverne, e all'interno del monte immense gallerie formano un labirinto tenebroso. I detriti vomitanti dalle grotte artificiali biancheggiano a strisce fino al torrente.
Sul forte incompleto si stavano issando le spesse pareti di acciaio delle cupole. Quelle cave masse di metallo sono oggi garitte di sentinelle italiane, e il vento freddo della montagna mugola ai loro bordi da campana.
UNA MAESTOSA BATTAGLIA DI FORTEZZE.
_Vicenza, 29 agosto._
Delle piccole nubi leggere e rosate incoronano la vetta oscura di una bella montagna regolare, tutta ammantata di una folta pelliccia di vegetazioni, e le cui falde si allargano dolcemente, punteggiate di case così bianche che sembrano luminose nella mattinata serena.
Un gruppo di ufficiali d'uno Stato Maggiore, da una balza erbosa che pare una terrazza verde sulla vallata, punta i binocoli verso la vetta che traspare di tanto in tanto, impallidita fra i cirri. Le nubi si diradano, si sfanno, si riformano, si spostano, e nelle loro lacerature nereggia a momenti, un po' velata, in un ovattato contorno di vapori, la sommità boscosa che attira gli sguardi. Il calore del sole, il tepore che sale dalla valle lungo le pendici, nella quiete profonda dell'aria, spazza a poco a poco le nubi, e in un lento dissolversi filaccioso di nebbie la cresta della montagna appare intera, sempre più nitida.
Essa è coronata di puntini oscuri, che si prenderebbero per minuscole escrescenze sassose sul profilo della vetta, se non si muovessero, con quella lentezza da insetti che hanno gli uomini nelle lontananze. Sono nostri soldati arrivati lassù l'altro ieri, con un assalto salito prodigiosamente a quasi duemila metri. La montagna è il Salubio.
La vallata è quella del Brenta, la Valsugana, che risalito il vecchio confine si allarga serpeggiando in ampie volute da oriente ad occidente verso Trento. La Valsugana e la valle dell'Adige si congiungono a Trento, e costituiscono le due massime arterie di transito fra le pianure italiane e la nostra grande città prigioniera. Fra queste due vallate capaci, nel cui fondo strade e ferrovie s'intrecciano sulle sponde dei fiumi, si ergono massicci alpini, solcati da vallette minori e da gole che formano un labirinto di passi, i quali tendono a innervarsi ai fulcri di Rovereto e di Trento.
L'Austria, preparando la nostra aggressione, aveva apprestato tutto per svolgere una delle azioni offensive più vigorose sulla Valsugana, e allo scopo di proteggere il fianco di questo movimento d'invasione e salvaguardare le sue retrovie, aveva sbarrato quei passi minori, tutti i piccoli sbocchi secondari tra la Valsugana e la vallata dell'Adige, con un sistema di fortezze modernissime. Sono queste le fortezze di cui sovente abbiamo letto i nomi sui bollettini del Comando Supremo a proposito di intense azioni di grosse artiglierie sull'altipiano di Asiago e sul monte Lavarone. Sono i forti di Luserna, di Belvedere, di Spitz Verle, di Busa Verle, che guardano principalmente la valle dell'Astico, la più facile delle vie secondarie fra l'Adige e il Brenta.
Subito, al primo inizio della guerra, incominciò il duello gigantesco dei forti. Varcata la frontiera occupammo di sorpresa il monte Lavarone, sovrastante dal nord l'angusta valle dell'Astico, e lo guernimmo di grossi cannoni. Il 28 maggio il bombardamento era già così intenso, tanto dalle nuove batterie del Lavarone quanto dai nostri forti permanenti annidati più a oriente fra le vette dell'altipiano di Asiago, che il vigore della difesa austriaca dalle fortezze corazzate declinava su certi punti. I nostri tiri bene aggiustati tempestavano specialmente il forte Luserna, il più vicino, che, sconvolto dalle esplosioni delle grosse granate, alla mattina del 29 non rispondeva già più. Le sue cupole d'acciaio erano demolite, tutto pareva in rovina.
Verso mezzogiorno si vide sorgere una bandiera bianca sul forte austriaco sbrecciato e silenzioso. Un evviva echeggiò sulle vette italiane a questo segno di resa. Ma subito dopo il forte scomparve in un fumo di esplosioni. Era il forte austriaco di Belvedere, più lontano, che apriva il fuoco sul Luserna per punirlo d'avere issato bandiera bianca. Il 3 giugno anche il forte di Spitz Verle, più indietro, fra le alte rocce che dominano la Val d'Assa, era ridotto al silenzio, e quelli di Belvedere e di Busa Verle apparivano danneggiati. La nostra offensiva spezzava le prime barriere.
Il bombardamento continua. A lunghi intervalli il suo cupo rimbombo passa come un profondo e lontano boato di temporale sulla Valsugana, alla quale l'azione delle nostre grosse artiglierie tende dal sud. Le truppe che operano nella valle odono avanti a loro questa gran voce che rugge. E avanti a loro, infatti, la difesa austriaca che le fronteggia ha sul suo fianco destro la maestosa e lenta battaglia di fortezze.
È una battaglia che ha una mobilità solenne. Viste le opere in pericolo, gli austriaci spostano le batterie. Hanno costruito appostamenti nuovi, hanno creato vie di arrocco per trasportare i pezzi da una posizione all'altra, e alla notte, nel silenzio profondo della montagna, si ode talvolta un rombare metallico e lontano di ruote sui binari: sono batterie nemiche che viaggiano. Scoperte e battute, esse tacciono, e nell'oscurità se ne vanno. È come se le fortezze viaggiassero.
L'eco dei colpi arriva dunque nella vallata sulla quale si è riformato il silenzio dopo l'ultimo combattimento. Sulla cima del Salubio conquistata i nostri soldati si profilano, e più in basso, fra le piante, si annida il gregge bianco e sparpagliato delle tende. Qualche nuvoletta di _shrapnells_ si forma, uno scoppio risuona, gli ometti lassù rimangono immobili. Un paio di cannoni da montagna austriaci abbaia cautamente contro le nostre nuove posizioni, ma nessuno ci bada.
L'assalto nostro è arrivato sul Salubio di sorpresa. L'ascensione è durata un giorno intero. Dopo un abile movimento aggirante, compiuto di notte, l'alba del 24 ha trovato le truppe destinate all'attacco tutte nascoste nelle foltissime boscaglie che coprono le falde fin quasi alla vetta. Su tutto il Salubio non c'è che un triangolo di prato, il cui velluto verde si stende sulla spalla oscura della montagna, disseminato di _baite_ deserte. Lentamente, lentamente, strisciando, ascoltando, inerpicandosi con cautela da rovo a rovo, da tronco a tronco, le truppe, in silenzio perfetto, precedute da punte di esplorazione, salivano nell'ombra più cupa, evitando le radure, lontano da ogni sentiero. Alle cinque della sera si avvicinavano al limite alto del bosco. Qui furono fatte fermare, per dar loro un po' di riposo. Gli austriaci erano trincerati a cento metri da loro.
Mezz'ora dopo si potevano scorgere dal basso, attraverso i binocoli, le prime pattuglie che uscivano dal folto, fra gli ultimi rovi. Parevano immobili, tanto il loro avanzare era lento, guardingo, felino. Gli austriaci non erano più che a cinquanta metri dalla fila avanzata dell'attacco. Dietro ad ogni cespuglio si aggruppavano minuscoli grappoli d'uomini accoccolati. Ogni movimento pareva sospeso. Non un colpo di fucile, non una voce. I minuti sembravano eterni.
Improvvisamente, uno strepito di fucilate, uno scoppio sonoro di cannonate, nembi di fumo sulle trincee, poi un formicolìo confuso verso la vetta, un gran grido, lungo, vasto, l'urlo poderoso dell'assalto, simile ad un lamento di bufera, e sul profilo della cresta si è formato un granulamento ondeggiante e vago. La montagna era presa.
La difendeva una compagnia munita di mitragliatrici. Pareva inconquistabile. Ma la sorpresa ha sgomentato il nemico. È stato sopraffatto dal panico alla vista degli assalitori così vicini, contro i quali ha sparato con tanta concitazione da non causare che perdite infime. Alcuni colpi di cannoni da montagna, appostati vicino, lo hanno deciso definitivamente alla fuga.
La compagnia austriaca ha lasciato indietro cinque uomini con l'incarico, piuttosto sproporzionato, di trattenere gl'italiani in caso d'inseguimento. I cinque uomini si sono naturalmente arresi. Più tardi — era quasi notte — gli austriaci, non udendo più niente, hanno distaccato altri sei soldati per andare a vedere che cosa era successo dei cinque. E lo hanno visto bene, poichè sono stati fatti prigionieri anche loro.
La conquista del Salubio ha inutilizzato le difese più basse nella valle, create sull'altura di Telve, che è come uno sperone del Salubio avanzato verso il corso del Brenta a sovrastare la cittadina di Borgo. Quest'altura, fulva, nuda, regolare, appare tutta rigata da trinceramenti formidabili in cemento armato. La sua fortificazione deve essere costata milioni. L'allineamento oscuro delle feritoie, nell'ombra della blindatura, si tratteggia su tutto il declivio, fino al paesello di Telve, che sorge ai piedi del colle, e le cui casette bianche si sovrastano, come per contemplare la valle, l'una al di sopra del tetto dell'altra. La rovina turrita di un castello allarga sulla vetta della collina la cinta delle sue muraglie diroccate. L'altura è stata abbandonata senza lotta.
Attraverso la vallata ubertosa, seguendone la dolce curva, Borgo, l'ultima città conquistata, si distende; e da lontano essa appare come un chiaro festone di case che si attacchi alle prime pendici del Salubio, da una parte, e a quella del monte Armentera dall'altra. L'Armentera è pure nostro. Mentre avanzavamo alla destra sul Salubio, avanzavamo alla sinistra dal monte Civaron, preso nel giugno e dal quale gli austriaci hanno tentato inutilmente di scacciarci.
Nessun combattimento nella valle. La lotta è avvenuta sui fianchi, da dosso a dosso, da cima a cima. Il Civaron, alto, strano, sottile come un pan di zucchero, coperto di boschi, dominava già Borgo, ma è l'Armentera, più avanzato, che scende a balze dirupate, tutte solcate da lavori di trinceramento austriaci, che ce ne dà il possesso incontrastato.
Fra queste alture imponenti, la Valsugana si apre e forma una conca meravigliosa, ricca, verde, disseminata di villaggi pittoreschi, di ville, di castelli. Da ogni parte d'Europa l'estate portava qui una popolazione di gente in vacanza, attirata dalla bellezza dei luoghi e dalla efficacia curativa delle acque. Oltre Borgo si scorge Roncegno, con i grandi caseggiati dei suoi famosi stabilimenti termali immersi nelle nuvolose masse oscure di un parco. Più lontano è Levico, più in alto è Vetriolo.
Nelle stazioni ferroviarie di tutti i paesi si leggono ancora questi nomi sopra _affiches_ multicolori, rimaste ad invitare la gente come se niente fosse successo. Le locande vicine alla vecchia frontiera sono piene di queste _réclames_ allettevoli che vi incitano a passare un mese di villeggiatura al Ferdinandshöhe sullo Stelvio, o al Grand Hôtel del Tonale a Ponte di Legno, o all'Hôtel di Falzarego, in località bombardate, in alberghi dei quali non esistono più che le rovine.
La incantevole conca di Borgo è deserta. I paesi sono abbandonati. Nulla si muove sulla via bianca. La polvere s'accumula sulle soglie delle case, insieme a detriti di carta e di paglia portati dal vento. Tutti i ponti sono saltati. Non uno ne hanno lasciato intatto gli austriaci. A Grigno, non lontano dalla frontiera, e più oltre, presso Borgo, hanno interrotto i passaggi a colpi di mina. L'acqua del torrente Maso gorgoglia fra i rottami contorti dei ponti di ferro della ferrovia — i cui binari sono rimasti per un tratto stranamente sospesi — della strada rotabile principale e della strada di Scurelle; tre ponti vicini, le cui campate, crollate allo stesso modo, spezzate agli stessi punti, hanno una non so quale bizzarra analogia di gesti.
Poco lontano, il campanile di Borgo, dal pinnacolo singolare come una punta di pagoda, si leva giallo e scintillante al sole sopra un fresco stormire di pioppi. Le persiane chiuse dànno alle case del paese silenzioso un'apparenza di paura, come se esse avessero serrato gli occhi per non vedere. Su queste case spaventate e sole, di tanto in tanto arriva una granata: un ronzìo profondo e lamentoso, uno scoppio, una nube di fumo e di polverone, ed un edificio ferito versa sulla strada qualche frammento bianco.
La stazione, ad un limite del paese, appare danneggiata dai colpi. Ma furono colpi nostri. Circa tre settimane fa, come annunziò il bollettino ufficiale, si scorse dal Civaron un intenso movimento di truppe e di carreggi alla stazione di Borgo e delle artiglierie pesanti la bombardarono. Il movimento si dissipò come per incanto. Una grande attenzione fu posta nei tiri per non danneggiare l'abitato, benchè allora la città fosse già abbandonata.
Per quasi due mesi Borgo è stato zona neutra. Vi arrivavano pattuglie nostre e pattuglie austriache. La situazione non era amena per gli abitanti; tanto più che quando le pattuglie nemiche sceglievano la stessa ora erano scariche di fucilate per le strade. Gli austriaci accusavano la popolazione di favorire gl'italiani. Avvertiti da quello spionaggio che è una delle loro più perfette istituzioni, essi scendevano ad arrestare la gente sospetta di italianità. Portarono via così anche una signorina, colpevole di aver stretto la mano a un caporale nostro. Alla fine ordinarono lo sgombro definitivo della città, e la poca gente che era rimasta partì. Ma partì dalla parte nostra, protetta da uno squadrone di cavalleria.
Ora, da due giorni, gli austriaci tirano cannonate sulle case, ma senza continuità e senza convinzione. Credono di impedire forse qualche concentramento di truppe a Borgo. Sparano da lontano e da vicino; sono piccole granate di cannoni da montagna, che arrivano chi sa da dove, o sono le grosse artiglierie del monte Panarotta che intervengono, specialmente nelle ore pomeridiane, quando il Panarotta è in ombra e vede la valle in luce.
Il Panarotta costituisce adesso la barriera austriaca nella Valsugana, come il Biaeno è la barriera che fronteggiamo nella valle dell'Adige. Si sporge ad una svolta della vallata, dietro a Roncegno, e pare la blocchi con la sua mole superba, azzurrastra nella luce del mattino. La conca di Borgo ha il Panarotta come ultimo scenario di fondo.
Sulla vetta la montagna ostile ha dei forti corazzati muniti di cupole d'acciaio. Pare che all'inizio della guerra questi forti non fossero ancora armati. In ogni caso si armarono presto, e alla metà di giugno cominciarono a far sentire la loro voce. Più in giù, lungo gli oscuri declivi boscosi, batterie mobili si appostano sui pianori, e trincee, e reticolati che si stendono a fasce, segnalati come da un affollamento nebbioso e minuscolo di miriadi di pali.
La difesa austriaca sembra si vada concentrando in quell'immane fortilizio. La nostra avanzata sul Salubio e sull'Armentera ha provocato un balzo indietro del nemico. Sopra Roncegno c'è una piccola chiesa, antica e solitaria, sul cui campanile ha sventolato fino a due giorni fa una grande bandiera austriaca. La bandiera è scomparsa. Nessun essere vivente si muove intorno alla chiesuola lontana. Per tutto è quiete, silenzio, immobilità. Non uno spolverìo di marcia o di convogli in movimento sulle strade più remote. Gli austriaci si sono ritirati dopo l'ultimo combattimento, lasciando qualche piccolo reparto sulle colline, a ponente di Borgo, da dove cannoneggia. E ritirandosi hanno fatto saltare altri ponti. Fino a Roncegno si sono viste brillare le mine. Questa fretta d'interrompere la viabilità denota uno stato singolare di allarme.