Al fronte (maggio-ottobre 1915)
Part 4
A difesa di questa regione del basso Isonzo gli austriaci hanno trovato un alleato nell'acqua dei canali.
Ai piedi delle alture che sovrastano Gradisca e Monfalcone, scorre un canale creato a scopi d'irrigazione e per usi industriali. Un'alta diga maestosa, lunga quasi mezzo chilometro, chiude l'Isonzo presso il ponte di Sagrado, sul quale passa la strada di Gradisca. L'acqua trattenuta forma un vasto bacino che nutre il canale con una corrente di quasi ventidue metri cubi al secondo. Il livello di questo corso artificiale è più alto della pianura. Spezzando un argine gli austriaci hanno potuto trasformare in paludi vaste plaghe al nord di Ronchi. L'altura di Sant'Elia, che è al di qua del canale, è divenuta una penisoletta, e, fortemente trincerata, ha costituito una posizione avanzata del nemico.
Per alcuni giorni, la zona accessibile alla nostra offensiva si è trovata sensibilmente ristretta dalle acque. Il bollettino ufficiale ha narrato dell'ardimentosa azione di una batteria di obici che, portatasi sulla linea della fanteria, ha battuto in breccia una diga. Era la diga di Sagrado. Sfondata quella barriera, l'acqua non si sarebbe più immessa nel canale e avrebbe ripreso il suo corso normale nel letto dell'Isonzo. Ma prima che per questo audace bombardamento l'inondazione, priva d'alimento, defluisse sgombrando il piano, il nostro attacco si è gettato sulle terre rimaste asciutte, più al sud, e per Monfalcone ha preso piede solidamente sulle prime pendici del Carso, in vista del mare.
L'acqua ci è stata nemica, per tutto. Le piene, fra le gole del medio Isonzo, ci portavano via i ponti; a valle l'inondazione artificiale creava avanti a noi dei laghi, e il canale, che con le sue diramazioni si va ora essiccando, forniva intanto la forza motrice di impianti elettrici dai quali gli austriaci derivavano correnti per rendere fulminatori certi reticolati di trincea.
Ma gli austriaci avevano dimenticato che la magnifica opera idraulica dei canali di Monfalcone è italiana, studiata e compita dalla Società Italiana per le condotte d'acqua, di Milano. La perfetta conoscenza dei lavori ci ha permesso di correre subito ai ripari e di ricondurre le acque ad un contegno più patriottico.
Passiamo l'Isonzo.
Una casa sfondata, un _hangar_ demolito, dei muri bucherellati da schegge di granata: si è già nell'atmosfera del campo di battaglia. Ma nessuna battaglia è passata di qui.
Dei cannoni austriaci di mezzo calibro, nascosti sulle alture di Doberdò, tirano sulla strada, e sui villaggi, e sui ponti. Otto o dieci colpi per volta, poi, per due o tre ore non si fanno più vivi. Non combattono, stanno lassù in agguato, e quando vedono in una scìa di polverone un convoglio di munizioni che si avvicina, o un reparto di truppa che si sposta, o un'automobile che corre, giù un po' di grossi _shrapnells_ o di granate, che arrivano con quel loro rombo di motore mal regolato e scoppiano fragorosamente sulla pianura quieta. Tirano persino sulle motociclette col _side-car_, nella speranza di accoppare qualche generale.
Ma hanno paura di essere scoperti. Non insistono mai, e non è facile individuarli. Conoscono così bene la regione, che il loro tiro è giusto, sebbene inefficace. Percorrendo la strada con dei carreggi si ha la probabilità di assistere allo scoppio di una granata a sessanta passi di distanza. I soldati non ci badano.
No, i nostri soldati sono meravigliosi. Appena una granata scoppia, si vedono i soldati correre, ma verso lo scoppio. Vanno a vedere il buco. Hanno una curiosità da ragazzi per i fuochi d'artificio. _Compà, sente mò_ — grida allegramente un soldato di guardia al ponte ad un compaesano mentre tuona una raffica — _pare 'a festa d'a Madonna!_ — Gli sembra di sentire i mortaretti delle solennità campagnole. Ed il cratere slabbrato, nero, fumante, che le esplosioni scavano al suolo, è per loro uno spettacolo curioso che li attira. Sono là intorno, aggruppati allo scoperto, incuranti del nemico che li vede, disputandosi le schegge che scottano ancora. Ogni soldato ne ha una in tasca.
Sulla strada così esposta il movimento continua regolarmente. I territoriali divenuti carrettieri e bovari, passano anche loro con i birocci e le mandrie.
Nessuno esita, nessuno si ferma, nessuno devia.
Un distaccamento di bersaglieri ciclisti riposa all'ombra delle casupole, all'entrata di un villaggio: Begliano. Appoggiate ai muri, le biciclette intrecciano ruote e telai in una confusione sottile e geometrica di circoli e di linee; qualche motociclista prova attentamente il motore, che strepita sul cavalletto; i soldati, accoccolati a gruppi sui macigni, conversano placidamente, fumano, fischiettano, e sulle loro teste l'alito caldo e lieve del meriggio fa correre un fremito di piume nere. Gli ufficiali, che hanno trovato delle sedie in una osteria abbandonata, siedono fuori della porta, sotto a degli alberi. Aspettano ordini. Vi è una serenità, una tranquillità da riposo durante la manovra. Non si direbbe mai che questi soldati si sono battuti di notte e di giorno, che hanno preso delle trincee alla baionetta, sopraffacendo gli austriaci con le mani alla gola.
Il centro della strada è deserto. Da lì si vedono le colline rocciose di Doberdò così vicine che sembrano a portata di voce. «Tra poco ricomincia la musica!» — osserva un ufficiale guardando l'orologio al polso, e appoggiata la spalliera della sedia al muro incrocia le gambe, beatamente, soggiungendo: «Ci fosse almeno un giornale da leggere!».
La musica lì si ripete ad intervalli regolari. Il villaggio è bombardato a orario. Le ultime granate hanno ferito qualche soldato, uno è morto. Da un giardinetto sbuca un bersagliere che ha composto un mazzo di fiori, adorno di una foglia di palma di San Pietro, la palma del nord. Lo mostra ai compagni, che approvano, e scompare in un recinto. È per ornarne la croce sulla tomba nuova.
Ecco, un rimbombo, un urlo apocalittico che solca la serenità del cielo, una esplosione potente, uno scrosciare di tegole e di macerie. La musica.
I bersaglieri, senza scomporsi, guardano in aria. «Dev'essere cascata sulla chiesa!» — dice uno. «Tireranno al campanile!» — osserva un altro. «Questa è cascata qui dietro». — «Ha tremato il muro».... Ma un comando interrompe i dialoghi. Un ordine è arrivato. Si parte.
In un batter d'occhio tutti sono pronti, appoggiati alle biciclette. Si fa rapidamente l'appello. Manca uno. Era là adesso. Chiamatelo. Eccolo che arriva, di corsa, tutto sporco di calcinaccio. «Signor tenente — esclama — è morta la capretta!». C'era una capretta abbandonata nel villaggio, alla quale i soldati avevano munto una bella gamella di latte. «È stata l'ultima bomba — informa il soldato — ero lì vicino, povera bestia! — e dopo un istante di riflessione: — Peccato che sia troppo dura a mangiarsi!».
Via! Con un volteggio elegante ogni soldato inforca la sua macchina e sospeso sul sottile scorcio delle ruote fila nel candore della strada sollevando una bassa scìa di polvere. La compagnia scorre ordinata, silenziosa, veloce, tutta grigia, nella direzione del nemico.
I fucili a bandoliera ergono sullo svolazzamento delle piume come un tratteggio inclinato.
Una folta e confusa massa di gente si avvicina. Viene dalla fronte. Nel polverone che solleva, s'intravvedono dei carri gremiti di persone, tirati da buoi. È un formichìo oscuro, lento, taciturno, nel gran sole ardente. L'emigrazione.
Sono abitanti che il bombardamento austriaco scaccia da ogni paese, da ogni villaggio, da ogni casolare. L'esercito nostro li aiuta, li protegge, li nutre, e disciplina l'esodo. Dei soldati marciano in testa alle colonne e le fiancheggiano.
Il fuoco è cessato, e quando la carovana arriva nell'ombra delle case si ferma e si riposa. «Avanti, coraggio brava gente — avvertono i soldati — ancora un poco, poi vi ristorerete: qui può succedervi qualche disgrazia!» Delle invettive contro gli austriaci si levano dalla folla. Voci di donna gridano, nell'espressivo dialetto veneto: «_Anca qua i ne copa!_» — «_No i vede che semo poareti?_» — «_Tuto i n'ha tolto, anca i toseti, e adesso i ne buta zò le case!_».
«Calma, calma — ammoniscono bonariamente i soldati. — Tornerete presto a casa!» — «_Che el Signor ve scolta!_» — rispondono le voci. — «_Benedeti vualtri e le mare che v'ha fato!_» — E la moltitudine riprende la marcia.
Sono donne, bambini e vecchi, tutto quello che è rimasto del popolo, irredento. Carrette di ogni genere trasportano i loro umili bagagli, e sui cumuli dei fagotti e dei sacchi, facendosi ombra con delle vecchie ombrelle aperte, si accalcano i bimbi, gli stanchi, i deboli, in un groviglio multicolore che oscilla alle scosse dei veicoli. Tutti gli altri marciano, gli uomini a parte, due per due, muti, quasi ubbidendo istintivamente alla disciplina militare che li circonda.
Qualche donna conduce dietro di sè la mucca, l'unica ricchezza rimasta alla famiglia, e tira faticosamente sulla cavezza per indurre la povera bestia, stupefatta ma placida, ad allungare il passo. Si vedono dei bambini feriti, sui quali delle fasciature fresche e ben fatte indicano la cura dei nostri posti sanitarî.
La carovana continua il cammino, lentamente, verso l'Isonzo. Un'altra si avvicina, ma ben diversa. Questa è composta di uomini validi.
Dopo che l'Austria, con la leva in massa, ha portato via da questi paesi tutti i maschi dai diciassette ai cinquant'anni, dopo la fuga di tutte le persone notoriamente irredentiste, dopo l'arresto e l'internamento di tutte quelle altre persone che erano semplicemente sospette d'irredentismo, ogni uomo valido che s'incontra è un individuo sospetto. Nove volte su dieci non è nemmeno italiano. Lo dice la sua faccia, lo dice la sua maniera di mettersi sull'attenti per affermare: _Son taliano!_
Nei primi momenti dell'occupazione non ci si è fatto caso. Ma non abbiamo tardato ad accorgerci che eravamo circondati da spie. Le nostre ricognizioni sorprendevano sventolamenti di bandierine nell'alto dei villaggi. Il passaggio di truppe in alcuni nodi di strade combinava stranamente con l'incendio di un mucchio di paglia o con la caduta d'un alto albero. Alla notte, dietro certe nostre batterie, sul dorso dei colli, palpitavano luci di lanterne cieche. Chi sventolava le bandiere? chi bruciava la paglia? chi abbatteva gli alberi? chi faceva brillare quelle luci? Si trattava di segnali, chiari, precisi, seguìti infallibilmente da un fuoco austriaco che cadeva dritto sugli esploratori, o sulla truppa in marcia, o sulle batterie. Ma non si trovavano i colpevoli, che si mescolavano alla popolazione campestre, troppo atterrita da loro per denunciarli.
Ho visto io stesso, alla notte, scintillare misteriose segnalazioni sulle colline, e eliografi nemici, durante il giorno, parlare a lampeggi con qualcuno che era dietro alle nostre file. Lo Stato maggiore d'una nostra divisione arrivava in un villaggio, e un minuto dopo delle granate piombavano sul suo quartiere generale. Accampamenti ben celati, invisibili al nemico, erano bombardati appena formati. Le nostre batterie si vedevano scoperte talvolta prima di far fuoco. Prendevano posizione, spesso nel cuore della notte, e subito il tiro nemico le cercava senza incertezze.
Noi abbiamo una lealtà militare, una cavalleria istintiva, una schiettezza e una nobiltà di razza, che c'inducono sempre a supporre nel nemico le stesse virtù, anche se il nemico è turco, anche se il nemico è austriaco. I fatti ci hanno subito disilluso. Abbiamo constatato che una vasta e minuziosa organizzazione di tradimento ci cingeva, e non abbiamo perso tempo. In quasi tutti i casi di spionaggio, le ricerche immediate ci hanno portato a scoprire nel raggio delle segnalazioni la presenza di qualche uomo valido alle armi. Qualcuno era vestito da prete.
Gli atti alle armi sono arrestati. Si tratta quasi sempre di militari austriaci. Molti confessano.
La carovana che passa è composta di questi prigionieri.
Come sbagliarsi? Sotto i travestimenti più eterocliti, il soldato austriaco si rivela. Baffi biondastri e ritorti, basette lunghe, tipi magiari, tipi tedeschi, portamento stecchito, fisionomie chiuse e dure, sguardo nemico.
Perchè non fuggano sono uniti a due a due per le braccia. Pochi fantaccini li scortano, con la baionetta inastata. I soldati che incontrano non dicono niente, guardano con disprezzo la processione sinistra e proseguono il loro cammino. Ma un conducente romano non resiste, e dall'alto del suo cavallo interpella un prigioniero che ha una faccia da _feldwebel_ classico: _Hai finito de fa la guerra cor lanternino?_
Ha finito, sì, e alle spie che non sono state ancora acciuffate l'esasperata vigilanza dei soldati rende molto difficile il còmpito. Ma ve ne sono ancora, rese audaci dai lauti compensi pagati, e dai più lauti promessi. E in parte anche dalla nostra magnanimità che rifugge dalla giustizia sommaria e ci lega a procedure fra le quali lo spionaggio scivola. Ci si era teso ogni sorta di tranello.
Le semplici popolazioni della campagna erano state terrorizzate con i racconti della nostra ferocia, per indurle a fare una difesa da siepe a siepe, e in qualche centro delle armi erano state distribuite. Le sciagure che quella povera gente da undici mesi sopporta erano addebitate all'Italia. L'Italia, questa stracciona, era responsabile della guerra europea, della leva in massa, delle requisizioni; delle contribuzioni, del pane K, della carestia. La molla più possente nell'anima campagnola, il sentimento religioso, non veniva trascurata: gl'italiani erano gli alleati del demonio, gli scomunicati, i dannati, senza fede e senza morale. I nostri soldati, miserabili e delinquenti, avrebbero profanato, rubato, massacrato.
Nelle cittadine ci ha accolto qualche volta l'entusiasmo schietto e vivo delle popolazioni liberate, e la voce del sangue ha finito per parlare anche alle genti più disperse e ignoranti della campagna. La carità, la bontà, la generosità dei soldati hanno fugato ogni prevenzione, se una prevenzione rimaneva in qualche anima oppressa dal terrore abituale della servitù.
Le macchinazioni sleali del nemico si vanno sventando. Ma sta il fatto che l'Austria ha cercato di usare come armi di guerra, oltre allo spionaggio e al tradimento, la paura di povere donne e di poveri vecchi contadini e la loro fede cristiana.
Tutto è buono quando serve: _Kriegsbrauch im Landkriege_....
DAVANTI A GORIZIA.
_20 giugno._
Mentre annotta, un duello di artiglierie s'impegna. Si distinguono i colpi dei nostri cannoni da campagna, più avanti, più lontani, che si son fatti sotto come una gran muta abbaiante di molossi intorno alla fiera bloccata, mentre i boati più cupi degli obici echeggiano nelle vicinanze e il bagliore delle vampe si accende fra le vigne contornando neri profili d'alberi.
Forse si prepara un passo avanti sul Carso? Forse si respinge un contrattacco? Chi sa? Le fanterie nemiche sono in qualche punto a portata di voce. Nelle ore di silenzio, alla notte, i nostri soldati odono gli austriaci che parlano dietro ai loro parapetti di roccia, sulla quale le granate mordono così malamente.
Si combatte per la conquista di ciglioni nudi, sassosi, sui quali non si possono scavare trincee. La parola Carso viene dal celtico _carn_ che significa roccia. La montagna, con le sue stratificazioni calcaree, con quelle ossature bianche che emergono fra i magri sterpi sulle piccole vette, con le sue vallette verdi, sorprendenti di rigoglio, strane conche di frescura entro bordi di pietra, con i suoi crepacci, le sue spelonche, e gl'imprevisti aspetti pieni di una tagliente arditezza, ricorda un po' la montagna di Derna.
La natura offre alla difesa delle formidabili posizioni naturali, completate e fortificate con un assiduo lavoro. Il nemico si annida dietro baluardi di macigno, ai cui approcci si accumulano le difese ausiliarie delle focate petriere e dei reticolati. Se l'Austria ha creduto utile fingersi sorpresa dalla nostra guerra, tutto sul campo di battaglia smentisce la sorpresa, tutto vi dimostra invece una preparazione ben studiata, lunga e paziente. L'abilissima e laboriosa organizzazione tattica del terreno dice come la guerra con l'Italia fosse da gran tempo nei piani austriaci. Soltanto il momento rimaneva da scegliersi. E quello lo abbiamo scelto noi.
Se non avessimo che degli uomini armati contro di noi, se non ci fossero che delle masse manovranti, come nelle classiche guerre del passato, se il valore, l'ardimento, l'eroismo costituissero ancora i coefficienti massimi e quasi esclusivi della vittoria, noi non saremmo più sull'Isonzo.
Ma l'eroismo finisce pur sempre con l'imporsi. Esso è una volontà che arriva al furore. Una volontà che gli ostacoli esasperano e rafforzano. Le nostre truppe, avanti alle difficoltà, non hanno che un impulso, quello di slanciarsi.
Tutto ciò che abbiamo letto di più bello sulla guerra europea, di assalti audaci e veementi, di attacchi alla baionetta attraverso folti reticolati, in una grandine di piombo, non deve più farci invidia. Simili episodi si svolgono normalmente nella nostra guerra. Soldati che non erano mai stati al fuoco hanno trovato semplice e naturale andarci così.
Al primo urto l'esercito si è comportato come se avesse sempre combattuto e sempre vinto; ha dimostrato un istinto di battaglia, una sapienza spontanea della lotta, una natura guerriera. Possedeva inconsapevolmente virtù militari, che solo la pratica della guerra sembrava dovesse infondere. Gli egoismi naturali degl'individui sono scomparsi, la vita delle persone si è fusa in una vita più grande, ogni uomo si è sentito una molecola nel vasto organismo dell'esercito, una goccia d'acqua nell'onda. Vi è un ardore di tutti, un sentimento di tutti, una passione di tutti, un solo volere, un solo cuore. Si è destata subitamente nell'esercito nuovo l'anima antica, la fiera anima della razza foggiatasi nel fulgore lontano di secoli gloriosi. Vengono da lei queste abilità della guerra nella folla italiana. Questo travolgente desiderio di assalto è un'eredità latina, come la lingua.
I sistemi della guerra moderna e la natura del terreno ci costringono però ad un'azione paziente, fatta di scatti calcolati e di attese, di colpi improvvisi e di pressioni lente, un'azione studiata, razionale, metodica. Non abbiamo una posizione da prendere: ne abbiamo tante, incatenate su cinquecento chilometri di fronte. E per ognuna è una piccola battaglia, con le sue sorprese, le sue finte, le sue soste, le sue manovre.
Guardate una carta: l'austriaco avanti a noi è sempre più in alto. Egli tiene l'alta montagna, il nodo alpino, e noi saliamo i contrafforti, conquistando sprone per sprone, declivio per declivio, vetta per vetta. La nostra guerra è un'ascensione. Sempre più su, sempre più su. Ogni combattimento è un gradino che superiamo. Il gradino seguente domina. Il nemico fugge in altezza. Ritirandosi ci sovrasta. Ma che importa? Noi ascendiamo irresistibilmente.
Nel Carso il nostro attacco s'inerpica ora sulle prime pendici.
Il duello d'artiglierie prosegue.
I cannoni austriaci fanno delle salve serrate e poi tacciono. Forse hanno poche munizioni; forse temono di scoprirsi. Cambiano spesso il loro obbiettivo. Non fanno quasi mai un fuoco di ricerca, di assaggio, di esplorazione. Colpiscono raramente e con magri risultati, ma si vede bene che sanno sempre dove tirano e contro quale bersaglio. Non esitano. Cercano di agire a colpo sicuro. Segnali di spie? Abilità di osservatori?
Ma quando una batteria austriaca è individuata è una batteria silenziata. Un uragano di fuoco piomba su di lei. Allora dietro le spalle delle alture pare avvenga una breve eruzione. Certo è che i cannoni nemici sono astutamente piazzati. Sorge il dubbio che alcuni, dei quali neppure i riflessi della vampa si scorgono nell'oscurità della notte, siano nascosti in caverne.
La montagna è tutta grotte e baratri sotterranei. Ha labirinti immensi nelle sue viscere; pozzi, cunicoli, gallerie, spelonche, formano un meraviglioso e tenebroso paese di abissi. Vicino a Monfalcone stesso si spalancano antri misteriosi dai quali emana uno spavento leggendario, come la Grotta del Diavolo dove secondo la tradizione si muore di terrore. È possibile che dietro la bocca cespugliata di cavità naturali stiano dei cannoni in agguato, diretti dal comando telefonico di osservatori appiattati sulle vette? Lo sapremo.
Tutta la vallata echeggia. Su Ronchi, su Monfalcone, delle granate cadono. Le città sono deserte, gli abitanti sono fuggiti in massa verso l'Italia. Sull'arsenale si ergono ancora intatte le alte ciminiere, ma gli edifici sono in rovina. Il lavoro vi si è ostinato fino al giorno quattro.
I bombardamenti eseguiti dalla nostra flotta avevano già paralizzato il cantiere navale, ma v'era una fabbrica di proiettili di artiglieria, appena impiantata, che non voleva darsi per vinta. Gli austriaci non credevano che la nostra avanzata li sopraffacesse così presto. La loro perseveranza nel mantenere attivi alcuni stabilimenti di Monfalcone dice come si credessero sicuri della difesa dell'Isonzo e dà la misura del nostro successo. La guarnigione fu sorpresa dalle avanguardie italiane, e si salvò a stento inerpicandosi affannosamente oltre la Rocca, inseguita dai nostri che non volevano lasciar presa.
La città antica, al di là dell'arsenale, così italiana, così veneta con i suoi portici bassi, le sue procuratie dagli archi larghi come quelli di cripte, è vuota, silenziosa, oscura, e qua e là le vecchie case abbandonate, nelle risuonanti viuzze pittoresche, sono sfregiate dalle esplosioni che sforacchiano qualche tetto e ne soffiano via le tegole.
Per tutta la notte il cannone ha rombato. La più grande violenza delle artiglierie era verso Gorizia. Il cielo palpitava di lampi a settentrione.
All'alba, delle immense colonne di fumo si scorgono in fondo alla pianura. È il paese di Lucinico che brucia.
Entriamo ora in un'altra zona delle operazioni. Ci avviciniamo alla strada di Gorizia, cioè al centro della battaglia dell'Isonzo, dove più ferve intensa e vasta la lotta, dove gli austriaci hanno posto le più forti difese, le più possenti e numerose artiglierie, le più solide truppe.
Le posizioni nel loro insieme sono rapidamente descritte. L'Isonzo scorre in una gola profonda fino a Salcano, cioè quasi fino a Gorizia, e, da lì al mare, mentre alla destra del fiume si apre subitamente l'ampia distesa verde della pianura friulana, alla sua sinistra invece s'erge ancora, quasi senza interruzione, la montagna, ora a picco sull'Isonzo, come a Sagrado, ora discosta diversi chilometri come a Ronchi e Monfalcone. All'occhio, osservando il panorama, al di là del fiume appare tutta una barriera; c'è come una muraglia, che chiude l'orizzonte orientale, sfumando verso l'Adriatico. Le montagne formano per così dire i bastioni di una smisurata fortezza della quale l'Isonzo è il fossato. In qualunque punto del fiume, chi vuol passare si trova di fronte questo baluardo, più o meno accessibile, spesso altissimo, scosceso, imponente.
Formidabile e semplice, nella sua linea sommaria il piano di difesa austriaco è consistito nella distruzione dei ponti, e nella fortificazione della grande barriera montana con opere di ogni genere, con multiple linee di trinceramenti e con una distribuzione sagace di artiglierie ben nascoste.
Ma la barriera è spezzata, per dir così, da due valli, per le quali passano le comunicazioni verso l'interno. La muraglia ha insomma due porte, che danno accesso alle grandi arterie stradali e ferroviarie per Lubiana, per Villaco, per Klagenfurt, il possesso delle quali è essenziale. La conquista e la difesa delle due porte doveva perciò essere l'obbiettivo logico dell'azione; qui dovevano evidentemente convergere gli sforzi dei due eserciti. E alle due soglie gli austriaci hanno quindi accumulato tutte le difficoltà, tutti gli ostacoli, tutte le insidie che la loro scienza militare, perfezionata dalla lunga pratica, poteva suggerire.