Al fronte (maggio-ottobre 1915)

Part 5

Chapter 53,636 wordsPublic domain

Le due porte sono Tolmino e Gorizia.

A Tolmino per la vallata dell'Idria e a Gorizia per la vallata del Vipacco sboccano dunque nella valle dell'Isonzo fasci vitali di strade, che scavalcano il fiume su molteplici ponti. Questi sono i soli ponti che non siano stati ancora distrutti. È oramai un elemento d'arte militare noto anche ai ragazzi che per difendere efficacemente il varco di un fiume bisogna portarsi avanti, bisogna cioè occupare non soltanto la riva da proteggere ma prendere solidamente posizione sull'altra sponda, stabilire delle opere di arresto più lontane che sia possibile, tanto per impedire al nemico l'accesso al varco, quanto per garantire a sè stessi il libero uso del varco stesso e passare, occorrendo, dalla difensiva all'offensiva.

È appunto quello che a Tolmino e a Gorizia gli austriaci hanno fatto e che in termine tecnico si dice «testa di ponte». In questi due punti essi si sono radicati al di qua del fiume. La natura del terreno li ha straordinariamente aiutati. Allo sbocco della valle dell'Idria, al di qua dell'Isonzo, presso Tolmino, si ergono due montagne gemelle, unite per le falde, isolate in giro, cinte da tre lati da una curva sinuosa dell'Isonzo: una specie di gigantesca e dominante coppia di sentinelle a guardia di una soglia. Il loro nome è stato fatto sui bollettini: sono le montagne di Santa Maria e di Santa Lucia. Fortificate, munite di cannoni di grosso e di medio calibro, le due montagne comandano tutti gli accessi.

Con un'analoga prodigalità la natura ha eretto avanti a Gorizia, sulla destra dell'Isonzo, non meno formidabili baluardi nelle brusche alture di Podgora, alle quali si attacca un tumulto di colline, che si culmina, un poco al nord di Gorizia, nel monte Sabotino, fosco, oblungo, imponente. Tutto questo sistema di vette e di declivi è fortificato a oltranza.

Riducendo la difesa dell'Isonzo all'immagine rudimentale del muro con due porte, un solido muro crestato di vetro e due porte terribilmente barricate avanti alla soglia, comprendiamo chiaramente nel suo schema la nostra azione, così bene descritta dai bollettini. Mentre investiamo la porta principale, Gorizia, abbiamo scavalcato il muro alle due estremità, Caporetto e Monfalcone, e incuneiamo la nostra azione all'altra parte della barriera. A nord e a sud delle due teste di ponte austriache, abbiamo così creato noi due teste di ponte italiane, per le quali l'offensiva penetra e lentamente si allarga al di là dell'Isonzo.

Ed ora guardiamo.

Nella mattinata serena, la pianura superba, coperta da vegetazioni così folte che simulano il bosco, sfuma via e impallidisce, contro la luce del sole, in tinte evanescenti. Al primo momento la battaglia, come tutte le battaglie moderne, è invisibile, incomprensibile, un frastuono tonante, un formarsi e un dissolversi di fumo, un chiamarsi e rispondersi di rombi e di boati, uno scintillare vago di vampe in località imprecisabili. E tutto questo sembra poca cosa nell'impassibilità sublime del paesaggio.

A chi osserva dall'alto di una delle rare collinette che levano sulla pianura la molle groppa impellicciata di acacie, i villaggi, immersi nelle immobili onde delle verdure, si fanno riconoscere ad uno ad uno, per il campanile. Un campanile strano, con la cupoletta slava, che ricorda quello delle chiese russe: Romàns — più vicino, un campanile aguzzo, ardito, veneto: Versa — un campaniletto campestre che una granata ha sfiancato: Fratta. Sono tutti paesi che i cannoni austriaci hanno successivamente preso di mira. Gli abitati sorgono secondo una logica della viabilità, le case si aggruppano alle confluenze di strade, ogni villaggio chiude un piccolo centro di comunicazioni, e l'artiglieria nemica, colpendo i villaggi, ha cercato di colpire ai nodi le maglie della grande rete di vie che in ogni senso vena di bianco la pianura friulana.

Sotto alle alture che chiudono il piano, Gradisca si sgrana bianca lungo la sponda dell'Isonzo, che è indicata da un infoltire di verde, da uno schieramento solenne di pioppi. Dei giardini, delle ville, dei recinti, e, quasi fuori del paese, i grandi edifici della scuola normale, una caserma, degli stabilimenti industriali sui quali le ciminiere si levano sottili come antenne. Come tutto sembra quieto laggiù, nel sole!

Alla città fa sfondo il Monte San Michele, che è un'ultima propaggine del Carso, e più lontano, più in alto, irrompono, azzurre e pallide, le vette del Monte Re. Ai piedi delle alture, sul limite della pianura, come la spuma al bordo del mare, è un biancheggiare quasi continuo di paesi, greggi di case che si dissetano nell'Isonzo. Sdràussina, Sagrado, Fogliano, San Pietro, e sembra tutto un prolungamento di Gradisca. Sulle pendici, dei prati verdi, delle boscaglie oscure, delle strade deserte che serpeggiano ascendendo, delle trincee austriache abbandonate — lunghe e sottili ferite nere, insolentemente visibili. Sono probabilmente delle false trincee, incaricate di attirare la nostra attenzione. Le vere si nascondono, si mascherano con erbe e fronde.

S'incomincia a comprendere.

Le tappe della nostra avanzata sono segnate sulla pianura. Ogni sosta ha lasciato una linea fulva di terra smossa, un solco di trinceramenti dai parapetti punteggiati di feritoie, una barriera oscura che attraversa i prati, sparisce nei vigneti, tocca dei paesi, si nasconde, si perde. Il più vicino è il fronte sul torrente Versa, il fronte assunto il primo giorno della guerra, come i comunicati descrissero. Sono tutte abbandonate, quelle strane arginature della battaglia che hanno segnato sulla terra una specie di gigantesco diario della conquista, sono tutte lasciate indietro. La fanteria non si vede più, è laggiù a Gradisca, tiene quella linea di paesi, tocca il fiume, si annida nella boscaglia delle rive, pare scomparsa.

Nell'apparente solitudine luminosa del paesaggio, sono i proiettili di cannone che rivelano vagamente le disposizioni del combattimento, che lasciano intuire le masse combattenti sotto la coltre delle vegetazioni. Due o tre stormi di _shrapnells_ austriaci scoppiano sulla pianura, un polverone di calcinacci annebbia per un istante un campanile, delle nubi bianche si formano sulle cime d'un filare di platani. Una pausa, poi altre nubi si sfilacciano lentamente nell'aria calda e quieta, e le esplosioni echeggiano. Ma da località imprecisabili si solleva un tumulto impetuoso di rimbombi. La risposta.

Sono obici italiani che interloquiscono, ed ecco le vette sopra Sagrado in convulsione. Se gli _shrapnells_ austriaci ci hanno indicato dove stanno forse delle truppe nostre, sappiamo bene ora dove si nascondono i cannoni che li hanno lanciati. Le granate italiane tempestano le vicinanze di una villa circondata da boschetti, sul ciglio dell'altura. È Castello Nuovo. Nembi di polvere e di fumo la avvolgono; i boschetti scompaiono nelle dense nubi degli scoppi. La batteria austriaca non fiata più. È un episodio breve, repentino, minuscolo.

Altri si succedono, incessantemente; la nostra attenzione è chiamata da cento parti. Bisogna seguire le indicazioni del cannone. Esso spiega la battaglia, a poco, a poco. Su tutto il fronte l'artiglieria romba, ma la tempesta più violenta, più intensa, più ostinata, è verso Gorizia.

Oggi è uno di quei giorni che i bollettini chiamano di «attività sul basso Isonzo». Sono i giorni nei quali si fa un passo avanti. Intorno a Gorizia è l'uragano. La città, i sobborghi, le alture di Podgora, impallidiscono in una bruma grigiastra.

Gorizia si nasconde in parte dietro alle alture di Podgora, s'incastra fra le montagne, si annida in quell'ultimo lembo di pianura che s'insinua verso la gola dell'Isonzo. Da lontano, Gorizia, che spunta dalla valle affacciandosi nel piano, fa l'effetto di un torrente di case che dilaghi dallo sbocco e si spanda in un'effervescenza di muraglie bianche. I bordi della città presso l'Isonzo, dove delle linee di difesa austriaca si annidano, la stazione ferroviaria, le adiacenze dei ponti, sono bombardati. L'incendio di Lucinico si allarga. Lucinico era compreso nelle fortificazioni di Podgora e la popolazione l'aveva abbandonato.

Le fiamme si levano agitate, occhieggiano chiare nel tremolìo di un'atmosfera ardente e fosca, e sulla folla velata e confusa degli edifici il fumo sale denso nella calma, altissimo. Gli scoppi delle grosse granate coprono di cirri le creste di Podgora. Nembi bianchi sorgono lentamente dalle vallette di tutto quel complesso sistema di alture che nasconde Gorizia. Sui fianchi violastri del Monte Sabotino, che solleva più lontano la sua lunga groppa, il fumo si arrampica in nubi che si dissolvono lente.

I nostri cannoni battono su tutti gli sbarramenti. La battaglia s'inerpica, va verso San Floriano, va verso Plava. Scende dal nord, dai monti, un boato continuo di cannoneggiamento remoto. Le esplosioni vicine hanno una violenza da folgore. L'attacco nostro, generale per l'artiglieria, non ha la pienezza delle grandi masse per la fanteria; non vuole averla; si comprende che ha qualche obiettivo parziale; ma su certe posizioni nemiche esso preme con magnifica violenza. Linee e linee di trincee avanzate sono state prese. Alcuni reparti, ricacciato il nemico, lo incalzano sulla seconda linea, che è la più forte. Si combatte ai bordi di Lucinico in fiamme, sotto alle buffate acri dell'incendio. Gorizia è là a due passi.

Con un entusiasmo ardente, con un eroismo sublime, delle fanterie nostre hanno saputo portarsi di fronte alle più formidabili opere campali di difesa, e sono là imperterrite, a qualche centinaio di metri dal nemico, nelle frettolose trincee d'attacco.

ASPETTI DELLA LOTTA SULL'ISONZO.

_22 giugno._

La preparazione austriaca, evidentemente iniziata da moltissimo tempo, ha fatto tesoro delle esperienze della guerra delle nazioni. Le prime trincee conquistate dai nostri, profonde, interamente protette, con delle vegetazioni abilmente riportate sulla copertura, non hanno resistito all'impeto dell'assalto. Più avanti abbiamo trovato dei baluardi di cemento armato, delle scudature di acciaio, tutte le difese della guerra di trincea, contro le quali bisogna passar dalla furia alla pazienza.

Il terreno, avanti, è disseminato di tranelli, e in qualche posizione, perchè il tiro dell'artiglieria non distrugga i reticolati, questi sono abbattuti, giacciono molli al suolo, non si scorgono; ma quando l'assalto arriva o è imminente, dall'interno delle trincee i difensori tirano delle corde, e i reticolati sorgono impreveduti e intatti.

Talvolta le trincee austriache, quando forse il fuoco della grossa artiglieria si precisa o quando occorre spostare delle truppe allo scoperto, si nascondono in un fumo di sostanze resinose. I punti più importanti, più vitali, sono così trasformati in fortezze. Agli approcci diretti di Gorizia, sui declivi di Podgora e del Sabotino, si sovrappongono in ranghi paralleli trincee blindate, dalle cui feritoie minuscole scoppietta un fuoco accurato di miratori scelti.

Non era sufficiente l'asperità dei luoghi; non bastava la protezione offerta dalla terra stessa, che oppone alla invasione i castelli delle sue vette; bisognava, per mantenervisi contro di noi, moltiplicare all'infinito le resistenze impassibili della meccanica guerresca, ridurre al minimo il coefficiente del valore umano; era necessario dare il còmpito massimo della difesa all'acciaio, al cemento, all'intreccio di fili di ferro che si spande sui pendii come un'immensa tela di ragno, alle mine: combattenti che non fuggono. Per quanto buone, solide, disciplinate, agguerrite, abili, le truppe austriache non hanno mai posizioni troppo forti per il nostro soldato, quando al valore degli uomini più che all'automatismo delle cose è affidata la lotta.

Ed anche contro la muraglia di cemento, contro i reticolati a sorpresa, sulle mine, l'assalto italiano si sarebbe egualmente gettato, furibondo, eroico, se non fosse stato trattenuto. In breve tempo la linea d'attacco è arrivata fino lì, in un balenìo di baionette. Un'avanzata che sarebbe potuto costare i sacrifici di una lunga e lenta progressione, e trasformarsi forse in guerra di scavo, è avvenuta fulminea, irresistibile. Qualche reparto è così vicino alla linea blindata che l'artiglieria ha dovuto sospendere il fuoco su quel punto, e a portata di voce dagli austriaci fortificati i nostri soldati lavorano a sistemare le trincee avanzate che hanno preso, nelle quali raccolgono le armi abbandonate dal nemico.

Alcuni fucili austriaci, nuovissimi, portano impressa sulla canna un'aquila, ma non bicipite. È un'aquila con una sola testa, e posata sopra una foglia di cactus, le ali aperte, essa tiene fra gli artigli e nel becco un serpente che si torce avvolgendola nelle sue volute; in giro all'aquila le parole: «Republica Mexicana». Ancora i fucili di Massimiliano? No, sono i _mausers_ preparati per il generale Huerta, e rimasti «per conto», il destinatario essendo partito senza lasciare indirizzo.

Di tanto in tanto, nel rombare delle cannonate, echeggia un boato più possente e profondo degli altri, che domina il frastuono come un colpo di grancassa in un concerto. È il famoso obice austriaco da 305.

Si sapeva all'inizio della guerra che c'erano dei 305. Qualche profugo li aveva visti passare, trascinati da file di buoi e scortati, pare, da artiglieri tedeschi. Ma, efficaci nella demolizione di fortezze, i 305 sembravano inutili in una difesa a campo aperto dove il loro colpo, costosissimo, lanciato sopra un bersaglio vago, non poteva produrre molti più danni d'un altro qualsiasi colpo di grosso cannone. Perciò, ad onta delle informazioni, si dubitava della loro presenza sul nostro fronte. Questi colossi dell'artiglieria hanno gli svantaggi di una mobilità faticosa. Sono i pachidermi della guerra.

Forse gli austriaci contavano sull'effetto morale. Il successo doveva scaturire sopra tutto dal rumore. L'obbiettivo iniziale del mostro fu la stazione di Cormons.

Alla prima detonazione formidabile, che fece sobbalzare gli edifici, nella stazione si credette che fosse scoppiata una cassa di munizioni. Fu un correre curioso di soldati, d'impiegati, che si domandavano: — Com'è successo? Dove? — e la folla si precipitò a vedere. In un punto, sulla campagna, c'era un gran fumo. E tutti via, verso il fumo.

Dissipatasi la nube, si vide a terra una buca larga cinque o sei metri, profonda tre o quattro. Si facevano le più svariate ipotesi. In quel momento, nell'aria s'avvicinò un rombo che si spense in un soffio possente, e subito dopo un'altra nube di fumo, un'altra detonazione profonda, dalla parte opposta della stazione. «Ah, ma sono cannonate!» dissero allora tutti come tranquillizzati. Il mistero era perfettamente chiarito. La cosa diventava naturalissima. Diamine, cannonate in tempo di guerra, niente di più logico. E il lavoro fu ripreso, quietamente, serenamente.

Ognuno tornò al suo posto, con qualche fierezza di sentirsi al fuoco, e la stazione di Cormons continuò a funzionare con perfetta regolarità, come se niente fosse. Nemmeno gli abitanti della città si spaventarono. L'effetto morale fu veramente straordinario.

È anche vero che le granate da 305 non toccarono nessuno.

Dove tirano ora i famosi obici? È difficile indovinarlo. Non hanno molti colpi da sprecare. La loro vita è breve. Ogni ora, ogni due ore, un rimbombo, che pare lo scoppio d'una polveriera. Non vediamo nè il bersaglio nè il cannone. Forse è al di là delle colline che i proiettili cadono, a nord di Podgora. Chi sa? Quello che si vede di una battaglia moderna è così poco!

Essa si delinea vagamente, e ogni dettaglio sfugge. Non vorrei nutrire nel lettore l'illusione che io sia testimonio oculare di tutti i particolari che racconto. Tuoni e fumo, ecco quel che sento e quel che scorgo, e la linea del combattimento invisibile si rivela lentamente nell'immobilità solenne del paesaggio, da campanile a campanile, da costa a costa. Ma da ogni parte, laconiche ed eloquenti, delle notizie arrivano, parole che cadono al passaggio di staffette veloci, informazioni sommarie che scaturiscono dall'allacciamento dei servizi, voci che la battaglia propaga dalle trincee sui nervi delle retrovie: «Il nostro battaglione è andato alla baionetta». — «Siamo ora sulle seconde linee». — «La tale posizione è presa». — «Abbiamo fatto dei prigionieri». — «Tutto va bene, evviva!»

Le località indicate sono in una bruma pallida, ma non sembrano più impassibili al nostro sguardo dopo quello che sappiamo di loro; esse assumono una espressione indicibile; ci pare di conoscerle profondamente; le sentiamo amiche o nemiche, sottomesse o pugnaci, a seconda che accolgono o trattengono la nostra avanzata.

Tutto si anima, tutto vive, tutto palpita, vi è una torva ostinazione sul profilo di Podgora, e il Sabotino alto e fosco vigila come una spia. Dietro alle sue spalle si sporge il Monte Santo, che solleva ipocritamente sul vertice il puro biancore di un santuario e nasconde artiglierie austriache in tutte le pieghe delle sue pendici. Il Sabotino indica, il Monte Santo spara. E più in basso spara il colle Santa Caterina, che non si lascia scorgere, in agguato, irto di cannoni anche lui.

No, non si vedono più gli uomini nella guerra d'oggi, sono divenuti troppo piccoli nella vastità, nella imponenza, nella possanza della loro azione; ma entro la solitudine apparente della battaglia i luoghi stessi, con le varie fisionomie del paesaggio, sembrano divenuti i veri protagonisti della lotta, combattenti favolosi pieni di corruccio, di sdegno, di forza; e da montagna a montagna, fra le vette ferite, s'accanisce un duello titanico a colpi di fulmine.

Alle spalle della battaglia, le strade non sono tutte deserte. Una vita strana vi serpeggia, appena visibile, che più lontano dal fronte di combattimento si allarga sicura e viene ad innestarsi nella popolosa e attiva normalità degli accampamenti e dei bivacchi, dei parchi di rifornimento e dei depositi, delle ultime stazioni di carreggio, e arriva fra gli affollamenti gai e vocianti delle riserve, incuranti del cannone, dal quale salgono canti spensierati.

L'artiglieria austriaca batte ad intervalli le strade, senza vederle. Vi mette delle barriere di fuoco anche quando non passa nessuno. Cerca di indovinare le arterie di rifornimento. Si assiste palpitando alle avventure di piccoli convogli che vanno lentamente verso il fuoco, di batterie che si spostano al passo con una solennità sdegnosa chiamate su altre parti del fronte, di squadroni, di staffette, mentre percorrono le strade bombardate. «Si fermano? Sono colpiti?... No, vanno avanti. Ma fate presto che Dio vi benedica!». — E attraverso sinistri spiumacciamenti di fumo quel piccolo movimento di cavalli e di uomini, ai quali s'afferra tutta la nostra passione, procede impassibile, superbo.

Mossa è bombardato, San Lorenzo è bombardato, la strada che li unisce è sotto al fuoco, si vedono gli scoppi indicarne col fumo il tracciato. Della gente che viene di là arriva con una imperturbabilità sbalorditiva. Un'unità di cavalleria ha un'aria di contentezza emergendo dalla zona battuta, verso Medea. «Anche un colpo da 305 ci hanno tirato!» — annunziano i soldati per affermare fieramente la loro importanza, e fanno piede a terra. Fra loro due soli colpiti, leggermente, che sono rimasti in arcione ed hanno avuto le congratulazioni dei compagni vicini.

I due privilegiati si fanno medicare e tornano al loro cavallo che aspetta con la briglia attorta all'asta della lancia piantata nel suolo. Da quando è cominciata la guerra, in tutta una divisione di cavalleria avviene questo fenomeno: che non c'è più malati. I soldati che non si sentono bene, si curano da loro per paura d'essere mandati all'ospedale.

Sereni ma stanchi, quelli che arrivano da più lontano portano un'eco di assalti. Sono descrizioni rozze, concise, vive, palpitanti. Esse ci fanno vedere i nostri soldati furibondi degli ostacoli, appiattati avanti agli inattaccabili baluardi di calcestruzzo, che soltanto una valanga di esplosivi può schiacciare, gridando ingenuamente agli austriaci: «Venite fuori dal buco, attaccateci se avete fegato!».

Sembra strano, ma sono quelli che vengono dal fuoco che sono più avidi di notizie. Non hanno visto che un punto, un angolo, un episodio della battaglia. Essi domandano a coloro che sono lontani, e questi si precipitano sull'estraneo che arriva dal di là delle zone di guerra, dalla quiete operosa della nazione. L'esercito, isolato, non conosce nemmeno i bollettini ufficiali.

In Francia e nel Belgio è stato creato il Giornale degli eserciti, per informare le truppe. Si sono riconosciuti i pericoli dell'oscurità. Una volta, il soldato la battaglia la vedeva. Ora essa è per lui un grande mistero, la decifrazione del quale non è prudente sia lasciata ai «si dice», sempre eccessivi, che si trasformano propagandosi, e si esagerano. Avvengono sul fronte fatti così meravigliosi di fulgido eroismo, che la loro conoscenza fornirebbe alle truppe infiniti argomenti di orgoglio.

Quando l'Italia dichiarò la guerra, l'annuncio fu dato istantaneamente su tutto l'immenso fronte francese, inglese, belga, e l'entusiasmo scoppiò in canti formidabili, per trasformarsi poco dopo in furibondi e fortunati assalti. Vi sono notizie preziose per il morale delle truppe. Le vittorie, gli ardimenti, le ragioni di ogni decorazione, le citazioni all'ordine del giorno, le manifestazioni patriottiche del paese, lo slancio nazionale per provvedere all'avvenire delle famiglie dei soldati, sono cose che, potendolo, dovrebbero essere portate formalmente a conoscenza dell'esercito. Il suo ardore non potrebbe essere più grande, la sua fede non potrebbe essere più ferma, ma le virtù che sono in lui avrebbero conforto ed alimento.

Tutti ricordano come, nei primi giorni della nostra guerra, in ogni città d'Italia delle voci, la cui origine è chiaramente austriaca, volevano far credere alla distruzione di un reggimento che variava da città a città, che era romano a Roma, fiorentino a Firenze, milanese a Milano. Ebbene, ho trovato degli ufficiali e dei soldati di un reggimento meridionale angosciati perchè qualcuno ha detto loro che al paese le loro famiglie li credono tutti morti e li ha assicurati che la notizia del loro massacro era comparsa sui giornali.

«Non è vero! — ho protestato con indignazione — chi è venuto a inventarvi queste indegnità?» «Un borghese che era da queste parti» — mi hanno risposto. Il borghese che era da quelle parti lavorava apparentemente, povero untorello, a spargere anche fra le truppe il suo inutile veleno. Ma non abbandoniamole alle voci, noi non sappiamo fino a dove l'agente nemico può penetrare, fissiamo il pensiero dei soldati sui fatti, così belli, che avvengono in magnifica dovizia dove si combatte e dove si aspetta, e che essi in tanta parte ignorano.

Sopra una delle alture da cui si domina la vallata dell'Isonzo, c'è come una piccola terrazza naturale, ombreggiata di acacie. Durante le fasi più attive dell'azione, dei generali sono saliti lassù. Il Re vi è comparso due volte. Il suo arrivo è stato annunziato da un'acclamazione clamorosa. Tutto un accampamento di riserve, che allinea fra i filari di vite le sue tende grigie, ha salutato il Sovrano con un urlo, che pareva la voce d'un assalto.

I soldati sono accorsi da ogni parte, è stata una confusione da alveare negli attendamenti pavesati da biancherie che asciugano. «Viva il Re!» — gridavano anche i soldati lontani, quelli che non vedevano niente, e che correvano a perdifiato attraverso i campi. Arrivando sulla strada, ansimanti, felici, i soldati si pigiavano in rango, rigidamente, duri alle spinte della massa che sopraggiungeva dopo, e che faceva da popolo dietro il cordone della prima fila.