Al fronte (maggio-ottobre 1915)

Part 8

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Prima del giorno i nostri circondavano la _baita_. Ecco l'alba, ed ecco la pattuglia austriaca che sbuca, guardinga, e rassicurata penetra tranquillamente nella capanna. Rimane all'esterno il capo, un grosso sergente tirolese, che si mette a passeggiare. Passeggiando non si accorge che qualcuno lo segue, ritmando l'andatura perchè il rumore dei due passi si confonda. È il tenente dei bersaglieri.

Era rischioso quel modo di sorprendere il nemico, ma era elegante. Era italiano. Noi facciamo anche la guerra da artisti. Sarebbe stato facile piombare sulla _baita_ ad armi spianate, ma il tenente voleva vedere la faccia sbalordita e comica del grosso tirolese. Una soddisfazione che poteva costargli la vita, ma che importava?

Dunque l'ufficiale segue il sergente austriaco. Allunga il passo, lo raggiunge e lo tocca leggermente sulla spalla. Il tirolese si volta di scatto e fa un balzo indietro. Stupefatto, allibito, rimane immobile, pietrificato in un gesto di sperdimento, con gli occhi sbarrati, la bocca aperta. Il tenente sorride.

— Ma — balbetta l'austriaco con voce strozzata — ma.... voi siete un ufficiale italiano!

— Perfettamente! — fu la risposta — e questi sono soldati italiani.

Dai cespugli tutto intorno emergevano teste di bersaglieri e baionette. Un minuto dopo la pattuglia austriaca marciava via prigioniera.

Una spedizione assai più drammatica fu quella compita sul Ponale per interrompere l'impianto elettrico che fornisce energia a Riva, spedizione che fu annunziata con sei parole dal bollettino del 27 giugno.

Non fu per lasciare Riva al buio che venne compita quell'audacissima impresa, ma per estinguere i proiettori austriaci, che la forza elettrica del Ponale accendeva sul fronte fino a Rovereto, e per disarmare i reticolati fulminanti della loro micidiale possanza.

L'impianto elettrico aveva le sue prese idrauliche ad una chiusa del lago di Ledro, vicino a Molina, in fondo alla valle che le nostre posizioni avanzate ora sovrastano. L'acqua in pressione imboccava due enormi tubi accoppiati. Fra i nostri alpini si trovava un operaio che aveva lavorato all'impianto, e che si offrì per guidare la spedizione.

Partirono in cinque. I loro nomi erano stati tirati a sorte. Alla compagnia schierata il capitano aveva domandato cinque volontari, dopo avere spiegato i rischi dell'impresa; ma all'ordine di «chi vuole andare faccia un passo avanti» tutta la compagnia fece un passo avanti, con tanta regolarità di manovra che l'ufficiale credette di essere stato frainteso. «No, no — gridò — capitemi bene, quelli che si offrono escano dalle righe!» E la compagnia intera, per essere ben capita anche lei, fece due passi avanti. Così si ricorse alla sorte.

Si trattava di attraversare gli avamposti del nemico e di andare a lavorare fra i suoi accantonamenti. Per lunghi giorni i sentieri erano stati ricercati e studiati. Il piano dell'impresa era completo. Ognuno dei cinque aveva un còmpito preciso, stabilito prima. Alla partenza, l'ordine fu di non parlare fino al ritorno, di non aprire bocca qualunque cosa avvenisse.

I cinque muti lasciarono il campo in una notte di bufera, oscurissima. Discendevano per le forre del Martinel da sterpo in sterpo, quando si trovarono a qualche metro da una pattuglia austriaca. Aspettarono lungamente, immobili, coricati fra i rovi. La pattuglia austriaca passò.

Poco lontano dalle chiuse, i tubi dell'acqua facevano un gomito. Ogni soldato aveva sulle spalle dei sacchi di sabbia e un carico di gelatina esplosiva. Arrivati a quel punto, senza una parola, deposero tutto in terra. Quattro di loro si allontanarono in direzioni prestabilite e si sdraiarono vigilando. Rimase uno solo ad eseguire il lavoro di mina: l'operaio. La pioggia s'era calmata, e s'intravvedevano le nubi basse che fuggivano tumultuosamente verso il Garda. Una finestra illuminata, vicina, alle prime case di Molina, pareva spiare nella notte.

Sotto al gomito delle tubature, l'artiere alpino, attentamente, con una lentezza eroica, disponeva gli esplosivi, e con i sacchi di sabbia, messi tutto intorno, formava la camera di scoppio. Il tempo pareva eterno. Dal villaggio, occupato dagli austriaci, sono salite delle voci. Un cane ululava a cinquanta passi dai nostri, in una fattoria tutta buia. L'alpino minatore si muoveva senza rumore, studiosamente. Cinquanta minuti è durato il lavoro.

Riunitisi a qualche centinaio di metri dalla mina, i cinque soldati hanno aspettato immobili lo scoppio. L'esplosione è avvenuta senza fragore. È stato un tonfo sordo e profondo, seguìto da uno scroscio violento di cateratta. La massa d'acqua irrompeva precipitosamente dalle tubature spezzate. Poco dopo essa arrivava con impeto al villaggio, inondandolo. Gli austriaci sono stati svegliati dalla piena negli accantonamenti e nelle tende, e un urlo immenso di terrore è salito dalla valle.

Senza una parola, sempre muti, gli alpini hanno ripreso la via del ritorno; hanno ripassato la linea degli avamposti austriaci in allarme; sono arrivati alla punta dell'alba all'accampamento, affranti di stanchezza e d'emozione.

L'ordine del silenzio era finito, ma uno di loro non parlava più. L'operaio, che aveva compiuto lo sforzo più grande di tensione e di volontà, aveva perduto la favella. Ed egli tace ancora, atono, stupefatto, quieto, avendo dato in un'ora tutte le energie di una vita, avendo speso in sè stesso, in un sublime dialogo fra la volontà e l'istinto, tutte le eloquenze della sua anima. La fatalità ha voluto suggellare sulle sue labbra il mistero del suo magnifico dramma.

La spedizione è stata ripetuta, ma con altri mezzi. Il danno fatto non era irreparabile, se gli austriaci possedevano tubi di ricambio. E dovevano certamente possederne a Riva. Infatti le nostre ricognizioni hanno potuto vedere un affaccendamento di lavoro intorno alle chiuse del Ledro. Si è pensato quindi a troncare l'impianto idraulico in modo definitivo. Non più pochi uomini, ma un battaglione. Se non si passava di sorpresa si sarebbe passati per forza. Gli zaini dei soldati erano pieni di gelatina esplosiva.

Fuori di ogni sentiero, per i boschi del Carone, la truppa, dopo aver sorpreso di notte i posti avanzati austriaci, ha raggiunto il ponte sul Ponale a Biacesa, un gran ponte in ferro che sosteneva con le sue travate le tubature dell'impianto elettrico. Tre piloni, tre mine. Uno scoppio immane, un lampo accecante, una eruzione di rottami, e il ponte era scomparso.

È una guerra di colpi di mano, nella quale il nemico, più tardo, dimostra una pesantezza e spesso una inumanità teutoniche. In un recente combattimento, piccolo ma accanito, che ha completato il nostro fronte sul Garda, gli austriaci, che tentavano di resistere all'attacco, mentre si combatteva a brevissima distanza, facevano fuoco sui feriti.

Di tanto in tanto, una volta o due al giorno, la bella quiete della valle Giudicaria è interrotta da un rimbombo di cannonate. Tre o quattro granate austriache arrivano intorno a Condino. Un po' di fumo, un boato, ed è finito. È il forte di Por che abbaia, accucciato sopra un costone di fronte allo sbocco della valle Daona.

Vi è tutto un gruppetto di forti lì, a quel bivio di valli, ma soltanto quello di Por prende la parola, forse perchè è il più vicino, o forse perchè è il più moderno. Può anche darsi che gli altri forti siano stati disarmati per coronare con le loro artiglierie le posizioni lungo la Daona.

Il forte di Por si vede nettamente. L'erba non è ancora nata sui suoi spalti, che macchiano di una nudità rossastra il fianco del monte, come una frana. Però un muraglione di appoggio laterale delle opere, rimasto scoperto, è sagacemente tinto di verde, ma di un verde tenero inverosimile che non appartiene a nessuna vegetazione di questo mondo. Sulla spianata le cupole di acciaio si profilano basse, cinque calotte che sfiorano appena la superficie. Intorno, il prato e il bosco fanno largo, come arretrando davanti a questa fragorosa intrusione sulla selvaggia bellezza del monte.

Condino riceve le sue granate quotidiane con quell'aria desolata, esterrefatta e lugubre che hanno i paesi abbandonati nelle zone del fuoco dove fra le case e per le piccole vie pittoresche la solitudine e il silenzio acquistano una pesantezza tragica. Da ogni porta esala come un alito di angoscia, e pare di sentire nelle abitazioni vuote il senso di un'atroce attesa. Da lontano sembrano vivi questi villaggi. Condino, con le sue case bianche, appare pieno di una campestre gaiezza. Quando vi si entra, l'immobilità di ogni cosa produce una non so quale impressione di gelo, come se l'ombra dei muri raccogliesse un'atmosfera di morte.

Poco più oltre, Cimego; più lontano Castello. Abbandonati anche loro vedono strisciare lungo le case le pattuglie austriache. Questo silenzio, così sinistro nei paeselli, dove inconsciamente noi tendiamo l'orecchio alle voci, è dolce all'aperto. Nella mattinata limpida, sotto al gran sole, la valle è festosa.

Nelle acque del Chiese è un brulicare rosato di soldati che si bagnano e si levano dai loro gruppi canzoni e risate. Altrove si lavora. Si lavora con una letizia che mette in noi una serenità indicibile. Si fanno baraccamenti per l'inverno, si fanno strade, si fabbricano arnesi, si costruiscono persino slitte, che porteranno viveri e munizioni quando tutto questo verde sarà morto e i nevai saranno discesi fino alla valle. Falegnami, muratori, carpentieri, zappatori, lavorano al sole, cantando. Gli accampamenti che s'inerpicano con un disordine da armenti al pascolo sui prati e sulle boscaglie dei declivi, sono pieni di vita e di allegria. Direi quasi che scendono da essi delle buffate di giovinezza e di vigore.

Se il nemico contasse sulla nostra stanchezza, s'ingannerebbe molto. La guerra ci tempra. Pare che i nostri soldati ritrovino al campo una vita che conoscevano, che amavano e che avevano dimenticata.

Compiono opere meravigliose che la sola forza non può fare senza l'entusiasmo. Il dorso delle più aspre montagne è solcato dalle volute di strade che scalano l'inaccessibile e per le quali l'automobile ascende. Sono centinaia di chilometri. I più grossi cannoni italiani tuonano da vette sulle quali finora non s'era posata che l'aquila. Declivi e rocce, ad altezze vertiginose, sono tagliati dal varco aperto dalla sapienza, dalla volontà, dalla gagliardia dell'esercito, e le strade nuove, simili a venature sui monti, portano come vene un fiotto di vita nostra alle più eccelse altitudini.

Per interrompere la strada di Ampola, quella che va a Riva, gli austriaci hanno fatto crollare in un punto la montagna con tre tonnellate di dinamite. La strada che era incavata nella roccia è scomparsa, e con lei tutta una falda della roccia. Ebbene, si è fatto un ponte che raccorda i due mozziconi della strada interrotta, un ponte sull'abisso, un ponte di legno, che si aggrampa alla parete, che si appoggia alle sporgenze, che sale lungo la roccia, così grandioso, così solido, che pare un lavoro permanente, e che probabilmente per molti anni reggerà il grave traffico di questo nuovo e antico lembo d'Italia.

Nelle opere delle nostre truppe si rivela una visione monumentale delle cose. Pare che si faccia tutto col pensiero dei secoli. E per lunghi secoli infatti rimarranno su queste montagne le tracce profonde e gigantesche della nostra civiltà in lotta, che affacciandosi sulle sommità delle Alpi vi lascia come degli indelebili solchi di artiglio.

TRA LE BALZE DELL'ADIGE.

_26 agosto._

L'occupazione di Ala, e la prima irruzione delle nostre truppe verso Rovereto nella valle dell'Adige, dopo la conquista fulminea dell'Altissimo e di tutto il massiccio fra il Garda e l'Adige, sono legate alla memoria del generale Cantore. La storia della nostra azione in quel settore è come dominata dalla figura di questo singolare condottiero di avanguardie, che aveva della guerra una concezione antica, magnifica e temeraria, per la quale è morto. Il suo ardimento da guerriero leggendario, che si accoppiava ad una visione chiara del terreno, ad una percezione esatta e rapida delle possibilità, fu preziosa nel primo slancio dell'avanzata, quando le nostre colonne penetravano nel territorio nemico senza potersi prefiggere un obbiettivo preciso e definitivo, prive di informazioni esatte, affidate alla intuizione e alla sagacia dei capi per strappare alle circostanze il maggiore frutto.

L'Altissimo fu preso con un colpo di mano. Reparti alpini marciarono nella notte del 23 maggio per dirupati sentieri della montagna, e sorpresero all'alba il nemico sulla vetta. Senza sosta l'occupazione si estese ad oriente. Dalla cima scese per i valloni ad affacciarsi sulla Val d'Adige. Le pattuglie calavano per i costoni e per le balze. Delle compagnie di rincalzo s'inoltravano dal sud. Il 2 maggio, l'avanzata risaliva il fondo della valle fino ad Ala.

Poche truppe: due battaglioni. Uno marciava alla destra dell'Adige, l'altro alla sinistra. Una batteria seguiva il battaglione di destra. Gli abitanti, quando vi narrano della comparsa delle truppe liberatrici, non vi dicono «gl'italiani arrivarono» ma «Cantore arrivò». Perchè videro lui prima di ogni altra cosa. Il generale era l'esploratore delle sue colonne. Improvvisamente, in un villaggio che gli austriaci avevano abbandonato poco prima, entrava un generale italiano, solo col suo capo di Stato Maggiore.

Giungeva per la strada maestra, tranquillamente. E questo ardire, pieno di un senso di eroico disdegno verso il nemico, colpiva profondamente l'immaginazione degli abitanti che aspettavano palpitando, la mente piena delle menzogne austriache, secondo le quali gl'italiani avrebbero messo tutto a ferro e a fuoco.

Cantore voleva vedere ogni cosa con i suoi occhi. Dove poteva celarsi un agguato, verso i possibili sbarramenti, dove il terreno si prestava ad una difesa avversaria, andava lui a guardare. Freddo, calmo, avanzava allo scoperto, e, scelto un buon punto d'osservazione, si assestava lentamente gli occhiali sul naso e ammiccava con i suoi occhi da studioso miope, impassibile al fuoco, immobile, attento, come un matematico avanti ad un problema. Poi, quietamente, dettava gli ordini al suo capo di Stato Maggiore, che lo seguiva per disciplina, per dovere e per amor proprio.

Quando voleva recarsi in esplorazione, il generale non mancava di chiedere il parere dell'ufficiale. Ascoltate le eccellenti ragioni che sconsigliavano il progetto, egli concludeva «Allora, andiamo!» — e partiva in avanscoperta. Aveva un'inflessibilità verso di sè e verso gli altri, che era tutta scritta nell'energia del suo volto. Ignorava il pericolo; lo aveva affrontato tante volte impunemente che si era fatta la persuasione di una invulnerabilità. «La morte non mi vuole», diceva. E ci credeva. La morte lo ha afferrato così repentinamente nella sua ultima temeraria esplorazione fra le orrende rocce delle Tofane che egli non l'ha sentita venire e non ha avuto il tempo di ricredersi.

A Borghetto entrò a piedi. Dal campanile del villaggio una pattuglia austriaca aveva tirato dei colpi verso la strada. Poi questo fuoco era cessato. Cantore volle andare a vedere se il paese era sgombrato dal nemico. Due guardie di finanza del posto di frontiera gli fecero da fiancheggiatori. La pattuglia austriaca era fuggita. L'avanzata incominciò. Cantore partì avanti, in automobile, come per una passeggiata.

Nella valle pittoresca i cui nomi evocano come una fantastica galoppata di epopea, fra quei dirupi che hanno visto passare in uno scintillìo di uniformi e in un ondeggiamento di piume la prima gloria napoleonica, la quale doveva allargare i suoi clamori trionfali su tutta l'Europa, in quel grandioso scenario da battaglie, la conquista italiana è entrata veloce, annunziata dal rombo di un motore, che echeggiava improvviso fra i muri dei villaggi attoniti, rozzi e grigi, raccolti intorno al bianco stelo dei campanili, e immersi nei vigneti contro ad uno sfondo oscuro di immani rocce precipitose.

Dopo le chiuse prodigiose che Rivoli sovrasta dal suo verde pianoro, profonde come cañons, dopo quell'angusto e solenne corridoio di dirupi che stringe fra pareti a picco la serenità dell'Adige, dopo la zona delle vecchie fortezze, massicce e bianche, che dominano la gola dalla sommità di vette nude, la vallata si allarga maestosa, vigilata da ruderi di torri annidati fra dirupi giganteschi e da qualche scheletro superbo di castello, che come quello di San Valentino addossa alle rocce le sue muraglie merlate con un'aria grandiosa, severa, lugubre da castello delle leggende. Il passato ha lasciato per tutto un segno di guerra. Ad uno svolto della valle, una cittadina chiara, graziosa, arrampicata in parte tra il verde delle alture, avanza le sue case più nuove verso l'Adige: è la prima città austriaca, Ala.

Ha un'aria raccolta e antica, con un'impronta così profondamente nostrana che pare di averla conosciuta già, di ritrovarla vagamente nella memoria insieme al ricordo di qualche vallata del Friuli. Nulla di più italiano di quei vecchi palazzi d'Ala, di una nobiltà provinciale, di un'arte modesta e pura, nel cui interno verdi specchiere di Venezia riflettono nel loro pallore di sogno delle grazie settecentesche. La parte alta, inerpicandosi sul monte, diviene rustica, e le stradine che salgono tortuose sono fiancheggiate da casupole montanare, tutte a balconate di legno annerite dal tempo. Attaccate ai muri, presso alle porte, le rozze slitte aspettano l'inverno; sulle logge è tutto un festoso verdeggiare di fascine fresche che seccano al sole; da soglia a soglia passa un dialogo veneto di comari.

Ad Ala avvenne l'unica opposizione austriaca alla nostra avanzata. Fu piccola, breve, ma arrivò di sorpresa. La città pareva completamente abbandonata dal nemico.

Prima di ritirarsi i gendarmi austriaci avevano affisso manifesti che minacciavano severe e imprecise punizioni a chiunque avesse osato di fare buona accoglienza agli italiani, e avevano ripetuto a tutti che gl'italiani si sarebbero abbandonati ad ogni eccesso. Da giorni i negozî erano chiusi, e la città silenziosa aspettava nella speranza e nell'ansia. Gli abitanti ignoravano tutto della guerra. Non sapevano della presa dell'Altissimo e delle altre operazioni che si stavano svolgendo nella regione. Nessuna notizia arrivava. Ma fra le case chiuse, per le finestre dei cortili circolavano bisbigliate delle voci.

Il 24 maggio si diceva già: «Saranno qui stasera; un boscaiuolo ha visto i bersaglieri ad Avio; scorgeva le penne....» Fra i patrioti vivevano degli austriacanti; la comparsa di qualche vicino sospetto interrompeva i dialoghi e faceva richiudere le finestre. Non erano tutti partiti gli anti-italiani, e qualcuno ne resta ancora adesso.

Andando via, gli austriaci avevano requisito il bestiame, obbligando dei contadini a condurlo a Rovereto. Pochi di questi disgraziati sono tornati indietro. Per farli rimanere, temendo forse lo spionaggio, gli austriaci avevano annunziato loro, semplicemente, che Ala non esisteva più, essendo stata distrutta insieme agli abitanti dalla barbarie italiana. La mancanza del bestiame e di provviste rendeva la vita dei cittadini difficile. L'arrivo degli italiani era invocato come un salvataggio.

Quando l'automobile del generale Cantore entrò nella città, Ala pareva deserta. Cantore si fermò nella piazza, una piazzetta angusta, irregolare, a declivio, che pare si tenga a stento dallo scivolare con tutti i suoi ciottoli. Erano circa le dieci e mezzo del mattino. Il generale aspettava le sue truppe. Intanto alcuni individui sbucavano fuori e si avvicinavano a lui ossequiosi, assicurandolo della loro lealtà e del loro patriottismo. Gli austriaci? — dicevano costoro. — Neppure l'ombra. Erano fuggiti tutti.

Mentivano. Nessuno disse al generale che la gendarmeria austriaca, rinforzata da un reparto di fanteria territoriale, era all'uscita del paese dove da tre notti lavorava a trincerarsi. Questa menzogna noi abbiamo generosamente dimenticato.

Tre quarti d'ora dopo si udì il passo dei soldati per le vie. Delle porte si schiusero, delle voci di saluto risuonarono. Le case dei patrioti furono in rumore, e il grido di «Viva l'Italia!» scendeva da alcune finestre. All'avanguardia che, fra uno scintillìo di baionette in canna, sboccava sulla piazzetta, il generale diede l'ordine di proseguire ed occupare gli approcci settentrionali del paese. Repentinamente, appena i soldati, voltato l'angolo, sbucarono fuori dall'abitato, scoppiò la fucilata, violenta, intensa, vicina, imprevedibile.

Da quel lato la città si affaccia sul letto ampio e sassoso del torrente Ala, e la strada lo segue per un tratto prima di attraversarlo sopra un ponte. All'altra riva del torrente, si distendono delle vigne sorrette da lunghi muri che si sovrappongono a ranghi, dando l'idea della gradinata di un'arena con una verde moltitudine di viti al posto degli spettatori. In mezzo alle vigne, in alto, una villa isolata. Gli austriaci avevano fatto della villa, che fronteggia e domina il paese, il loro fortilizio, e dei muricciuoli i parapetti delle loro trincee. Inattaccabili alla fucileria, essi bloccavano solidamente il passaggio del ponte e rendevano intenibile il bordo dell'abitato.

Alla resistenza improvvisa, l'avanguardia refluì sulla piazza. I colpi che venivano dalla villa infilavano la via e tempestavano i muri. La piccola vetrina di una modesta pasticceria, avanti alla quale stava Cantore, è tutta foracchiata dalle palle.

Nella città sconosciuta non era facile orizzontarsi subito e trovare le posizioni dalle quali riconoscere e battere il nemico. Quali forze aveva? Il suo fuoco era serrato. Vi fu una ricerca concitata di sbocchi accessibili e di posti di osservazione, mentre sopraggiungeva il resto del nostro battaglione. In quel momento delle fucilate cominciarono a partire da varie finestre.

Allora si svolse uno dei più belli episodi.

Una compagnia cercava di salire alla parte alta della città e avanzava esplorando per una strada angusta e deserta, tagliata dal sibilare alto delle pallottole. Un portone era schiuso, come per un invito ad entrare. I soldati vi si affacciarono guardinghi, le baionette basse. Nella corte, inaspettato, risuonò un grido di entusiasmo, un grido di donna: «Avanti, avanti, viva l'Italia!» E una ragazza, giovane, sorridente, dall'aspetto fiorente e modesto, comparve fra i nostri: «Avanti, vengano, vengano sicuri!»

L'ufficiale che comandava, rimise la pistola nella fondina e salutò cavallerescamente chiedendo: «Signorina, si vedono gli austriaci dalla sua casa?» — «Sì, sì, si vedono, salga con me!» — e svelta essa lo precedette per le ampie scale d'una vecchia casa.

Da dietro alle persiane chiuse si scorgeva quasi sotto ai muri il torrente Ala; al di là, i vigneti e la villa, crepitanti di colpi. Delle palle si schiacciavano sulle pareti della casa.

Figlia di patrioti, educata alla religione segreta dell'Italia, la fanciulla non sentiva e non comprendeva il pericolo, tutta commossa dall'avverarsi del gran sogno. Rideva, e i suoi occhi azzurri sfavillavano di contentezza: «Signor ufficiale — esclamava — chiami i suoi soldati, vede, da qui può far battaglia!» — «No, signorina — rispose il capitano dopo aver bene osservato, — tirerebbero sulla casa e spezzerebbero tutto qui dentro; vorrei trovare una posizione più alta.» — «Sì, so io dove, mi segua, la conduco io!»

Dietro alla casa, degli orti minuscoli, aggrappati allo sperone roccioso del monte, si sovrastano l'un l'altro come pianerottoli verdi. E si vide una lunga fila grigia di soldati, preceduta da una bianca figurina di donna, salire curva da un pianerottolo all'altro per ripide scalette di pietra. Con un breve schianto le pallottole entravano nel tronco degli alberi. Gli austriaci conoscevano quell'accesso e lo vigilavano. Si accorsero subito della scalata. Dai vari ripiani i nostri cominciavano il fuoco, nascosti fra le piante.