Al fronte (maggio-ottobre 1915)

Part 6

Chapter 63,747 wordsPublic domain

Sceso dall'automobile, il Re passa avanti a quella siepe d'entusiasmo, e saluta, la mano al berretto, un lieve sorriso sulle labbra, facendo scorrere sui volti quel suo sguardo profondo e osservatore che lascia in ognuno la sensazione di esser visto e notato. Lo sguardo del Re è penetrante e valutatore.

Il Sovrano si ferma: «Bravo! — esclama rivolto ad un soldato. — Dove hai guadagnato le tue medaglie?». L'interpellato ha il petto fregiato da due nastri azzurri del valor militare e del nastro della campagna libica. In un combattimento a Misurata strappò al nemico il corpo del suo capitano caduto, e in Italia, in una camerata di caserma, disarmò da solo un compagno impazzito che faceva fuoco su chiunque si avvicinasse a lui. È un fiero caporale calabrese, biondo di baffi e bruno di carne, un discendente di guerrieri normanni.

«Eccoti da fumare!» gli dice il Re porgendogli dei sigari dopo avere ascoltato il suo conciso e imbarazzato racconto dialettale. Il soldato li prende con profonda reverenza, come una cosa sacra, e quando il Re è lontano la sua felicità esplode. Levando in alto il dono, egli danza gridando: «_'U zigarru d'u Re! 'U zigarru d'u Re!_».

Qualche ora dopo, mentre il Sovrano ridiscende dal colle, lungo un pittoresco sentiero tutto fresco di ombre verdi, tre fanciulle, tre contadinelle del paese, dai piedi nudi negli zoccoletti, si fanno avanti, timide, confuse, le mani piene di fiori colti allora nell'orto, e li offrono inchinandosi con una grazia tutta campestre: «Maestà.... — mormora la più ardita divenendo rossa come le sue rose. — .... _I x'è fiori d'Italia!_».

Quando il Re è tornato il giorno dopo, si è fermato allo sbocco del sentiero, dove aveva incontrato le ragazze, e ha fatto chiedere di loro. Una sola era là; essa è corsa a chiamare le amiche; un minuto dopo arrivavano tutte e tre, trafelate e felici, e il Re, sorridendo con una benevolenza paterna, ha porto ad ognuna una scatola di dolci, adorna degli emblemi reali. Poi ha continuato la sua strada, seguìto dal suo Stato Maggiore che riempiva l'angusto sentiero di un grigiore d'uniformi e di un tintinnìo di sciabole.

Ma Vittorio Emanuele non può stare lungo tempo lontano dall'azione. Sente il bisogno di esservi dentro. Quando ha avuto una visione generale della situazione, sceglie il suo posto e parte. Ogni giorno è in un punto ove si combatte. Dov'è andato oggi? Lasciata l'altura, è risalito nella sua automobile, e qualche minuto dopo la vettura reale filava laggiù, sulle strade battute dagli _shrapnells_ austriaci, attraverso villaggi che il bombardamento sforacchia e demolisce, diretta a qualche interessante settore del fronte.

Finchè si è potuta vedere, finchè la sua scìa polverosa ha indicato il suo cammino sulla zona del fuoco, centinaia di sguardi l'hanno seguìta in un silenzio commosso, pieno di una lieve angoscia, e mai il motto solenne della lealtà britannica ha avuto una più intensa significazione: Dio salvi il Re!

Alla notte la tempesta di artiglierie, durata due giorni, si è calmata. La lotta si è sopita. Un temporale scendeva dal nord, con un tremolìo di lampi, e pareva che il cielo a sua volta fosse in battaglia. Delle vivide luci azzurre di segnale brillavano di tanto in tanto nel buio, sulle posizioni austriache. In fondo alla pianura oscura, morta, invisibile, l'incendio di Lucinico metteva un punteggiare di bragie.

I risultati di questi due giorni di combattimenti? Plava. Si lottava a Gorizia per passare altrove. Bisognava impegnare tutto il fronte, per forzare un punto. Il muro è così scavalcato in tre posti. Se la porta resiste ancora, noi siamo già entrati. Abbiamo spezzato il baluardo; però altri ed altri la montagna ne oppone al di là.

I nostri progressi, sicuri, solidi, non possono essere che lenti. Non è osservando per qualche giorno il panorama della battaglia centrale che può esser dato di scorgerli. Essi si rivelano all'improvviso, ora in una zona, ora in un'altra, e spesso quello che si vede non è che una preparazione, come il picchiare faticoso sopra una roccia è la preparazione della mina che la farà crollare.

IN UN OSPEDALE.

_5 agosto._

Sono arrivati improvvisamente. È stato un succedersi affannoso di _camions_ d'ambulanza sulla ghiaia fine dei viali, all'ingresso dell'ospedale chiaro ed elegante come una grande villa; e a mano a mano che venivano discesi dai veicoli, in un affaccendamento pieno di delicatezza e di ordine i feriti erano accolti nel vestibolo, spogliati delle loro uniformi lacere e sporche di sangue disseccato, trasportati con cautela nei letti bianchi che si allineano nelle vaste sale luminose e fresche, dalle cui ampie finestre spalancate giunge appena, simile ad un lontano rombo di marea, il profondo respiro della città. Poi la quiete si è ricomposta nel nitido edificio, e sui volti dei nuovi ospiti si è diffusa a poco a poco una espressione di riposo e di beatitudine.

Il primo sentimento del soldato che arriva in un ospedale è una specie di dolce stupore per l'immobilità soffice e definitiva che lo accoglie. Assapora il benessere della immobilità con aria trasognata. Non parla. Gira intorno uno sguardo mobile, interrogatore, che studia, che cerca di rendersi conto delle cose nuove che lo circondano e nel quale brilla ancora di tanto in tanto l'esaltazione della lotta.

Il tumulto del combattimento, la foga ardente dell'assalto fulmineamente interrotta da una palla, l'attesa angosciata, inerte e solitaria sul campo, il trasporto all'ambulanza sotto il fuoco, la medicazione, il viaggio, tutto questo si è succeduto così rapidamente che si confonde nella sua mente febbricitante. Per qualche tempo egli stenta a districarsi dal passato. Quello che avviene è troppo poco in confronto a quello che è avvenuto. Il metallo non si raffredda subito appena tolto dalla fornace. L'anima del ferito è ancora incandescente. Un clamore di emozioni si prolunga in lui come un'eco e riempie il silenzio profondo della nuova quiete improvvisa.

Ma questa eco presto si spegne, la calma si fa anche nel pensiero, le impressioni si fissano, le idee si chiariscono, la curiosità incerta, vaga e atona dei feriti non cerca più intorno. Fra letto e letto si annodano dialoghi sommessi.

Nessuno parla della propria sofferenza o s'interessa a quella degli altri. Si parla della battaglia. «Di che reggimento sei? — Del _tale_ fanteria, e tu? — Ah, eravate alla nostra destra. Io sono del _tal altro_. — Noi attaccavamo sopra San Martino. — Sì, sì, alla nostra destra. Io sono del San Michele». La battaglia li tiene tutti ancora. Il loro spirito rivive incessantemente i momenti supremi e inebbrianti della lotta, rifà il cammino dell'assalto con ostinazione, quasi cercando di poter proseguire oltre la ferita, oltre la caduta, di andare avanti con gli altri, con i sani, con gli arrivati, con la moltitudine esultante dei vittoriosi.

Spesso, a vederli e ad ascoltarli si dimentica quasi che sono feriti. Si varca la soglia dell'ospedale col cuore stretto, preparati ad uno spettacolo di dolore, e la pietà per i corpi martoriati si attutisce di fronte ad una gagliarda e piena salute delle anime, calda di entusiasmo.

Non somigliano ai feriti delle altre guerre. Ordinariamente, il soldato colpito durante l'azione conosce il duro sforzo della lotta, ma il risultato è per lui vago, impreciso o ignoto, si perde in una rossa nebbia. Il dolore riconduce il combattente nei limiti angusti della sua individualità. Per lui la battaglia si culmina in uno strazio. Rimane spezzata nella percezione del ferito; egli la ricorda come una fiamma spentasi improvvisamente nel sangue. Perciò, generalmente, il ferito è un pessimista. Ma i nostri no.

Non so, pare che non sappiano diventar malati, che si conservino combattenti nell'immobilità penosa delle loro membra, che considerino il colpo ricevuto come un incidente, come una _corvée_. Rimangono soldati, è in loro l'anima dell'esercito. Distesi nei loro letti, sovente sorridono e scherzano. Gli stessi uomini, se fossero rimasti feriti nella vita privata, se fossero atterrati così dalle disgrazie del lavoro, riempirebbero le corsìe di lamenti. Dimostrano una forza, uno stoicismo, una serenità, un buonumore, che non erano in tutti, che vengono dall'immensa fusione delle virtù nazionali fattasi nell'ardente crogiuolo della guerra. Sono trasfigurati dalla fierezza e dalla nobiltà d'uno spirito collettivo. Essi rimangono inconsapevolmente eroi di fronte alla tortura fisica come di fronte al nemico. Non si arrendono al male.

Interrogati, raccontano con semplicità rude le loro gesta senza vederne il valore. Pare che parlino di cose di tutti i giorni. Si sente dire: «Sono stato ferito mentre tagliavo un reticolato» nel tono di chi dicesse: «Mi sono fatto male scendendo le scale di casa». Chi si aspettasse delle narrazioni romanzesche rimarrebbe deluso.

L'assalto? Roba da niente. «Tutto sta ad arrivare a una cinquantina di metri dagli austriaci — mi ha raccontato un calabrese ferito alla gamba — perchè fino a cinquanta metri sparano. Poi, giù, Savoiaaa!, e quelli alzano le mani. Ed è finito».

«E che impressione si prova quando si è a cinquanta metri dal nemico? e gli si va addosso?» — gli ho chiesto. La sua faccia abbronzata si è aperta in un largo sorriso mentre egli dava questa risposta imprevedibile: «Eh,... si gode!».

Per tornare a simili godimenti egli è impaziente di guarire. La sua ferita è un conto personale aperto con gli austriaci, un conto da regolare al più presto. Quando i dottori lo medicano e gli passano i ferri nella piaga, egli nel dolore rugge invettive: «Brutto boia, aspetta, aspetta! Ci sarò anch'io quando t'acciufferemo! Aspetta, assassino, brigante...».

«Ma con chi l'hai?» — gli chiesero i medici sorpresi, la prima volta. — «Con chi l'ho?... Con Cecco Beppe!...».

Uno dei feriti, fasciato alla testa, alle braccia, alle gambe, coperto di ecchimosi, è sfuggito miracolosamente dalle mani del nemico. Fu durante la conquista del ciglione sopra....

«Ho avuto paura — dice candidamente — ma una paura! Mica delle fucilate e delle cannonate — corregge subito. — Ah, no!... È andata così: era notte fatta, la mia compagnia stava alla prima linea, fra rocce, scogli, sassi, e buio pesto. Abbiamo sentito un rumore di gente che si avvicinava alla nostra destra. «Fermi ragazzi» — ci fa il capitano. La gente si avvicinava, e noi fermi. Poi tutto ad un botto, un fuoco d'inferno a dieci passi. Erano gli austriaci. Non si distingueva niente. La compagnia ripiegò subito per non essere presa, ma io cercavo gli occhiali. Sì, signore, sono miope, m'erano caduti gli occhiali e li cercavo. E mi sono trovato in mezzo a tre accidenti che mi acciuffavano urlando certe parole difficili. È allora che ho avuto paura. Che paura! Una paura che mi ha dato la forza d'un leone. Calci, pugni, morsi.... Ma fu un momento. Eravamo sull'orlo d'un precipizio, che io non vedevo. Per non essere trascinati giù, m'hanno lasciato andare. Così sono caduto fino in fondo, ma ero libero. E mi sono conciato così.»

— E poi? — gli hanno chiesto a questo punto.

«E poi, chi lo sa! Devo aver dormito. Quando mi sono svegliato era giorno. Non capivo niente, non sapevo dove ero. Cannonate, fucilate, e, ad un certo punto, su, in alto ho sentito urlare: Savoia! Savoia! Allora ho pensato che dovevo risalire per ritrovare i nostri, e via, piano piano, come una lumaca, tra le pietre. Ho girato così tutto il giorno. Alla fine una voce mi ha gridato: Eh! torna indietro! Dove vai? Da quella parte ci sono gli austriaci! — Ho riconosciuto il maggiore, che mi avvertiva. Allora, naturalmente, sono tornato indietro. Basta, per farla breve, alla mattina dopo ero arrivato sulla strada maestra di Ronchi. Un po' mi fermavo a riposare e a mangiare l'uva acerba delle vigne, un po' mi trascinavo. Passavano convogli di munizioni, passavano riserve. Verso le nove m'hanno raccolto..... Cosa? Se ho sofferto molto? No, ero così contento di essere scappato da quelle grinfie!»

Gli sfebbrati, i convalescenti, quelli che si possono già alzare, vestiti di pijama smisurati, qualcuno zoppicando, qualche altro col braccio al collo, passeggiano nelle corsìe, si aggruppano, conversano a bassa voce, educati, disciplinati, con un'aria da bravi collegiali. Basta un piccolo ordine di una dama infermiera, per vedere i soldati ubbidire con una docilità spontanea e gentile.

Alcuni feriti alle gambe in via di guarigione deambulano sostenuti alle ascelle da un apparecchio a ruote, e l'arto malato, informe nell'ingessatura, inizia così, rigidamente, i primi passi: «Largo, largo! — avverte il ferito sorridendo mentre sospinge la macchina col piede sano — largo che passa l'automobile!». L'apparecchio è anche chiamato velocipede. Lo scherzo fiorisce nella pena. La gaiezza spunta come il bucaneve nel biancore triste dell'ospedale. Una giovialità buona e composta è in tutti i discorsi, trova la sua espressione in ogni dialetto d'Italia. I figli delle più lontane regioni si uniscono qui nella più vera e sentita fratellanza del sangue. Hanno gli stessi entusiasmi, la stessa passione, la stessa speranza di tornare al fuoco.

Sono senza rancore verso la guerra che li ha colpiti. Il loro pensiero torna con compiacenza fra i compagni che si battono, anche nella febbre, anche nel delirio. Un rude alpino gravemente ferito, supino e immobile, ha voluto scrivere qualche cosa sul ventaglio che gli avevano messo in mano per rinfrescarsi il volto febbricitante. Faticosamente vi ha tracciato col lapis questa frase: «Sempre avanti i bravi alpini per la grandezza della patria!». E, soddisfatto e assorto, egli agita stancamente il ventaglio, come se ascoltasse nel soffio leggero della carta il grido che le ha confidato.

Il suo letto è in fondo ad una grande sala. Ora l'alpino migliora, e sulla lavagna fissata alla spalliera un numero indica che la febbre scema. Quando le sue condizioni erano più gravi ed egli pareva moribondo, arrivò dal suo paese, da Belluno, il padre chiamato di urgenza. Era un grosso montanaro vestito a festa, dall'aria di fattore, con una gran catena d'orologio attraverso il panciotto, la faccia colorita tagliata da un paio di baffoni neri. Commosso, incapace di parlare, le mascelle convulse, gli occhi pieni di lacrime, il padre si fermò ai piedi del letto. E fu il figlio che, sorridendo con le labbra bianche, gli fece coraggio: «Vieni avanti, animo, non temere, vedrai che non è niente, diamine!...».

Questo soldato ritornerà alla vita e alla salute grazie al successo di una difficile operazione che egli ha subìto. Come lui, innumerevoli sono i feriti salvati dalla scienza e dall'abnegazione di chi li cura.

Un risultato così straordinario è dovuto prima di tutto alla perfezione delle prime medicazioni, fatte spesso in difficili condizioni sul campo, poi alla rapidità del trasporto dei feriti dalle ambulanze agli ospedali — per la quale si sono potuti ricevere a Milano dei feriti caduti il giorno prima sull'altipiano del Carso — e infine alla perizia, all'amore, all'infaticabilità dei medici e degli infermieri ai quali è affidata la cura vera e definitiva.

Se è meraviglioso l'organismo che abbiamo saputo creare nei servizi sanitarî della guerra, più meraviglioso è lo spirito che li anima. Nella lotta ostinata contro la morte, il personale ospedaliero di dottori, di dame volontarie, di suore, non si concede riposo. Le esistenze in pericolo sono difese con un accanimento silenzioso fatto di sacrifici. Se il morale dei feriti è così alto, molto si deve all'atmosfera di protezione affettuosa che li circonda, alla vigilanza attiva e ininterrotta che ognuno sente intorno al proprio male. Il male appare già guarito per il fatto che è così curato. Non ci si pensa più tanto, e la mente vola alle speranze.

Perciò il ferito sorride.

TRA LO STELVIO E IL TONALE.

_18 agosto._

L'immenso saliente austriaco del Trentino che entra così dolorosamente nella terra italiana e s'incunea nelle nostre valli fino al lago di Garda, ha a nord-ovest un limite di vette smisurate. La frontiera, che s'innesta allo Stelvio, scende al sud serpeggiando sopra un candore di ghiacciai, finchè da sommità a sommità raggiunge i contrafforti e finisce fra il Garda e l'Idro a divorare le verdi pendici della Valle Toscolana, coperte di vigneti, dalle quali si domina la pianura bresciana.

Le vie di penetrazione, le vie dell'invasione capaci di un ampio movimento di masse corrono da nord a sud, lungo la Valle Giudicaria, lungo la valle del Garda, lungo la valle dell'Adige, ma il fianco occidentale è chiuso da un'immane barriera di alte cime che lasciano pochi e difficili varchi. Il nostro fronte comincia quindi, a ponente, sopra una tumultuosa distesa di creste, di ghiacciai, di nevai, in una maestosa tempesta di rocce. Sono le vette dell'Ortler, le vette del Cevedale, le vette dell'Adamello. Le zone di operazione si distendono talvolta oltre i tremila metri di altitudine. La guerra che romba sulla marina nel golfo di Trieste, fra le ardenti scogliere delle giogaie carsiche, si svolge all'estremo fianco sinistro nel perenne e rigido inverno delle nevi alpine.

È lassù una guerra di sentinelle. In quel labirinto fantastico di vallette anguste, di gole profonde, di burroni, di precipizî tenebrosi, due sole strade di qualche valore strategico riescono a inerpicarsi, serpeggiando faticosamente sulle gigantesche pareti dei monti, e a valicare la frontiera. La strada dello Stelvio, che tocca l'estremo limite del confine, e che le nevi bloccano durante otto mesi dell'anno, e più a sud la strada del Tonale. Non vi sono altri valichi se non dei paurosi sentieri da cacciatori di camosci, minuscoli passaggi mulattieri, viottoli che seguono il corso dei burroni, nell'ombra gelida delle gole, e che scalano le selle al bordo sinuoso dei ghiacciai. Pochi uomini vi si possono muovere. Da una parte e dall'altra, l'azione che si svolge in quelle fantastiche zone è più che altro di vigilanza.

Si fiancheggia l'azione più ampia che, salita dal sud, fronteggia ora i formidabili sbarramenti di fortezze che gli austriaci hanno creato in tutte le valli accessibili all'invasione italiana. Sui valichi dello Stelvio e del Tonale, all'estremità sinistra italiana, si sorveglia e si blocca.

Verso queste regioni, all'ultimo limite occidentale del nostro fronte, abbiamo iniziato la nostra visita al fronte.

Si vigila e si blocca, ma non si creda che questa guerra di sentinelle si svolga nell'immobilità. Per consolidare il possesso dei valichi bisogna occupare le posizioni dominanti. Si porta la lotta sempre più in alto. Sono scalate fantastiche verso il cielo, ascensioni notturne di creste turrite, sorprese, attacchi, e le fucilate echeggiano per i deserti glaciali delle vette. La guerra si assottiglia salendo: nelle pianure sono le grandi masse che operano, nelle vallate sono nuclei, nelle gole reparti, e sulle cime pattuglie. La battaglia diviene scaramuccia, e in alto in alto la guerra finisce in una caccia, fatta di sorprese e di agguati, al di sopra del mondo abitato, fra le nubi, sul bordo di abissi, entro un silenzio spaventoso.

Ogni sentiero, ogni passo, è il teatro di minuscole operazioni di guerra; ma sui due valichi principali, che permettono una maggiore concentrazione di forze, e il cui possesso ha un'importanza che pesa sullo svolgimento generale della guerra, l'azione si allarga. Sullo Stelvio e sul Tonale il combattimento di posizioni si è stabilito regolarmente, e sulle fanterie, trincerate fino ai nevai, passano i proiettili di artiglierie issate ad altezze favolose.

È avvicinandosi a Bormio che si ode la prima voce della guerra. Scende dallo Stelvio, echeggiando lungamente per le gole dirupate e nude, un rombo di cannoni.

Il paesaggio si è fatto a poco a poco di una maestà sinistra. La Valtellina, che si risale lungo il corso limpido e veloce dell'Adda, si è andata restringendo e oscurandosi fra balze ripide, che rovesciano di quando in quando fino alla strada lunghe frane di macigni attraverso le boscaglie di abeti. Sboccando sulla prateria in fondo alla quale Bormio si adagia, pare che non vi siano più vie di uscita. Il verde delle vegetazioni risale tutto intorno, poi cessa bruscamente, e la immane corona delle rocce nude si erge impetuosa, a picco, irrompendo vertiginosamente dalle terre viventi, nuda, sterile, grigia, fino alle diafanità azzurrastre di altitudini prodigiose, striata sulle vette da uno splendore di nevi. Le imboccature delle gole superiori non si scorgono a prima vista; la strada che sale allo Stelvio sembra perdersi in una fenditura inaccessibile del monte.

Da questa fenditura, prolungato da mille echi, scende il tuono delle artiglierie.

Non abbiamo potuto avvicinare le posizioni oltre Bormio, ma le notizie affluiscono nella piccola città montanara.

Allo Stelvio si appoggia la nostra estrema sinistra. La lotta ferve intorno al passo, il cui possesso si contende. La battaglia si svolge a tremila metri di altezza. Come quasi per tutto, gli austriaci posseggono posizioni dominanti, dalle quali dobbiamo scacciarli. Le loro trincee più avanzate sono su creste rocciose al di sopra della molle e immacolata distesa di un ghiacciaio. Essi tengono un ciglio del monte; i nostri alpini sono riusciti ad occupare e a consolidarsi sopra un altro ciglio, e avanzano.

Tutto in giro è un caos di nere vette precipitose, una moltitudine di picchi, un panorama fantastico di punte, di cuspidi, di pinnacoli, che emergono da chiazze di neve. Sono le aspre giogaie che coronano l'angusta gola del Bràulio, in fondo alla quale si snoda in mille volute la strada dello Stelvio. Le granate austriache piombano spesso nel baratro, che rugge alle esplosioni. La solitudine sembra assoluta. Truppe e cannoni sono invisibili. Pare che le rocce stesse si fulminino.

L'artiglieria austriaca è postata al valico, presso l'albergo Ferdinandshöhe. È salita per la strada rotabile, e si è fermata lì. Ma la nostra artiglieria non aveva strade, ed è comparsa come per magia su vette all'apparenza inaccessibili. Dei pezzi sono in agguato fra le scogliere più eccelse. I loro colpi possono arrivare all'albergo, che serve di base al nemico, e del quale ora soltanto scopriamo il vero scopo. Questo hôtel Ferdinandshöhe non era che una caserma, e adesso si spiega perchè alla sua costruzione contribuisse largamente il Governo austriaco.

Una singolarità della lotta sullo Stelvio è la presenza degli svizzeri. Il valico segna il vertice delle tre frontiere, italiana, austriaca e svizzera. Fra i due belligeranti s'insinua il neutrale. Le truppe svizzere, accampate anche loro oltre i 2500 metri, vigilano sui loro valichi in difesa della neutralità. Quando le nostre batterie cominciano il fuoco, le creste della Forcola si coronano di svizzeri che corrono a vedere. I profili più accessibili della montagna si granulano di spettatori. La Svizzera è allo Stelvio come un padrino fra i duellanti.

Dalla parte italiana gli svizzeri controllano i colpi austriaci e dalla parte austriaca controllano i colpi italiani. Perchè se una palla toccasse le rocce svizzere la neutralità ne sarebbe offesa. Ma finora un solo colpo è stato accusato di aver sconfinato, di cento metri, causando molte dicerie e nessun danno.

Le forze austriache impiegate sullo Stelvio non superano forse il reggimento, ma la posizione loro è formidabile, come del resto è formidabile la nostra. La montagna contribuisce alla guerra con risorse incommensurabili. Essa moltiplica l'efficacia delle forze in lotta, fornisce delle difese che dànno talvolta ad un pugno d'uomini il valore di un esercito. Tre quarti della guerra in montagna è fatta dalla montagna; essa ha un'ostilità sua che gli avversarî sfruttano, sulle sue vie sta di guardia la morte. Il freddo, i crepacci, gli abissi, le tormente sono le sue armi terribili. La montagna si difende, si oppone, minaccia, ammazza per suo conto.