Al fronte (maggio-ottobre 1915)

Part 7

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Il combattimento sullo Stelvio, che per la quantità di truppe impegnate avrebbe un valore di episodio, acquista un non so quale carattere di lotta titanica lassù, in quella sommità del mondo, dove le vette corrusche si ergono come combattenti, avendo i ghiacciai per spalto e le valli per fossato.

Dal giogo dello Stelvio fin verso il passo del Tonale è tutta una distesa di ghiacciai, un mare candido e sinuoso dalle onde immani ed immobili, che innalzano fino alle nubi lo splendore delle loro creste, un paesaggio polare levato nelle profondità del cielo sull'imponente e immane piedistallo dei dirupi. È il gruppo dell'Ortler e del Cevedale sul cui spartiacque la frontiera corre. Non vi sono valichi; bisogna attraversare i ghiacciai nelle insellature praticabili. Italiani e austriaci sono separati dall'ampia distesa del gelo. Qualche pattuglia s'inoltra alla notte sui ghiacci, esplora, attacca un piccolo posto, ritorna all'alba. Quando il giorno sorge non c'è più nessuno sul candore delle nevi. I posti avanzati si annidano al bordo dei ghiacciai, sulle creste nude e grigie.

Risalendo da Bormio la Valfurva si può avere un'idea di questa zona meravigliosa e orrida. Si arriva al villaggio di Santa Caterina, tutto pieno di alberghi, chiuso in una conca verde di boschi, circondato da pendici che lontano, in alto, si culminano in un panorama di nevi. Fra le vette, la più alta, regolare come una piramide, tutta bianca, è quella del Palon della Mare, dai declivi molli, soffici, pieni di ombre azzurre, come fianchi di nubi. Fra questa vetta e la cima del Monte Vioz, più lontana, invisibile, oltre la frontiera, vi è un'avvallatura valicabile che conduce al ghiacciaio del Forno, più basso sul versante italiano, e da lì all'alta Valfurva. È la strada preferita dalle incursioni austriache, piccole incursioni che tentano delle sorprese.

L'ultima incursione è avvenuta una settimana fa, nella notte del 9. Una cinquantina di cacciatori tirolesi attraversarono i ghiacciai per attaccare l'Albergo del Forno. È un rude e grande albergo da villeggianti eretto sopra un verde pianoro in una regione di baite, di fronte al ghiacciaio del Forno — ma dal quale lo separa un profondo torrente. Nell'albergo era un nostro posto avanzato. L'attacco e la difesa costituiscono un infimo episodio di guerra, ma infinitamente pittoresco.

Gli austriaci hanno in queste regioni una facilità di movimenti favorita dall'esistenza di alberghi e di numerosi rifugi, ampî, costruiti da società pangermaniste, da una quantità di _vereinen_ bavaresi e tirolesi. Quello che prendevamo per un furore sportivo era una preparazione di guerra. Ogni rifugio è eretto in posizione utile per facilitare un valico; esso è una vera stazione di tappa o un posto di vigilanza. Il pittoresco non ha niente a vedere con queste costruzioni disposte con criterî militari. Gli alberghi servono di base, i rifugi permettono l'avanzata. Negli ultimi anni, alberghi e rifugi sono stati frequentati da un numero incredibile di austriaci. Anche i registri degli alberghi italiani sono pieni di firme tedesche. I villaggi nostri della frontiera erano infestati da una quantità di tirolesi, e pastori, guide, operai, tagliaboschi tirolesi invadevano l'estate le nostre valli. Il risultato è che esistono sentieri che il nemico conosceva molto meglio di noi.

È per uno di questi sentieri che gli austriaci hanno potuto raggiungere l'Albergo del Forno da un lato quasi indifeso, verso il torrente. All'una di notte, le nostre sentinelle udirono un rumore di passi cauti fra le rocce, e ripiegarono sull'albergo dopo aver fatto fuoco. La notte era oscura. Gli austriaci si erano divisi in tre gruppi, che con abile tattica si presentarono uno per volta. Si rivelarono alle vampe dei colpi. Il primo attacco venne dal pianoro, il secondo da un pendìo che sovrasta l'albergo: ma una barriera di reticolati proteggeva i lati accessibili e il nemico, che certamente lo sapeva, non si avvicinava. Improvvisamente il terzo gruppo comparve dalla parte del burrone, fra delle scogliere vicinissime al caseggiato, quasi alla porta dell'albergo.

Molte, troppe cose gli austriaci sapevano. Conoscevano le posizioni della difesa, sapevano che quel giorno la massima parte della minuscola guarnigione era stata temporaneamente diminuita, conoscevano un passaggio, ignoto anche agli abitanti, per attraversare il burrone, e sapevano infine in quale ambiente i nostri, per aver più caldo, si riunivano alla notte. Infatti il terzo gruppo nemico piombò subito sopra una piccola cappelletta, una rustica chiesuola, vicinissima all'albergo, mentre tutt'intorno era un inferno di fucilate.

Gli alpini erano pochissimi. Contro l'attacco principale, due soli facevano fuoco. Per raggiungere la porta della chiesa gli austriaci dovevano inoltrare fra i due edifici e lo stretto passaggio era spazzato dalle pallottole dei nostri. Coricati a terra, i due difensori sparavano di sbieco per lo spiraglio d'un uscio appena dischiuso. Le canne dei loro fucili scottavano. Quando non potevano più toccare il caricatoio, stendevano la mano nel buio, dietro a loro, e afferravano un fucile fresco che un compagno porgeva.

Non una voce; nemmeno nel momento dell'allarme gli alpini hanno parlato. Al buio, senza fuoco, nelle tenebre fredde, non scorgendosi nemmeno l'uno con l'altro, essi si sono trovati d'accordo per intuizione, per istinto. Gli austriaci vociavano: Arrendetevi! — Rispondevano i colpi, il cui lampeggiamento illuminava i rozzi muri dell'andito. Aspettandosi l'assalto, i nostri avevano tacitamente inastato le baionette.

Un movimento di assalto si è iniziato; decisamente gli austriaci hanno imboccato l'angusto passaggio. Un atletico sergente è arrivato alla porta gridando: Arrendetevi o vi bruciamo vivi! Non aveva finito di pronunziare queste parole che una palla lo colpiva alla gola e lo rovesciava morto. Gli assalitori si sono fermati, hanno avuto un istante di esitazione, si sono visti i loro profili neri oscillare sullo sfondo stellato del cielo e poi scomparire. Fuggivano lasciando i loro caduti. Il rumore dei passi precipitosi svanì, e la pattuglia alpina si ritrovò sola nel deserto dell'alta montagna, di fronte al chiarore sidereo delle nevi.

È qui spesso una guerra di silenzi, di attesa, d'immobilità.

Impossibile scorgere sulle vette i nostri posti avanzati. Nessuno vi si muove. Nemmeno gli ufficiali riescono a vederli. Uomini e roccia pare che formino una cosa sola. Sdraiati nelle anfrattuosità, sull'orlo degli abissi, per intere giornate e per lunghe notti, gli alpini in vedetta rimangono fermi e desti, come cacciatori alla posta.

Taciturni e serî, partono in fila indiana dai loro attendamenti, e salgono, salgono, col loro passo eguale, lento, misurato da montanari, verso le cime, qualunque sia il tempo. Ogni ricognizione è una lotta contro gli elementi. Per bruciare un rifugio austriaco s'inerpicano tutta una notte, legati a cordate marciano sulle nevi con una temperatura di dieci, di quattordici gradi sotto zero, valicano crepacci tenebrosi, sfidano cento volte la morte, e tornano raggianti di una contentezza raccolta e silenziosa, carichi di bottino. L'austriaco è per loro il nemico meno temibile dopo aver vinto la montagna.

Quando lasciano in basso le ultime zone verdi, si fanno gravi. Risalgono spesso gole e passi che hanno una fama paurosa, come la valle Gavia disseminata di croci, che i soldati passando salutano. Ogni croce ricorda una vittima. Santa Caterina sembra l'ultimo limite del mondo abitabile. Al di là tutto si fa truce e smorto, non vi sono più colori, e la zona di operazione, il nostro fronte, è un _caos_ bianco e grigio che sfuma in alto in un pallore d'irrealtà.

Verso il Tonale la favolosa barriera dei ghiacciai s'interrompe, la linea seghettata delle vette degrada, si abbassa, lascia un'insellatura, poi, più al sud, riprende, si risolleva, e si imbianca di nuovo delle nevi eterne dell'Adamello. Per l'insellatura la strada rotabile della Valcamonica balza tortuosa con lunghi giri, guizzando come una sterminata e sottile serpe bianca, con grovigli da nastro caduto, e passato il valico ridiscende a volute oltre la frontiera nella Val di Sole.

La via del Tonale è più libera e più facile della via dello Stelvio, perciò la lotta vi insiste con maggiore violenza. I bollettini ufficiali hanno parlato spesso delle operazioni sul Tonale, ed essi soli bastano ampiamente a dare un'idea dello svolgimento dell'azione. Si combatte non tanto per passare quanto per il possesso di una soglia.

Anche questo valico è dominato da vette, da creste, da picchi. Per conquistare in basso bisogna cominciare col salire in alto. Si tende al valico ma si combatte altrove, e vediamo nei resoconti dello Stato Maggiore come l'attacco nostro colpisca ora al nord e ora al sud, verso le altezze.

Il primo giorno stesso della guerra, il 24 maggio, passata la frontiera i nostri alpini prendono la Forcella di Montozzo, a 2625 metri, a nord del passo del Tonale. Gli austriaci si fortificano sul Monticello, al sud del passo, a 2550 metri di altezza. Si contendono le vette. Chi ha le vette ha le valli. Il 30 giugno l'artiglieria entra in azione; i nostri cannoni aprono il fuoco sulle posizioni del Monticello. Il nemico allora tenta un colpo sulle nostre retrovie, e il 15 luglio, dopo un'ardita traversata dei ghiacciai del Mandrone, al sud del passo del Tonale, attacca in forze il rifugio Garibaldi. È respinto e noi occupiamo il ghiacciaio stesso, nei punti traversabili, al di sopra dei 3000 metri. La battaglia sale ancora, le trincee sono ora nel ghiaccio. Il 30 luglio gli austriaci, nella notte, ritornano all'attacco. Si combatte nelle nevi. Il nemico è respinto dai posti avanzati.

Intanto noi, con migliore fortuna, facciamo al nord del Tonale quello che il nemico non è riuscito a fare al sud. Il 7 agosto, gli alpini risalgono ancora più al nord e più in alto della forcella Montozzo, e avanzando per una cresta rocciosa e difficile, sorprendono e disperdono gli austriaci trincerati presso la punta di Ercavallo. Pare che la lotta devii dalle località alle quali realmente tende, essa si allontana e s'innalza. Le artiglierie sono issate a tremila metri sulle rocce di Ercavallo e rendono intenibili al nemico le posizioni di Malga Palude. Piccole forze e battaglie di giganti.

Ora anche pezzi di medio e di grosso calibro tuonano intorno al valico. Alle fortificazioni permanenti si sono aggiunte fortificazioni campali, tutte le valli rimbombano di colpi, e alla notte il lampeggiare vivido delle vampe rivela immensi profili di balze dirupate.

È di notte che sono giunto alla vista di questo inverosimile, prodigioso campo di battaglia. Sono salito per una lunga via che è sorta come per incantesimo. I tedeschi vantano le loro nuove strade che seguono gli eserciti nelle pianure polacche, ma che cosa sono quelle facili arterie di fronte alla viabilità che le nostre truppe creano, con una energia e una possanza romane, sulle Alpi, tagliando le rocce, aprendo fino alle vette il varco al transito della guerra con una rapidità meravigliosa, come il pioniere si apre il sentiero nella boscaglia? Vi sono nevai ai quali ora l'automobile sale.

Sale per strade vertiginose che si attorcono su falde di monti, e corrono sul bordo di abissi. Da una parte la parete a picco, dall'altra la sterminata profondità della valle. L'automobile passa sopra una cornice, e va lentamente lanciando il suo lamentoso segnale di tromba. Non è senza un vago sgomento che lo sguardo piomba nella vallata, dove le città e i villaggi appaiono come visti dalla navicella di un pallone, sempre più lontani, una granulazione di tetti minuscoli presso un filo azzurro che è un torrente, e un filo bianco che è una strada. Si è a ottocento, poi mille, poi mille e cinquecento metri più in alto. Tutto appare schiacciato, annebbiato, immerso in un'ombra violastra, e nessun rumore sale da laggiù, se non uno scrosciare lontano ed eguale di acque.

Il passo del Tonale era quasi invisibile, ma sotto al cielo limpido e costellato s'indovinava la massa immane dei monti. Un chiarore vago, forse quello della luna sottile che stava per sorgere, si stemperava in un biancore di nubi e di nevi. Non si capiva bene quali erano le nubi e quali erano le nevi. Era un caos di vapori e di cime. Delle fascie di nebbia si distendevano sul nero delle pendici. Improvvisamente un getto candido di luce ha tagliato la notte: il proiettore di un forte.

Esso cercava lentamente intorno, e quella gran striscia illuminava di un confuso e lieve balenìo i punti che toccava. Poi, il raggio che si stendeva orizzontale ha cominciato a sollevarsi. Guardava in alto. Adagio adagio si è disposto quasi verticalmente, come se frugasse nel cielo. Le nubi e le nebbie si sono rischiarate, e prodigiosamente, al di sopra di tutto, dove a noi pareva che la terra fosse finita, dove credevamo di vedere uno scintillare velato di stelle, si è accesa la neve, e un minuscolo lembo di ghiacciaio è apparso come librato nel firmamento.

Poco dopo un baleno ha disegnato di vivida luce i contorni delle nubi: un colpo di cannone. Dopo molti secondi è arrivato il rombo, cupo e lungo.

Tutta la notte l'artiglieria ha tuonato, a larghi intervalli, come se un temporale lontano imperversasse sulle più alte regioni della guerra. Gelava, e nella oscurità la terra intorno a noi biancheggiava di brina.

DAI GHIACCIAI DELL'ADAMELLO AGLI ULIVETI DEL GARDA.

_22 agosto._

Nella nostra prima escursione abbiamo avuto un'idea dell'estrema sinistra del nostro vastissimo fronte di battaglia, il quale si attacca allo Stelvio e scende al sud, lungo i ghiacciai dell'Ortler, del Cevedale e dell'Adamello, formanti come un immane, favoloso trinceramento bianco creato per una guerra di titani.

Più oltre, la tempesta delle vette abbassa il livello delle sue prodigiose onde di granito, e in essa, come un diritto e profondo solco, si apre da sud a nord la valle Giudicaria, la prima delle grandi vie di invasione che l'Austria, imponendoci la sua iniqua frontiera, si era riserbata. Fu sempre un'arteria di traffici e di guerre questa strada ampia, pianeggiante, capace, che dalle molli e ubertose vallate italiane, dopo aver contornato lo specchio del piccolo lago d'Idro tutto pieno del verde riflesso di montagne boscose, sale direttamente per la Giudicaria, e poi per la Rendena e per la Sarnthal, fino ad allacciarsi alle prime, ben lontane vallate della vera terra straniera, dove i nomi geografici cominciano a prendere un suono barbaro.

I bollettini ufficiali hanno parlato spesso della valle Giudicaria. La frontiera ci inchiodava in faccia a posizioni dominanti. Bisognava balzare avanti, irrompere nella valle dopo avere occupato le vette laterali, ed andare a stabilire il nostro fronte sopra una linea solida di difesa.

Per ben comprendere questa operazione, il cui teatro è stato la mèta della nostra seconda escursione, basta aver presente che la valle Giudicaria, diritta e mediana, ha i fianchi tagliati da valloni laterali che si distendono con quell'apparenza quasi regolare che hanno le nervature di una foglia. La Giudicaria è il nervo centrale. Inoltrandosi si ha a destra la valle di Ledro, che finisce al Garda; a sinistra la valle Daona che risale con una grande voluta fino ai ghiacciai dell'Adamello. Ebbene, l'occupazione nostra è arrivata ad affacciarci a questi valloni; il massiccio montuoso, aspro che li sovrasta costituisce la nostra fortezza: il torrente nel fondo delle gole è il nostro fossato. L'altro versante è nemico.

Al di sopra delle valli, a duemila metri di altezza, le vette di tanto in tanto si fulminano.

Si attraversa in riva al lago d'Idro l'antica fortezza di Anfo, massiccia, complicata, pittoresca, con le sue enormi muraglie che si sovrappongono fra le rocce fino alle costruzioni più alte sulle balze, con i suoi ponti levatoi, i suoi androni risuonanti di traffico, e gli spalti che si sporgono a immergere nell'acqua del lago le loro speronate robuste e grigie. Poco dopo si varca l'antica frontiera. «Regno d'Italia — Comune di Lodrone» si legge all'imboccatura del primo paesello riconquistato, al posto della scritta austriaca.

Del resto di austriaco non aveva che una scritta. Essa era indispensabile per avvertire che lì cominciava l'Austria. Null'altro lo dimostrava. Bianco, quieto, imbandierato, il paese ha l'aria ridente e soddisfatta di un villaggio brianzuolo. Più oltre, passato Darzo, s'imbocca la valle e la vita normale cessa. Non vive più che la guerra.

Un grande, prodigioso silenzio. Solo un mormorìo cupo ed eguale di acque echeggia sommesso fra le scoscese falde delle montagne: è il Chiese, veloce e limpido, nato dalle nevi eterne, tinto di un azzurro da aria liquida, come se sulle cime dell'Adamello, così vicine al cielo, si fosse imbevuto di serenità. Più ci si inoltra verso il fronte, e più la calma appare profonda.

I due eserciti si sono fissati sulle loro posizioni, e aspettano. Si osservano, si studiano, vigilano, lavorano. Le linee più solide delle reciproche difese sono lontane fra loro. Vi sono certamente delle trincee, ma non è una guerra di trincee. Fra un fronte e l'altro si stende una zona neutra, campo d'azione di pattuglie, di piccoli reparti, disseminato di vedette, percorso da esplorazioni, nel quale risuona improvvisamente lo scoppiettìo della scaramuccia.

È un territorio solcato da burroni, coperto spesso da oscure boscaglie che assaltano i declivi precipitosi e si fermano stanche sotto alle vette nude, è tutta una moltitudine di montagne che si affolla come in gara per sorpassarsi, irta di rocce dall'apparenza inaccessibile, che levano nel cielo, fin oltre i duemila metri, le sagome più bizzarre dell'architettura del mondo, i più inverosimili castelli della creazione.

L'avanzata è stata una corsa alle sommità. Per essere padroni della valle bisognava essere padroni dei monti. Quando il 24 maggio, con la contemporaneità e la coordinazione meravigliose che caratterizzano tutto lo sviluppo delle nostre operazioni, fu portato l'attacco sull'intero fronte, dallo Stelvio al mare, il bollettino ufficiale annunziò al paese anche l'occupazione di una parte della valle Giudicaria. Ma nessun soldato aveva ancora posto piede sulla strada maestra, la vera valle era deserta: però la tenevamo già. Era sotto ai nostri sguardi e ai nostri tiri. Gli avamposti italiani la contemplavano affacciandosi ai dirupi.

Per sentieri da camosci, le nostre pattuglie sbucavano su dai boschi, scalavano le cime e si mandavano l'una all'altra voci di segnale e di saluto attraverso la sonora purità delle altitudini. Quattro giorni dopo l'inizio delle ostilità occupavamo la Cima Spessa, che domina la gola laterale d'Ampola, così piena di ricordi garibaldini. Ancora tre giorni, e l'Ampola era passata, Storo era occupata, Condino era occupata: la conquista avanzava così anche nel fondo delle vallate nostre.

Intanto, valicando difficili passi, per le ripide e orride balze della valle Caffaro e della Valcamonica, reparti di alpini scendevano nella valle Daona, ad occidente della Giudicaria. Dopo un breve combattimento, le truppe che avevano occupato Condino, risaliti gli speroni sulla bassa valle Daona, si collegavano a quei reparti alpini, e si stabiliva una stupenda continuità di fronte, dal Tonale al Garda, dai ghiacciai dell'Adamello agli uliveti del lago. La grande, formidabile linea di posizioni sulle quali ora ci teniamo era tracciata.

Gli austriaci hanno tentato più volte di spezzare la catena dei posti avanzati italiani, di tornare in possesso di picchi e di valichi da cui sentivano più forte gravare la minaccia. I loro attacchi si sono diretti specialmente verso l'alta valle Daona, dove più radi erano i nuclei di occupazione, più facili le sorprese, e dove speravano forse di potersi aprire un varco verso la Valcamonica e disturbare nelle retrovie le nostre operazioni del Tonale.

I loro sforzi, inutili sempre, sono stati però coraggiosi e intensi. Respinti, tornavano cercando altri passi, altri approcci. Durante quasi tutto il mese di luglio sui bollettini dello Stato Maggiore il nome della valle Daona si ripete. Il 6 luglio gli austriaci attaccano il passo di Campo, fra i contrafforti dell'Adamello. Non riescono, e provano più in basso, più al sud. Tre giorni dopo attaccano il valico di Malga Leno. Vi è nella loro azione come la ricerca affannosa di una apertura, o di una debolezza. Contro Malga Leno operano in forze, con artiglierie da montagna, dopo aver tentato di distogliere la nostra attenzione con un attacco minore, un poco più al sud, contro la cima Boazzolo, una lunga cresta rocciosa che sovrasta torreggiando il corso del Chiese. Il giorno dopo i combattimenti riprendono, ma le nostre punte avanzate hanno la solidità dei dirupi ai quali si aggrampano. Niente le smuove.

Il 28 luglio ci spingiamo all'occupazione del Lavanech, che domina la bassa valle Daona. Dall'altra parte della vallata, dal versante austriaco, le artiglierie tempestano la cima conquistata, e nella notte, dopo una lunga preparazione di medî calibri, la fanteria austriaca appoggiata da numerose mitragliatrici tenta l'assalto. È respinta. Tutto il ciglio della valle è definitivamente nostro.

Da allora è cominciata questa tranquillità che ci sorprende. Il nemico ha rinunciato ad ogni iniziativa. Si rafforza e aspetta. Sembra persuaso della inutilità dei suoi attacchi e rassegnato ad un còmpito di vigilanza. Noi ci siamo incrollabilmente insediati sulle posizioni che ci eravamo scelte.

Ma anche nel periodo più attivo della lotta, la quiete alpestre della Giudicaria non doveva apparire troppo turbata. La montagna spezza l'azione in minuscole battaglie isolate, importanti per il risultato e infime per l'ampiezza, faticose, aspre, violente, brevi. La notte, improvvisamente, sopra una balza, la fucileria scintilla e scoppietta, e pochi chilometri più in là, al primo svolto della valle, non si sente nulla. La guerra ritorna lassù a proporzioni antiche ed a forme primitive. L'individuo diventa un'unità importante. Una pattuglia può costituire tutta l'ala di un fronte di combattimento. Il comando non arriva e l'iniziativa personale supplisce.

È risorto nei nostri soldati un istinto guerriero, fatto di scaltrezza e di ardimento; hanno ritrovato un'anima primordiale da cacciatori d'uomini: sono divenuti come se sempre fossero vissuti nella selvaggia solitudine dei boschi; hanno la sensibilità di percezione dell'indiano nella jungla; conoscono tutti i rumori, tutti i mormorii, tutti i fruscii, tutti gli echi delle valli; sentono la vicinanza del nemico con un orecchio selvaggio. La razza conservava insospettate armi di guerra, delle facoltà combattive discese a noi da remote e gagliarde generazioni conquistatrici. E con esse, la gioia naturale e piena di battersi e di battere.

Le pattuglie partono lietamente, contente; hanno sempre in serbo qualche cosa di nuovo per il nemico. Studiando le abitudini degli avversari, esse inventano tranelli, organizzano sorprese, con il buon umore col quale si prepara una burla. Ne sanno più loro della mentalità austriaca che non tutti i psicologi del mondo. La zona aspra che separa i due fronti è un terreno di agguati, di sorprese, nel quale i nostri soldati hanno scoperto tutta una viabilità invisibile.

Un giorno verso l'imboccatura della valle Daona, un tenente dei bersaglieri scoprì un posto d'osservazione austriaco: una _baita_ che si affacciava alla boscaglia sopra un costone. Si mise alla posta, per vari giorni di seguito, e vide che la pattuglia austriaca nascosta lì dentro arrivava alla prima alba, lasciando una sentinella celata fra le piante, e ripartiva al tramonto. Una notte il nostro tenente prese dieci uomini con sè (fu una gara per seguirlo) e partì.